Friday, 30 July 2010

Quale vi fa più specie?

Mi domando cosa possa considerarsi più speciale: se il video “Guy Walks Across America” visualizzato non so quante migliaia di volte su “YouTube”, oppure se ritrovarsi di fronte allo spettacolo di un pesce volante.

Il buon senso ci porterebbe a credere che l’uomo sia intervenuto con qualche effetto tecnologicamente avanzato sull'immagine della manta volante, e invece è tutto il contrario. Il pesce vola per davvero, mentre il figo in blue-jeans della pubblicità della “Levi’s” cammina per finta.

La campagna pubblicitaria della “Levi's”, infatti, è stata prodotta utilizzando una tecnica cinematografica estremamente lunga e difficile. Il (vecchio) trucco è quello cosiddetto dello “Stop-motion” e c'inganna facendoci vedere un bel giovane che attraversa a piedi gli stati dello Iowa, il Sud Dakota e l’Indiana, fino al “Golden Gate Bridge” di San Francisco. Alla fine del video si intravede un pezzo di carta nella tasca posteriore dei suoi jeans, una specie di lista della spesa, una schedula su cui è scritto e cancellato con un tratto di penna la frase: “Camminare a piedi per tutta l’America”, il che fa capire che il primo compito della lista è stato assolto; più sotto si legge, poi, ciò che gli rimane ancora da fare: “Correre con i tori” e “Scalare l’Everest”.

Ed ecco il promo:



Nessun dietro le quinte da scoprire, dicevamo, per il volo della manta che salta, o forse è meglio dire vola fino a nove piedi, ossia tre metri d’altezza, sbattendo in modo impressionante le pinne con cui raggiunge tre metri di larghezza. Quando dell’umore giusto, pare che prima di rientrare in acqua le mante possano anche fare delle evoluzioni.

I fotografi di questo splendido esemplare sono Roland e Julia Seitre, una coppia francese; il mare era quello del Costa Rica.
Le mante possono raggiungere un diametro di ben 7 metri e 62 cm, si trovano nei mari tropicali e si nutrono di plancton. Come dire: un animale “naturalmente” straordinario...

In ultimo: nessun trucco, ma soprattutto nessuna anestesia nel caso di questo prigioniero filippino che, come tutti i suoi compagni di cella che versano in cattive condizioni economiche, “gode” delle cure odontoiatriche offerte dalla sanità locale. L'estrazione dei denti gratuita, nella speranza – immagino – di sopravvivere.

Bene, cosa si può considerare “effettivamente” più speciale…?
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(Fonte: "Dailymail.co.uk")

Thursday, 29 July 2010

Ma sei fuori?



Buongiorno Generazione X(anax)! Come vi sentite oggi? Bene, vero? Peccato sia solo un'impressione...

Allora, quanti di voi di fronte alla reazione eccessiva di un automobilista, di un ciclista, o magari di un impiegato bancario e/o postale, o di un passeggero in métro o in bus, hanno già commentato con un amico: «Ma la gente è fuori!».
Già. È proprio così. E fra non molto avremo tutti una ragione in più per ripeterlo con convinzione. Infatti pare che presto nessuno potrà più essere sicuro di essere “normale”.
Lo hanno annunciato ieri gli esperti. Le diagnosi dei “disturbi mentali” potranno basarsi su alcuni sintomi quali: i capricci di un bambino, leggeri sbalzi d’umore e anche le abbuffate. Presto saranno apportate importanti correzioni allo “Statistical Manual of Mental Disorders” (DSM), il manuale noto come “bibbia della salute mentale” in quanto ha il potere d’influenzare i professionisti di tutto il mondo.
È per questo che i maggiori esperti britannici in fatto di salute mentale hanno già messo in guardia l’opinione pubblica asserendo che tali revisioni potrebbero sminuire la gravità di alcune malattie mentali e, d’altra parte, indurre a etichettare chiunque, oramai, come soggetto mentalmente instabile. Il Professore Til Wykes del “Kings College di Londra” avrebbe dichiarato che in questo modo si abbassa la soglia della normalità e ciò potrebbe avere un impatto devastante sulla società.
Gli autori americani suggeriscono, infatti, un nuovo tipo di diagnosi definita “Sindrome di Rischio-Psicosi” che individua quelle persone che sono soggette a cambiamenti d’umore occasionali, angoscia, ansia, paranoia e rari episodi di allucinazioni auditive (sentire le voci). Queste sarebbero da considerarsi soggette al rischio di sviluppare malattie psicotiche come la schizofrenia. Altre diagnosi includerebbero invece il disordine alimentare e gli episodi di depressione mista ad ansia (bipolarismo).
Secondo Wykes «la diagnosi di “rischio-psicosi” porterebbe molta gente alla psicoterapia, o persino a trattamenti medici inutili». Sarebbe - continua il professore - come trattare persone affette da un normale raffreddore con le cure per la polmonite, «perché tutti sono considerati a rischio di sviluppare una malattia grave. Non solo è controproducente, ma pensiamo che avrà conseguenze gravi sul modo in cui una persona è abituata a vedere se stessa. […] Non abbiamo alcuna prova di cosa possa essere indizio certo che una persona stia per diventare schizofrenica».

Il “Journal of Mental Health” sostiene con certezza che una diagnosi di "Sindrome di Rischio Psicosi" esporrebbe molte persone - magari non destinate a sviluppare una grave malattia mentale - al rischio di stigmatizzazione sociale e discriminazione.
Rimane da capire da cosa derivi questa volontà degli scienziati americani di rivedere il “DSM”.
Che io sia a rischio psicosi lo sapevo ancora prima che decidessero per queste modifiche della bibbia della salute mentale, ma rimane comunque il fatto che la gente è proprio fuori…
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(Fonte: http://www.dailymail.co.uk/health/article-1298262/Mental-health-bible-update-lead-having-disorder-warn-experts.html)

Wednesday, 28 July 2010

Gente di marina

Ieri parlavo con un amico delle vacanze. Per molti sono già finite, per altri sono appena iniziate, per me devono ancora arrivare. Non mi lamento, visto che c’è chi in vacanza non ci andrà affatto o, peggio, chi è in vacanza da troppo tempo e contro la propria volontà.
Dunque parlavo col mio amico:
«Tu tinni va’ a ru mari o ra muntagna?» mi ha chiesto.
«A ru’ mar’. Picchì, tu ‘un gi scinni?».
«No, vogliaddio! Io muntagna!».
Allorché, da bravo uomo di mare, per coglionarlo gli ho detto:
«Beh, “gente ‘e muntagna e lignu ‘e castagna sempre si perda e mai si guaragna”…».
Vale a dire che la gente di montagna è meglio non incontrarla.
C’avete fatto caso che da noi, in terronia, si parla molto per proverbi? Ecco, al mio paese, ma forse un po’ in tutte le località marinare, questo si sente spesso. E certo, immaginavo che anche i montanari avessero dei proverbi non proprio lusinghieri sul conto di noi “pisciaiuoli”, ma mai mi sarei aspettato di sentirmi ribattere in questo modo:
«Ah beh, s’è per questo: “Gente di marina, futti e camina”, no?».
Lì per lì sono scoppiato in una risata. Questa non l’avevo mai sentita, no davvero. Ma a sera la frase continuava a tornarmi in mente… E girava, girava… Così, quando ho sentito i miei ne ho chiesto conto.
«Abbà!» mi sento rispondere «Vuol dire che non bisogna fidarsi della gente di mare. Letteralmente: se ne incontri uno, usalo se vuoi (“futti”), ma poi levatelo dai piedi».
“Non può essere” ho pensato.
Ma vi pare giusto? Questa è cattiveria pura. Cioè, lo so che le rivalità di questo genere sono sempre esistite e sempre esisteranno – Rossano contro Corigliano, Mosca contro San Pietroburgo, così come Londra contro Edimburgo. Insomma potrebbe essere sufficiente prendere come esempio tutti i derby calcistici e le città che esse rappresentano, no? E poi non voglio negare che anche io ho i miei pregiudizi nei confronti di persone d’una determinata origine o provenienza, o forse, più che pregiudizi potrei dire di aver individuato dei tratti caratteriali e fisici comuni a persone di una determinata regione o paese, tratti che possono piacere di più e altri di meno.
Ma a parte la pippa mentale che in me sorge spontanea ragionando sul proverbio del mio amico e che vi risparmio, del tipo: “Ecco spiegato tutto! Allora è davvero destino? Sono un marinaro e quindi sono condannato a essere ‘futtuto’?” (che non è poi mica vero, perché “puru io ni futtii nu paru”). A parte ciò, dicevo, mi sono chiesto: “Sarà stata una donna o un uomo a inventare un detto simile?”. Beh che, secondo me è stato un uomo, non trovate anche voi?
Sì, sono d’accordo che non si può razionalizzare tutto, altrimenti non si campa più, ma si dice che nei proverbi ci sia sempre un fondo di verità, che bisogna dar retta alla saggezza popolare. La verità è che, invece, qualcuno in passato ci ha ben che ragionato sul concetto che la gente di marina possa essere fottuta senza riguardo, tanto da trarne un modo di dire in rima.
Sì, è peggio augurarsi “un morto in casa”, ma… Ma non è giusto!

Ora, in proposito mi vengono in mente anche le parole di Michael Monroe, uno degli autori di “Enzine Articles”. Secondo lui i migliori giocatori di poker sono quelli definiti “passivi”. Dice che sono i più facili da battere perché di solito permettono di fare praticamente tutto quello che si vuole sul tavolo da gioco, lasciando il controllo completo della situazione a chi è più forte (o “attivo”?) che, quindi, ne approfitta. Praticamente… “li futta”! Certo, nel gioco delle carte è molto importante il fattore fortuna. E se la carta buona capitasse al passivo di turno? Rimane comunque che è molto facile approfittare di giocatori passivi, insiste Monroe.
«Il giocatore passivo standard […] se ha una buona mano te lo fa capire […]. Questi sono i giocatori più facili da "leggere"», dice. Insomma che la domanda è se la gente di marina è l’equivalente dei giocatori passivi di poker nella vita. E, se diamo per scontato che sia possibile fotterli tutti, questi piasciaiuoli, lasciandoli poi in braghe di tela, allora mi domando: cosa avranno da temere da loro i montanari da voler scappare dopo averli sfruttati?

Monday, 26 July 2010

Non sotto il cavolo e l'"evoluzione divergente"

Credo abbiate letto l’articolo di Alberoni uscito oggi sul “Corriere”, ne?
La gente non può fare a meno di parlarne. Proprio ieri ho sentito anche un servizio radiofonico della "BBC" sulla caterva di matrimoni che falliscono in Italia, e le teorie sulle cause sono sempre le più disparate.
Ricordate il post dello scorso 20 luglio? Riguardo alla crisi del dodicesimo anno, avevo azzardato l’ipotesi per cui: «Così come s’è allungata l’aspettativa di vita, così come molti di noi trentenni (ma anche quarantenni) in fondo ci sentiamo (e siamo) adolescenti, anche le fasi dell’amore avrebbero subito una sorta di dilatazione temporale».


E oggi Alberoni conferma effettivamente «un enorme prolungamento della vita erotico- amorosa», nonché l’esistenza di un vero e proprio ciclo dell’amore, costituito di tre fasi intervallate da «periodi di ricerca» e che illustra come segue:
«A tredici-quattordici anni gli adolescenti hanno i loro primi amori erotici. Sono amori brevi che si rompono dalla prima difficoltà. […] Allora segue un’altra fase di ricerca, con diversi amori. Poi, verso i trent’anni, di solito c’e un terzo ciclo amoroso con un nuovo grande innamoramento, il matrimonio (o la convivenza) e i figli […]. La coppia, dopo dieci-quindici anni, diventa instabile. Entrambi diventano disponibili a un nuovo amore o perlomeno ad una nuova esperienza, spesso con un partner più giovane. E può esserci un nuovo ciclo più tardi verso i sessant’anni e anche oltre perché nel corso del tempo i coniugi sono cambiati, hanno sviluppato nuovi gusti, nuovi interessi. È quella che si chiama l’evoluzione divergente».
Tutto è scritto, quindi. E sia ben chiaro che adesso mi spetta un amore che duri almeno dieci-quindici anni.
In realtà, ricordo anche uno dei primi libri che lessi di Alberoni (mi pare fosse “Innamoramento e amore”, ed. Garzanti) in cui il sociologo spiegava che l’innamoramento è solo frutto della coincidenza dei tempi. Cioè che due persone s’innamorano quando s’incontrano proprio nel momento della propria vita in cui sono entrambe ben disposte all’amore, in cui hanno una voglia matta di amare, ma che poi l’amore vero e proprio è tutt’altra storia perché c’è sempre il rischio che una delle due veda deluse le proprie aspettative dall’altra che non risponde mica poi tanto all’idea dell’amore che la prima si era prefigurata.


Sono tutte favole, come dicono alcuni? O è possibile aggirare questa "evoluzione divergente"? Secondo Alberoni «se vogliamo capire qualcosa del matrimonio e del divorzio dobbiamo capire i cicli amorosi, con le loro fasi di ricerca, di innamoramento e di stanchezza. E [...] conoscendo meglio l’amore si possano evitare gli errori che lo avvelenano per conservarlo ardente a lungo».
E a proposito di favole, vi lascio con una chicca.
Ce n’era una che mia madre raccontava sempre a me e a mia sorella per spiegarci come nascono i bambini, come i cavoli e le cicogne non c’entrassero proprio nulla col fratellino che stava per arrivare in quel lontano Ottantacinque.
Il libro s’intitolava “Non sotto il cavolo”. Ne ricordo ancora la copertina di cartoncino rigido verde.
Oggi, invece, i bambini si trovano nelle “paddotte” (o nei “sacrinischi” che dir si voglia), insomma nelle angurie.
Già. Guardate questo videoclip. Dura 35 secondi ed è stato già visualizzato 454.000 volte.
A volte ci sono favole davvero simpatiche.

Sunday, 25 July 2010

Scemo chi legge (solo per oggi)

Avevo qualcosa di pronto su argomenti del tipo “I metodi naturali e non per allungare il pene”, o anche sulla sua igiene e salute, ma poi… Non so, forse quei discorsi di ieri sera, a cena…
Cinque over-30 radunati intorno a un piatto d'insalata di farro scondita che ragionavano ancora sull’amore come… Oddio, com’era? Ah, come «tredicenni inesperti della vita», oppure come «subumani cerebrolesi che frignano per qualunque cosa del cazzo succeda loro».
E poi questo brufolo, stamattina.
Quando mi sono svegliato e l’ho visto lì, una volta davanti allo specchio, in bagno, ho pensato a un vecchio proverbio: “U cravunchiu duve nascia fa ra fossa”, ossia “Il foruncolo dove nasce, resta”.
Ne ho sentite tante in TV e lette parimenti sui giornali. Ne ho scritto già molto, cercando di auto-analizzarmi, di raddrizzarmi. Intendo sul fatto di volersi sentire oggetti sessuali, ma che poi quando qualcuno ci tratta come tali ci rimaniamo male; sul fatto che al mondo ci sono solo due cose certe: la morte e l’adulterio; sul fatto che per molti di noi le voglie camminano di pari passo con l’insicurezza, o ancora che “basta coi giochetti nelle relazioni” perché quando si fanno dei giochetti c’è sempre qualcuno che perde e che, quando siamo noi a perdere, l’unico modo per rialzarci incolumi è di schiacciare con forza l’indice su “Fast-Forward”, come dicono nelle sit-com…
Sono stato e continuo a essere criticato per questo, per non discostarmi da tutto ciò, ma è vero… Per quanto sia difficile ammetterlo, è vero: sono come quel foruncolo che rispunta sempre nello stesso posto, fra la narice destra e la piegatura che scende fino al labbro superiore. Beh che, “subumano cerebroleso” è un po’ forte, ma rende di sicuro l’idea.
A volte mi consolo pensando che non sono l’unico a cui spuntano ancora i brufoli a trentatré anni, e allo stesso modo mi deprimo pensando che fra dieci anni, se continuo così, molto probabilmente non sarò cambiato affatto.

…E quindi, siccome è inutile continuare a star qui a scrivere sul fatto se è il caso o no di baciare una persona anche se non sappiamo se vogliamo che sia quella giusta per noi, ma che comunque, baciandola, non c’è pericolo che scappi - almeno per il momento – guadagnando il tempo necessario per schiarirci le idee e, forse, anche per farla soffrire quanto basta, passiamo a ciò che avevo di pronto.
E poiché un articolo sull’importanza dell’igiene dell’organo genitale maschile non venderebbe molto, passiamo a “Quali sono le tecniche di allungamento del pene che funzionano davvero” secondo gli esperti e secondo chi, invece, ci è passato intervenendo sul serio sul proprio corpo con pillole, creme e liquidi, oppure con esercizi naturali (ossia mettendolo in trazione con apparecchi speciali).
Lo so, di solito è più stupido chi scrive di chi si sofferma a leggere.

Friday, 23 July 2010

Sess-austo

Il titolo del post di oggi lo prendo in prestito da un vecchio articolo del “SheThought.com” riferito sì a tutt’altro tema, ma che rende comunque bene l’idea dell’argomento che tratteremo – il sesso, tanto per cambiare, ma “preso” da una diversa angolazione. Lo “Urban dictionary” spiega riguardo all'essere "Sex-hausted": «State of exhaustion due to copious amounts of sexual activity. Other spelling: s-exhausted sex-hausted s-xhausted. I.e.: “I can't make it out tonight; I'm sexhausted.”».
E se non fossimo più noi a decidere se farlo o no?

Non è che anche voi, come me, vi sentite continuamente assonnati, vi svegliate al mattino già stanchi, tanto che quando arriva il venerdì vi commuovete per la felicità? Beh, sapete cosa c’è? C’è che forse anche voi soffrite di un particolare disturbo del sonno, una forma di “parasomnia”.
Ne ho letto per caso, mentre cercavo qua e là a cosa fossero riconducibili i sintomi di una delle tante malattie da cui pretendo d’essere affetto in qualità di membro della Generazione X(anax).
Il fenomeno in questione si chiama nello specifico “sessomnia” (o “sexsomnia”). Compare nella classificazione internazionale dei disturbi del sonno e può aver luogo nel corso di un episodio di sonnambulismo.

Ha scritto Roni Caryn Rabin del “The New York Times”: «Lo studio, che non è ancora stato pubblicato, è tra i primi tentativi di quantificare la presenza del fenomeno sexsomnia nei pazienti con disturbi del sonno. (Un estratto doveva essere presentato Lunedi [leggi: 05 luglio 2010] a San Antonio, all’evento “Sleep 2010”, la riunione annuale dello “Associated Professional Sleep Societies”). L'autore, Sharon A. Chung, un ricercatore dello “Sleep Laboratory” presso il “Toronto Western Hospital”, dice che i problemi comportamentali si verificano quando s’interrompe il normale ciclo del sonno. "Di notte si suppone che si dorma", ha detto in un'intervista. "Qualsiasi cosa ti impedisce di dormire la notte è un male”».

Attenzione, non parliamo di semplici polluzioni notturne, né di quello stato serafico fra il sonno e la veglia per cui ci si attacca nel cuore della notte a chi ci sta di fianco, stile yorkshire in calore della signora al secondo piano, ma parliamo di quella gente che soffre di una variante di sonnambulismo, proprio come chi parla nel sonno (o che, come me, grida nel sonno). Infatti, una persona su dodici con disturbi del sonno ha riferito di aver avuto veri e propri rapporti sessuali mentre dormiva. 832 pazienti si sarebbero rivolti al centro del sonno di Toronto e, di questi, 63 avrebbero segnalato di aver fatto sesso (o anche altre attività sessuali, come la masturbazione) mentre dormivano, quindi in uno stato d’incoscienza. E in effetti si è riscontrato che, o da soli o in compagnia, chi è malato di sexsomnia vive il sonno in uno stato costante di semi-eccitazione che lo porta a sfogarsi.
Io potrei rientrare nella categoria iscritta fra parentesi. Voi?
Anche voi vi svegliate “sess-austi”, o vi definireste più "sess-auriti"?

Thursday, 22 July 2010

The Bloomed Blue River - The Day After

Come il Fiume blu, la serata di ieri ai piedi della Torre Stellata di Lido Sant’Angelo pare sia “Bloomed”, fiorita, grazie al calore degli applausi degli astanti.
Quindi ancora grazie a tutti per i messaggi che mi avete mandato. Ho già provveduto a rigirarli al regista del documentario, Lucio Gagliardi. Segnalo alcune critiche a caldo:

«Film bellissimo. Sceneggiatura poetica. Complimenti».
«Complimenti al signor Gagliardi».
«Lavoro commovente».
«Bellissimo non solo per me credo data l’ovazione finale…».
«Mi è piaciuto tantissimo. Complimenti a tutti».

…A questo punto anche io vorrei ringraziare di nuovo il giovane e geniale direttore, Lucio Gagliardi, per avermi dato l’opportunità di collaborare a questo suo progetto. Sono convinto che questo sia stato un passo verso qualcosa di più grande. Non so se è riduttivo definirlo “direttore”, ma credo che sia chiara comunque la stima che nutro per il suo lavoro, come anche per quello di Domenico Graziano (che non ho avuto il piacere di conoscere personalmente) e di Lorenzo Iacona, di Alessandro Tessitore, etc…
Anche queste sono piccole soddisfazioni, no?
Con l’augurio che ognuno possa cogliere il proprio “Blaue Blume”, senza mai dimenticarne il senso intrinseco.
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What can I say today? …Thank you.
As the Blue River, it seems that the evening of yesterday “Bloomed” at the foot of the Starry Tower in Lido Sant’Angelo thanks to the bystanders’ submerging applauses.
So, let me say thank you all one more time for the messages you've sent me. I’ve already forwarded them to the director of the documentary, Mr. Lucio Gagliardi. I point you out some reviews on the spot:

"Beautiful film. Poetic script. Congratulations.”
"Congratulations to Mr. Gagliardi.”
"A touching work."
"Beautiful not just for me, I think, as there was the final ovation."
"I loved it. Congratulations to all. "

... At this point I would like also to thank again the young and brilliant director, Lucio Gagliardi, for giving to me the opportunity to collaborate on this project. I’m convinced that this is an important step towards something bigger. I don’t know if it is simplistic to define Lucio only as "director", but I think it’s clear anyway how much I appreciate his work, as well as the work of Mr. Domenico Graziano (which I hadn’t the pleasure to know personally yet) and the work of Mr. Lorenzo Iacona, Alessandro Tessitore, etc...
Also these are satisfactions, as far as little they are. Aren’t they?
I hope that everyone’ll can take his own "Blaue Blume" without forgetting its intrinsic meaning.

Wednesday, 21 July 2010

La verità in una mano


La mano di un uomo non va vista più solo come carta d’identità del suo pene. Perché?
L’articolo è di Pat Hagan e il titolo recita: “A long ring finger may mean you're a prostate cancer risk”.
Credo sia importante divulgarlo perché è meglio non dover dire «Non avevo mai sentito nulla del genere», anche se alla fine potrebbe rivelarsi una bufala. No?
Cari maschietti, soprattutto cari i miei coetanei e su di lì, i medici avrebbero scoperto che chi ha il dito anulare molto più lungo dell’indice avrebbe tre volte di più la probabilità di sviluppare il cancro alla prostata.

«Durante lo studio svolto, gli esami del sangue di alcuni pazienti hanno mostrato che gli uomini con l'anulare della mano destra più lungo dell’indice avevano nel sangue livelli di antigene prostatico specifico (PSA) più alto. Questo prodotto chimico talvolta è presente nel sangue in dosi elevate quando c’è un cancro. È stata studiata la mano destra perché la differenza tra la lunghezza del suo dito anulare e del dito indice spesso è superiore a sinistra, in quanto è più sensibile ai cambiamenti ormonali nel grembo materno. I risultati sono gli ultimi di una lunga serie di studi sulla relazione fra la lunghezza delle dita e lo stato di salute negli uomini, la maggior parte dei quali era tesa a evidenziare i vantaggi di un dito anulare lungo».
Pare che un anulare lungo possa indicare anche basso rischio di malattie cardiache, come pure una maggiore fertilità.
Recita inoltre l’articolo:
«Lo scorso anno un team di esperti del “Medical Research Council Epidemiology Resource Unit” presso l'Università di Southampton avrebbe scoperto anche che i giovani con l'anulare più lungo erano dei velocisti in gamba [o potenziali tali]. Tutto è sempre ricollegato al grado di esposizione al testosterone nel grembo materno». Ma il punto è che un alto tasso di testosterone rende più probabile lo sviluppo del tumore prostatico.
Nel corso degli ultimi studi medici dell' Università Gachon Gil Hospital, a Incheon, Corea del Sud, sono stati esaminati 366 uomini di età superiore ai 40 anni che si erano rivolti a una clinica lamentando dei problemi di minzione, sintomo che potrebbe indicare pericolo di cancro.

Così, alla fine, i ricercatori hanno dato comunicazione di quanto esposto finora attraverso il “British Journal of Urology online”. Il cancro alla prostata potrebbe essere predetto in base alla relazione che intercorre fra la lunghezza dell’indice e dell’anulare destri.
«Crediamo che i nostri risultati siano prova sufficiente del fatto che esista una relazione tra le due cose. Quasi 32 mila casi di cancro alla prostata sono diagnosticati in un anno, nel Regno Unito, e 10.000 uomini muoiono a causa di questa malattia».
Eppure Ed Yong, responsabile dell’informazione sanitaria del “Cancer Research UK” ha dichiarato: «Il rapporto fra la lunghezza delle dita è stato collegato a ogni genere di cose in passato […] Ad esempio, questo piccolo studio trova un'associazione tra la lunghezza delle dita e il rischio carcinoma alla prostata, ma non dice se la stessa ratio può essere usata per predirne in modo affidabile il rischio».
Insomma che le mani degli uomini dicono davvero tanto, soprattutto di ciò che hanno in mezzo alle gambe e dintorni.
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(Fonte: http://www.dailymail.co.uk/health/article-1296364/A-long-ring-finger-mean-youre-prostate-cancer-risk.html)

Tuesday, 20 July 2010

Né settimo, né dodicesimo - La crisi in agguato


Ancora, a proposito di “piscivrachetta” e, più in generale, della forza di resistere all’interno di una relazione che inizia a starci stretta; a proposito di ciò che alcuni identificano come il “non mollare” e altri come il “tenerci”, ecco che qualche tempo fa è uscito sul “Daily” un articolo di Steve Doughty dal titolo “Forget the seven-year itch, the real test comes at TWELVE years”. La crisi del settimo anno non esisterebbe più. Insomma che, così come s’è allungata l’aspettativa di vita, così come molti di noi trentenni (ma anche quarantenni) in fondo ci sentiamo (e siamo) adolescenti, anche le fasi dell’amore avrebbero subito una sorta di dilatazione temporale. Oggigiorno ogni rapporto identificherebbe il proprio momento cruciale nel dodicesimo anno.
Una ricerca avrebbe rivelato che il momento di una relazione in cui l’amore cede il passo alla disillusione e alla delusione, ossia la più grande minaccia per i matrimoni moderni proviene dal «prurito del dodicesimo anno».
Personalmente vorrei congratularmi, in verità, con chi elabora una decisione di divorzio “solo” dopo dodici anni di matrimonio. Forse in UK le cose funzionano diversamente, ma giuro che, eccetto che in rarissimi casi, le coppie che conosco io si sono separate non al settimo, nemmeno al dodicesimo, bensì - al massimo – dopo il secondo anno di convivenza e/o matrimonio. Insomma che lo studio britannico secondo me è molto ottimistico.
A ogni modo, stando all’articolo di Steve Doughty «negli ultimi due anni i matrimoni hanno molta più probabilità di fallire dopo il dodicesimo anno». Lo avrebbe rivelato per l’appunto lo studio del gruppo “Grant Thornton”. «L'infedeltà è ancora la causa di oltre un quarto dei divorzi. Il prurito del settimo anno - o la teoria secondo la quale l'adulterio diventa irresistibile dopo sette anni di matrimonio - ha preso il nome dal film 1950 interpretato da Marilyn Monroe. […] Sally Longworth del “Forensic Grant Thornton e Servizi di ricerca” ha dichiarato: « È impossibile dare qualsiasi fondamento scientifico al perché alcuni matrimoni hanno successo e altri falliscono».
Lo credo bene.
In base alla mia breve, ma intensa esperienza di amante (non sempre, certo, ma spesso) “involontario” posso contribuire alla ricerca scrivendo che i matrimoni, o più in generale le relazioni che durano sono quelle in cui uno dei due all’interno della coppia ignora di essere stato tradito. Quelle che scoppiano sono più semplicemente quelle in cui il traditore decide di confessare.
Che lo stesso traditore confessi per questioni di rimorso, oppure per un rigurgito di insperata onestà è un’altra storia e non l’analizziamo oggi. Ci sono poi le coppie che a fronte di una confessione non scoppiano affatto, ma anche questo è un altro capitolo.
A ogni modo, ve lo dico io: né settimo, né dodicesimo anno. La crisi mettetela in conto sempre, anche dopo due giorni, e vivrete meglio. Almeno non rimarrete delusi.

Monday, 19 July 2010

Yoklugunuzda çok zor hayat (desolazione)

In teoria potrei essere felice perché ho un nuovo capitolo per il mio ultimo librucolo, quello che non vedrà mai la luce. In pratica mi sono rotto i coglioni.
Sì, avrei preferito non avere nessun capitolo in più da scrivere, nessun altro "piscivrachetta" da segnare sulla lista, e avrei preferito che il nuovo libro avesse visto la luce con i suoi “soli” quattro bastardelli - più che sufficienti; ma tant’è…
Il nuovo capitolo l'intitolerei “L’ingenuo”. Le ragioni sono molteplici, ma non ho alcuna voglia di stare qui a spiegarle. Non oggi.
A essere sincero le mie amiche frociarole mi avevano messo in guardia (Trilly in prima linea): «Attento! Un pesci ascendente gemelli è un doppio. Non c'è da fidarsi».
«Ma no. È così carino. È tranquillo, sembra innocuo» facevo io - de' legno come sono.
Già, sembrava davvero innocuo.
Non credevo neppure che potesse piacermi, che potessi iniziare a pensare seriamente a qualcosa di più con lui. Alto, biondo e con gli occhi azzurri. Lo stereotipo del principe azzurro che a me neppure piace, di solito, e che naturalmente, dato che c’era odore di fregatura, non ho potuto lasciarmi sfuggire.
Sono un deficiente, lo so.
Nei post di qualche giorno fa, quasi per scaramanzia, avevo scritto: «...Sperando nell’arrivo tempestivo del momento di un buon “matching”, vi saluto» perché in realtà iniziavo a pensare che il momento del giusto matching stesse arrivando davvero, che fosse vicino. M'ero chiesto, ancora: «Tanto vale dare credito ai consigli degli amici da subito, senza provarci?». Beh che, forse la risposta è sì. Davvero. E pensare che Trilly e Anja nemmeno l’avevo visto in faccia, l' "Ingenuo". Così, a pelle avevano capito, avevano sentito com'era. Com'è. Ma io ho voluto insistere, uscire con l’ “Ingenuo”, scoprire che mi piaceva parlare con lui, quasi come con l’ “Ignoto”; ch'era attraente.
Il dubbio lo avevo avuto, certo. E ho pensato, stupidamente, di essermi messo al riparo chiedendoglielo direttamente: «Ma di’ la verità: non è che sei fidanzato?». «Eh-eh, ma come ti viene in mente?» era stata la risposta. Certo che no!
Peccato che la situazione si sia capovolta insieme a noi due, l’altra sera, sulle lenzuola del suo letto. In tempo, per fortuna; cioè prima di poter rimanerci secco stecchito.
Continua a ronzarmi nella mente la canzone di Isin Karaca, quella che fa: «Yoklugunuzda çok zor hayat...» («Stai con me, asciugherò il tuo sudore […]. La vita è molto dura»).
E' la desolazione assoluta, dentro e fuori. Non riesco credere ancora come possa essere così stupido, deficiente e animale da continuare a cascarci ancora, e ancora.

Forse ha ragione Trilly quando dice che, però, ci sono più "piscivrachetta" gay che non etero, «forse perché i froci hanno meno vincoli degli etero». I gay si sentono - chissà in virtù di cosa, poi - meno legati e responsabili nei confronti di una relazione affettiva.
Non avrei mai pensato di scriverlo. Anzi, prima avrei potuto fucilarla per una affermazione del genere. Ma forse… forse è così.
Quando ci romperemo i coglioni?
Prendete nota, per favore: il principe azzurro di oggi è tal quale al cavaliere nero. Vi strega e lusinga dicendo che siete quello da sposare, che siete affascinanti e interessanti, salvo poi aver fatto già la sua scelta che - manco a dirlo - non vi prevede affatto come parte della sua vita. Come il cavaliere nero è gentile al punto da confessare che prima o poi vi avrebbe confessato la verità. Magari con la «e-mail del giorno dopo» che è più contraccettiva di qualsiasi dannata pillola (il mio ultimo m’ha detto: «Domani ti avrei scritto una mail per spiegarti tutto», che carino, no?).
Ragazzi, non insistete. Se c'è un lui che vi piace, ma c'è anche solo un leggero sentore di bruciato, per cortesia non insistete. Non più.

Saturday, 17 July 2010

Cambio d'identità

Cambio vita.
Sì, perché ho riflettuto su tutt’una serie d’indizi che quest’anno mi hanno portato alla convinzione ch’è giunto il momento di dare una svolta. Via e cambio identità; tanto me l’hanno già cambiata gli altri.
Tutto è cominciato al lavoro. Al telefono - vorrei proprio capire perché – nessuno dei clienti capisce come chiamo. Io ci provo, insisto: «Raffaello!» li correggo sempre più incazzato, ma quelli niente. «Buongiorno, Fiorello!», fanno. «Buongiorno, vorrei parlare col signor Fiorello» ancora. Evvabbuò. Kì baj’e rir’?!
Poi è arrivato il simpatico signore che vive nell’appartamento di fianco all’ufficio in cui lavoro. Lo incrocio sul pianerottolo, quando esco per i miei “piririf”, come lo chiamano i russi, cioè per la sacrosanta pausa-sigaretta (puntualmente alle 11.00 e alle 17.00). Una giorno di qualche anno fa ci siamo ritrovati a parlare. Mi ha chiesto come mi chiamo, da dove vengo («Il suo accento non è proprio milanese» ha osservato. E io: «Ma va?»). «Raffaello, sono calabrese». L’ho scandito, ho cercato di non parlare fra i denti, come mi rimprovera sempre mio padre, eppure: «Salve Fiorello – anche lui! – fa caldo, eh? Certo a Roma, lì a casa sua sarà più fresco. Voi avete il ponentino… Non ha voglia di tornare a Roma?».
In ultimo, quest’anno è arrivato il corso di scrittura creativa. Ogni venerdì mi presentavo a lezione, presso la struttura scolastica nei pressi di Crocetta. Per entrare dovevo passare per una sorta di portineria dove un custode controllava le tessere degli iscritti per indirizzarli al corso di pertinenza. C’erano una miriade di moduli da seguire e a cui potersi segnare: di francese, d’inglese, di balli caraibici, per disegnatori di fumetti e, appunto, di scrittura creativa. Insomma che mi presentavo all’ingresso e il tipo – un uomo basso, canuto e con gli occhi stretti come due fette di melone – all’inizio mi accoglieva chiedendo: «La tessera, prego» poi «Ah, scrittura creativa. Di sopra, in fondo a sinistra». Ma poi, chissà perché, dalla seconda volta che mi ha visto, la tessera non me l’ha chiesta più. Appena mi vedeva arrivare: «Salve! Il corso di autistima, vero? Prego, prego» e mi faceva segno di entrare. Mi domando come mai anche lui non si sia azzardato a chiamarmi per nome – Fiorello, naturalmente. «No, scrittura creativa» ho provato a ribattere le due-tre volte successive, ma non c’è stato nulla da fare. Fino alla fine del corso sono stato per lui quello del corso di autostima. Un segno? Il mio volto che suggerisce un malessere di fondo? Bho! A ogni modo, da oggi cambio vita. Forse è meglio che essere semplicemente “ ’U figghiu e ru dottore”, “Chiddu ca sta a Milano”, o “Chiddu avutu, avutu. ‘U spicasozizze!”…
Quindi: piacere, mi chiamo Fiorello, sono nato a Roma e frequento un corso di autostima.

Friday, 16 July 2010

Missmatched - Male assortiti

Non dimenticherò quella puntata di “Will & Grace” in cui Will, dopo tanto tempo, incontra di nuovo il dio nero, quel James interpretato da Taye Diggs, oggi impegnato nella serie televisiva “Private Practice”, ma già frequentatore di “Ally McBeal” e “Grace Anatomy”.
Nello sceneggiato, i due sono attratti l’uno dall’altro sin dalla prima volta che si conoscono. Quindi si perdono di vista, s’inseguono a lungo senza successo e, quando finalmente si ritrovano per puro caso, il secondo (che è canadese) scopre che sta per essere espulso dagli Stati Uniti perché il suo permesso di soggiorno è scaduto.
Will, ch’è il solito romanticone con alle spalle la storia finita male con Mike da cui è uscito distrutto, più una mezza-storia (altrettanto deludente) con Vince, non regge lo stress della situazione. Per questo Grace è disposta a tentare il tutto e per tutto per aiutare il suo amico del cuore e si dice disponibile a sposare James, in modo che possa ottenere la cittadinanza americana e rimanere al fianco di Will.
Anche se nel finale Will sposa Vince con cui ha un figlio di nome Ben, la sua cotta per James non è poi da sottovalutare nell'economia della storia. Quando Grace sposa James, Will è nervoso come fosse lui a sposarlo.
Ancora una volta Grace si dimostra un punto di riferimento per Will, eppure… eppure, la parola che i personaggi pronunciano più spesso nel corso di quella puntata in riferimento alla nuova coppia Will-James è: “Missmatched”. Male assortiti. Lo dice Karen, lo dice Jack, lo dice la stessa Grace.
Male assortiti. Come Woody Allen e Soon-Yi Previn, direbbero alcuni, o come Anna Nicole Smith and J. Howard Marshall, Marilyn Monroe e Arthur Miller, o come “Michael Jackson and Anybody”, come ha scritto la rivista “AskMen UK” qualche tempo fa.
Possono dirci quello che vogliono, possono metterci in guardia, farci mille segnali di fumo coi razzi in stile “Lost”, ma quando siamo presi da qualcuno, quando abbiamo la “toccata”, come la definisce il mio babbo, non ci sono cazzi che tengano, no?
A me questo capita quando ho troppa voglia di innamorarmi. Già. O questo, oppure mi chiudo a riccio e vaffanculo tutti.

Penso ai miei nonni veneti. Lui - un gigante buono. Altissimo, orecchie enormi, braccia lunghe. Lei - una signora Minù senza un dito (se l’era tagliato lavorando “su dal lőc” - così chiamava la montagna di Fadalto oggi attraversata dall’autostrada). L’articolo “il”, li chiamavano alcuni. Eppure… forse erano anche male assortiti, ma state sicuri che sarebbero stati entrambi disposti a tagliarsi via non un dito, bensì tutto il braccio se l'altro ne avesse avuto bisogno.
Quindi: quale il limite di un assortimento cattivo? Davvero l’amore basta a superare tutte le difficoltà? Tanto vale dare credito ai consigli degli amici subito, senza provarci?
Mi consolo pensando spesso che le mie storie passate sono naufragate in un mare di merda proprio perché io e "loro" eravamo davvero “Missmatched”. Altre volte, invece, mi deprimo pensando che chiunque verrà, se messo al mio fianco, sarà come un calzino a pointe accoppiato a un pedalino a righe, una principessa con un ranocchio, un bassotto con un alano...
Sperando nell’arrivo tempestivo del momento di un buon “matching”, vi saluto.

Thursday, 15 July 2010

The Bloomed Blue River



Per quanti di voi non avessero ricevuto la newsletter e per chiunque altro fosse interessato:
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The Bloomed Blue River


L'ottava edizione del Memorial Festival Marco Fiume Blues Passion vedrà l'affiancamento di una componente "visiva" agli appuntamenti musicali serali: infatti, grazie al documentario "The Bloomed Blue River", realizzato da Lucio Gagliardi, sono state ripercorse le tappe musicali che hanno portato Marco a suonare con i migliori musicisti Blues della West Coast.
Il documentario, oggetto della tesi di laurea in “Ingegneria del Cinema e dei Mezzi di Comunicazione” del giovane rossanese Lucio Gagliardi, nasce e si sviluppa seguendo un duplice filone: da una parte raccontare l'esperienza ed il "sogno americano" che ha portato Marco a misurarsi, tra il 1994 e il 2002, con la scena musicale californiana; dall'altra mettere in evidenza gli aspetti più caratteristici della musica Blues ed i risultati raggiunti dal chitarrista calabrese.
Questo andamento duplice ma parallelo si è riflesso, quindi, nella sceneggiatura, che, attraverso la copresenza di due voci narranti, mette in evidenza l'uno o l'altro aspetto: da una parte vengono presentate le città "cult" del Blues: Chicago, Memphis, St. Louis, New Orleans, Los Angeles, San Diego, San Francisco; dall'altra, invece, si fa riferimento più esplicito alla vicenda personale di Marco, con le testimonianze di alcuni dei musicisti che hanno suonato con lui: Candye Kane (San Diego, CA); Ron Dziubla (Los Angeles, CA); Carl Sonny Leyland (New Cuyama, CA); Mark Tortorici (Los Angeles, CA); Junior Watson (live performance @ “Mexic Restaurant”, Ventura, CA).

Direzione e Post-Produzione: Lucio Gagliardi, Domenico Graziano;

Sceneggiatura: Lucio Gagliardi, Raffaello Fontanella;

Materiale d’archivio: Maria Giulia Sorrentino (Associazione Musicale Marco Fiume, Rossano), Alan Lomax (Cultural Equity, New York).

Wednesday, 14 July 2010

Parla con me (sì, ma di cosa?)

Una difficoltà che non mi s’è presentata assolutamente durante quest’ultimo viaggio in Russia è stata quella di ritrovarmi coinvolto inaspettatamente in una conversazione incentrata su un argomento di cui non so praticamente nulla. E vi garantisco che non ci vuol molto a mettermi in difficoltà.
Avete presente di cosa parlo, no? Sarà successo anche a voi di andare a una festa, o a una di quelle famose pizzate in cui vi siete trovati a parlare con una persona conosciuta da poco e la conversazione è andata a gonfie vele finché, paf!, ecco che dall’altra parte è stato introdotto un argomento del tutto ignoto, o peggio ancora si è esaurito qualsiasi argomento di conversazione!
Beh che, il sito di “Lava Life” informa che gli autori David Matalon e Chris Woolsey hanno pronta per noi la cura contro i silenzi imbarazzanti. Si tratta di un libro, una vera e propria guida, una sorta di bigino per conversazioni da feste e altri eventi mondani: un compendio di tutto ciò che bisognerebbe sapere, dallo Sputnik al vaiolo, a Marie Curie e a Mao.
Ricordo che “DS”, il mio ultimo boyfriend, simpaticissimo e molto sveglio, comprò un libricino simile in vista della serata di capodanno che aveva accettato di trascorrere con me e i miei amici. Quando sentì che a tavola saremmo stati io, lui e tre o quattro insegnanti, si sentì così in soggezione da temere di fare una brutta figura. Per questo pensò di prepararsi in anticipo. La cosa mi fece sorridere non poco, anche perché sono convinto che chi è sveglio come il buon “DS”, chi come lui è abituato a lavorare duramente e conosce in modo discreto i fatti della vita, non rimane mai a “bocca asciutta”. Anche se si approda sulle sponde di un argomento ignoto, alcune persone hanno il dono di dirottare il discorso con nonchalance, o comunque hanno sempre la risposta pronta.

Il libro di Matalon è nato – dice l’autore – dopo aver assistito a situazioni imbarazzanti nel corso di feste aziendali e simili, in cui la gente di ogni età e sesso a cui parlò del suo progetto editoriale, ridendo ammise: «Oh mio Dio, ho bisogno di questo libro!».
«Alla fine della giornata, il libro non rende un genio chi lo legge, ma dà la fiducia necessaria per affrontare qualsiasi tipo di conversazione» ha detto Matalon a “Lava Life”.
Ciò che ho notato ultimamente, invece, è che – correggetemi se sbaglio –le conversazioni si concentrano sempre più intorno agli universi del sesso e del cibo. E questo indipendentemente dal contesto in cui ci si trova. È come se la gente avesse meno pudore nell’affrontare taluni argomenti, anche durante un meeting di lavoro (certo, mi riferisco al sesso e non al cibo). Anzi che, spesso, ho avuto l’impressione che il tema sessuale è quello prediletto, forse con la convinzione di chi lo intraprende che serva a stabilire una maggiore confidenza con il proprio interlocutore, quindi una maggiore fiducia, arma utilissima quando si giunge al momento della chiusura di un eventuale contratto.
Credo che trattare certi argomenti con una persona che non si conosce affatto sia alquanto pericoloso, non solo in ambito lavorativo come si può immaginare, ma anche quando si conosce inaspettatamente qualcuno che scopriamo interessarci in un senso diverso…. Le simpatie e antipatie del nostro interlocutore sono sempre un mistero e possono metterci nei guai, al contrario di quali che siano le nostre convinzioni in merito.
Ma esistono degli argomenti di conversazione che possono condurre a una serata di sesso non programmata? Io non lo so di certo, dato che m’è andata sempre male. Ma c’è chi dice che parlare dei cibi preferiti e dei propri hobby aiuti molto.
Quindi tutto si riconduce sempre e solo a questi due poli?
Ricordo un detto che mio padre mi ha ripetuto spesso in questi anni: «Si lavora e si fatica per la trippa e per la fica».
Effettivamente…

Tuesday, 13 July 2010

Studenti gay all'estero

(Nella foto "Amore e Psiche", museo dell' Ermitage)
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Chissà come sarebbero andate le cose se anche ai miei tempi, quando venni a studiare allo Smol’nyj, ci fossero stati dei locali gay; oppure se i ragazzi - compreso me - fossero stati più propensi a manifestare la loro omosessualità (in realtà, mi domando lo stesso in merito alla mia adolescenza in Calabria). Di certo sarebbe stata tutt’altra cosa se avessi avuto il sostegno di un gruppo come il “S.I.G. Rainbow” (Special Interest Group). Esso è composto da diversi membri della NAFSA (Association of International Educators) i cui obiettivi sono quelli di consigliare gli studenti di tutte le nazionalità sui loro studi all'estero (studenti gay, lesbiche, bisessuali o transgender); di sostenere i professionisti gay, lesbiche, bisessuali e transgender in materia d’istruzione internazionale in modo da combattere l'omofobia, eterosessismo e la transfobia.
«Nessun pregiudizio circa l'orientamento sessuale di un individuo deve compromettere la sua partecipazione al S.I.G.».
Il sito del S.I.G. chiede agli utenti di selezionare una delle tre categorie indicate sulla home page (studenti, International Educators, o Rainbow Sig Members) per avere maggiori informazioni.
Se date un’occhiata al sito web del S.I.G. si capisce come esso cerchi d’individuare tutte le informazioni, i link e le risorse utili alla comunità internazionale degli studenti gay, lesbiche, bisessuali e transgender in modo da fornire una guida che possa essere d’aiuto a tutti coloro che vogliono comprendere meglio i vantaggi e le sfide della cultura in cui si andrà a studiare, quindi a vivere. Il S.I.G. parte dalla convinzione che essere informati su come la propria identità sessuale influirà sulle relazioni con le persone dei paesi dove si andrà a studiare permette di avere un’esperienza gratificante e sicura.
Peter Voeller ha riportato per il S.I.G. una vera “Storia di sucesso Gay”:
«Un paio d’anni fa» recita il testo «abbiamo avuto un giovane studente che dalla Russia è venuto a studiare qui [in USA, n.d.r.] per un trimestre. L’inglese non era il suo punto forte e non tornò a lezione il trimestre successivo. Continuai a sentir parlare di lui nel corso dei mesi, dei suoi contatti con la mafia russa in città, di lavori illegali, di una vita condotta interamente in aeroporto […]. Poi un giorno venne qui accompagnato da uomo più anziano di lui, con cui viveva, e annunciò di voler avviare una causa legale per ottenere la cittadinanza americana, una sorta d’asilo politico per via del suo orientamento sessuale. Di fronte a questa notizia spalancai gli occhi in quanto non avevo idea che potesse essere gay. Gli diedi le informazioni che avevo sui diritti delle Lesbiche e dei Gay Immigrati [Lesbian and Gay Immigration Rights Task Force] e i nomi di alcuni avvocati disposti ad accettare il suo caso. Nel corso dei mesi successivi fui in grado di aiutarlo ottenendo dalla sua famiglia una lettera in inglese da usare in tribunale e trovandogli un traduttore che potesse aiutarlo durante il processo. La famiglia ha sofferto molto per via della questione dell’orientamento sessuale del figlio. Suo nonno ha avuto un attacco di cuore dopo essere stato picchiato e suo padre ha perso un occhio, anche lui in un pestaggio. La loro casa era perennemente ricoperta di feci e graffiti dai toni omofobici. Sembra che la famiglia l’avesse mandato negli Stati Uniti come estrema ratio, confidando nel fatto che qui avrebbe trovato una nuova vita. Lo studente s’era ritrovato, quindi, in un paese ignoto e immischiato in un paio di brutti giri, per questo alla fine s'era convinto a chiedermi aiuto trovandogli frequentazioni più sicure».
Insomma che Voeller ha indirizzato questo giovane russo che, col passare del tempo, s’è sistemato e ha trovato l’amore. Una storia a lieto fine che s’è conclusa con un’udienza da cui s’è evinto che non dovrebbero esserci problemi a ottenere la cittadinanza statunitense, e ancora con la manifestazione a Seattle a sostegno dei diritti dei gay immigrati; a giugno con il Gay Pride in compagnia del suo nuovo partner; e nel mese di luglio con la cerimonia della loro unione civile. Voeller è stato uno dei testimoni di questa unione insieme con il proprio compagno.
Nota: prendere esempio.

Sunday, 11 July 2010

Sankt Peterburg 2


E finalmente, fra una visita alla sala d'ambra presso la residenza estiva di Caterina, a Carskoe Selo, e una lunga passeggiata in Sennaja Ploshad' sotto un sole che spara almeno 32 gradi, ho trovato il tanto sospirato dizionario elettronico russo-inglese! Naturalmente il dizionario non poteva avere alcuna utilita' senza un libro da leggere e, quindi, benvenuta l'edizione russa di Sofia Kinsella "Ty umeesh chranit' sekrety?" ("Sai mantenere i segreti?") e benvenuta l'edizione russa di "Sex and the city" qui nota come "Il sesso nella grande mela" o nella grande citta'.

A proposito di grande citta', a breve mi troverete di nuovo dietro la mia scrivania meneghina, ma li', almeno, avro' il sollievo dell'aria condizionata. A San Pietroburgo e' chiaro quanto sia eccezionale questo caldo perche' i condizionatori (dove ci sono) non sono stati pensati e costruiti per raffreddare cosi' tanto da riuscire a dare alcun sollievo.

Pettegolezzi e quant'altro solo vis a vis.

Do svidanija.
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(Nella foto l'ingresso della "sala grande" della residenza estiva di Caterina II).

Saturday, 10 July 2010

Sankt Peterburg




Non saprei come spiegarlo. E' un fenomeno che finora mi e' capitato solo un'altra volta e, precisamente, quando sono tornato a Roma a distanza di due anni dalla laurea. Ricordo che discendendo la strada che parte dal quirinale e ritrovandomi di fronte alla fontana di Trevi - uno, due, tre... Singulto, gli occhi pieni di lacrime. Ho pianto. Allo stesso modo oggi, qui a San Pietroburgo, mentre il pullman s'incuneava adagio nel parcheggio, ho risentito quel nodo alla gola e appena messo piede sull'isola Vassilevskij, appena ho alzato lo sguardo alla facciata verde e bianca del "Palazzo d'Inverno", imponente al di la' della Neva increspata... Giu' con le lacrime! E quindi giu' con gli occhiali da sole, naturalmente (perche' "A lady is a lady!"). Meschino, che vergogna... Ma ribadisco: capita di botto. Nessun preavviso. A questo punto potrei prendere in prestito le parole di Gertrud dell'omonima opera di C.T. Dryer e, sostituendo quell'unica parola "amore", scrivere: "L'unica cosa che so e' che (San Pietroburgo) ha posto i suoi artigli su di me".
La citta' e' cresciuta. La citta' e' cambiata, come sono cambiato io del resto. Nel bene e nel male. Ma nessuno dei due, forse, e' del tutto stravolto.
Prima che me lo chiedano, posso dire agli "addetti ai lavori" che ora si', anche a San Pietroburgo ci sono locali gay. Coppie di lesbiche stupende passeggiano lungo Nevskij Prospekt all'inseguimento di un paio di scarpe all'ultimo grido, piuttosto che del famigerato "cappotto" gogoliano; o forse solo alla ricerca di un po' di svago. Non so se due settimane fa qui ha sfilato anche il pride , ma so di certo che la citta' e' tappezzata di manifesti che hanno reclamizzato l'8 luglio come giornata della famiglia, dell'amore e "vernoe", ossia "giusta", "esatta" (il sostantivo "vernost' " vuol dire appunto "esattezza", "fedelta' " - sott. "principom", ai principi).
Le notti bianche non sono più solo bianche, ma di mille luci e colori, lingue, sapori e griffe. Certo, anche la lingua s'e' data una rinfrescata, ma ancora un paio di giorni e tornero' in carreggiata.
Se capiterete qui a breve, poi, vi consiglio di fare un salto per cena al "Karova bar" ("La vacca bar") in via Karavannaja (delle carovane), oppure al "Masha i medved'" nella strada parallela proseguendo verso l'ammiragliato.
Scorre l'acqua nel canale Gribaedov, sempre un po' a fatica quando il vento di Finlandia la ributta dentro, facendola apparire come un nastro di seta verdastro e trapuntato di frammenti di sole taglienti e liquidi. Finche' non appare l'ennesima nuvola scura che spezza l'incantesimo.
Do svidanija.
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(Questa tastiera russa mi crea un po' di problemi. Scusate se ci sono piu' errori del solito. Spero di esssere riuscito a postare le foto di una serie di sculture di "Amore e Psiche" del Canova scattate per voi, cosi' come quella di Picasso in mostra all'Ermitage e, naturalmente, dei miei beneamati "Atlanti". Prometto che recuperero' presto).

Tuesday, 6 July 2010

Colazione al Café St Pieter (note prima della partenza)


Sembra che San Pietro – e non solo lui - stia segnando queste mie ultime settimane. Ho iniziato a pensarlo quando il mattino dell’ultimo giorno di lavoro in trasferta, ad Anversa, sono andato a fare colazione al “Café St Pieter”, nell’omonima “strasse”, con una di quelle brodaglie all’americana che tanto mi piacciono e due brioches alla maniera belga (ossia con burro e mele una, e con albicocche l’altra).
All’inizio ho pensato che proprio il giorno precedente, durante la vista al porto, il collega dell’UAE mi aveva raccontato della sua crociera in compagnia della moglie e del figlio a San Pietroburgo (di cui non poteva fregarmene di meno) , città che lui credeva – e ancora crede - fondata da San Pietro in persona, e poi ho pensato che solo dopo pochi giorni - domani – sarei dovuto ripartire proprio per San Pietroburgo. E benché San Pietro non c’entri nulla con la città russa, ecco che mi sento come se stessi camminando lungo una circonferenza, una linea che lì dove si chiude ricomincia a girare.
Checché le mie considerazioni rischino di presentarsi come del tutto onanistiche, non posso fare a meno di comunicare la mia forte emozione per l’imminente ritorno nell’amata Russia. Che in tutto ciò sia il segno nascosto dell’avvento di un evento eccezionale?
L’emozione di cui scrivo è un misto di gioia e di ansia. Ansia per quanto – sono sicuro - ritroverò cambiata la città di Pietro il Grande. Ogni volta che vi torno ho paura di insozzare i bellissimi ricordi che serbo della prima volta che vi capitai per motivi di studio con alcuni dei miei migliori amici. Che cosa succederebbe se all’improvviso questa città dovesse venirmi in odio? No, non potrei sopportarlo. A essa ho dedicato un intero volume; a essa ho legato indissolubilmente analogie assolutamente immaginarie e infondate con la mia terra di Calabria, in cui ho vissuto dai quattro ai diciotto anni, analogie su cui ho costruito altre due storie mai edite. La mia è l’agitazione per la consapevolezza della metamorfosi della condizione socio-politica russa, e non valgono ad alcunché le parole di Claudio Magris nello straordinario “L’infinito viaggiare”, quando recita: «È ridicolo pretendere di capire in fretta o […] pretendere di contemplare i fiori senza scendere da cavallo. Viaggiare è una scuola di umiltà; fa toccare con mano i limiti della propria comprensione, la precarietà degli schemi e degli strumenti con cui una persona o una cultura presumono di capire o giudicano un’altra». Non mi consolano affatto.
In effetti, mi rendo conto che la mia comprensione è davvero molto limitata. Lo è come quella di un padre che non prende coscienza dell’atroce verità di un figlio allo sbando, di chiunque non accetti che possa esserci del male in ciò che ama.
Per me San Pietroburgo è magica come lo era Praga per A. M. Ripellino, come lo è Istanbul per O. Pamuk. Ecco: pur sapendo che, come la mia Calabria, la Russia è il Paese delle contraddizioni, ho paura di scendere dall’aereo e di pensare, come già feci scendendo dal treno a Roma qualche mese addietro, “Peccato!”, avvertendo il dolore ineluttabile per la perdita di una parte del mio passato.
Ma forse sbaglio.
Del resto, anche stamani m’è capitato di far colazione al bar vicino l’ufficio, quello del nuovo bersaglio delle mie fantasie sentimentali, e di leggere l’oroscopo che mi prediceva una serata “a sorpresa”. «Tsé, figurati!» ho commentato, e invece poi… Ops! Inaspettatamente è saltato fuori un appuntamento che si prefigura mo-o-olto interessante, e per cui ora corro a prepararmi.
A presto.

Friday, 2 July 2010

Storia di un uomo di mare (la libertà fra le braccia di una gru da 800 tons)

Un paio d’ore libere fra una riunione e l’altra sono state sufficienti per perdermi fra le strade di questa fantastica città. E un pomeriggio in principio noioso s’è tinto dei mille colori. Per l’esattezza: dei colori delle bandiere del pride di Antwerpen. Già, nemmeno a farlo a posta sono finito nella gay street della città belga (vedi foto), capitale della cultura del commercio break bulk che mi sta forgiando – o almeno ci prova – da cinque anni a questa parte.
Nell’ultimo reportage, ieri, avevo scritto di essere dispiaciuto perché Mohammed non è qui e perciò quest’anno non imparerò una nuova parola nella sua lingua fascinosa, come per esempio “Hashale” l’anno scorso. Ma ancora una volta ho realizzato che quando incontri persone mai viste prima, se non è una parola nuova quella che impari stai pur tranquillo che avrai di più – una storia, per esempio. E io amo le storie…
Devo dire che questo lavoro che un tempo nemmeno immaginavo potesse esistere, e che sempre più mi rendo conto non esser fatto per me, ha di buono che comporta - a volte “costa” – un assiduo confronto diretto con individui di ogni genere e sorta. E forse oggi non siamo più abituati al confronto; forse, oggi per molti di noi è facile evitare il confronto con l’altro. A volte, il mio lavoro è un po’ come rifare la visita militare: non sempre puoi scegliere con chi stare, con chi rapportarti.
Così, se poco prima camminavo con un collega degli Emirati Arabi, il quale voleva convincermi che la città di San Pietroburgo è stata fondata da San Pietro («You know, the apostle? The Paul’s friend!» mi ha detto sorridendo), dall’altra mi sono imbattuto in un uomo davvero speciale, in cui non avrei mai sperato durante questa trasferta.
Alto quanto me, ma grosso il triplo. Si chiama Razvan. Il nome la dice lunga sulle sue origini, come anche il nome del suo stretto collaboratore, Dragos. Lavora nel settore dall’età di cinque anni. Nel senso che già da bambino aveva ben chiaro che il suo destino sarebbe stato in mare. Ogni giorno andava ad acquattarsi sulle banchine del porto di Costanta a rimirare le navi cargo che attraccavano, o che erano solo di passaggio, finché non giunse il giorno in cui gli fu permesso salire a bordo di una di esse. Abbandonò la vita marinara per dedicarsi al mondo del Project Freight solo dopo aver conseguito il grado di capitano, ossia poco prima o forse in coincidenza della caduta di Ceausescu.
Forse è una caratteristica di tutti gli uomini di mare (intendo che hanno vissuto in mare) quella di immedesimarsi con il tutto. Ci ragionavo giustappunto qualche giorno addietro, scrivendo dell’ultima lettura a proposito di Pessoa che «si sentiva abitato dall’infinito». E in effetti la descrizione calza a pennello. Se non vado errato, le parole di Citati su Pessoa recitano: «la sua anima era un maelstrom nero, una vasta vertigine intorno al vuoto, un oceano senza confini intorno a un buco nel nulla». Sì, proprio così. Soprattutto queste ultime parole non potrò mai dimenticarle. Le ho riscritte anche ieri. «Un oceano senza confini intorno a un buco nel nulla».
Perché è questa la sensazione che si avverte di fronte a qualcosa di sconfinato come il mare. Ci si sente parte di esso, ma non solo. Parte dell’infinito, quindi dell’universo, quindi completi e allo stesso tempo sperduti, come se noi stessi fossimo fatti di miliardi di particelle di tutte le dimensioni e di ogni tipo di materia, incontenibili e in continua estensione, appunto oltre i limiti dell’immaginazione; forse che sconfina addirittura nei territori della non vita, ch’è poi l’unico luogo che la nostra logica (circoscritta) non potrà mai concepire.
Del resto fu proprio Pessoa che scrisse «Dio non ha unità, come potrei averla io?».
Insomma, adoro le persone che trasmettono quest’illusione di fusione cosmologica, persone che hanno vissuto in pieno, apparentemente senza rimpianti, e che non possono immaginare di ritirarsi dall’infinito, se non altro perché non esiste un luogo diverso.
Razvan mi ha raccontato un aneddoto di quando studiava filosofia (un capitano di marina appassionato di filosofia… ma ve lo immaginate? Se un romanzo non mi vien fuori da qui, allora da dove potrei cavarlo?). Insomma che un giorno il professore gli chiese:
«Cos’è la libertà?».
«La libertà» rispose lui «è poter agire come meglio si crede senza impedimenti di sorta».
A quel punto il professore si alzò, si diresse alla lavagna e con un pezzo di gesso tracciò un cerchio, e nel cerchio ne schiacciò ben bene la punta, fino a incidere un punto bianco, enorme.
«Questa è la libertà» commentò alla fine, come se quelle parole rapportate a quel disegno fossero sufficienti a chiarire il tutto. Sicché, vedendo che il giovane Razvan rimaneva in silenzio, aggiunse:
«La libertà è quando il punto non esce dal cerchio. Il cerchio rappresenta le leggi scritte e non scritte, il punto all’interno del cerchio sei tu. Il giorno che uscirai dal cerchio non sarai più libero».
Non credo che ci sia bisogno di aggiungere altro.
Esistono davvero delle leggi che sono universali. Mi viene da scrivere che sono leggi che “basta” saper riconoscere al fine di ottenere quel “nobile candore”, quella “gravità ingenua e senza ostentazione”, madre della perfetta quiete mentale cui tutti miriamo, ma nonostante la semplicità di queste parole, anche solo scrivendole mi rendo conto che non c’è nulla di lineare, niente di svelto e facile in tutto ciò. Ecco perché sono così pochi quelli che ci riescono.

Credo che le gru da 800 ton che ho fotografato possano valere da metafora. Bracci meccanici che movimentano cargo mastodontici apparentemente senza sforzo… È questo il souvenir che porterò a casa dalla mia ultima missione.

Thursday, 1 July 2010

Don't ask, don't tell...


Ieri sera cocktail di benvenuto nella City Hall che affaccia sulla piazza centrale, in mezzo alla quale svetta la statua dedicata al gigante Druon Antigoon e al soldato romano Silvius Brabo che gli tagliò la mano per gettarla nella Schelda e liberare la città (da cui il nome Antwerpen, ossia “Hand werpen”, “lanciare la mano” appunto). Non avrei potuto non venire qui.
Il porto di Anversa è il secondo più grande d’Europa. Basti pensare che movimenta più di 180 milioni di tons all’anno e, se a voi capisco che non ve ne possa fregare più di una cippa lippa, per me invece vuol dire molto. A ogni modo, nel sala principale del comune di Anversa, ieri sera, stavo per lasciarci le penne. Il caldo soffocante combinato a tre bicchieri di vino a stomaco vuoto mi ha costretto a levarmi subito la cravatta prima, poco dopo a fuggire a gambe levate insieme alla mia collega portoghese e alla collega tedesca. Come se non fossero sufficienti tutti quegli altri invasati provenienti dal resto del mondo, il cui unico interesse sembra essere quello di sfottermi per la figura di merda che abbiamo fatto ai mondiali: "Italy out? Ah-ah!". Du' palle!
Tanto che oggi, visto che 'sta commedia non dava cenno di smettere, durante le riunioni a un certo punto ho dovuto scrivere un cartello che ho lasciato sul tavolo: «Patti chiari e amicizia lunga: non parlatemi dei mondiali. Sono italiano, grazie».
Ma è mai possibile? Oltre al danno anche la beffa! Che poi, è vero che a me del calcio me ne frega quanto dei pompini di Monica Lewinski a Clinton, ma si parla pur sempre della nazionale italiana, vi pare? E poi, dico, proprio tu, caro francese, vieni a parlarmi dei mondiali? Ma che c'hai in testa, merda?

In certi frangenti – guarda un po’ – se non fosse per certe "piccole differenze", avrei anche la pretesa di sentirmi come il mio caro Zamjatin che, fra la progettazione di una nave rompighiaccio e l’altra, buttava lì uno dei suoi racconti distopici; oppure come Montale e la sua “Casa dei doganieri” in cui ricordava come non è possibile conoscere il nostro destino, ma che, al contrario, “l'orizzonte è in fuga” e che l’uomo è destinato a una vita incomprensibile di solitudine.

L'altra brutta notizia è che quest’anno l’amico e collega arabo mi ha dato buca, per cui non imparerò una nuova parola su cui astrologare (ogni anno era solito insegnarmene una, come “Hashale” l’anno scorso, ricordate?).
Il reportage finisce qui. Buona continuazione.

Anversa. L'arrivo

(Nella foto la stazione centrale di Anversa)
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1. Bruxelles.
Scrivo in aeroporto, a Bruxelles, pur non sapendo quando riuscirò a postare il tutto.
Sapete, la prima volta che sono arrivato in questa città ero un ragazzetto. Ero diretto a Strasburgo perché, senza volerlo, con una poesia dal titolo “La vita?” avevo vinto un concorso il cui tema era “Il senso della vita”, o qualcosa del genere, e in palio c’era appunto un viaggio al parlamento europeo. Lì, fra gli scranni del parlamento, ragazzi di altre città italiane e del resto d’Europa dovevano rappresentare il loro Paese e la loro regione, confrontandosi sul tema della vita, sull’aborto, etc… Fu un’esperienza stupenda, per quanto inaspettata. Infatti, insieme ai miei compagni di classe ero stato costretto a partecipare al concorso dalla professoressa di storia e filosofia, una vecchia teresiana spagnola che ancora oggi mi domando come ci fosse finita a Rossano Calabro, così come ancora mi domando come i giudici possano aver scelto, allora, la mia poesia del piffero di poche strofe in mezzo a tanti altri lavori di certo più consistenti.
Quindi anche allora ero a BRU di passaggio, solo che oggi dovrò proseguire per Anversa. Il volo è stato tranquillo. Non smetterò mai di domandarmi come mai l’aeroplano abbia su di me un effetto così soporifero. Non riesco mai, davvero mai, a godermi almeno la fase del decollo. Appena mi siedo, apro il mio libro e dopo due righe, paf!, eccomi lì che dormo con la bavetta che mi cola da un angolo della bocca. Un altro effetto che ha su di me l’aeromobile è l’erezione involontaria. Accade di solito prima dell’atterraggio. Appena mi risveglio mi accorgo di essere piacevolmente eccitato, a volte semplicemente – scusate la franchezza – barzotto e devo star lì a coprirmi con il libro o una rivista finché non passa. Come un adolescente in mezzo ai corridoi della scuola, o negli spogliatoi della palestra. Capita anche a voi? Tant’è… Non sto a raccontarvi le figure di merda che puntualmente ne conseguono.
Riguardo all’atterraggio, devo dire che questa è stata la seconda volta, dopo il famigerato ritorno da Hong Kong (durante il quale sentii dal vivo il famigerato annuncio registrato dal capitano che diceva “No panic!”), che me la sono fatta sotto. A pochi metri dalla pista, infatti, il pilota ha fatto una manovra talmente brusca che è sceso di quota così velocemente da farci balzare sui sedili, e quasi non davamo di cranio contro la cappelliera.
A questo punto devo dire che arrivare ad Anversa inizia a sembrarmi un po’ troppo macchinoso. Ho cambiato già un treno (colpa mia ch’ero salito su un regionale) e adesso sono in attesa dell’Intercity. Ma se davvero il viaggio verso Anversa è macchinoso, allora mi chiedo come dovrei definire le escursioni da Milano fino in Calabria, anzi fino a Rossano di cui tutti decantano il mare e i monti, ma che, alla fin fine, porta a credere chi ci deve arrivare per la prima volta che si tratti di un luogo immaginario, tant’è praticamente irraggiungibile. Già, scoprire Rossano è un po’ come una caccia al tesoro, e forse anche questo è ciò che ne costituisce il fascino irresistibile (meh, che mo l’ho scritta la cazzata!).
Bene, il treno è in partenza. Chiudo qui per proseguire appena possibile quando sarò arrivato a destino.


[…]


2. Questo hotel Hilton è proprio nel centro cittadino, vicino la cattedrale. Mi son già fatto un’idea dei belgi. Allora: i bambini sono tutti degli angeli, bianchi e paffuti, tranne uno che, in treno, ha urlato fino a dar via l’anima anche per conto del resto della popolazione infantile locale. L’avrei ucciso. Le donne sono tutte delle belle mamme. Anche chi madre non lo è, è chiaro che lo sarà presto. Mi sa che qui figliano molto. La mia vicina di sedile, per esempio, aveva in braccio una mozzarella gigante di 8 mesi e in grembo un essere di tre. Com’è possibile? Ancora, generalizzando, dico che ho individuato dei tratti comuni per la gente del luogo. Biondi e carnagione lattea come i padani, volto lungo, labbra gonfie come i napoletani, e orecchie e occhi grandi come i pugliesi. Ho capito che il fiammingo non è una lingua che fa per me, e mi meraviglio come i proprietari dei ristoranti qui intorno (“La gondola”, “La Toscana”, “Roma 46”, “Da Giovanni”, “Pasta e pizza”) immigrati durante gli anni ’60 e ’70, siano riusciti ad adattarsi così bene. Per il resto, la popolazione è abbastanza eterogenea. Ci sono messicani, turchi, ma anche molti africani. Sul treno, a due bei neri che mi sorridevano e mi parlavano in fiammingo ho risposto “Waka-waka” pensando di dire una cosa bella, ma non credo abbiano apprezzato perché mi hanno guardato come a dire “Tu sei fuori!”, oppure “Tesoro, hai più problemi tu che un libro di matematica!”. Il che non è del tutto falso. E ancora non ho bevuto un goccio!
Adoro starmene in giro, camminare per le città come uno zingaro, che sia ovunque nel mondo, e soprattutto quando ancora non conosco i luoghi che sto visitando, quando tutto è nuovo e mi guardo in giro, curioso ma non troppo, sniffando l’aria nuova per cercare di capire di cosa è fatta.
Mi viene in mente Pessoa: «L’essenziale è saper vedere, saper vedere senza stare a pensare, saper vedere quando si vede, e non pensare quando si vede, né vedere quando si pensa». Infatti, quando cammino per una città nuova spesso mi perdo nei miei pensieri e non vedo ciò che mi circonda. Solo dopo mi accorgo che potrei essere anche dall’altro capo del mondo che non mi cambierebbe nulla. È in momenti come questo che credo d’intuire cosa voglia dire “essere abitato dall’infinito”, oppure “essere un oceano senza confini intorno a un buco nel nulla”.
Adesso mi tocca scappare fuori di qui.
A presto.