Friday, 21 May 2010

Metti una sera a cena… fra cinema e letteratura

Ieri sera ero a cena fuori. Una serata molto interessante. Ma quando sono rientrato a casa, ripercorrendo tutto quanto detto, mi sono meravigliato accorgendomi che era stata la serata in cui più volte in assoluto in vita mia avevo pronunciato le parole “paura” e “timore”.
E, forse perché s'è parlato molto di cinema e letteratura, a proposito di paura ho pensato quanto segue.

Avete presente Carrie Bradshow quando, in procinto di sposare il bell’Aiden, va a scegliere il vestito da sposa con l’amica Miranda, per scherzo ne misura uno e finisce per strapparselo di dosso in preda a una crisi isterica?
Beh che, quelli di Carrie, sono i sintomi tipici di un attacco di panico: dispnea, agitazione ed altri sintomi tipici dell'ansia.
In certi casi “le cause possono essere diverse, e la maggior parte riconducibili a una sorta di ‘meccanismo di difesa’ ”, dice Dott. R. Cavaliere, fondatore del D.A.R. (Associazione Italiana Lotta alle Dipendenze Affettive e Relazionali). Si tratta di una malattia, la philofobia, che forse una volta era poco conosciuta, ma che secondo me - al contrario di ciò si dice -, già si conosceva benissimo. Solo, era mal vista, etichettata come ciò che, da me in terronia, si definisce “finocchio ‘e timpa”, vale a dire un prodotto del fancazzismo, cioè del non avere una cippa-lippa a cui pensare. Sempre il Dott. Cavaliere, ha definito questo prodotto come il “non amare per non soffrire”. Secondo me è la malattia che al giorno d’oggi ha contagiato la moltitudine (che la patisce edonisticamente).

Continua Roberto Cavaliere: «Ci sono cause che definirei reattivo-situazionali, quali ad esempio una passata e profonda delusione sentimentale che ci ha profondamente ferito al punto di non volerne più sapere d'innamorarci per il timore di soffrire di nuovo o di essere nuovamente delusi. Altre cause sono riconducibili all'aforisma di C.Pavese "Un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla." Amare significa […] rivelare le nostre debolezze. Queste cause le ritroviamo, spesso, nelle persone che vogliono a tutti i costi [..] dimostrare d'essere forti e l'innamorarsi potrebbe, invece, rivelare tutta la loro debolezza interiore. Inoltre ci sono cause che affondano nella nostra infanzia, nel rapporto con i nostri genitori. Un esempio, fra i tanti, richieste d'affetto ai propri genitori che non trovano risposta o anzi inducono una loro risposta negativa. […] Ritengo che la paura d'amare è fra le peggiore delle paure, perché ci priva della più bella delle componenti della nostra vita, quella d'amare e di essere amati».

La philofobia si manifesta inoltre con “forme depressive magari slatentizzate”.[1] L’esempio più commentato sul web di philofobia è quello descritto dallo psicanalista americano Jacobson che riferisce dell’atteggiamento psicotico di una paziente che manifesta «“il timore […] di perdere i confini di se stessa”».

Ma vorrei ricordare che la philofobia in quanto “paura di fondersi” e di “lasciarsi andare”[2] può affondare le radici anche in un altro tipo di terreno. Cause come il giudizio altrui, della società e della morale comunemente accettata (tanto per rimanere in linea con gli ultimi articoli: pensiamo alle relazioni omofile, o fra una donna matura e un ragazzo di molto più giovane), possono agire in maniera tanto violenta quanto triste - soprattutto su alcuni tipi di individui – fino al punto da indurre a gettare alle ortiche tutto il bello del darsi, del dare e ricevere amore, se non addirittura a gesti di autolesionismo estremo. E poiché amare è un’esigenza essenziale di tutti gli esseri viventi, è facile immaginare quali possano essere tali gesti.

Il primo esempio che mi viene in mente in proposito è di tipo simil-letterario ed è quello di Nikolaj Gogol’ e la sua scelta cupa di privarsi dell’amore fino alla morte. Chi l’avrebbe mai detto?
In effetti, ci sono aspetti di questo scrittore russo (come di altri noti) che spesso e volentieri non vengono svelati fino in fondo e che, personalmente, colsi in maniera approfondita solo molto tempo dopo lo studio delle sue opere, e per questo devo dire grazie al lavoro critico di S. Karlinsky.
Simon Karlinsky (morto a luglio dell’anno scorso all’età di 84 anni) era professore di lingue e letterature slave alla “UC Barkley”, era esperto di “omosessualità nella cultura pre-sovietica” e ha scritto molti saggi non solo a proposito di Gogol’, ma anche di scrittori quali, Nabokov e Čechov. Il primo saggio che lessi di Karlinsky s’intitola “Omosessualità nella letteratura e nella storia russa dall'undicesimo al ventesimo secolo”, integrazione di un intervento del 1976 su “Gay Sunshine”. A differenza che in occidente – ha scritto Karlinsky - nella Russia moscovita l’omosessualità era molto diffusa e anche accettata e «in nessun modo limitata ai circoli del potere. Sigmund von Herberstein […ambasciatore del Sacro Romano Impero in Russia …] ha raccontato nei suoi “Commentari delle cose moscovite” che l’omosessualità maschile era prevalente fra tutte le classi sociali. […] Apparentemente, né leggi né usi reprimevano le pratiche omosessuali fra uomini della Russia moscovita. Gli unici atteggiamenti contrari che si conoscano sono quelli della chiesa».
Col passare degli anni, però, le cose cambiarono e «una delle idee e degli atteggiamenti occidentali importati in Russia dopo le riforme di Pietro il Grande fu l’omofobia. Nel XIII e specialmente nel XIX secolo l’omosessualità maschile […] diventa decisamente clandestina».
E qui veniamo la punto circa l’autore de “Le anime morte”: «La vita personale di Gogol’ consistette prevalentemente di innamoramenti con uomini incapaci di corrispondere. Scrittore brillante e spiritoso si suicidò lasciandosi morire di fame all’età di 43 anni dopo avere confessato la sua vera sessualità a un prete ignorante e bigotto che gli ordinò di digiunare e di pregare giorno e notte se voleva evitare l’inferno».

Meschino, Gogol’. Se poi si considera che - se non vado errato - fu proprio lui che fu sepolto vivo a causa di un episodio di morte apparente. Anche se morì alla fine del 1800, non credo che quest’episodio particolare di philofobia non possa ripetersi altresì oggi.
Un modo particolare di lasciarsi andare, direi.
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[2] Ibidem.

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