Saturday, 29 May 2010

Quattro stagioni, di cui una blu

Cambiano i tempi e le abitudini, ma non cambiamo noi. Me lo ripeto sempre. E me lo sono ripetuto anche oggi ascoltando una delle mie canzoni preferite.

Duke Vernon, nato a Paraf’janovo, era un russo naturalizzato statunitense. Non so se la matrice jazz della sua musica si possa ricondurre alle sue origini, infatti si tratta pur sempre di un genere nato in America e con radici ben allignate nella tradizione musicale africana. Ben lontano da Minsk e dall’Europa orientale, quindi. Però chi comprende il jazz e chi lo ama non fa altro che ripetere come esso sia uno stato d’animo. Un’ombra di melanconia. Una “nota blu” che colora lo spirito di chi la possiede. “Autumn in New York” è senza dubbio una delle "composizioni" più belle di Vernon.

«[…] Here on the twenty-seventh floor looking down on the city I hate and adore! Autumn in New York, why does it seem so inviting? Autumn in New York, it spells the thrill of first-nighting. […] It’s autumn in New York that brings the promise of new love».

La promessa di un amore. Un uomo affacciato alla finestra che lo sente arrivare. Che lo attende, forse, ci spera. Tra i tanti interpreti, questo senso dell’attesa di cui il testo è intriso è stato reso in maniera magistrale dalla voce di Billie Holiday.

La città e l’attesa, il perdersi fra le braccia forti e ignare di una folla a volte ostile e incomprensibile. Nostalgia e tristezza trasudano da questi spartiti, come dalle pagine dei più grandi esponenti del romanticismo europeo. Nemmeno una traccia di “cavalleria” nelle parole di Vernon, ma di certo un coacervo d’impronte che si accavallano le une alle altre, solchi nella sabbia fine del sentimento bagnata dalla pioggia di uno “Sturm” (tempesta, appunto) emozionale. In quel solco vedo, difatti, un impeto pre-romantico.

Ascoltando “Autumn in New York”, a volte ho l’impressione (forse a torto) che quell’uomo affacciato sulla città, dalla finestra al ventesimo piano di un grattacielo, fermo a fissare l’infinita giungla cittadina tanto odiata e amata al tempo stesso, in realtà altri non sia che il “Viandante sul mare di nebbia” di C. D. Friederich. Oppure, questo newyorkese banalmente afflitto al ritorno dalle vacanze, potrebbe essere il romanziere ottocentesco Thomas De Quincey, la cui immagine ci viene tramandata come quella di un uomo in trance «seduto presso una finestra aperta, da cui poteva scorgere in basso […] il mare», sentendosi «lontano dai tutmulti dell’esistenza».
Credo che il desiderio di fuga e di estraniamento, oggi, sia esso espresso attraverso una canzone, oppure con la sola musica, o con un testo (che sia l’ “On the Road” di Kerouac, o qualsiasi altro non ha importanza), sia molto più difficile da gestire.

Chi vive in città - a Milano, tanto per dire - ha di certo maggiori possibilità di fuggire via, fisicamente intendo, rispetto a chi vive a Rossano Calabro. Ma chi abita in un paese sperduto della Calabria, come me tanti anni fa, credo che possa fuggire con la mente con molta più facilità di chi vive in una grande città. La grande città offre molto, ma personalmente non sono mai riuscito a trovare riparo da essa come mi riusciva, invece, quando vivevo di fronte al mare e con la montagna alle spalle.

Tante volte ho ricordato che, da piccino, capivo che mio nonno era preoccupato perché mi portava in riva al mare per stare là con lui, a far niente in apparenza, ma in realtà fissando l’orizzonte alla ricerca della calma persa. E il mare gliela restituiva sempre. Immancabilmente. Così come la restituisce a me, oggi, che all’uopo rinnovo il rituale. A breve tornerò a casa, al mio mare avvelenato, e mi calerò nei panni del viandante solitario, quello ritratto di spalle (per Friederich simbolo dell’inconscio) che rimane affacciato su un mare di nebbia, placido al disotto della cima montuosa. E mi sentirò ancora così al mio ritorno a Milano, affacciandomi dal balconcino che dà sul parco dietro casa e che, pur essendo un angolo delizioso di verde, non è proprio il più accogliente dei luoghi, così come non lo è la montagna del dipinto e la strada newyorkese della canzone di Vernon. Uno raffigura un paesaggio arcaico, l’altro canta un paesaggio moderno. Ma entrambi i protagonisti di entrambe le "storie", quella dipinta e quella cantata, si sentono piccoli e soli di fronte a un paesaggio immenso e maestoso. Entrambi avvertono «un sentimento sublime: meraviglia e quasi sgomento di fronte all'immensità» dell'universo nel primo, e della giungla cittadina nella seconda; spazi ugualmente ostili, ma che al tempo stesso li affascinano. "Inviting", canta Vernon.
Entrambi fuggiaschi e confinati al tempo stesso.

Io mi sento spesso un viandante. Quando sono qui in città, in qualsiasi stagione dell'anno, se sento la "blue note", se sento l'autunno dentro, vado, cammino per la strada, osservo, cerco di cogliere il tutto e mi illudo di riuscire a metabolizzarlo anche sensa l'aiuto della visione dell'orizzonte lontano, posato dritto dritto sulla superficie mare.
Quanti di noi amano “Autumn in New York” perché si affacciano ancora alla finestra, di tanto in tanto, a interrogarsi sul senso di chissà cosa e aspettando di innamorarsi?
E se l’attesa, dalle paroli dolci e dalla musica straziante, fosse parte del preludio all'amore bramato della canzone, al bacio tanto sospirato? Come in un'altra canzone splendida, “Prelude to a Kiss”, appunto: «If you hear a song in blue like a flower crying for dew, that was my heart serenading you…».

Quel bacio che, quando finalmente riusciamo a darlo, a riceverlo…
Ma non anticipo nulla, perché quella del bacio è tutt’altra storia.

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