Thursday, 27 May 2010

Nedda Necchi e Jane Austen...?

Non so ancora bene da dove cominciare. In realtà è sempre così quando vengo travolto da queste “toccate” - come direbbe mio padre per rimproverarmi scherzosamente -, dove con “toccata” intendo quella sorta d’intuizione che mi pare abbia natura rivelatrice, nemmeno fossi un fratello spurio dei pastorelli di Fatima.
Vengo al punto.
Durante le scorse vacanze pasquali ho visitato Villa Necchi Campiglio, una dimora storica di proprietà del FAI e che fa parte del circuito delle "Case Museo di Milano". Vi consiglio di visitarla. Si trova in via Mozart 14, ed è considerata «un modello forse unico per bellezza e conservazione di villa privata di stile razionalista degli anni trenta».
Ricordo che dopo averla visitata con mia sorella, suo marito, mia madre e mio fratello, quando ne uscimmo la prima considerazione fu corale e del tipo: «Dio mio, stupendo! Non sembra nemmeno di essere a Milano!».
Un po’ riduttivo, devo essere sincero. Ma chi avrebbe mai immaginato di trovare una simile bellezza nel centro della città meneghina? E invece… È questa, Milano. O meglio, anche questa. Quel giorno la nostra osservazione fu ingiusta perché, benché non si parli di una città meravigliosa al pari di Roma, comunque il giudizio di tutti noi che la abitiamo (e che non siamo nati qui) è fin troppo influenzato da tutt’altri fattori: la fretta e ciò che io definisco il “business hobbyhorse”, il clima non sempre favorevole, etc… Sul volto di città circolare e all’apparenza ripetitiva, Milano nasconde delle pieghe piacevolmente sorprendenti. Per questo, ripeto, v’invito a riscoprirla e a non fare come me che, per trarne piacere, ho deviato il mio percorso da casa all’ufficio (e vice versa) solo dopo sei anni che son arrivato qui.
Avrei voluto scrivere questo post il giorno stesso che visitai villa Necchi, ma non lo feci perché, quanto tornai a casa, una volta davanti al PC non seppi con quali parole descrivere le sensazioni che mi aveva suscitato. Nelle sue stanze c’è qualcosa (che inizialmente ricondussi ai materiali, forse all’architettura, o all’atmosfera), di quasi indescrivibile, che mi riportò con la mente a un’emozione affatto nuova, ma che comunque non mi riuscì di riconoscere nell’immediato; una reminiscenza zaffata nelle latebre del cerebro, ma che oggi sono riuscito a sturare. Finalmente! E per questo, oggi, scrivo.


È successo per caso, dopo aver allacciato questo trasporto emotivo, rimasto a lungo in sospeso, alle parole di un testo letterario – come spesso mi capita. Ho capito che, tutt’oggi, la forte emozione che mi ha trasmesso villa Necchi deriva da uno dei personaggi che la abitarono e dalle sue stanze private decorate in art deco.
La villa fu costruita tra il 1932 e il 1935 «come casa unifamiliare indipendente su progetto dell' architetto P. Portaluppi, ed è circondata da un ampio giardino con campo da tennis e piscina». Ospiti ne furono Enrico D'Assia (scenografo per il Teatro alla Scala), M. di Savoia e tanti altri illustri. Ancora, la villa «ospita raccolte d'opere d'arte del primo '900 di Claudia Gian Ferrari e la raccolta di dipinti e arti decorative del XVIII sec. di Alighiero ed Emilietta de' Micheli. Tutte […] frutto di donazioni».
I proprietari erano Nedda Necchi e sua sorella Gigina con il di lei marito Angelo Campiglio, appunto, esponenti dell'alta borghesia industriale lombarda (quelli delle macchine da cucire, per intenderci). «All'interno del circuito delle Case Museo di Milano, Villa Necchi Campiglio si distingue dalle altre dimore trattandosi di una casa unifamiliare indipendente e non di un palazzo [...] e neppure di un appartamento».
Nedda, l’unica fra i fratelli Necchi che non prese marito, visse quindi con Gigina e il cognato in stanze stupende, enormi, come i bagni e i guardaroba ancora oggi pieni dei vestiti e foulard “Chanel”, cappelli “Borsalino” e pellicce che usava per andare con loro alla Scala. Almeno tre volte alla settimana, ci spiegò la guida.
Non so nient’altro di questa donna, quali furono i suoi amori (so solo che ebbe una grande delusione, ragione per cui decise di rimanere nubile), quali cibi preferisse, o che so io... Eppure, quel poco di storia pervenutami, insieme alle sbirciate fuggevoli date alle fotografie esposte nei corridoi della villa, me l’hanno fatta balzare in petto di nuovo, proprio ieri, mentre leggevo le memorie di Jane Austen. Quasi ci ravviso perfino una somiglianza fisica. Ma, secondo me, le due donne dovevano essere affini soprattutto spiritualmente. Certo, vissero in tempi del tutto differenti, ma la cosa non mi distoglie da questo pensiero. Rimango convinto di quanto ho appena scritto. È come se avessi un romanzo nella mente, le cui protagoniste sono queste due donne, e vorrei serbarlo così com’è.


Penso al fatto che anche la Austen aveva una sorella, Cassandra (che a differenza di Gigina Necchi non si sposò mai neppure lei), e che anche la Austen era descritta come «una signorina esemplare» proprio come dev’esserlo stato Nedda. Solo, chi sa se Nedda scrisse quanto la scrittrice inglese. Certo, come lei doveva gran parte della sua formazione culturale al padre imprenditore.
Al contrario della camera da letto della sorella, quella di Nedda ovviamente presenta un letto singolo, uno scrittoio prospiciente la grande vetrata che affaccia sul giardino fiorito (razionalista anche questo) e qualche gingillo che ho trovato dal sapore infantile. Un ambiente delizioso, dai colori riposanti eppure… non ho potuto fare a meno di cogliere quel clima di malinconia, oserei dire di «male assoluto» che fu anche di Jane Austen, che secondo me in Nedda derivava da una intima solitudine. Leggendo le lettere di Jane Austen alla sorella e ai nipoti, ieri immaginavo la signora Necchi. Starò sbagliando?
Non so perché, ma son convinto d’avere “naso” per questa condizione dello spirito, e mi sono convinto altresì che Nedda avesse un animo sensibilmente incline a essa, tanto da averlo trasudato, il suo «male», lasciandone impregnate le pareti della villa. Almeno quelle delle stanze dove trascorreva più tempo e, quindi, non solo al primo piano, ma anche nella veranda, sui vetri e sulle grate che riportano il motivo losanga (firma del Portaluppi), sulla tappezzeria, sui marmi e finanche sulle increspature dell’acqua della piscina. Nel mio immaginario, Nedda dev’essere stata una superstite per caso (forse, di nascosto era anche una romanziera, chi può dirlo!) del secolo precedente a quello in cui visse, attratta dallo stesso incanto che sedusse tutti i più grandi scrittori ottocenteschi di cui spesso ha scritto Citati (Goethe, Balzac, Dostoevskij, e altri…) - l’incanto del «Vuoto», quel «vuoto gelido e vertiginoso, illimitato senza confini, che domina la coscienza moderna». Quel vuoto che a volte si genera anche intorno a chi possiede troppo.
Come Jane Austen, Nedda era una donna meticolosa, e questo credo non sia discutibile se solo si pensa al lavoro di precisione con cui annotò su un taccuino tutte le opere che facevano parte della collezione d’arte Necchi. Taccuino che, praticamente, è la memoria storica della villa. Come la Austen, Nedda non stava mai ferma: una volta dai sarti, la sera alla scala, poi le colazioni con gli ospiti, le escursioni...
«Oh che perdita sarà quando ti sposerai! Sei troppo simpatica da nubile[…]. Ti odierò quando abbandonerai le tue deliziose elucubrazioni, per adagiarti negli affetti coniugali e materni». Sono le parole che Jane Austen scrisse alla nipote, ma, leggendole, io ho visto davanti a me solo Nedda; una zitella matura china sullo scrittoio della sua stanza privata.
Credo che la somiglianza fra queste due donne così lontane nel tempo e nello spazio possa derivare anche dalle loro mille sfaccettature, per cui è più facile incorrere in un gioco di coincidenze. Come Jane Austen si rispecchiava probabilmente nei suoi personaggi femminili, così io oggi vedo Nedda Necchi riflettersi nella giovane e aristocratica Anne di “Persuasione”; in Elinor di “Giudizio e sensibilità”, donna discreta, moderata e rispettosa delle convenienze, ma anche ardente di passione; in Elizabeth di “Orgoglio e pregiudizio”, donna coraggiosa, perché ci vuol coraggio a pensare e a dire (ricorda Citati) che gli uomini sono stupidi, «eppure gli stupidi sono gli unici che valga la pena di conoscere», scrisse la Austen e, forse, pensò Nedda in seguito alla sua delusione; e poi in Fanny di “Mansfiled Park”, donna di famiglia agiata anche lei, che lotta per non far crollare il mondo aristocratico in cui vive. Proprio come Nedda cercò di salvare il mondo in cui era cresciuta - sopravvissuto persino alla crisi del ’29 - ricreandolo e racchiudendolo fra le mura della sua splendida villa prima, poi compilando il taccuino-inventario insieme alla sorella Gigina.
Magari la mia intuizione di ieri è del tutto sballata; magari non c’è possibilità alcuna di trovare una relazione “sensibile” fra queste due donne, così come non ce n’è di ritrovarla fra il colore dei loro occhi e dei loro capelli (bruna e occhi neri l’una, bionda e occhi chiari l’altra). Ma vi consiglio di comunque di approfittare di queste nuove giornate di sole per fare un salto a villa Necchi Campiglio. In seguito potrete farmi sapere la sensazione che ha suscitato in voi.

4 comments:

Anonymous said...

Hola amiguito,
como estas? hice un "copy and paste" del nombre y busque las imagenes en el google.
wwwooowww. me gustó mucho la sala, la escalera, el baño y la biblioteca!!! seguro te gustó mucho la biblioteca.
En el '95 cuando visite por primera vez Toronto fui a Casa Loma una castillo muy bonito. En la actualidad pertenece al municipio pero era de un usurero que terminó en la bancarrota.
Hablando de espiritual, el miércoles pasado fui a un lugar que a ti seguro no te gusta, mucha paz, mucha paz, (no es un cementerio). Estoy pensando regresar el 11/6, a pasar el día. Un superbeso.
Silvia

Madavieč'77 said...

Sil, hey, a mi me gusta lugares tranquilos y con mucha paz. Por supuesto que no, no por mucho tiempo.

=)

Besitos,
Rf

ede said...

sono appena tornata da villa Necchi Campiglio e anch'io adesso ho addosso tante sensazioni e ricordi di figure di un passato ormai lontano..

Rf said...

Non ne dubito.
Meravigliosa eh?

XXX
Rf