Friday, 4 June 2010

La pustala dei tamarri

Sei mesi senza tornare a casa è troppo.
Me ne sono reso conto da subito. Appena messo il piede sul primo gradino della solita “pustala”.

Mi è tornato in mente quando, un giorno qualunque durante gli anni di liceo, ero con i compagni di classe in autobus per andare a scuola e un signore anziano ch'era in attesa alla fermata, prima di salire a bordo, chiese all’autista: «Ohù, ma è chiss’u postal’ e ri tamarri?».
Rimanemmo tutti basiti per il tono poco cortese, ma soprattutto per la natura incomprensibile della richiesta. Cosa avrà voluto sapere in realtà il simpatico vecchietto quel giorno, me lo domando ancora oggi.
La mia compagna di viaggio da Milano a Rossano, la signora che è rimasta seduta al mio fianco durante le scorse tredici ore, aveva una faccia – intesa sia a livello epidermico, sia come espressione – che ricordava la corteccia di un ulivo. Tosta - nel senso di dura – e "sanizza". Un’aria da bulldog e con uno zerbino al posto dei capelli e dei baffi, tanto erano ispidi. Emanava uno strano odore di caminetto e persino si muoveva come un bulldog, o anche come un albero ulivo, se solo gli ulivi potessero camminare. Caracollava su due gambe tozze e valghe alla Diego Armando Maratona e si teneva stretto al seno uno spolverino arancione (e con la parola spolverino non intendo il soprabito, bensì il bastone con il mazzo di penne a un'estremità – in questo caso arancioni, appunto -, che serve per spolverare), ancora imballato; forse comprato al mercato rionale pochi minuti prima di arrivare alla fermata della corriera.
In tredici ore di viaggio mi ha rivolto la parola sì e no quattro volte.
La prima volta quando cercava il posto a sedere. Il suo era il numero cinque. Io ero di già seduto al mio, il numero sei.
«Chiss’ Kirè?» mi ha domandato, senza neppure guardarmi negli occhi.
E io:
«Buona sera. Questi sono il cinque e il sei».
«Allora me’assettar’. Voss’rìa mi facit’ passar’?».
«…Prego…».
La seconda volta è stato pochi minuti dopo che s’era accomodata e aveva sistemato lo spolverino nel marsupio del sedile di fronte a sé, mentre lo osservava compiaciuta:
«Conz’m ‘u cos’ e ri peri!»
«Come, scusi?»
«Ej ritt’ ppi mi conzar’ ‘u cos’ ppi c'appoggiar’ i per’, ca ij unnusacciu com’s’add’e far’…».
A quel punto sono stato io quello che ha pensato: “Malanova mia voglio scendere immediatamente”.
La terza e ultima volta che mi ha parlato è stato alle quattro del mattino, quando mi ha svegliato con una gomitata nel fianco e mi ha rimesso in grembo il libro che dal mio tavolinetto le era scivolato addosso, in seguito a una curva troppo brusca:
«Pijt’ chiss’ ch’è du tuu».

Vi risparmio le chicche sugli altri compagni di viaggio. Solo, lasciatemi ripetere che ci avevo proprio perso l’abitudine. Certi odori, il tono imperativo confrontandosi con l'altro, per la serie "tutto è dovuto"... In poche parole - l'educazione e il rispetto concepiti in maniera del tutto singolare. Attenzione! Non dico che siano principi inesistenti, ma che ci si arriva per vie traverse.
Non posso non prendere il pullman che fa il tragitto Rossano-Milano, e vice versa, per più di tre mesi. Mi sono accorto che si tende a cancellare dalla memoria certe usanze, certi modi di fare; anzi che, si finisce col credere che non esistano più e invece…

Lungi da me il voler fare lo snob, quello “pettinato”. È proprio per questo che insisto nel mantenere la tradizione dei “viaggi della speranza”. È un po’ come quando torno al mare, sulle nostre spiagge ghiaiose. Ogni anno che passa diventa più difficile sopportare i sassi sotto la pianta dei piedi.
Mi rendo conto che un tempo sui sassi ci correvo, saltavo e quasi non me ne accorgevo. Nessun fastidio, assolutamente. Come si suol dire: ci avevo fatto il callo.
Oggi le cose sono cambiate e rendermene conto mi dispiace.

2 comments:

Anonymous said...

Hola Raff,
pensar que mi madre recibió un "schiaffetune" de su nonno porque lo trató de tu en lugar de "vusurìa". Otros tiempos.
En cambio en la actualidad en mi país hay un nueva "slang" que empezó con los jovenes y lo usan los grandes. Todos tienen el mismo nombre "boludo". Es decir, en lugar de decir Silvia estas equivocada, o Silvia que mal hiciste. "boluda" que hiciste, "boluda" estas equivocada. Es decir que todos tienen el mismo nombre. sabes que significa "boludo" o "boluda"? (más que estúpido o estúpida). Si vas en el autobus, y un grupo de amigos hablan todo el tiempo dicen boludo, boludo, boludo, etc etc. Me explico? En fin no se para que los padres estuvieron tanto tiempo pensado en sus nombres antes de nacer.
Un superbeso (y no me digas boluda) porque me rompe..... Sirviuzza

Anonymous said...

Ah!!! me olvide de agregar que también a mi me entristece. besos
SLB