Saturday, 17 July 2010

Cambio d'identità

Cambio vita.
Sì, perché ho riflettuto su tutt’una serie d’indizi che quest’anno mi hanno portato alla convinzione ch’è giunto il momento di dare una svolta. Via e cambio identità; tanto me l’hanno già cambiata gli altri.
Tutto è cominciato al lavoro. Al telefono - vorrei proprio capire perché – nessuno dei clienti capisce come chiamo. Io ci provo, insisto: «Raffaello!» li correggo sempre più incazzato, ma quelli niente. «Buongiorno, Fiorello!», fanno. «Buongiorno, vorrei parlare col signor Fiorello» ancora. Evvabbuò. Kì baj’e rir’?!
Poi è arrivato il simpatico signore che vive nell’appartamento di fianco all’ufficio in cui lavoro. Lo incrocio sul pianerottolo, quando esco per i miei “piririf”, come lo chiamano i russi, cioè per la sacrosanta pausa-sigaretta (puntualmente alle 11.00 e alle 17.00). Una giorno di qualche anno fa ci siamo ritrovati a parlare. Mi ha chiesto come mi chiamo, da dove vengo («Il suo accento non è proprio milanese» ha osservato. E io: «Ma va?»). «Raffaello, sono calabrese». L’ho scandito, ho cercato di non parlare fra i denti, come mi rimprovera sempre mio padre, eppure: «Salve Fiorello – anche lui! – fa caldo, eh? Certo a Roma, lì a casa sua sarà più fresco. Voi avete il ponentino… Non ha voglia di tornare a Roma?».
In ultimo, quest’anno è arrivato il corso di scrittura creativa. Ogni venerdì mi presentavo a lezione, presso la struttura scolastica nei pressi di Crocetta. Per entrare dovevo passare per una sorta di portineria dove un custode controllava le tessere degli iscritti per indirizzarli al corso di pertinenza. C’erano una miriade di moduli da seguire e a cui potersi segnare: di francese, d’inglese, di balli caraibici, per disegnatori di fumetti e, appunto, di scrittura creativa. Insomma che mi presentavo all’ingresso e il tipo – un uomo basso, canuto e con gli occhi stretti come due fette di melone – all’inizio mi accoglieva chiedendo: «La tessera, prego» poi «Ah, scrittura creativa. Di sopra, in fondo a sinistra». Ma poi, chissà perché, dalla seconda volta che mi ha visto, la tessera non me l’ha chiesta più. Appena mi vedeva arrivare: «Salve! Il corso di autistima, vero? Prego, prego» e mi faceva segno di entrare. Mi domando come mai anche lui non si sia azzardato a chiamarmi per nome – Fiorello, naturalmente. «No, scrittura creativa» ho provato a ribattere le due-tre volte successive, ma non c’è stato nulla da fare. Fino alla fine del corso sono stato per lui quello del corso di autostima. Un segno? Il mio volto che suggerisce un malessere di fondo? Bho! A ogni modo, da oggi cambio vita. Forse è meglio che essere semplicemente “ ’U figghiu e ru dottore”, “Chiddu ca sta a Milano”, o “Chiddu avutu, avutu. ‘U spicasozizze!”…
Quindi: piacere, mi chiamo Fiorello, sono nato a Roma e frequento un corso di autostima.

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