Monday, 21 June 2010

Prossima uscita: futuro

Esistono persone che sono «fatte della stessa stoffa con cui sono fatti i sogni». Si tratta d’individui che sentono la necessità di diventare qualcuno. O meglio di “diventare”. Punto. Di dedicare interamente la propria vita a una determinata attività, o a un luogo, oppure a un’idea e a una passione.
Esistono uomini e donne che non riescono a fare a meno di cantare, di scrivere, di dipingere, di allevare lombrichi, o chissà cos’altro; persone per cui la musica è aria, che non sopravvivono senza un pennello in mano, come se fosse un organo vitale, e che finiscono inevitabilmente di fare della loro necessità di esprimersi per mezzo dell’arte (perché no, anche di una lettiera di concime) il sogno di una carriera. È logico che se un uomo ama dipingere aspiri col tempo a diventare un pittore, uno che ama cantare di diventare un cantante, etc… o no? O forse, già così, sono tutti pittori e cantanti? Forse.
Eppure non possiamo essere tutti “grandi” artisti, cantanti di successo e scrittori da nobel. E non credo che passi poi tanta differenza fra chi non riesce a realizzare il sogno di diventare un noto magistrato e chi non riesce a sfondare come attore famoso. Perché tutti i desideri possono essere infranti e rimanere stipati, in mille pezzi, nel famoso cassetto dei sogni.
Ne deriva che migliaia di sognatori ogni giorno cercano di adattarsi alla realtà come meglio possono. Ogni giorno un muratore si sveglia alle 5.00 per recarsi in cantiere e scalare impalcature, spalmare calce e innalzare muri, mattone dopo mattone, immaginando che a formarsi col sudore delle proprie mani sia la struttura del proprio futuro, racimolando quel tanto che basta non solo per sostentare la famiglia, ma anche per nutrire il proprio sogno, forse per comprare un cartone telato, o un pennello e un tubetto nuovo di colore.
Ma pare che la realtà di questi tempi diventi ogni giorno più difficile per i sognatori, perché ogni giorno un sognatore dischiude gli occhi su un mondo sempre più svuotato della possibilità di qualsivoglia supporto alla conclusione delle proprie ambizioni. Verrebbe quasi da dire che ci stanno ammazzando la speranza.

Ne “La malattia dell’infinito”, P. Citati ha scritto in riferimento al sognatore Lord Jim di Conrad che «il vero sognatore deve essere, invece, molto più romantico […]: senza mai rinunciare al sogno», usando le stesse parole di Conrad deve «seguire il sogno, e ancora seguire il sogno – e così via, ewig – usque ad finem». Il sognatore «cade in esso come si cade nel mare». Secondo Conrad, quindi, i sognatori (gli scrittori, nel caso specifico) sono destinati a una vita basata su «qualcosa di caduco e senza timore di distruzione».
È facile, oggi, non credere più ai propri sogni, lasciarli in pezzi, lì, in fondo al cassetto del “tanto non ce la farò mai”.
Illuminante e doloroso l’intervento del maestro Monicelli a “Raiperunanotte” del venticinque marzo scorso, quando a proposito della situazione polico-sociale dell’Italia di oggi dice: «[…] la speranza è una trappola, una brutta parola, non si deve usare […]. La speranza è una trappola, una cosa infame». Ma davvero se oggi rinunciamo ai nostri sogni, allora ci dimostriamo sottoposti e schiavi?

È vero, «il riscatto non è una cosa semplice, è doloroso ed esige sacrifici», eppure (come ricorda ancora Citati) Benedetto Croce diceva che siamo Servi della Realtà «che ci genera e ne sa più di noi». Per dirla con Hegel: «ciò che è stato, doveva essere, e ciò che è veramente reale, è veramente razionale».
Allora, bruciare di passioni e desideri vuol dire ritrovarsi con un bagaglio di rimpianti?

Personalmente, come ho ribadito più volte, credo ci sia un tempo per vivere «nell’attimo fuggevole», un tempo che bisogna imparare a temere, o quanto meno a riconoscere e che con l’età è meglio lasciarsi alle spalle e dimenticare. Piuttosto, bisogna cogliere l’attimo giusto per iniziare a programmare, sul serio, chi vogliamo essere (muratore o attore, non importa - basta saperlo), dove stiamo andando senza accorgercene e dove vorremmo andare, ma spesso il nostro egoismo, il nostro narcisismo ce lo impedisce, farcendo la realtà di mistificazioni fatali.

1 comment:

Anonymous said...

Ciao Raffaello,
A los sueños,los llamo proyectos y mi opinión es que no debemos renunciar.
También debemos saber escuchar. A lo largo de mi vida, mucha gente me comentaba que mi virtud era la enseñanza. Quizás, me equivoque por no seguir el consejo. Virtud: que puedo enseñar sin dar temor a lo nuevo. Tengo el título de: Instructora.
Tal vez, mi destino laboral era mejor que haber trabajado para la industria del transporte de las expediciones.
Por ello, otras personas enfocaron mi amor por las plantas y ese será mi nuevo proyecto.
Es decir, uno mismo siempre se subestima y quienes estan alrededor ven mejor nuestras virtudes.
Si tienes un sueño, una meta o un proyecto (este es el consejo,que me dijeron una vez): "Que en algún momento de nuestra vida nos puede quedar la duda de si lo hubiera hecho" (significa que nunca nos tiene que quedar la duda de realizar un sueño, para que no nos llegue el arrepentimiento).
te auguro un bellisimo día. Un beso.
Es una pena que no te encuentro para cuando este en Calabria, lamentaré no conocerte en persona.
Silvia