Friday, 2 July 2010

Storia di un uomo di mare (la libertà fra le braccia di una gru da 800 tons)

Un paio d’ore libere fra una riunione e l’altra sono state sufficienti per perdermi fra le strade di questa fantastica città. E un pomeriggio in principio noioso s’è tinto dei mille colori. Per l’esattezza: dei colori delle bandiere del pride di Antwerpen. Già, nemmeno a farlo a posta sono finito nella gay street della città belga (vedi foto), capitale della cultura del commercio break bulk che mi sta forgiando – o almeno ci prova – da cinque anni a questa parte.
Nell’ultimo reportage, ieri, avevo scritto di essere dispiaciuto perché Mohammed non è qui e perciò quest’anno non imparerò una nuova parola nella sua lingua fascinosa, come per esempio “Hashale” l’anno scorso. Ma ancora una volta ho realizzato che quando incontri persone mai viste prima, se non è una parola nuova quella che impari stai pur tranquillo che avrai di più – una storia, per esempio. E io amo le storie…
Devo dire che questo lavoro che un tempo nemmeno immaginavo potesse esistere, e che sempre più mi rendo conto non esser fatto per me, ha di buono che comporta - a volte “costa” – un assiduo confronto diretto con individui di ogni genere e sorta. E forse oggi non siamo più abituati al confronto; forse, oggi per molti di noi è facile evitare il confronto con l’altro. A volte, il mio lavoro è un po’ come rifare la visita militare: non sempre puoi scegliere con chi stare, con chi rapportarti.
Così, se poco prima camminavo con un collega degli Emirati Arabi, il quale voleva convincermi che la città di San Pietroburgo è stata fondata da San Pietro («You know, the apostle? The Paul’s friend!» mi ha detto sorridendo), dall’altra mi sono imbattuto in un uomo davvero speciale, in cui non avrei mai sperato durante questa trasferta.
Alto quanto me, ma grosso il triplo. Si chiama Razvan. Il nome la dice lunga sulle sue origini, come anche il nome del suo stretto collaboratore, Dragos. Lavora nel settore dall’età di cinque anni. Nel senso che già da bambino aveva ben chiaro che il suo destino sarebbe stato in mare. Ogni giorno andava ad acquattarsi sulle banchine del porto di Costanta a rimirare le navi cargo che attraccavano, o che erano solo di passaggio, finché non giunse il giorno in cui gli fu permesso salire a bordo di una di esse. Abbandonò la vita marinara per dedicarsi al mondo del Project Freight solo dopo aver conseguito il grado di capitano, ossia poco prima o forse in coincidenza della caduta di Ceausescu.
Forse è una caratteristica di tutti gli uomini di mare (intendo che hanno vissuto in mare) quella di immedesimarsi con il tutto. Ci ragionavo giustappunto qualche giorno addietro, scrivendo dell’ultima lettura a proposito di Pessoa che «si sentiva abitato dall’infinito». E in effetti la descrizione calza a pennello. Se non vado errato, le parole di Citati su Pessoa recitano: «la sua anima era un maelstrom nero, una vasta vertigine intorno al vuoto, un oceano senza confini intorno a un buco nel nulla». Sì, proprio così. Soprattutto queste ultime parole non potrò mai dimenticarle. Le ho riscritte anche ieri. «Un oceano senza confini intorno a un buco nel nulla».
Perché è questa la sensazione che si avverte di fronte a qualcosa di sconfinato come il mare. Ci si sente parte di esso, ma non solo. Parte dell’infinito, quindi dell’universo, quindi completi e allo stesso tempo sperduti, come se noi stessi fossimo fatti di miliardi di particelle di tutte le dimensioni e di ogni tipo di materia, incontenibili e in continua estensione, appunto oltre i limiti dell’immaginazione; forse che sconfina addirittura nei territori della non vita, ch’è poi l’unico luogo che la nostra logica (circoscritta) non potrà mai concepire.
Del resto fu proprio Pessoa che scrisse «Dio non ha unità, come potrei averla io?».
Insomma, adoro le persone che trasmettono quest’illusione di fusione cosmologica, persone che hanno vissuto in pieno, apparentemente senza rimpianti, e che non possono immaginare di ritirarsi dall’infinito, se non altro perché non esiste un luogo diverso.
Razvan mi ha raccontato un aneddoto di quando studiava filosofia (un capitano di marina appassionato di filosofia… ma ve lo immaginate? Se un romanzo non mi vien fuori da qui, allora da dove potrei cavarlo?). Insomma che un giorno il professore gli chiese:
«Cos’è la libertà?».
«La libertà» rispose lui «è poter agire come meglio si crede senza impedimenti di sorta».
A quel punto il professore si alzò, si diresse alla lavagna e con un pezzo di gesso tracciò un cerchio, e nel cerchio ne schiacciò ben bene la punta, fino a incidere un punto bianco, enorme.
«Questa è la libertà» commentò alla fine, come se quelle parole rapportate a quel disegno fossero sufficienti a chiarire il tutto. Sicché, vedendo che il giovane Razvan rimaneva in silenzio, aggiunse:
«La libertà è quando il punto non esce dal cerchio. Il cerchio rappresenta le leggi scritte e non scritte, il punto all’interno del cerchio sei tu. Il giorno che uscirai dal cerchio non sarai più libero».
Non credo che ci sia bisogno di aggiungere altro.
Esistono davvero delle leggi che sono universali. Mi viene da scrivere che sono leggi che “basta” saper riconoscere al fine di ottenere quel “nobile candore”, quella “gravità ingenua e senza ostentazione”, madre della perfetta quiete mentale cui tutti miriamo, ma nonostante la semplicità di queste parole, anche solo scrivendole mi rendo conto che non c’è nulla di lineare, niente di svelto e facile in tutto ciò. Ecco perché sono così pochi quelli che ci riescono.

Credo che le gru da 800 ton che ho fotografato possano valere da metafora. Bracci meccanici che movimentano cargo mastodontici apparentemente senza sforzo… È questo il souvenir che porterò a casa dalla mia ultima missione.

2 comments:

Anonymous said...

e beh!! chi lo sa?
Chi sa quello che è la liberta? Per un carcellato? un povvero o un malato che non si puo muovere? e un insano? Così tanti essempii. Chi lo sa? Ma questa sera sono stata libera. E pure no. Questa sera non c´e Negrita e mi sento che mi manca cosi tanto, la cerco. Forse la mancanza anche è un stato di non essere libero.
bacio slb
ps1 quando ritorni?
ps2 quando ritorni, riposa un puo prendere una birra o un poco di nutella (tutto insieme nooo, che muori) e vedi il film NINE quello che lavora Daniel-Day-Lewis. e gia finito e lo sto per guardare un´altra volta. Mi ha impazzito. Mi piace tanto. Mi raccomando,

Madavieč'77 said...

Già, chi lo sa? Magari, invece, Negrita si è sentita libera...
Una carezza a Negrita da parte mia.
Bijos
Rf