Friday, 7 May 2010

Pause [II] / Rec [o] >>>

Oggi faremo un gioco. Mescoleremo un po’ di giornalismo con un pizzico di letteratura e una fantasia di musica leggera.
Inizieremo prendendo spunto dall’articolo edito questa settimana sulla rivista “The Economist” dal titolo “Redrawing the map, The European map is outdated and illogical. Here's how it should look”, in cui un giornalista (anonimo nella versione on-line) ha ridisegnato la mappa dell’Europa sulla base delle affinità dei popoli che la abitano. Scrive infatti questa simpatica penna londinese:
«Le persone che trovano i loro vicini noiosi hanno la possibilità di trasferirsi in un altro quartiere, mentre i paesi interi non possono farlo. Ma supponiamo che potessero farlo. Una riorganizzazione della carta geografica dell’Europa renderebbe la vita più sensata e serena».
E così inizia: «Al posto della Gran Bretagna dovrebbe starci la Polonia, che ha sofferto già abbastanza per la sua posizione tra la Russia e la Germania e merita una chance di godere del vento frizzante del Nord Atlantico e del senso di sicurezza che conferisce il mare, dissuasore naturale contro potenziali invasori». E ancora: «[…] sarebbe opportuno spostare […] la Svizzera, [che] si adatterebbe perfettamente insieme ai paesi nordici. Per la sua neutralità andrebbe d’accordo con la Finlandia e la Svezia; la Norvegia sarebbe felice di avere un altro paese extra-UE come vicino di casa». E così via finché, venendo al punto di mio maggiore interesse, non si legge: « La Germania può rimanere dove è, così anche la Francia. […] Il resto d'Italia, da Roma in giù, dovrebbe essere diviso dal nord e unito alla Sicilia per formare un nuovo paese, chiamato ufficialmente il Regno delle Due Sicilie (ma soprannominato “Bordello”). Questo [nuovo paese] potrebbe dare vita a una unione monetaria con la Grecia».
Se fossimo in uno studio televisivo si accenderebbero le insegne luminose con la scritta “APPLAUSI”.[1]

Non nego che le parole di questo articolo abbiano toccato una corda molto sensibile. Mi ha ferito, pur sapendo, io, che il tipo dell’“Economist” qui tutti i torti non ce l’ha, nevvero? Fosse per loro (i nordici) ci caccerebbero tutti, noi poveri terroni.
Già. È tanto vero che di riflesso m’è tornato alla mente quando, tempo addietro, mordicchiando le pagine del bellissimo “Istanbul” di O. Pamuk - che abbiamo citato più volte in questo blog -, mi convinsi del fatto che il nostro profondo sud – “male oscuro”, per dirla con la bon’anima del magistrato Falcone, e nel mio caso la Calabria in particolare - ha più da spartire con la Turchia che non con il resto della Repubblica Italiana.
Chi è terrone come me, può provare a leggere le parole che seguono. Poi mi faccia sapere se non vi riconosce squarci della nostra realtà meridionale:
«[…] Il fatto che gli abitanti di Istanbul fossero condannati a una miseria eterna, quasi avessero una malattia incurabile, al cospetto di un’Europa che pure non è lontana geograficamente alimenta quest’anima malinconica della città […]. Il senso di sconfitta e smarrimento che negli ultimi centocinquant’anni è sceso lentamente sulla città mostra ovunque […] i segni della miseria e della rovina […]».

Ricordo quando mio nonno, l’Avucàt’, venne a Roma per vedere l’appartamento in cui vivevo durante il mio periodo universitario, nei pressi di via Lanciani. La prima persona che si trovò davanti, che gli aprì la porta di quella vecchia casa al piano rialzato e con le sbarre alle finestre, fu il mio caro amico Al Capone. Un ragazzo leccese, scuro di carnagione, all’epoca con capelli neri lunghi e barba folta alla Kabir Bedi in versione Sandokan. Mio nonno gli chiese:
«Ma lei è iraniano?»
Al Capone sorrise e rispose:
«No, sono di Lecce».
«Ah!» sospirò sollevato mio nonno «Bene, bene. Allora noi siamo più africani di Lei».

Il fatto è che, come disse Raymond Carver in un intervista sulla scrittura[2], si sono perse di vista le questioni più ampie, di vita e di morte: «il problema di come comportarsi a questo mondo, di come andare avanti a dispetto di tutto quello che ci accade. [Ciò è importante] Perché il tempo è poco, e l’acqua si sta alzando».

Continuiamo a prenderci e a farci prendere in giro, come se tutto ciò non ci riguardasse da vicino, senza capire ancora che basterebbe fermarsi un attimo a riflettere per capire qual è il modo più giusto di agire per non farsi e farci del male.

Ornella Vanoni, in “Io che amo solo te”, cantava l’amore per un uomo e la sua totale dedizione a lui rendendo benissimo l’idea con una strofa che diceva: “Io che amo solo te/ Io mi fermerò / ti regalerò/ ciò che resta della mia gioventù”.
Ecco. È come se avessimo paura di perdere tempo, come se dovessimo andare chissà dove e fare chissà cosa, quando invece è proprio fermandoci a riflettere, regalando un po’ del nostro tempo agli altri che potremmo fare uno dei regali più belli che possa esistere, anche a noi stessi – migliorare. Ma non basta fermarsi al pit-stop, come fanno i piloti di Formula 1.
Ci vuole più tempo. Molto di più.
Quel tempo, in fondo, lo regaleremmo a noi stessi e se ci amassimo davvero non ci costerebbe nulla.
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[1] Qui era mia intenzione essere ironico.
[2] Rif.: “Niente trucchi da quattro soldi”, ed. Minimumfax.

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