Tuesday, 29 June 2010

Ex amici e amici Ex

Tanto per non perdere l’abitudine di riaprire i nostri Ex-Files; tanto per mantenere la consuetudine di martellarmi (e martellarvi) le palle... Lo spunto deriva sia dall'articolo apparso oggi sul "Daily" dal titolo "The joy of ex: Breaking up is hard to do, but it doesn't have to mean the end of your friendship", sia dal fatto che, beh ragazzi miei, ci risiamo. Si riparte. Diciamo che fra partenze e ritorni mi aspetteranno quindici giorni intensi. Ne sono felicissimo e spero che riuscirò a tenervi aggiornati. Magari nei prossimi giorni avremo qualche pìttulo “Made in Antwerp” di cui discutere.
Come ho ricordato qualche giorno fa, l’anno scorso di questi tempi vivevo il mio viaggio di lavoro (allora verso gli USA) come una fuga. La fuga dall’ “Ignoto”. Il mio “Ignoto”. Non nascondo che mi dà noia il fatto di ammettere che ancora oggi, ogni tanto, io pensi a lui, finendo così per riconoscergli, forse, quella sorta per così dire d’eccezionalità, o quanto meno di specificità di cui già s’era vantato con me raccontandomi delle sue passate avventure sentimentali. Tant’è… ‘Sticazzi, no. Forse davvero esistono persone a cui non si può dire di no, e altre che, come me, non possono capacitarsene se non quando le incontrano, le persone che "ce l'hanno solo loro".
Da allora l’ho rivisto, l' "Ignoto". Solo una volta e poi è sparito ancora. Di certo in veste d’ “amico” e presentandomi al suo cospetto del tutto a mio agio; anzi, profondamente immerso nel brodo amaro in cui cuocevo e senza alcuna voglia d’emergerne. Il sapore amarognolo del consommé in cui sguazzavo era dato dal rimorso sapientemente mescolato a un pizzico di dubbio d’aver fatto male a non aver insistito nella sua frequentazione in veste d'amante, che magari davvero le cose sarebbero cambiate in mio favore.
A ogni modo, quel ch’è fatto è fatto. E ancora una volta mi ritrovo a chiedermi se siamo individui che si identificano di più con il Tutto, o di più con il Nulla. Insomma: ‘800, o ‘900? Quale il nostro, il vostro sentire?
E così, anche con l’ “Ignoto” (e benché mi fossi riproposto che con lui proprio non sarebbe capitato) tutto è andato a morire nella solita serie vista e rivista: “Finchè-dura-è-sempre-un-piacere-parlare-con-te-in-virtù-di-quanto-sono-stato-bene…”.
Se non fosse per l’ “Ignoto”, oggi potrei affermare che anche per me, come per la giornalista Linda Kelsey, la formula “Amico dell’ EX” funziona. Infatti anche io mi “trascino” appresso almeno due EX con cui ho tutt'ora un’amicizia rispettosa e senza pretese, due persone senza le quali la mia vita sarebbe molto più misera.

Sapete già che mi riferisco a Mr. T-Fish, di cui vi ho parlato spesso, e a Stella – la stella più luminosa del mio cielo – prima di lui. Entrambi oggi frequentano qualcun altro, e quando me l’hanno detto (o son venuto a saperlo per vie traverse) non nascondo che in principio ho provato un moto di nostalgia, se non d’invidia per essere, io, ancora qui a scrivere un blog piuttosto che andarmene al giro a godermi escursioni romantiche alle cinque terre, o in Versilia. Certo, il fatto che loro siano felici mi riempie di gioia, ma direi una bugia se negassi che vedermi rimpiazzato stabilmente non mi abbia fatto rimanere un po’ con la faccia di legno. Allo stesso modo sarei falso se non dicessi che l’impatto sarebbe stato molto meno doloroso (ummìnni fricàja nénti è meglio?) se fossi riuscito a persuadere l’ “Ignoto” (o chi per lui) a fare lo stesso con il proprio partner scegliendo me.
Giustamente, guardando Simon Cowell con le sue ex, Sinitta e Jackie St Claire; prendendo a esempio il sorriso di Demi Moore e dei suoi ex partner, Ashton Kutcher e Bruce Willis, tutti e tre stretti in un forte abbraccio, e calandosi ancora nei panni di Meryl Streep e Alec Baldwin nel loro ultimo film “It's complicated”, oggi Linda Kelsey ha scritto: «Quelli trascorsi sono stati anni in cui [io e i miei ex] eravamo davvero molto amici. Non voglio buttare via un pezzo della mia vita».

Forse è così. Dall’amicizia con gli EX può venir fuori un sacco di gioia. Basta lasciar raffreddare i sentimenti quanto basta, né troppo e né troppo poco; parlando, applicare i cerotti e gli unguenti necessari per eliminare le ferite risanabili. Non bisognerebbe mai chiudere col passato, quand’è stato un “bel” passato. Già, quando è davvero un “bel” passato.
Più difficile è chiudere col passato quando bello proprio non lo è, eppure si pensa che poteva esserlo.
Strano il mondo: a volte il tuo EX diventa uno dei tuoi migliori amici, altre volte un tuo amico è destinato a diventare presto un tuo EX.
Buon viaggio a chi, come me, è in partenza. Buona permanenza a chi resta.

Monday, 28 June 2010

Gay oggi - alcolizzati, grafomani & sessuomani... Insomma nulla di nuovo


Secondo Jonathan Huttner, assistente nella gestione sanitaria di Lakeview, con sede a Jacksonville, in Florida, la popolazione mondiale gay ha seri problemi con le droghe e con l’alcol. Ha scritto addirittura che «la ricerca ha dimostrato che almeno due milioni fra gay e lesbiche fanno abuso di alcol [in effetti, io faccio parte di questi due milioni] e ben il 30 per cento si trova spesso nella condizione di dipendenza da trattamento farmacologico a un certo punto della propria vita, vale a dire che i gay hanno tre volte di più la probabilità di fare una brutta fine rispetto al resto della popolazione. È chiaro a tutti [grassetto mio] che l'abuso di alcol e la tossicodipendenza sono un problema critico all'interno della popolazione gay (mizzichina, vero?). Programmi gay di riabilitazione per problemi di droga e di alcol, nonché di prevenzione per le ricadute, sono attivi in tutto il paese». Secondo Huttner questo fenomeno deriverebbe dalla non accettazione dei gay da parte del resto della popolazione che li ha spesso spinti a rifugiarsi in bar “a tema”, e nei bar, si sa, non si pettinano mica le bambole… o no?
Ancora, secondo Stewart McCloud, fondatore e presidente della "The MEN Bi Network”, e autore dell’articolo “The Spiritual Poverty of the Gay Lifestyle Today!”, i gay che in passato hanno sempre vissuto nascondendosi di fronte alla palese ostilità e alle azioni repressive di molta parte della popolazione etero intollerante (almeno fino ai disordini di Stonewall), col tempo sono passati dal nascondersi nell’armadio a essere dipendenti dai propri circoli, discoteche e festival “a tema”. Ma, soprattutto, secondo McCloud, i gay sono stati a lungo schiavi delle “3B”: bars, baths & bookstores; vale a dire: bagni, bar e librerie. Al di fuori di questi tre ambienti anche se i gay e le lesbiche si cercavano, ebbene, pare proprio che non riuscissero a trovarsi.
«A differenza di molti bisessuali felici, molti gay e le lesbiche, nonostante le grandi città-mecca gay come San Francisco e New York abbiano chiuso molte terme gay, e nonostante i bar gay si siano dimezzati, o siano comunque mezzo vuoti, ecco che continuano ad affollare le librerie e le videoteche pornografiche rendendole più ricche che mai. […] Le cose - in gran parte a causa dell'AIDS - sono cambiate e continuano a cambiare, ma il passaggio dalle "3 B" della comunità omosessuale si è trasformato in un materialismo volgare non appena i più importanti guru del marketing hanno individuato quelle nicchie di consumatori benestanti gay e lesbiche, dedite allo shopping di beni di consumo e usufruitori dei viaggi di lusso».

In effetti, oggi, la stragrande maggioranza delle aziende rileva nell’utenza gay e lesbica due delle fette più grandi di mercato.

In ultimo, TJ Travis, scrittore americano ed “esperto di vita omosessuale”, ricorda lo stereotipo dell’uomo gay come artista per eccellenza, facendo una carrellata di titoli e di nomi di scrittori omosessuali dalle origini a oggi, per concludere che “Scrivere è gay”. Decisamente gay.

Ubriaconi, grafomani e sessuomani, e con le mani bucate - ecco chi sono i gay di oggi.
Io non scherzo se dico che in parte mi ci riconosco.
Mi meraviglia solo che non ci siano etero che non possano riconoscersi in questo ritratto.

Friday, 25 June 2010

Consigli per le ferie

Dato che siamo in clima di vacanze, vi do una dritta così vi organizzate per tempo.
Guardate un po’ ste foto…


E io che pensavo che, a Dubai, la piscinetta sospesa per metà sul traffico cittadino fosse la cosa più figa che avessi mai visto… Povero illuso!
In realtà nelle foto che vedete siamo (anzi è - la giornalista Susy Ballinger) a Singapore. Il piano è il 55°.
Si tratta di una piscina lunga 150 metri, tre volte una piscina olimpica quindi, ed è la più grande piscina all'aperto del mondo a quest’altezza. Si trova in un giardinetto che ha la forma di una barca e che si chiama “SkyPark” e sorge sulla sommità delle tre torri che compongono l'hotel più costoso del mondo (4 miliardi di sterle), il “Marina Bay Sands”. Questa pensioncina dispone di 2.560 stanze al prezzo di 350 £ a notte/cada, ed è stata inaugurata ufficialmente ieri con un concerto di Diana Ross.
La piscina è stata studiata in modo da dare l’impressione di estendersi fino all’orizzonte. L’acqua sembra fuoriuscire dal bordo fin sulla strada sottostante, a mo’ di cascata, ma in realtà scivola in un bacino poco più giù da cui, poi, viene pompata di nuovo all’interno.

Vi posso dire ancora che l’architetto di questa stamberga è Moshe Safdie, il quale, all’interno della struttura ha ideato anche un canale navigabile con una simpatica “Sampan”, ossia un’imbarcazione cinese tradizionale del 17° sec.

Eppure i proprietari non sono ancora soddisfatti, per questo hanno commissionato alcune opere d'arte per abbellire l’edificio. Tra queste c’è una scultura di 40 metri di lunghezza di Antony Gormley formata da 16.100 barre di acciaio e dal peso di 14,8 ton, che per montarla ci sono volute 60 persone. E ancora: un’opera alta 83 metri di Chongbin Zheng, una specie di foresta in cui le piante sono contenute in vasi così grandi che l’artista ha dovuto fare costruire un forno su misura per cuocerli (“mio cuggino, mio cuggino…!!”).
Vabbè, mi fermo qui. Concludo col riportare la notizia secondo cui Thomas Arasi (Presidente & Chief Executive Officer) avrebbe detto di aspettarsi 70.000 visitatori al giorno…
Io mi sa che non sarò fra loro. A meno che non vincerò un “miliardario”, come dicevo ieri sera alla tabaccaia. Ma non uno di quei gratta vinci, bensì un miliardario in carne e ossa. O magari anche solo un albergatore...

Thursday, 24 June 2010

Gay Help Line: 800.713.713


Mentre a Milano continua la manifestazione del 24° Festival MIX, frizzante, allegro, ma cosa dico allegro… gaio più che mai, mentre a Napoli siamo in procinto di dare il via al Pride… ecco che ancora molti ragazzi gay (e non solo ragazzi) continuano ad aver paura di conoscersi, riconoscersi, e farsi conoscere per quello che sono; altri continuano a essere maltrattati (basti pensare agli episodi capitolini); altri si chiudono in sé stessi sicuri di non riuscire a sopravvivere a una realtà che appare troppo difficile...
È per questo che trovo cosa buona e giusta portare all’attenzione di chiunque creda di averne bisogno il nuovo spot di “Gay Help Line”. Lo spot si spiega da sé.
"Sei gay? Se non riesci a parlarne con loro, parlane con noi. Gay Help Line ti dà ascolto".
«Sintetico e diretto, ecco lo spot della nuova campagna di comunicazione per lanciare il numero verde gratuito 800.713.713 che offre supporto e servizi alle persone lesbiche, gay e trans» ha scritto il quotidiano “La repubblica”.
Quando c’è qualcuno pronto a darti una mano, è stupido non approfittarne.
Eccolo: Spot Gay Help Line.

Wednesday, 23 June 2010

Chic & Shock

Stamattina l’ho fatto di nuovo.
Alto tradimento!
È la seconda volta che tradisco Willy e Frank. E sebbene i sensi di colpa mi rodano dentro, non posso credere che non continuerò a farlo. A dire il vero è iniziato tutto già qualche tempo fa.
Infatti, lungo la strada dal mètro per l’ufficio ce ne sono tanti, di bar, prima di arrivare a quello di Willy e Frank che per tanti anni mi hanno preparato la colazione. Ma uno… ce n’è uno in particolare che mi ha sempre attirato. Non solo perché è più sciccoso (sedie bianche e mobilio scuro, illuminato da candele e profumato di prato), ma anche perché un tempo, al mattino, pullulava di gente nemmeno fosse una discoteca. Passavo lì davanti e immancabilmente sbirciavo, quasi senza accorgermene, dietro il bancone dove un ragazzo serviva i caffè e i cappuccini e richiamava la mia attenzione. Da un po’ di mesi, però, qualcosa è cambiato. Il bar è sempre più vuoto (colpa della crisi?) e il ragazzo al bancone, che prima era accompagnato dalla figura di un uomo più maturo, adesso è da solo, apre più tardi al mattino e spesso lo ritrovo fuori, davanti alla vetrina, appollaiato su uno sgabello dalla seduta di pelle bianca e avvolto dal profumo delle brioches appena sfornate mentre fuma una sigaretta. Incrociando il suo sguardo scuro ogni giorno ho capito perché l’ho sbirciato in tutti questi anni. È davvero carino. Non saprei dire quanti anni ha, se è mio coetaneo, o se è più giovane. Credo sia difficile che sia più vecchio di me. Comunque sia, possiede tutti gli attributi che solitamente mi colpiscono in un uomo. E non saprei spiegarvi esattamente quali siano questi attributi. Forse dovrei parlare più di fascino, sex appeal, malia, fluido… C’è qualcosa nei suoi occhi, nel modo di arricciare le labbra intorno alla sigaretta incoronata dai cirri blu di fumo. Un quid che mi ricorda il sapore e lo spirito di Adam Levine, ma anche dell’ “Ignoto” con cui l’anno scorso, proprio di questi tempi, m’impuntavo credendo fosse quello giusto per me, credendo di aver trovato ancora una volta qualcosa di unico e da cui poi sono scappato a gambe levate per non farmi male (ma a cui ogni tanto ancora oggi rivolgo un pensiero sottile e nostalgico).

Per farla breve: era da nove mesi, oramai, che gli passavo davanti andando e tornando da lavoro con l'idea di conoscerlo. Era da nove mesi che ci guardavamo seriosi, quasi in cagnesco e senza mai salutarci. Lui continuando a fumare e io col mio ipod premuto nelle orecchie. Finché ho preso la mia decisione. Avrei tradito Willy & Frank e avrei iniziato a fare colazione da Adam. Sarebbe stato l’unico modo per iniziare a parlargli seriamente. Ma quando finalmente mi sono presentato al bar-chic, col mio look da “psyco-chic”, ecco che mi sono ritrovato davanti alla saracinesca serrata con appiccicato il cartello “chiuso per lutto”!
Per settimane mi sono disperato, dandomi del coglione per non aver fatto prima quella maledetta mossa, per aver perso tempo. “E se il mio Adam fosse morto?”, mi domandavo con la disperazione di Rossella O’Hara. Poi, dopo una settimana, sono ripassato di lì, e lui era tornato sul suo sgabello – lo sguardo ancora più triste, quantomeno perso… “Tempo d’agire”, quindi.
Da ieri ho preso a ingozzarmi delle sue brioches. Entro e mi siedo al tavolino di fronte al bancone. Alle 7.30 sono l’unico avventore, così che è tutto per me. Ordino il mio caffè lungo-macchiato-freddo, mostrandomi sorridente (forse troppo. Mi avrà preso per un coglione?), cercando di essere il più possibile dolce e simpatico, ma senza eccedere. Mi sono assicurato che non abbia vere nuziali al dito e l’ho spronato a parlare, ma è ancora diffidente (o forse semplicemente... etero). Mi porge la tazzina e poi esce per arrampicarsi sul suo sgabello con la sua sigaretta, dandomi le spalle. Da dentro, fingo di leggere il mio libro e non posso fare a meno di fissarlo attraverso la vetrina. Lo studio. Esamino il suo blue-jeans, il suo maglioncino e l’attaccatura dei capelli cortissimi all’altezza della nuca. A volte si gira verso di me, forse col timore che possa assaltare di nascosto il vassoio dei cornetti al cioccolato, chissà!
Poi, oggi, dopo aver spento la cicca è rientrato ch’ero ancora seduto al mio tavolino. Era sorridente. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere. Stupidaggini. Beh che… io non so più che devo fare. Che devo fare?
Mi rendo conto che mi piace sempre di più. La sua voce leggermente roca, il suo modo di liberare la miscela dal macinachicchi e di sbattere e ancorare il portafiltro alla macchina…
Insomma che stamattina sono uscito dal bar-chic ancora più annebbiato, indeciso. Anche un po’ abbattuto… Ma dopo sono arrivato in ufficio. Avevo dimenticato che oggi la mia cara Юлия, la mia collega russa, sarebbe rientrata dalle ferie. Quando l’ho vista mi s’è allargato il cuore. Le voglio bene perché è giovane (23 anni) ed è molto capace, laureata in ingegneria - è molto intelligente e capace. Non è facile la sua situazione in Italia, come per molti altri stranieri, soprattutto extra comunitari.
«Allora, come stai? Hai rivisto Максим?» le ho chiesto. Da circa sei mesi non vedeva il suo fidanzato che vive ancora sugli Urali.
Ha fatto cenno di sì con la testa.
«Che hai? Hai gli occhi lucidi. Non volevi ritornare, eh?».
A questo punto ha allungato verso di me il braccio per mostrarmi la mano.
«Cosa? Che c’è?».
«Guarda!».
E ho guardato.
Shock!
«…T-ti-ti sei s-sposataa?».
Ha fatto ancora cenno di sì col capo.
«Ma non può essere! Intendiamoci, sono felicissimo, ma... Sei stata via solo tre settimane! Come hai potuto!».
«Veramente c’è voluto solo un quarto d’ora…».
E così la mia piccola Юлия ora è una moglie. Arrivata in Russia, Максим le ha solo chiesto di sposarla e lei ha solo detto di sì e così, con un paio di jeans e una maglietta si sono giurati eterno amore ; poi con un last minute sono partiti per trascorrere alcuni giorni in Turchia.
«E ora?» ho fatto io. «…Ora Максим verrà anche lui in Italia?».
«Non so. Forse… Se riesco a fare documenti… Veloce…».
«E se no? Che fai, parti? Ritornerai, tu, in Russia e mi lascerai da solo?».
Ancora quel cenno di assenso con la testa.
«Certo. Io non voglio vivere senza di lui…».
Fate voi... Io, nel frattempo, ho chiuso la porta finestra dietro di me...

Monday, 21 June 2010

Prossima uscita: futuro

Esistono persone che sono «fatte della stessa stoffa con cui sono fatti i sogni». Si tratta d’individui che sentono la necessità di diventare qualcuno. O meglio di “diventare”. Punto. Di dedicare interamente la propria vita a una determinata attività, o a un luogo, oppure a un’idea e a una passione.
Esistono uomini e donne che non riescono a fare a meno di cantare, di scrivere, di dipingere, di allevare lombrichi, o chissà cos’altro; persone per cui la musica è aria, che non sopravvivono senza un pennello in mano, come se fosse un organo vitale, e che finiscono inevitabilmente di fare della loro necessità di esprimersi per mezzo dell’arte (perché no, anche di una lettiera di concime) il sogno di una carriera. È logico che se un uomo ama dipingere aspiri col tempo a diventare un pittore, uno che ama cantare di diventare un cantante, etc… o no? O forse, già così, sono tutti pittori e cantanti? Forse.
Eppure non possiamo essere tutti “grandi” artisti, cantanti di successo e scrittori da nobel. E non credo che passi poi tanta differenza fra chi non riesce a realizzare il sogno di diventare un noto magistrato e chi non riesce a sfondare come attore famoso. Perché tutti i desideri possono essere infranti e rimanere stipati, in mille pezzi, nel famoso cassetto dei sogni.
Ne deriva che migliaia di sognatori ogni giorno cercano di adattarsi alla realtà come meglio possono. Ogni giorno un muratore si sveglia alle 5.00 per recarsi in cantiere e scalare impalcature, spalmare calce e innalzare muri, mattone dopo mattone, immaginando che a formarsi col sudore delle proprie mani sia la struttura del proprio futuro, racimolando quel tanto che basta non solo per sostentare la famiglia, ma anche per nutrire il proprio sogno, forse per comprare un cartone telato, o un pennello e un tubetto nuovo di colore.
Ma pare che la realtà di questi tempi diventi ogni giorno più difficile per i sognatori, perché ogni giorno un sognatore dischiude gli occhi su un mondo sempre più svuotato della possibilità di qualsivoglia supporto alla conclusione delle proprie ambizioni. Verrebbe quasi da dire che ci stanno ammazzando la speranza.

Ne “La malattia dell’infinito”, P. Citati ha scritto in riferimento al sognatore Lord Jim di Conrad che «il vero sognatore deve essere, invece, molto più romantico […]: senza mai rinunciare al sogno», usando le stesse parole di Conrad deve «seguire il sogno, e ancora seguire il sogno – e così via, ewig – usque ad finem». Il sognatore «cade in esso come si cade nel mare». Secondo Conrad, quindi, i sognatori (gli scrittori, nel caso specifico) sono destinati a una vita basata su «qualcosa di caduco e senza timore di distruzione».
È facile, oggi, non credere più ai propri sogni, lasciarli in pezzi, lì, in fondo al cassetto del “tanto non ce la farò mai”.
Illuminante e doloroso l’intervento del maestro Monicelli a “Raiperunanotte” del venticinque marzo scorso, quando a proposito della situazione polico-sociale dell’Italia di oggi dice: «[…] la speranza è una trappola, una brutta parola, non si deve usare […]. La speranza è una trappola, una cosa infame». Ma davvero se oggi rinunciamo ai nostri sogni, allora ci dimostriamo sottoposti e schiavi?

È vero, «il riscatto non è una cosa semplice, è doloroso ed esige sacrifici», eppure (come ricorda ancora Citati) Benedetto Croce diceva che siamo Servi della Realtà «che ci genera e ne sa più di noi». Per dirla con Hegel: «ciò che è stato, doveva essere, e ciò che è veramente reale, è veramente razionale».
Allora, bruciare di passioni e desideri vuol dire ritrovarsi con un bagaglio di rimpianti?

Personalmente, come ho ribadito più volte, credo ci sia un tempo per vivere «nell’attimo fuggevole», un tempo che bisogna imparare a temere, o quanto meno a riconoscere e che con l’età è meglio lasciarsi alle spalle e dimenticare. Piuttosto, bisogna cogliere l’attimo giusto per iniziare a programmare, sul serio, chi vogliamo essere (muratore o attore, non importa - basta saperlo), dove stiamo andando senza accorgercene e dove vorremmo andare, ma spesso il nostro egoismo, il nostro narcisismo ce lo impedisce, farcendo la realtà di mistificazioni fatali.

Friday, 18 June 2010

Il cavaliere: i veri fighi di oggi

È il mio idolo. Agente segreto con licenza di uccidere dal 1962 al 1971 – a un uomo con uno sguardo così meglio dargliela subito 'sta licenza tanto, comunque, quando ti guarda non puoi non morire. Arrivato 3° al concorso di Mr. universo nel 1953 (a 23 anni), eletto uomo più sexy del mondo nel 1989 dalla rivista “People”, e uomo più sexy del secolo nel 1999 (aveva 69 anni!), Sean Connery dà ancora spettacolo. Mi riferisco al 64° festival del cinema scozzese, l’ “Edinburgh International Film Festival”.
Oggi ha 79 anni, ma è uno di quei casi, per me, per cui… affanculo l’età! Lo chiuderei in una stanza insieme a Magris per non lasciarli scappare mai più.

Gli 80 anni li compirà ad agosto e sto escogitando un modo per farmi invitare alla festicciola nella sua amata Edimburgo. Una città da favola, Edimburgo, coi suoi vicoli, la piazzetta nota come “Scotland Yard”, la tomba del grande Smith che tutti gli studenti di ragioneria e di economia e commercio non possono ignorare. La nebbiosa, fumosa Edimburgo, verde Edimburgo, la città che m’è rimasta nel cuore anche grazie a una splendida vacanza d’amore con il mio Mr. T-Fish.
Ricordo il nostro primo B&B, quello dove pernottammo prima di prendere l'auto e proseguire il viaggio alla volta delle terre di William Wallace, l'eroe nazionale, e di Loch Ness (il lago del mostro Nessy) e dei tanti castelli, fra cui forse anche quello che Connery decise di tatuarsi su tutta la schiena qualche anno fa. Il B&B lo scegliemmo per il nome tipicamente scozzese (McKenzy), ma quando arrivammo e scorgemmo sul davanzale della finestra un gattino cinese, di quelli bianchi di plastica, i portafortuna con una zampetta alzata che oscilla avanti e indietro in segno di benvenuto, capimmo che il proprietario proprio un autoctono non era. Eppure, anche i cinesi sono diversi in Scozia.
È suggestivo passeggiare fra le stradine selciate della capitale scozzese, con una buona birra fra le mani e il naso all’insù, verso il castello che anche Stevenson ammirò e su cui fantasticò chissà quante volte e che gl’ ispirò chissà quanti racconti mai scritti, o quanti episodi delle favole, o de “L’isola del tesoro”.
Ecco, Connery lo immagino proprio come lo scrittore suo conterraneo, ossia un romantico al 100% che amava il vagabondaggio, non solo per la città per cui camminava da solo, in silenzio - cosa che lo metteva sempre di buon umore -, ma anche per il mondo: l’America (la moglie era americana), la Francia… Alla madre disse: «Non devi sentirti ferita dalle mie assenze. Devi sapere che sarò più o meno un nomade, sino alla fine dei miei giorni […] Niente bagaglio, ecco il segreto dell’esistenza». Stevenson conobbe la moglie Fanny ch’era ancora sposata, ma fece tanto (partì per l’America senza niente, “con un sandalo e una tappìna” direbbe mio padre) che alla fine quella divorziò per sposare lui. «Non riesco più a lavorare… Voglio - voglio - voglio delle vacanze; voglio essere felice; voglio la luna, o il sole, o qualcosa. Voglio soprattutto l’oggetto del mio amore, e una grande foresta […]. Forse il mio cuore, per essere stato troppo accarezzato, è divenuto delicato e timido, al punto da non osare più aprire la porta» scrisse. In effetti, l'amore conta. Lo canta anche "Il Liga": "l'amore conta - l'amore conta e conta gli anni a chi non è mai stato pronto".
E invece timido non era, lui era pronto sì, come lo è di sicuro il nostro Bond, James Bond. L’unico e vero.
«Ai miei occhi una parola di disgusto o di scoraggiamento è un crimine di lesa umanità, un esempio del male che ci fabbrichiamo».
Queste sono le personalità positive che mi affascinano. Così, per esempio, era anche l’ Avucàt, mio nonno, di cui tanto vi ho parlato e che pur scozzese non era. Stevenson, mio nonno, mio padre oggi e, credo, anche Sean Connery sono quelli che davvero non temono d’invecchiare. A loro piaceva “la maturità” perché, come scrisse ancora Stevenson «Ho profondamente voglia di vivere. […] Ora, nell’età di mezzo, tutto sembra maledettamente tranquillo. Mi piace».

Insomma che la pasta è quella. Non si scappa. Sono forti, son gagliardi.
Connery ha 79 anni su due spalle ancora ben dritte, piuttosto che “sul gobbo” come uno s’aspetterebbe; è più arzillo di molti ragazzi di oggi. E' rimasto lì, sul tappeto rosso a firmare autografi, a scherzare con i fan, “centinàr’ e centinàr’” intorno a lui. Ripeto: è questione di sangue.
Anche per questo l’hanno fatto “cavalèr’” - Sir Sean Connery, di Fountainbridge, figlio di un camionista e di una cameriera di nome “Effie” (forse uno dei nomi più prediletti in letteratura. Pensiamo al famoso romanzo realista di Theodore Fontane “Effie Briest” pubblicato a breve distanza di tempo da “Anna Karenina” e “Madame Bovary”, tanto che vengono considerati una «trilogia sul matrimonio del XIX secolo»), non può non essere un modello (di vita).

All'inizio della giornata del festival, riferisce Simon Cable del “Daily Mail”, Connery s’è presentato con una cicatrice sanguinante sulla testa calva che un esponente del mondo del make-up ha coperto «in tempo per la sua passeggiata sul tappeto rosso, più tardi la sera». Una passeggiata da sogno, metafora del cammino percorso fino a oggi e che gli auguro possa essere ancora bello lungo.

Ruberei le parole che Stevenson pronunciò al suo amico d’infanzia per invitare anche io James Bond: «Vedo un piccolo caffè animato in un angolo del porto, dove ti propongo di sederci… Sediamoci lì per una ventina d’anni, con un pacchetto di tabacco e un bicchiere, a parlare d’arte e di donne».

Questi sono i veri fighi di oggi (ma anche il commerciale della compagnia marittima che ha appena lasciato il mio ufficio… per fortuna di lui ho biglietto da visita!).

Tuesday, 15 June 2010

Ricordi meravigliosi

Leggere le lettere di Lewis Carroll è un’esperienza davvero singolare. [1] Più che leggere le sue storie, se possibile.
Raccapricciante per il disagio ch’esse conferiscono in prima battuta per via della natura lampante – secondo me – di documenti comprovanti la sua pedofilia [2], ma anche divertente perché mi ha fatto tornare in mente fantasie e ricordi cui sono molto legato, di quando avevo circa nove anni, ossia quando mio fratello venne al mondo.
Il mio dolce fratello!
Il primo giorno che ci conoscemmo e che i miei genitori mi comunicarono con eccessivo tatto che avremmo condiviso la stessa stanza (forse pensando che l’avrei presa male per via di una probabile, ma mai nutrita gelosia nei suoi confronti e per i miei spazi) sin d’allora, dicevo, giurai a me stesso che avrei fatto di tutto affinché quella pallina cicciosa e sorridente diventasse una persona totalmente diversa da me, il suo fratello maggiore. Mi sentii investito automaticamente di una responsabilità enorme, forse più grande di me, ma mai come allora mi sentii altrettanto deciso nel mio intento. Il nuovo arrivato avrebbe trascorso con me molto tempo e ciò avrebbe significato che avrei avuto di sicuro una qualche influenza nella sua formazione; questo mi fu chiaro già a quell’età. Per questo decisi che avrei stravolto la mia vita pur di fare di lui un individuo "nuovo", cioè così come io avrei voluto essere e già capivo di non poter diventare.
Sicuramente c’era la possibilità che fosse già nato con un’indole opposta alla mia, ma non ne avevo la certezza matematica, quindi avrei dovuto darmi da fare per soffocare qualsiasi indizio di somiglianza caratteriale con il sottoscritto.
Per questo lo presi sulle ginocchia già dai tre anni di età per insegnargli a scrivere e a leggere. Certo, a quell’età non ci riusciva ancora, ma a cinque anni sapeva come riempire un foglio con le cinque lettere che compongono il suo nome. Non m'importava che fosse enormi, l’importante – per me – era che sapesse già chi era. Credo che lui lo ricordi ancora oggi, e mi piace pensare che oltre alla componente di maggioranza rappresentata dalla sua intelligenza innata è anche un po’ merito mio se pochi anni dopo già scriveva in geroglifico. Per lo stesso motivo presi da subito a fargli ascoltare la musica più rock che esistesse, o almeno che io conoscessi; mi addentrai persino nel mondo della musica heavy metal ed elettronica per lui e, come volevasi dimostrare, per abitudine e per spirito d’emulazione, finì per piacergli davvero e (mirabilia!) anch’io scoprii di provare un certo diletto ascoltando melodie, o facendo tante altre cose che non avrei mai detto potessero essere realmente di mio interesse. In poche parole, dedicandomi a lui imparai a conoscere un po’ di più anche me stesso.
Il pensiero che più mi tormentava, però, era: “Ma cosa penserà quando sarà grande, quando avrà tutte le carte in regola per capire che non sono chi ho voluto fargli credere?”.
Già. perché tutti dicevano che prima o poi sarebbe cresciuto, che sarebbe diventato anche lui un ometto. Mio padre ripeteva in continuazione che secondo la misurazione del polso - cioè lo stesso esame che gli aveva predetto che io avrei raggiunto i 197 cm di altezza - lui mi avrebbe superato, che avrebbe superato addirittura i 2 metri!
Eppure, siccome io ero ancora basso e tracagnotto, a tutte queste previsioni non ci credevo mica. Dirò di più: per quanto mi ripetessi che fosse stupido pensarlo, ero convinto che lui non sarebbe mai divenuto un uomo fatto. E forse nemmeno io. Intendo dire che vivevo nella malsana certezza che i bambini non crescessero come volevano darmi a bere i grandi.
In pratica, iniziai a ritenere impossibile il processo dello sviluppo.
“Ma no,” pensavo “è tutta una farsa. Com’è possibile che da un porcellino rinchiuso in una culla si formerà un gigante? Nemmeno io sono cresciuto tanto. Ci deve essere un motivo segreto per cui vogliono convincere i bambini che prima o poi cresceranno, ma non è così”.
Iniziai a considerare seriamente l’ipotesi per cui ci fosse un’età - massimo dieci anni - in cui i bambini venivano sostituiti per direttissima con delle persone adulte; ognuno buttato chissà dove per far posto a una versione più grande, a un uomo o a una donna fatti che somigliassero nel carattere e nella fisionomia al poppante eliminato. Forse anche io sarei stato sostituito di lì a breve…

Per questo ieri sorridevo leggendo le parole di Carroll (di cui, neppure a farlo a posta, qualche mese fa ho regalato a mio fratello una versione in portoghese di “Alice nel paese delle meraviglie”). Carroll si stupiva quando, a distanza di anni, rivedeva le sue “amate” bambine e riscopriva donne complete; le bamboline che aveva fotografato a lungo e su cui aveva fantasticato (forse in maniera malata) non c'erano più.
«Mia cara Birdie» scrisse a una di loro «quello che prova la vecchietta che, dopo, aver dato da mangiare al suo canarino ed essere uscita a fare due passi, torna e trova la gabbia interamente occupata da un tacchino vivo – o il vecchio signore che, dopo aver messo alla catena un piccolo terrier per la notte trova al mattino un ippopotamo che mette a soqquadro il canile – questo provo io, quando, cercando di richiamare il ricordo di una bambinetta che sguazzava nel mare a Sandown, mi imbatto nella stupefacente fotografia dello stesso microcosmo improvvisamente espanso in un’alta giovane, che sarei troppo timido per guardare anche con un cannocchiale».

Un passo che ricorda proprio la storia di Alice dopo che ha mangiato il fungo magico, no?, così come la illustrò per la prima volta Sir John Tenniel.
Oggi mio fratello è un vero uomo, fatto di nozioni d’archeologia e di principi di finanza e di management per me impenetrabili, un colosso, un atleta, che sarà sempre ricercato per queste sue qualità che la natura ha voluto dargli; insomma è davanti a me anni luce per intelletto e per animo e lo ammiro, anche se non glielo dico spesso; ma io, a volte, lo guardo e mi sembra di vedere ancora un simpatico marmocchio capace di ridere fin quasi a perdere il fiato, facendo tremare il passeggino di nylon rosso a righe bianche e, anche se non so cosa pensi di me oggi – o forse ho paura di saperlo –, credo che in certo qual modo, per il bene che gli voglio (non certo per i sacrifici mai fatti per lui) è stato per me il figlio che non avrò mai. Per questo spero di essergli stato utile almeno un poco, così come la mia amata sorella lo è stata per me.
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[1] Cfr.: “Matto per le bambine” e “The Life and Letters of Lewis Carroll”.
[2] «And now as to the secondary causes which attracted him to children. First, I think children appealed to him because he was pre-eminently a teacher, and he saw in their unspoiled minds the best material for him to work upon. In later years one of his favourite recreations was to lecture at schools on logic; he used to give personal attention to each of his pupils, and one can well imagine with what eager anticipation the children would have looked forward to the visits of a schoolmaster who knew how to make even the dullest subjects interesting and amusing». Stuart Dodgson Collingwood.

Monday, 14 June 2010

Forza e coraggio!

Affrontare con serenità i rischi. «Aver cuore» (cor habeo). Questo è il coraggio, sinonimo di fortezza. Una virtù (una delle quattro “virtù cardinali”, come le definì Platone) che dovrebbe assicurare «la fermezza e la costanza nella ricerca del bene» [“Catechismo della Chiesa Cattolica”].
Quand’ero piccolo, se non avevo voglia di fare i compiti, se al mattino non volevo alzarmi dal letto per andare a scuola, se dovevo portare a termine uno dei doveri che mi spettavano nella vita famigliare, del tipo: andare a buttare la spazzatura, o scrivere sotto sua dettatura una perizia medica, il mio babbo iniziava coll’incoraggiarmi: «Allora, giovane, forza e coraggio!».

Già. Forza e coraggio. Me lo ripeto ancora oggi che, teoricamente, non dovrei aver più bisogno di nessuno che me lo ricordi. Eppure, ci sono frangenti in cui sento la mancanza di tale incitamento, o “incoraggiamento” per l'appunto.

Come si fa ad essere coraggiosi, sempre e comunque? Se la virtù è un aspetto innato del nostro carattere, allora non è possibile allenarlo. O forse si può imparare a essere coraggiosi? Se poi il coraggio è una virtù ed è indissolubilmente legata al bene, allora si riducono molto le circostanze in cui una persona si può dire che abbia avuto coraggio nel corso della propria vita, o no?
Per esempio, sarebbe un controsenso dire: «Avere il coraggio di mentire», in quanto una persona, per la definizione data sopra, dovrebbe avere più che altro il coraggio di dire la verità. Allo stesso modo potrebbe essere invalida l’espressione «Avere il coraggio di morire», in quanto è molto più difficile (secondo la moltitudine) lottare per rimanere in vita, affrontando le difficoltà cui la stessa ci pone innanzi che non lasciarsi andare alla morte. E così il coraggio di agire, piuttosto che aspettare, rimandare, etc…

Alessandro Manzoni ne “I promessi Sposi”, il "romanzo perfetto", come tutti abbiamo imparato ai tempi scrisse a proposito di Don Abbondio che «il coraggio uno non se lo può dare».
Avere coraggio è, forse, legato a doppio filo alla maturità della coscienza civica dell’individuo. Oggi in tanti lamentano la sparizione di tale virtù.
Ci vuol coraggio a non aggregarsi al gruppo, per remare contro corrente, per dire chi siamo e cosa ci piace, persino per fare quello che ci piace.
Quanti fra noi sono davvero coraggiosi oggi? Ci vuol coraggio a non lasciarsi andare. Che, forse, Anna Karenina fu una codarda? Chi sono i veri coraggiosi?
Alcuni sostengono che è più facile essere coraggiosi quando si è in gruppo, o almeno in due piuttosto che da soli...
Io non lo sono. Non sono coraggioso. Per lo meno non lo sono più. E per questo continuo a incitarmi: Forza e coraggio!

Thursday, 10 June 2010

Ossessioni combinate

Oggi ve la do io una definizione di “ossessione”.
Ossessione è quando si assiste per caso al numero di ginnastica a corpo libero di un atleta che finisce per apparire meraviglioso solo per le sue innate (e più che allenate) capacità ginniche; tanto meraviglioso da ricercare on-line il video della sua performance, da analizzarlo centinaia di volte, fino a notare quei particolari che possono permettere di rintracciarlo e mettersi in contatto diretto con lui.
Questa è ossessione.
Ma ossessione (“Obsession”) è anche un profumo famoso di Kalvin Klein. Dolce, colore chiaro, non è "Glen Grant", ma è praticamente irresistibile; proprio come ogni vera ossessione dovrebbe essere, per definizione.
Sarà che da piccino, con mia sorella, si faceva anche noi ginnastica a corpo libero; sarà che poi in quest’occasione l’altezza non mi è stata affatto amica - «Quelli alti non riescono bene nella ginnastica artistica e nemmeno in quella a corpo libero. E no, non farti illusioni: nemmeno nella danza!»; sarà per un sacco di altri motivi, ma questa disciplina m’è rimasta nel cuore e mi porta, oggi, quasi a idolatrare chi vi riesce così bene.
“Così” come?
Vi invito a guardare il video mandato in onda da “Striscia la notizia” qualche tempo fa cliccando qui. Attendete la fine del filmato per assistere all’esibizione dell’atleta della “Derby Gymnastic Center” di Derby, UK (non è Igor Vihrovs, quello nella foto scelta per il post), e poi ditemi se costui non è un fico. Provate a negare d’impazzire anche voi per quest’uomo e per le sue capacità. Provatevi a negare che vi sentite anche voi ossessionati da lui, dal suo sorriso alla “uomo ragno” quando tira su la zip della giacca della tuta.
Un uomo così, secondo me, è una “bestia”. Per questo lo invidio, lo odio e l’amo e me ne sento ossessionato. Mi fa venir voglia di tornare in palestra col mio nastro giallo e le mie clavette rosa, con la mia palla blu, per zompettare sulla diagonale, avvolgermi alle parallele come un verme, proprio come ai vecchi tempi, prima di passare al karate (uff!), al basket poi (a-a-rgh!) e alla pallavolo (amata pallavolo!).
E sapete un’altra cosa? C’è solo un modo per conquistare una “bestia” così – unire un’ossessione all’altra.
Mi spiego: secondo il “Daily Mail” dell’ 8 giugno 2010 ["Obsession for big cats: Scientists find cheetahs and jaguars attracted to Calvin Klein fragrance"] «i ricercatori della Wildlife Conservation Society's Bronz Zoo di New York hanno condotto alcuni esperimenti su due ghepardi usando una gamma di diverse fragranze e studiandone le reazioni. Con grande sorpresa, questi “gattoni” hanno sniffato il profumo "Obsession" per undici minuti circa dopo di che si sono rannicchiati mansueti a un albero». L’effetto del profumo sui felini si sarebbe dimostrato di una tale portata che oggi viene usato anche dagli ambientalisti. In particolare, pare che “Obsession for Men” sia usato sin dal 2007 da uno studioso in Guatemala che cerca di determinare la popolazione di giaguari nella giungla. Allo stesso modo Roan Balas McNab, un ricercatore che lavora nella foresta tropicale, ha utilizzato le proprietà di questo profumo per ammaliare i giaguari e catturarne le immagini utilizzando le telecamere “motion-sensitive”. La squadra di Roan Balas McNab ha spruzzato il profumo su uno straccio legato a un palo conficcato nel terreno. Con grande stupore, per tre volte consecutive, i giaguari si sono fermati nei pressi del palo, dimostrandosi più mansueti e facilitando la loro identificazione. «L'uso di “Obsession” ha portato i ricercatori a essere in grado di girare filmati dei rituali di accoppiamento dei giaguari, cosa che s’era vista raramente prima d'iniziare a usare il profumo. “Stiamo iniziando a farci un'idea di come i giaguari si comportano nel loro habitat” ha detto Mr. McNab. “Prima di usare “Obsession for Men” non eravamo in grado di girare queste immagini”».
Ecco perché la casa Kalvin Klein ha usato per la prima volta una pubblicità con espliciti riferimenti sessuali proprio con “Obsession for Men”, lanciato nel 1986. Ann Gottlieb, uno dei creatori di “Obsession” avrebbe affermato: «È la combinazione di vaniglia che si sposa a un aroma fresco di verde che crea la “tensione” [sott.: sessuale, n.d.r.]».
Ora, se il problema maggiore per i ricercatori della squadra di McNab è stato il rifornimento di flaconi di “Obsession” (non c’erano molti negozi vicino ai luoghi in cui si è svolta la ricerca), per me oggi il problema è quello opposto: ho sì il profumo, ma non sono ancora riuscito a rintracciare la mia preda in modo da farmi annusare…
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P.s.
È probabile che non ci sentiremo per un po’, o comunque “a singhiozzi”, a causa di impegni lavorativi (...parto per Derby, per raggiungere il ginnasta!!).
Buona fortuna a voi…

Wednesday, 9 June 2010

Il gioco del “Non sarò mai come…”

Sapete che vi dico? Vi dico che la mia sarà una casa stupenda. Ci lavorerò pian piano e la renderò simile a me. Specchio fedele della mia persona così come, ai miei tempi, le bacheche luride e a dir poco anarchiche della facoltà di lettere lo erano per l’Università degli Studi La Sapienza di Roma.

Non devo aver paura di ritrovarmi da solo per il resto della mia vita in una città che non mi appartiene, in cui non ho nulla – se non il lavoro – e lontano dal mio mare, dalle mie radici liquide. Perché dovrei? Sopravvivrò e non diventerò mai come… come…
Già. Chi non ha pensato, almeno una volta nella vita, a un esempio di vita che considera negativo, da evitare? Chi, almeno per una volta, non si è ripromesso di non diventare mai come… qualcuno di sua conoscenza - un parente, un personaggio del mondo dello spettacolo, o una figura letteraria? Che le figure letterarie, poi, per volontà dell’autore spesso incarnano davvero i vizi peggiori, così come le virtù.

Oramai ripeto da molto tempo che non vorrei mai fare la fine di Ulrich, l’uomo senza qualità di Musil, colui che non ha neppure alcun interesse, né alcuna volontà. Forse il terrore tremulo che mi ha assalito leggendo “Oblomv” di Gončorov, o la “Coscienza di Zeno” di I. Svevo mi hanno fatto sospettare più volte d’essere proprio io il mio Vaclav Finamore, l’uomo a metà che in certo qual modo ha sempre cercato di fuggire dal mondo; da qui il desiderio di correggere la mia propria “miseria”, per quanto non si tratti di miseria assoluta. Non vorrei mai essere come qualcuno che non ha concluso nulla.
Ma cosa vuol dire concludere?

Sciù-a-ru-mare! Che possa diventare mai e poi mai una brutta copia di Miss Nickelby ne “Le avventure di Nicholas Nickelby” di Dickens, colei che viene sedotta da un pazzo, capace solo di parlare incessantemente, vittima del proprio narcisismo «al punto che qualsiasi minimo evento della propria vita le pare di interesse universale», che «appena apre bocca, divaga, perde il filo, passa da un argomento all’altro» (P. Citati).
Non voglio essere in alcun modo il “Lui” delle “Memorie dal sottosuolo”, succube dei suoi astrologamenti e conseguenti dissociazioni, sadico e masochista al tempo stesso, che si arrovella il cervello «secondo un processo infinito, senza che il pensiero possa mai concludere in una formulazione logica o in un pensiero preciso». Arrivare al punto da affermare che «se mi fossi sparato, il mondo non ci sarebbe stato più, almeno per me».
Per quanto invidiabile per uno scrittore, non voglio vivere la vita di Manzoni, immerso nell’angoscia perpetua, sempre in giro alla ricerca della salvezza. Non sarò la vecchia usuraia, sola e avida, di “Delitto e Castigo”, né il suo assassino, Raskol’nikov.
Paul Arden ha scritto un libro dal titolo “It's Not How Good You Are, Its How Good You Want to Be” (ed. Phaidon). È davvero così, come recita il titolo? Intendo, è davvero sufficiente? Ne discutemmo marginalmente in un veccio post, ricordate ["Connessioni fortuite"]?

So che chi nasce rotondo non può morire quadrato e so che mi sono stati rimproverati sempre un sacco di aspetti del mio carattere (sempre quelli).
Non voglio essere uno che “non mette in circolo il suo amore”, come canterebbe il Liga. Non voglio diventare come quel signore conosciuto al supermercato, solo e vecchio e che si sente senza più... niente; o come quello incontrato in metropolitana che parlava animatamente con… nessuno di realmente presente nel treno, un prodotto della sua fantasia, probabilmente malata.
Spero solo che la consapevolezza basti a evitare altri errori. Ma a volte sembra tutto così difficile!
Cos’altro potrei augurarmi di non diventare?
Cos’è che dovrebbe spaventarci di più? Voi, chi non vorreste essere voi?

Tuesday, 8 June 2010

Se ti hanno "affascinato"

In terronia esiste un termine che sta a metà fra il “piccio”, la “magarìa” e “avere la munta”. Parlo dell’ “Affascinatura”.
L’affascinatura consiste non solo in una sorta maledizione, appunto una stregoneria, ma può essere anche riferita a una sorta di incantesimo benefico cui andiamo soggetti quando vediamo un uomo e ci sentiamo impazzire dalla voglia (apparentemente ingiustificata) di saltargli addosso e usargli violenza sessuale. Ma colui che ci “affascina” non è un mago. Così come chi è “affascinato” non è semplicemente infatuato. No, perché qui l’amore (o il credere di essere innamorati) non c’entra nulla, e vorrei sia chiaro.
La nostra vita sessuale non potrà mai essere completa se non impariamo la psicologia dell’attrazione, hanno scritto gli americani di “Enzine Articles”. Ma cosa rende un uomo sessualmente attraente ai nostri occhi, anzi tanto attraente che basta incrociarne lo sguardo per un nanosecondo per andarcene in “fibrillazione”, per farci addirittura levitare?
Alcune donne (ma anche molti uomini) sono attratte dai maschietti per così dire “carismatici”, ambiziosi, uomini che sembrano promettere protezione e felicità costanti. Come fanno questi uomini ad attirare tante prede? Beh che, dopo attenta ricerca ho scoperto che, tanto per cominciare, questi hanno un aspetto sano. Appaiono rilassati, calmi e fiduciosi. Spesso respirano col diaframma (!), non hanno rughe di tormento che increspano loro la fronte che appare, al contrario, distesa, come del resto lo sono tutti i suoi… muscoli.
Anche se si tratta di un uomo in cui ci siamo imbattuti al supermercato per pochi secondi, pare che questo lasso di tempo sia sufficiente al nostro istinto per stabilire che costui ha una “mentalità” da grande amante/amatore.
«Le donne vogliono un amante con cui condividere i loro desideri sessuali più segreti, che sia un Grande amante che sa come usare la psicologia dell’attrazione. Uno che sa come toccarti, [che crei] intimità, fiducia sessuale, e sappia cosa sono i preliminari e gli orgasmi». E lasciatevi dire che certi uomini, così consapevoli intendo, esistono e come!

Quando si è vittime di un’affascinatura, come me l’altra mattina mentre facevo colazione da Willy e Frank, ci si rende conto che non è possibile sbarazzarsi tanto facilmente dell’oggetto del desiderio. Lo vogliamo a tutti i costi e sappiamo che si tratta di una questione sessuale, così come lo capirebbe anche lui se solo riuscissimo ad avvicinarlo. Personalmente, riconosco un’affascinatura (o attrazione fatale), quando, parlando col mio carnefice, inizio a ridere a ogni cosa lui riferisca, anche quando si tratta di un bollettino di guerra. Inoltre tendo a diventare un abile bugiardo, nella speranza di entrare al più presto nelle sue grazie… e non solo. Se lui, pour parler, dice che è stato in Papuasia, allora ecco che mi salta il ticchio di dire che ci sono stato anche io; se mi confessa di aver ucciso qualcuno, allora anche io mi sono macchiato dello stesso delitto – «è stata un’esperienza unica!”, aggiungerei “Perché non ne parliamo con calma davanti una tazza di caffè… bollente?».

Quando incontriamo una persona capace di affascinarci non ci interessano i suoi difetti, non vogliamo sapere chi sia, non vogliamo instaurare con lui un rapporto basato sulla fiducia (o meglio sarebbe auspicabile), ma vogliamo soltanto il suo corpo. Dicono che ciò sia assolutamente normale e per di più che non vale la pena se si è già impegnati. Infatti rischieremmo di rovinare la Storia della nostra vita per una volgare trombata.
Ma è davvero così? Meglio rinunciare? Certo, dietro l’affascinatura può annidarsi il pericolo di diventare, come dico io, “casual shag addict” (drogati da scopata casuale), trasformando la casualità in regolarità, e la “botta e via” in un tradimento mo-o-olto grave (esistono tradimenti poco gravi?).
Credo che il pericolo, ancora, si annidi nella nostra probabile distruzione emotiva, cioè quando l’affascinatore è talmente consapevole dei suoi poteri da poterci lasciare distesi sul letto depressi e disperati. In base alla mia esperienza, posso solo dire che per evitare che ciò accada esiste solo un modo: se si decide di saltargli addosso non bisogna permettergli di parlare. La parola può uccidere!
Anche quando abbiamo a che fare col più grande “piscivrachetta” sulla faccia della terra – e con l’esperienza, credete a me, è facile riconoscere un piscivrachetta D.O.C. anche solo dal suo modo di parlare - è facile rischiare di rimetterci la pelle. L’unico modo per gestire la maledizione sessuale cui siamo soggetti è imbavagliare il nostro stregone, non lasciare tracce come numeri di telefono, indirizzi mail e simili; possibilmente, dovremo fornire false generalità e incontrarlo fuori del nostro territorio per non permettergli di rintracciarci in seguito.

Al contrario, vi renderete conto di esserci cascati, che l’”affascinatura” vi sta distruggendo, quando avrete cambiato la natura (scusate il gioco di parole) naturalmente impulsiva del rapporto. Del tipo: se lui dice "Ti amo" dopo due secondi e voi ci credete; se mostra di portarvi rancore perché voi l’avete usato e appare amareggiato, frustrato, critico nei vostri confronti… e voi credete davvero che possiate aver fatto qualcosa di male; se arrivate al punto che, pur di riaverlo nel vostro letto, lecchereste dove lui ha sputato.
Quando sentiamo questa sana corrente attraversare i nostri genitali di fronte alla figura di uno strafico, dobbiamo ricordare di rimanere emotivamente sani. A letto delle bestie, sì, ma poi ritornare in noi, riprendere il controllo.
Non è facile gestire tutto questo. È più che altro questione di allenamento, per cui se siete sposati e ci tenete al vostro matrimonio non vi consiglio di provarci. Meglio rivolgersi a chi, l’affascinatura, sa toglierla con la “contro-affascinatura”.
Ma se siete single… beh, a che serve se no essere single?

Monday, 7 June 2010

Estate infedele


Se l’estate significa risveglio dei sensi per noi single che siamo pronti a tutto pur di braccare l’uomo o la donna della nostra vita, ecco che in base alle mie esperienze passate mi sento in dovere, oggi, di mettere in guardia chi single non è: iniziate a preoccuparvi della vostra vita di coppia!

Non sono pochi/e gli/le ammogliati/e che in vacanza sfilano la fedina dall’anulare, o sbaglio? Lo scrivo nell’interesse di entrambi: delle coppie che farebbero meglio a restare dove si trovano, tentando di sciacquare prima i panni sporchi in casa, e di noi single che non abbiamo più alcuna voglia di farci prendere per i fondelli da chi, a fine agosto, ci liquida rimettendosi la vera al dito.
Tanti penseranno di non aver motivo di preoccuparsi, eppure in questi ultimi giorni sono stati editi molti articoli sull’argomento tradimento e - scusate il gioco di parole - sulla tradizione del tradire che, pare, essere ben salda soprattutto fra le coppie etero.

Ruth Houston, spesso citata su giornali quali “USA Today”, il “New York Times”, il “Wall Street Journal”, il “New York Post”, il “Cosmopolitan” e molti altri, è la fondatrice di “InfidelityAdvice.com” ed è l'autrice di “Lui ti tradisce? - 829 segni rivelatori dell’infedeltà”. La signora Houston è d’accordo nell’affermare che l'estate è la stagione in cui i mariti tradiscono di più (con chi, ve lo spiego personalmente un’altra volta). Le relazioni extraconiugali fiorirebbero proprio in questo periodo dell'anno. Dice la Houston che «alcuni uomini sono traditori stagionali, cioè che tradiscono soltanto quando le loro mogli sono in vacanza. Altri uomini sono traditori che tradiscono quando se ne presenta l’opportunità, il che può capitare in qualsiasi periodo dell’anno. […] La maggior parte delle relazioni estive passano inosservate. Secondo le statistiche, dal 50% al 70% dei mariti tradisce d’estate. La maggior parte di questi tradimenti passa inosservata. Gli studi rivelano che due terzi delle donne i cui mariti sono traditori non hanno idea del fatto che i propri mariti hanno una relazione extra-coniugale».

Ne deriva che, sfortunatamente, tutti quei filmoni sul genere “Vacanze a Miami" sono ispirati ad accadimenti reali. In sostanza, si va tutti al cinema a ridere di situazioni che potrebbero essere non molto lontane dalla nostra realtà, che se ci trovassimo noi nei panni degli attori avremmo ben poco da ridere. Benché molti siano convinti che non ci sia nulla di strano nella richiesta da parte del proprio partner di fare vacanze seprate, o di viaggi di lavoro giustappunto durante il periodo estivo, sarebbe meglio rimanere all’erta; almeno un po’.
Pensiamo ad “Anna Karenina”, o meglio alla “Sonata a Kreutzer” di Lev Tolstoj (“Крейцерова соната”). Lo stato d’animo del protagonista Pozdnyšev che sospetta una relazione fra la moglie e un musicista che lui stesso le ha presentato è angosciante. Anzi che, la narrazione diventa ancor più insopportabile quando, durante il viaggio in treno, il signor Pozdnyšev confessa al narratore sconosciuto di averla uccisa, la moglie, perché in preda alla gelosia, pur non avendo la certezza che l’avesse già tradito con il violinista che era ospite a casa dei coniugi mentre lui era via.
È vero che non tutti i tradimenti, o sospetti di tradimento, debbano concludersi in tragedia, tanto più che da molti esso è inteso come cura sanatoria per “amori malati”. Ma di certo affrontare un tradimento a volto scoperto è molto doloroso; che lo si faccia nei panni del traditore o del tradito non fa molta differenza. Mi domando, però, se a volte questo dolore può essere visto come propedeutico alla felicità vera, quella mai conosciuta prima, di cui non si aveva nemmeno l'idea di come fosse.
Ramon Johnson, giornalista di “Gay Life Guide” su “About.com” ha individuato cinque indizi principali di tradimento all’interno delle coppie gay, contro gli 800 e passa della Houston. Ciò significa forse che i gay che tradiscono hanno meno fantasia degli etero?
Io penso che non ci sia poi tanta differenza fra tradimenti gay ed etero, così come non ce n’è nell’amore. Soprattutto, non cambia il risultato – la distruzione totale della fiducia su cui tutti sperano che la propria relazione si fondi. Ma è inevitabile che il sospetto, prima o poi, s’insinui…Johnson dice di prestare particolare attenzione 1) alle attività sospette on-line; senza esagerare, certo, perché il partner potrebbe star cercando solo altre persone gay con cui parlare; 2) agli improvvisi cambiamenti di programma, soprattutto se l’uomo in questione è un abitudinario; 3) alla distanza emotiva, sicuramente giustificabile dopo qualche anno che si sta insieme, quando finisce il periodo in cui appena lui ti passava davanti nudo non potevi non saltargli addosso, e si entra nella fase in cui c’è più voglia di godersi i propri spazi. Ma se smette di ascoltarci, di ridere, se appare preoccupato, allora…; 4) al tempo che si trascorre di meno insieme, senza alcuna valida giustificazione; 5) all’istinto: «Mamma diceva sempre di seguire l'istinto e questo è uno dei momenti in cui i consigli materni possono tornare più utili. Se il vostro stomaco vi dice che qualcosa non va, o che un altro ragazzo ha catturato l'attenzione del vostro uomo […] chiedetevi se le vostre sono preoccupazioni legittime, o se soffrite di una mancanza di fiducia. […] La fiducia viene prima di tutto, ma non bisogna ignorare i segnali di allarme. Se ci sono troppe incongruenze […] comunicatelo direttamente al vostro Lui».

Ancora, è stato detto che «ogni tradimento è assoluto, fa male e sembra non aver ritorno». Io tenderei però a sdrammatizzare e direi, piuttosto, che ogni tradimento “sembra” assoluto – soprattutto al tradito -, e anche se spesso finisce che i «traditi diventano sempre più incapaci alla fedeltà. [Perché] nell'essere tradito da colui di cui ci si fidava incondizionatamente si può perdere tutto - soprattutto l'organo spirituale della fedeltà, facoltà dell'affidarsi», anche se «il male sfrutta il ricordo del dolore provocato dal tradimento: l'uomo teme di essere tradito e, difendendosi da un altro tradimento, tradisce per primo» - come scrisse Józef Tischner -, non bisogna dimenticare che c’è anche chi, proprio grazie al tradimento, grazie al proprio “egoismo” e alla propria “cattiveria” ha trovato il vero Amore.

Questa terminologia assolutamente negativa a proposito del tradimento è stata usata Aneta Adamczyk, ex docente di Etica presso l’ “Università di Giovanni Paolo II” a Cracovia, e di Filosofia della Religione presso l' “Istituto Superiore di Scienze Religiose” ad Ancona, che ha scritto ancora, in un’analisi dei testi di Tischner, che «Prima che l'uomo ceda alla tentazione del male e diventi traditore, deve adempiere in se stesso un certo tipo di cambiamento radicale: deve tradire se stesso, come essere creato dal Bene e per il bene, quindi, deve tradire se stesso come uomo».

Si tratta di un punto di vista molto discutibile anche per me che, come sapete, sono stato amante - a volte inconsapevole - di più traditori, e che una volta ho addirittura - stupidamente - creduto che Lui mi amasse davvero e che avrebbe finito con lo scegliere me. Certo ho sbagliato, ma non per questo mi sento di segnare un punto a favore della Adamczyk, benché la sua possa essere anche solo la lettura di un testo filosofico.

Alla fine, per quanto si possa prevenire, sono convinto che in una relazione il tradimento vada messo in conto. Chiamatelo frutto dell’istinto di sopravvivenza, o come più vi piace, ma esso è sempre esistito e sempre esisterà.
Di certo c'è che il tradimento non “capita”, ma si vuol farlo capitare. E, forse, quando ormai è capitato non bisogna neppure stare lì a chidersi quale sia stata la sua natura. Magari certe domande bisognerebbe porsele prima di levarsi la fede nuziale.

Sunday, 6 June 2010

Vivo X, morto X

Ieri è apparso sul “Corriere della sera” un articolo di Matteo Parsivale dal titolo “Generazione X”. Non posso non citarlo oggi, riportandone solo alcune righe, quelle riferite a chi fa parte della Generazione incriminata:
«[…] per ripararsi dalle conseguenze delle aspettative poco realistiche per il futuro, quando alla fine il futuro arriva, non basta neanche lo scudo dell’ironia, che come tutti sanno è l’arma dei deboli».
E ancora: «Il New York Times recentemente ha scritto della «crisi precoce di mezza età» della Generazione X (quella dei nati, all’incirca, dal 1964 al 1979» […])» quella degli eterni adolescenti che fanno i conti con la morte delle speranze.
Secondo me ci sono due punti da discutere:
- il primo è l’ironia vista come arma dei deboli (avanti, dite la vostra!)
- il secondo è la natura “X” della generazione dei nati dal 1964 al 1979...


Chi si riconosce in queste parole?
In realtà, per me il fattore “X” - è risaputo ormai – coincide più che altro con il fattore “X(anax)”. Su di esso si può davvero ragionare a lungo. Potrei raccogliere e addurre migliaia di testimonianze, introdotte da quella mia personale, circa la morte delle speranze più svariate, ma la cui matrice tormentosa e rovinosa risulterebbe comunque del tutto dissimile da quella battagliera contro la generazione precedente. O forse sbaglio?
Non metto in discussione la morte delle speranze, non metto in discussione la delusione di aspettative sempre più poco realistiche. Metto in discussione la "X" che, spesso, è un marchio impresso e non uno stendardo che si ghermisce per una scelta consapevole. Aspettative e speranze spesso vengono nutrite anche da chi alleva e bisognerebbe volgere lo sguardo indagatore verso entrambi i lati generazionali, ovverosia quello prima e quello dopo la famigerata "X".

Saturday, 5 June 2010

Single: un'estate al mare, voglia di...

Dopo giorni e giorni di pioggia, l'estate è esplosa anche qui al sud. Naturalmente s’è decisa solo oggi che mi attende un matrimonio e sarò obbligato a tenere la cravatta, alias “puddicata”, stretta al collo, senza possibilità di allentarla. Estate - tempo di matrimoni, ma non solo.

Ho fatto il primo giro sul lungomare per rendermi conto che tutti si stanno svegliando da un lungo letargo. Come tante api, femminucce e maschietti, ce ne andiamo al giro ronzando; chi in motorino, chi a piedi e chi in bicicletta. Giovani fusti a torso nudo che lisciano palle da beach con mani sudate e possenti, saltano fin sopra la rete e schiacciano, gemono, fanno muri di carne umana: «Pija chissà, tè!».

“Per molti, l'estate provoca un risveglio dei sensi, una sorta di rinvigorimento” scrive Brian Rzepczynski, “Certified Personal Life Coach” e membro della scuola di formazione della “Coach Alliance” che nel 2003 ha lanciato il “Man Man 4 Coaching”, lavorando a contatto con coppie gay e gay single. “Ma per altri, invece, la stagione determina una sensazione di terrore e di impotenza”. È ciò che si chiama “Single Summertime Blues” e, anche io come molti, spesso ne vado soggetto durante questo periodo dell’anno. Diciamo pure: soprattutto quest’anno. Succede per lo più quando sei single e non per scelta tua, checché ti ostini a dire che è “meglio da soli”.

“Forse hai appena concluso una relazione e questa è la tua prima estate da solo? Forse non sei un tipo proprio sportivo, non di quelli con gli addominali scolpiti e i bicipiti pompati e il confronto in spiaggia con tutti quei fusti è deludente? O forse la tua vita non è come e dove ti piacerebbe che fosse e sei sempre più demotivato? Con tutto il trambusto che la stagione estiva implica, questi tipi di scenari e molti altri possono contribuire al "Single Summertime Blues". Quelli colpiti da questa condizione possono sentirsi anche depressi, carichi di negatività e di sentimenti di sconfitta”, continua Rzepczynski.
La buona notizia è che per uscirne basta essere dotati di una “buona dose d’iniziativa, di coraggio e di voglia di affrontare i rischi necessari a realizzare un cambiamento in meglio”. Sono questi i “requisiti per qualsiasi tipo di crescita. Bisogna scegliere di essere proattivi!”.
E allora vediamo quali sono i consigli che il nostro personal “coach life” elargisce a noi poveri single per scelta (anche degli altri, dei "piscivrachetta"):

“1. Nutrite la vostra mente, il corpo, l’anima e la… sessualità.
“Imparate qualcosa di nuovo. Prendete lezioni di qualcosa che vi interessa. Fate dei giri in libreria. Assumete un personal trainer e continuate a tenervi in forma. Affermare la vostra identità gay, è importante. Meditate e praticate tecniche di rilassamento. Tenete un diario. Ascoltate buona musica. [Può sembrare tutto molto scontato, ma] a volte è difficile realizzare anche questi micro obiettivi”.
“2. Pianificate il vostro futuro.
“Per risultati ottimali, è importante sviluppare una visione [di come vorreste fosse il vostro] futuro, con un compagno di vita, avere un modello di un rapporto felice. […] E’ importante individuare i vostri valori, le cose più importanti per voi […]. Così, dopo, è possibile fare scelte consapevoli per essere sicuri che si sta vivendo con integrità, una componente chiave per vivere la propria vita con sana autostima”.
“3. Essere disponibili e pronti per Mr. Right!
Bisogna sfruttare al meglio la realtà della propria singletudine. “Abbracciate la vostra singletudine e vedetela come tempo prezioso per riuscire a mettere le cose a posto in modo che non ci saranno strascichi quando Lui entrerà a far parte della vostra vita”.
“4. Sviluppare un piano d'azione - Appuntamenti.
“Fate una lista delle […] cose a cui non potete assolutamente rinunciare in una relazione con qualcuno. […] Una sorta di guida che vi servirà durante lo screening dei candidati per stabilire la compatibilità; vi aiuterà a risparmiare un sacco di tempo e di frustrazione lungo il vostro cammino”.
“5. Fuori di testa!
“Quando siete affetti da "blues", avete la tendenza a diventare egocentrici, a concentrarvi su pensieri negativi. […] Niente funziona meglio dell’aiutare gli altri. Volontari per una buona causa. Vivete la vostra vita al massimo e fate qualcosa che vi trasmetterà un senso maggiore di passione. Fate un bilancio di tutti i vostri punti di forza”.In conclusione, dice Rzepczynski, è proprio dentro di noi che abbiamo il potere di rendere migliore l’estate che verrà.
Bene. A questo punto sono bello (si fa per dire) che carico. A parte il volontariato per cui sono negato (finirei con il “perrupare” chi mi sta vicino), sono pronto ad affrontare un’estate all’insegna non solo del sesso, ma anche alla ricerca del mio Mr. Right. Arriverò sulla spiaggia calabrese del mio paese, stenderò il mio bell’asciugamano leopardato e di quelli che passeranno non me ne lascerò sfuggire nemmeno uno… In Calabria??
Già. M-mh… Forse è meglio iniziare dalle cose più semplici, come ascoltare della buona musica, che ne dite?
Se poi qualcuno di voi mi vuol invitare dalle sue parti, sentitevi pure liberi di scrivermi.
Estate: tempo di matrimoni... Questo non aiuta davvero! Vado a infighettarmi, ch'è meglio.
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Friday, 4 June 2010

La pustala dei tamarri

Sei mesi senza tornare a casa è troppo.
Me ne sono reso conto da subito. Appena messo il piede sul primo gradino della solita “pustala”.

Mi è tornato in mente quando, un giorno qualunque durante gli anni di liceo, ero con i compagni di classe in autobus per andare a scuola e un signore anziano ch'era in attesa alla fermata, prima di salire a bordo, chiese all’autista: «Ohù, ma è chiss’u postal’ e ri tamarri?».
Rimanemmo tutti basiti per il tono poco cortese, ma soprattutto per la natura incomprensibile della richiesta. Cosa avrà voluto sapere in realtà il simpatico vecchietto quel giorno, me lo domando ancora oggi.
La mia compagna di viaggio da Milano a Rossano, la signora che è rimasta seduta al mio fianco durante le scorse tredici ore, aveva una faccia – intesa sia a livello epidermico, sia come espressione – che ricordava la corteccia di un ulivo. Tosta - nel senso di dura – e "sanizza". Un’aria da bulldog e con uno zerbino al posto dei capelli e dei baffi, tanto erano ispidi. Emanava uno strano odore di caminetto e persino si muoveva come un bulldog, o anche come un albero ulivo, se solo gli ulivi potessero camminare. Caracollava su due gambe tozze e valghe alla Diego Armando Maratona e si teneva stretto al seno uno spolverino arancione (e con la parola spolverino non intendo il soprabito, bensì il bastone con il mazzo di penne a un'estremità – in questo caso arancioni, appunto -, che serve per spolverare), ancora imballato; forse comprato al mercato rionale pochi minuti prima di arrivare alla fermata della corriera.
In tredici ore di viaggio mi ha rivolto la parola sì e no quattro volte.
La prima volta quando cercava il posto a sedere. Il suo era il numero cinque. Io ero di già seduto al mio, il numero sei.
«Chiss’ Kirè?» mi ha domandato, senza neppure guardarmi negli occhi.
E io:
«Buona sera. Questi sono il cinque e il sei».
«Allora me’assettar’. Voss’rìa mi facit’ passar’?».
«…Prego…».
La seconda volta è stato pochi minuti dopo che s’era accomodata e aveva sistemato lo spolverino nel marsupio del sedile di fronte a sé, mentre lo osservava compiaciuta:
«Conz’m ‘u cos’ e ri peri!»
«Come, scusi?»
«Ej ritt’ ppi mi conzar’ ‘u cos’ ppi c'appoggiar’ i per’, ca ij unnusacciu com’s’add’e far’…».
A quel punto sono stato io quello che ha pensato: “Malanova mia voglio scendere immediatamente”.
La terza e ultima volta che mi ha parlato è stato alle quattro del mattino, quando mi ha svegliato con una gomitata nel fianco e mi ha rimesso in grembo il libro che dal mio tavolinetto le era scivolato addosso, in seguito a una curva troppo brusca:
«Pijt’ chiss’ ch’è du tuu».

Vi risparmio le chicche sugli altri compagni di viaggio. Solo, lasciatemi ripetere che ci avevo proprio perso l’abitudine. Certi odori, il tono imperativo confrontandosi con l'altro, per la serie "tutto è dovuto"... In poche parole - l'educazione e il rispetto concepiti in maniera del tutto singolare. Attenzione! Non dico che siano principi inesistenti, ma che ci si arriva per vie traverse.
Non posso non prendere il pullman che fa il tragitto Rossano-Milano, e vice versa, per più di tre mesi. Mi sono accorto che si tende a cancellare dalla memoria certe usanze, certi modi di fare; anzi che, si finisce col credere che non esistano più e invece…

Lungi da me il voler fare lo snob, quello “pettinato”. È proprio per questo che insisto nel mantenere la tradizione dei “viaggi della speranza”. È un po’ come quando torno al mare, sulle nostre spiagge ghiaiose. Ogni anno che passa diventa più difficile sopportare i sassi sotto la pianta dei piedi.
Mi rendo conto che un tempo sui sassi ci correvo, saltavo e quasi non me ne accorgevo. Nessun fastidio, assolutamente. Come si suol dire: ci avevo fatto il callo.
Oggi le cose sono cambiate e rendermene conto mi dispiace.

Thursday, 3 June 2010

Con questo anello non mi sposo

«Da oggi le tue labbra saranno molto più brillanti!».
È la chiusa della reclame di un simpatico aggeggio per stimolare il piacere femminile e, quindi, è chiaro che le labbra di cui si parla non sono quelle della bocca. Il “rossetto vibrante”, come lo “scettro magico”, il “Lady Pixy”, l’octopus vibrante “Mr. Otto” e “Tuttotuo”, il “Big Tondino” «l’ovetto massaggiante azionabile a distanza attraverso un grazioso telecomando», sono una parte del folto catalogo di prodotti per il piacere e la seduzione della “Sexy Armony, giochi d’amore”, una marca che si afferma sempre più nel franchising attraverso i distributori automatici.
Come li ho scoperti? Non me lo ricordo… So soltanto che sono uscito di casa ieri sera alle 20.30, con Anja, e mi sono risvegliato stamattina, da solo, con una rosa e un cock-ring nel letto. L’anello vibrante era ancora bello che imballato (per fortuna?) e la rosa senza spine. Ma credo che se anche le avesse avute, pur dormendoci sopra non me ne sarei accorto.
Anja… Quando si è in due a patire d’amore si ha l’impressione di sopportare di più il dolore in un caso, la delusione nell’altro.
Certo, c’è chi sta peggio, ci siamo detti. Ed è vero, no? C’è chi sta con una persona che non ama. Chi sta con una persona che addirittura odia. Chi non sta con nessuno. Chi, come me e Anja, sta con uomini che vivono nel passato. Nel nostro passato. Quello che abbiamo sognato, quello che abbiamo vissuto credendo fosse reale. Quindi – chi sta con uomini che in realtà non erano e non sono.
Non siamo vedove che vivono nel ricordo del caro estinto, di cui il vero e dolce amore si può portare alla memoria visitandone la tomba. Non siamo pazze schizofreniche che vedono fantasmi-amanti, perché questi uomini esistono ancora e non sono stati i nostri occhi e le nostre orecchie a ingannarci.
Siamo stupidi e stupide?, ci chiediamo. E ce lo chiediamo perché, in effetti, è quello che loro sembrerebbero voler farti credere.
Ci sentiamo tanto stupidi, noi che continuiamo a nutrirci di un amore che non fu, che alla fine li richiamiamo ancora, e ancora, e ancora pur sapendo quanto ciò potrebbe essere pericoloso (se solo ti rispondessero). Stupidi che credono che se non era e non può essere amore, allora sarà un’amicizia… Ma come ci vengono in mente certe cagate?
Parole, parole, parole…
Eterni single che vogliono restare tali pur dichiarando il contrario, ecco la verità.
In cinque ore avremmo visitato almeno cinque locali diversi, ieri sera; parlato con migliaia di uomini lei e altrettanti io, ma puntualmente, fra una risata e l’altra ci guardavamo e, nascondendoci dietro una smorfia molle della mano, ci sussurravamo «No-o-o-o-o! È uno di quelli, meglio scappare». Inteso – uno dell’esercito di quelli che “non sono”. Miraggi. Quanti biglietti da visita abbiamo distribuito? Pazzi. Da non ripetersi. Assolutamente no.
Ed ecco spiegato il fiorente mercato dei vibratori da distributore automatico - i piscivrachetta! E se mai “Volevo essere Miranda” vedrà la luce, un giorno vi spiegherò nello specifico chi sono costoro.
Intanto mi accontento di avere l’anello.
Lo sposo – si vedrà…