Friday, 14 May 2010

Untitled

Mangiare di gusto e bere con altrettanto godimento. Sentire di star ingoiando cruccio e dolore. A bocconi, a sorsi. È così che si lascia una cena per camminare verso casa, sorridendo, costeggiando pareti di pitosfori profumati, mascherati da gelsomini o da magnolie nane, con le braccia e le gambe corte. Il profumo dolce ricorda l’essenza sui suoi polsi e dietro i suoi lobi, quando le sollevavi i capelli e, lì, la baciavi. Camminare e vivere, morendo al pensiero di lei che non ascolta. Non più. Smarrito e assente. È un momento. Basta per ricordare il tempo in cui si è riso insieme. E pianto. Lontano. Chimera. Sogno imboscato e tenuto sotto chiave, sepolto dal silenzio. Non si vede, ma si avverte sottopelle. Che scorre, ruggisce. Nella testa. Pulsa. Si gonfia. Grida. Non si può perdonare se stessi. Basterebbe una parola, un pensiero pronunciato a voce alta per squarciare l’idiozia di un gesto. Ma quella parola pesa. Greve. Un macigno sulla lingua. Sabbia da ingoiare. Non si riesce a mandarla giù. È la paura d'affogare. Senza accorgersi che si vive già senz’aria. Ma senza crepare, ancora. Solo, è avvizzito il tempo. Come il desiderio.

2 comments:

tt said...

orgoglio? serve a fare stare meglio noi stessi, quando serve.
se non serve a questo allora occorre urlare, tornare indietro e cambiare il gesto...o provarci.
e poi il gesto..magari non era sbagliato, era giusto per le circostanze ed il momento, l'importante è vivere e poter cambiare ancora le cose.

Madavieč'77 said...

Ciao Bellissima,
un abbraccio. Saluta il mare che mi manca tanto.

Buon lavoro,
Rf