Monday, 30 August 2010

Tapkès, Flip-flop... Il destino delle tappine


Ho trascorso questi giorni di silenzio raccolto in profonda riflessione.
Tutto è nato quando la temperatura ha iniziato ad abbassarsi sempre di più così che non sono riuscito più a stare in casa a piedi nudi, solo con le ciabatte.
Ed eco che ho pensato come, secondo me, le tappine non sono prese abbastanza in considerazione. Nel senso che tutti le usano senza rendersi conto di quanto siano importanti nella nostra vita. Che le usiamo per andare al mare, o per stare in casa, sono sempre con noi; anche solo per rimanere inutilizzate all’ingresso.
Ce ne sono di mille tipi, di gomma, di stoffa, di legno, con il disegno della bandiera brasiliana, con le fantasie della “Best Company” come le mie, coi fiocchetti o con i ciondoli come quelle delle mie amiche Trilly e The Queen.
Credo che non ci sia una calzatura più terrona della tappina. Anche su “Wikipedia”, alla voce “tappina” potete leggere questa definizione:
«La tappina è na còmmada causatura di peddi o tissutu mòrbidu e leggiu nnussata n casa».
Infatti originariamente il vocabolo era riferito alla pantofola. Ricordo una volta che io e mia cugina coniammo il termine “ciappina” (a metà fra ciabatta e tappina), forse nella speranza di renderle una qualche dignità, italianizzandola.
Perché ce l’hanno tutti con lei?
Una volta ho letto su un forum dedicato ai manga giapponesi il commento di una ragazza disperata che non riusciva a cambiare “immy” e aveva scritto: «Me misera tappina!».
Più che come amica, la tappina è vista come nemica, quando non come arma.
Per esempio in questa canzone popolare siciliana, “Mi sconcica” (“Mi stuzzica”):
«Mi sconcica, mi sconcica, mi sconcica mamà
mentri ca travagghiava, mi dissi chistu cà:
ppi tia Rusidda spasimu, non ci la fazzu cchiù
bedda la vucca vasimi l'amuri miu si tu
Si seguita accussì occhè matina,
lu vasu si, ma a corpi di tappina».
Forse perché abbiamo imparato a temerla, associandola alla “cucchiara” con cui le mamme erano solite “a n’allisciare ‘u pilu”.
Il termine è valido anche come offesa, per esempio nella locuzione: «Teni na faccia cumu na tappina», per dire “Sei brutto/a”.


I lituani le chiamano "tapkès", gli inglesi “Flip-Flop” e proprio le riviste di moda britanniche di quest’anno le hanno denigrate come non mai.
Pare che sia oltremodo oltraggioso il suono simile a quello di uno schiaffo che producono contro la pianta del piede quando se ne calza un paio troppo grande e, invece, che sia oscena la punta del piede che sporge dai bordi quando se ne indossa un paio troppo piccolo. Quindi, se proprio vogliamo indossarle - avvisa il sito “AskMen Uk” – almeno vediamo di trovarle della nostra misura.
Ancora, le Flip-fl… Ehm, le tappine sono poco igieniche in caso di ferite ai piedi e poi hanno una durata troppo breve. Andrebbero sostituite ogni anno.
Beh che, io le mie non le butterò mai!

Thursday, 26 August 2010

La rivolta dei brutti

A proposito delle lettere d’amore di cui ho parlato nell’ultimo post, ero qui con la mia amica Юлия a notare quanto fossero appassionate alcune di esse, di come una volta la carta potesse bruciare dello stesso fuoco che muoveva la mano di chi ci scarabocchiava su, quand’ecco mi ha detto:
«L’amore così non esiste più. Peccato».
«Come no?» ho fatto io indispettito.
«Si-ì,» mi ha risposto lei con quell’inconfondibile accento russo «una volta non c’era fretta di vivere. Scrivevi lettera, passava un mese che l’altro la riceve e poi un altro mese ancora per avere risposta… Oggi con “es-em-es” – pam-pam! E tutto finisce. Dopo due giorni hai già fatto tutto. Anche tu…».
«Anche io cosa?».
«La ultima tua storia quanto è durata, tre giorni?».
A quel punto avrei voluto sotterrarmi. Aveva perfettamente ragione.
«E poi, hai notato che le lettere più belle le hanno scritte i più brutti?» ho aggiunto non solo per cambiare discorso, ma perché davvero lo credo. E sempre più mi convinco che mia nonna - quella stessa “Sovrana dipendente” di cui ho raccontato qualche tempo fa - aveva ragione. Lei, donna atipica del sud, alta, imponente, figlia di chimico, forse l’unica ai suoi tempi a conseguire la laurea in farmacia in paese, quindi tanto geniale quanto… come dire? (mi spiace scriverlo…), insomma, non proprio ciò che noi oggi definiremmo una “strafiga”.
Quello che voglio dire è che forse è il momento di riconoscere che i bruttini sono quasi sempre meglio dei belli.
Riassumo brevemente l’episodio che raccontai un anno fa, di quando la nonna una mattina di un 25 dicembre venne a pranzo a casa nostra. Prima di sederci a tavola l’accompagnai in bagno. Non poteva camminare bene sin da giovanissima a causa di una specie di artrosi, credo, e aveva sempre bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi, e per me era un piacere farle da bastone. Aspettai dietro la porta finché non venne fuori e la riacchiappai al volo per riportarla a tavola evitando che inciampasse nei tappeti che avrebbe trovato lungo il breve tragitto. Fu uno di quei momenti in cui realizzai che non solo l’ammiravo per la persona che era, ma che le volevo un mondo di bene e che volevo che lo sapesse, a dispetto della mia solita incapacità di dire le cose fino in fondo, con parole piene, tonde e ben scandite.
L’osservai camminare mentre con l’altra mano si appoggiava alla parete del corridoio, nel suo vestito blu notte lungo fin sotto il ginocchio e con gli orli più chiari, il profumo inconfondibile e la sua parure preferita; e poi mi lanciai:
«Come sei bella oggi».
Abbassò lo sguardo e mi sorrise mostrando gl’incisivi impiastricciati di rossetto e sovrastati da un leggero strato di peluria, quindi si fermò caricando il peso sull’anca più forte.
«Non è vero!» mi disse con voce vibrante. «Non sono bella. Ma è meglio così».
«Perché?» le chiesi confuso.
«Perché la bellezza è del demonio!».
Quasi rabbrividii. Mi domandai se l’avesse detto per consolarsi e perché, allora, ci teneva così tanto ad apparire sempre in ordine. Soprattutto, mi chiesi perché a me diceva sempre che lo ero, bellino. Se intendeva ch’ero un diavolo anche io.

È vero che chi ha il dono della bellezza ha meno riguardo per chi gli sta a fianco, che i belli sono i cattivi e i brutti sono i buoni? Dostoevskij scrisse che ci ricordiamo solo delle persone che amiamo e quelle che ci amano è come se non ci fossero. È vero che i belli sono destinati ad essere amati e i brutti ad amare? Davvero i brutti anatroccoli hanno maggiori qualità dei belli?

Prendiamo le parole di Saffo. A dispetto del suo ritratto più famoso in cui appare come una giovane ricciolona, bionda e carina che rosicchia dubbiosa il suo pennino, ecco come si descrisse lei stessa e di quanto amore fu capace (e di quanta sofferenza) per il suo Faone, traghettiere di Lesbo, che non ci pensò due volte a farla cornuta:
«Se la natura avversa mi ha negato la bellezza, compensa con ciò che esiste e non si vede. Quel che vedi non esiste. Sono piccola ma il mio nome ricopre il mondo intero, e dal quel nome prendo la mia vera grandezza. Se la mia pelle non è candida, a Perseo piacque Andromeda […] scura come la sua razza […]. E penso che quando ti leggevo i miei versi, ti sembravo addirittura bella, sicuro com’eri che a una e una soltanto, me, si addicesse parlare. Cantavo, mi ricordo (gli innamorati ricordano tutto); e tu mi regalavi i baci che mi avevi rubato. Lodavi anche quelli, e di me tutto ti piaceva, ma soprattutto, allora, ti piaceva fare l’amore».

E Ugo Foscolo? Dalle immagini non sembra un figonzo neanche lui che, del resto, non si illudeva del contrario. Nel 1801 scrisse ad Antonietta Fagnani Arese:
«E chi è quell’imbecille che vantandosi di aver avuto in dono la mi amicizia ti ha poi fatto un sì odioso ritratto di me? […] Ma ch’egli m’abbia creduto brutto nel fisico passi – me lo dico io stesso, quantunque, a dirtela, io ci abbia adesso un po’ di rabbia; ma nel morale? […] Io ho forse de’ difetti e de’ vizi, ma oso assicurare che ho delle virtù ignote alla maggior parte degli uomini del mio tempo. […] Hanno dunque ragione s’io son brutto per essi, perché non devono credere bello chi lor somiglia».

Parlando di Leopardi è automatica l’associazione d’idee con la gobba e le seghe (non solo quelle mentali). Anche lui, scrivendo quella lettera del 5 dicembre 1831, in fondo sapeva che se la signora Fanny Torgnoni, l’ “angelica beltade”, non gli rispondeva era perché non se lo cagava di striscio, e non per una qualche forma di affetto seppure minimo nei suoi confronti:
«[…] mi diceste un giorno, che spesso ai vostri amici migliori non rispondevate, agli altri sì, perché di quelli eravate sicura che non si offenderebbero, come gli altri, del vostro silenzio. Fatemi tanto onore di trattarmi come uno dei vostri migliori amici […]. Se vi degnate di comandarmi, sapete che a me, come agli altri che vi conoscono, è una gioia e una gloria il servirvi».

Riguardo a Puškin dobbiamo ammettere che se lo chiamavano “la scimmia” un motivo, in effetti, c’era. Inoltre gli ultimi versi della sua lirica “V’amai” riassumono benissimo un’intera sua condizione:
«In silenzio v’amai, senza speranza
Da gelosia straziato o titubanza;
Tanto sincero e tenero v’amai,
Come vi dia che un altro v’ami Iddio».

A questo punto c’è davvero da sperare tutti che rientriamo fra le fila dei buoni. Cioè dei brutti.

Tuesday, 24 August 2010

La locanda della felicità (quando mi accontento. E godo)

Bentornata felicità!
Era da un po’ che me n’ero andato in paranoia (di nuovo). Non avevo più voglia di scrivere. Nada de nada. Tant’è che credo di avere all’attivo almeno due di quelle cose che vergogno a definire “romanzi”, più una decina di racconti. Tutti a metà. Tutti scemenze che più le rileggo più mi fanno venire il rovescio, come direbbe mia zia.
E invece… È bastato tornare a Milano, o forse è bastato l’intervallo rossanese, fatto sta che finalmente vostro signore ha deciso di restituirmi… l’insonnia!
È successo che ieri sera mi sono messo a letto alle 21.30, stanco come se mi avessero appena dato una botta in testa e, quindi, sicuro che sarei calato a sonno per svegliarmi solo stamani alle 6.15, come al solito. Mi sono addormentato subito, indubbiamente, ma un’ora dopo – SBAM! Occhi sbarrati. I led rossi della sveglia mi sono apparsi in maniera sbalorditiva, come forse solo l’arcangelo Gabriele apparse alla madonna in quel lontano anno zero.
“E mo che faccio?” mi sono chiesto.
Sono corso in cucina, al buio (la luce non avrebbe fatto alcuna differenza perché ero senza lenti a contatto e, cecato come sono, non riuscivo a trovare nemmeno le bottiglie che indosso al posto degli occhiali).
Ho iniziato col portarmi a letto cinque libri a scelta fra gli ultimi letti e da cui non riesco a staccarmi, rassegnandomi a rimetterli nella libreria. Si tratta di raccolte di lettere, corrispondenza d’ogni tipo e di diversi personaggi famosi, da Napoleone a Majakovskij a Lili Brik, Jane Austin e Pasolini. Mi sono sdraiato e ho inforcato gli occhiali che alla fine erano sotto un cuscino, ma mi sono reso conto subito che non era della lettura che avevo voglia. No, meglio un film.
Sono corso di nuovo in cucina, stavolta per recuperare il portatile e urtando di nuovo le ginocchia contro il tavolo in sala e contro il frigo. M’era tornato in mente che qualche giorno addietro ero riuscito a recuperare “If Only”. La prima volta l’avevo visto cinque anni fa, praticamente appena uscito nelle sale, dopo di che l’avevo cercato a lungo senza alcun esito.
Mi sono risistemato sul letto, assicurandomi di aver lasciato il balcone spalancato per non morire soffocato dal calore sprigionato dal PC sulle lenzuola – rischio incendio?
Che dire? Dopo 92 minuti ero lì a schizzare lacrime come una fontana.
Jennifer Love Hewitt è molto più di una pazza che oggi parla con i morti su Rai2, e Paul Nicholls è un figo. Probabilmente dovrei vergognarmi di ammettere che piango come una donzella di fronte a certe commediole romantiche. Che poi, se sono anche inglesi per me è il non plus ultra.
È stato allora, dopo aver spento il PC, che ho realizzato che esistono alcune parole chiave. Diciamo pure parole magiche.
Mi sono chiesto se esistono per tutti. Sono quelle uniche parole che, se usate in un certo modo, se buttate magistralmente lì, in un contesto particolare, hanno il potere di uccidere. Smuovono, agitano, bruciano e rimescolano la memoria di vecchi odori e sensazioni, emozioni che, probabilmente, spesso tentiamo di evitare.
Le mie parole magiche sono: anzi, no. Non le scriverò. E va bene, sì. Ne dico solo due.
La prima è “padre”; la seconda è “amore”.
Queste sono esempio delle parole che se pronunciate mi schiaffeggiano, mi cavano gli occhi e mi prendono a calci in culo, lasciandomi disteso in terra, esanime. Perché ci sono parole che hanno il potere di renderti felice, pur uccidendoti.
Per cui potete immaginare come mi sono sentito riascoltando il dialogo della scena finale di “If Only”, quando, prima di salire in taxi, Ian dice a Samantha:
«Ti amo». E ancora: «Voglio dirti perché ti amo», per continuare: «Io ho bisogno di dirtelo e… tu mi devi ascoltare. Ti ho amata da quando ti ho conosciuta, ma non ho permesso a me stesso di sentirlo veramente fino a oggi. Guardavo sempre avanti, prendevo decisioni per paura. Oggi… oggi grazie a te, a quello che ho imparato da te, ogni scelta che ho compiuto è stata diversa e la mia vita… la mia vita è completamente cambiata. Ho imparato… che facendo così si vive la vita pienamente, non ha importanza se ti restano cinque… cinque minuti o cinquant’anni. Samantha, se non fosse stato per oggi, se non fosse stato per te, io non avrei mai conosciuto l’amore. Quindi grazie di essere stata la persona che mi ha insegnato ad amare e ad essere amato».
Mi torna in mente… mi tornano in mente tante di quelle situazioni! Ed è la stessa cosa che mi capita ogni qualvolta rivedo “Billy Elliot” - altro stupendo film inglese - o anche “Kinky Boots”. Li adoro tutti.
Eccola, la magia dei vocaboli. Anche di quelli più scontati.
Mi stuzzicano, mi solleticano e alla fine l’ho riacceso, il lap-top, e ho riaperto la cartella che contiene tutti i file a metà di cui parlavo all’inizio, e ho iniziato a scrivere. Di nuovo. Senza sforzo. Vocaboli che mi hanno tirato su di morale, che nessun altro leggerà mai, certo, ma che io potrò ripescare ogni volta che ne avrò voglia, per sentirmi come oggi. Felice.
Benvenuti nella locanda delle parole felici. Qui è dove servono le parole mescolate nel modo più disparato. Con fantasia. Dove io posso invecchiare, tornare bambino, senza alcuna vergogna, o rimorso. Dove sono Tommaso, Giorgio, Vaclav, Elena e Francesca. Dove finalmente sono alto 170 cm, dove uccido, conquisto, salvo anime pie e corro a cavallo. Dove i cattivi perdono e i buoni vincono.
D’altronde non si dice mica che “chi si contenta gode”?

Sunday, 22 August 2010

Quando la coppia scoppia (e quando si riaccoppia)



Ero partito per le vacanze con un sacco pieno di prospettive, una montagna di parole sugli amori estivi, su inaspettate passioni travolgenti, e non tanto riferite alla mia stessa persona quanto, più in generale, a noi tutti in cerca… di cosa esattamente è ancora da chiarire. Infatti pare che le fila della popolazione affettivamente delusa si siano rimpolpate invece che assottigliate.
Appena arrivato a casa, in Calabria, ho ricevuto almeno tre telefonate di amici/amiche di diverse parti d’Italia e non solo che mi chiedevano asilo per godere di una vacanza rilassante in riva al mare e fra i locali notturni della costa ionica per sfuggire alla tremenda ossessione dei ricordi di una relazione finita male. Una doveva decidere se divorziare dal marito, l’altro era sotto un treno perché l’aveva lasciato la ragazza dopo non so più nemmeno quanti anni, un’altra ancora aveva viva davanti agli occhi la scena di lui che confessava di non sapere più cosa provava per lei… Insomma – un vero sterminio di cuori. Coppie scoppiate (eccetto che per quell’unica che speravo, egoisticamente e malignamente, che davvero si sfasciasse, squarciasse, esplodesse!).
Erano tutti rapporti in partenza promettenti. Tutti sembravano presagire il famoso e tanto agognato “e vissero felici e contenti”. Che cosa è successo? Qualcuno ha tradito, qualcun altro s’è semplicemente impaurito ed è scappato, un altro ancora si sente confuso. E così, dall’idea di una vita insieme molti si sono ritrovati imprigionati fra i rottami di una relazione che non è sopravvissuta alla canicola estiva.
Attenzione però: ad andare in crisi non sono solo gli amanti, ma anche gli amici.
Amici del cuore che si incontrano a distanza di tempo e non si riconoscono più, non si capiscono, o non si ritrovano affatto. Ognuno chiuso dietro la propria convinzione d’esser nel giusto, perché “Io ti ho chiamato e tu non hai risposto… Nemmeno un sms!… Solo quando hai bisogno di qualcosa… Non mi ascolti più come una volta”, etc…
E quando ci si riscopre in simili circostanze, quando si capisce di essere in un certo qual modo di fronte a un bivio, cosa si deve fare, o meglio: cosa si fa di solito? Bisogna recuperare il rapporto, o “jettari i minne arret’” come si dice dalle mie parti? Pare che la maggior parte delle relazioni di solito siano così fragili al loro inizio da non poter sopravvivere agli scossoni più grandi. Il lasso di tempo che va dai primi tre ai cinque mesi è quello indicato più comunemente come il periodo a prova di rottura; è il momento in cui si è accecati dal luccichio del nuovo amore e si ha un assaggio della vera personalità del nuovo partner, si crea una conoscenza di certo non completa ma pur sempre approfondita di ciò che si è prospettato al primo appuntamento.Qualcuno ha definito questo stadio delle relazioni come il “terzo cerchio dell’inferno”: si comincia a essere presi dal nuovo partner, a lasciarsi andare un po’ di più e di conseguenza cresce la paura di essere rifiutati, scaricati, magari proprio come nella relazione precedente.
Ci siamo passati tutti. «L'insicurezza e i fantasmi delle relazioni passate ci portano sempre a far qualche cazzata minacciando così un rapporto che speravamo durasse».
Quando a venir meno, poi, sono i rapporti di amicizia (magari proprio nel momento in cui siamo stati scaricati o abbiamo scaricato qualcuno), ecco che la situazione diventa sempre più difficile da gestire. Ci sembra che il mondo ci cada addosso senza avere la forza di “spostarci un po’ più in là” e far finta di nulla. Anche se credo che in quest’arte stiamo diventando tutti sempre più esperti.
Karen Salmansohn, autrice di “How to Be Happy, Dammit” (e altri titoli come “Enough, Dammit”, etc…), sostiene che il segreto di tutto sia nella formula "ammettilo, e poi rinnegalo». Cioè che, dobbiamo assumerci sempre le nostre responsabilità di fronte a un fallimento, quindi capire dove abbiamo sbagliato e promettere che se un errore c’è stato da parte nostra la prossima volta dobbiamo stare bene attenti a evitarlo.


Quante volte ce lo hanno ripetuto da piccoli, a scuola come in casa? In effetti si tratta di una regola che vale sempre e comunque, così come quella che recita “La colpa non sta solo da una parte”. Vero?
La Salmansohn dice: «In un mondo in cui tutti cercano di allontanare da sé la colpa di qualcosa, otteniamo davvero dei punti extra in nostro favore quando abbiamo il coraggio di ammettere: “Ho sbagliato, mi dispiace”».
Sono convinto che sarete d’accordo con me, però, che alla difficoltà di dover ammettere una colpa ne va aggiunta una ancora maggiore, vale a dire: come si fa a capire se davvero vale la pena recuperare un rapporto, che sia d’amicizia piuttosto che d’amore?
In fondo, in entrambi i casi si tratta di dover decidere di non perdere tutte le ricchezze che abbiamo guadagnato dal trascorrere il nostro tempo al fianco della persona con cui si sono condivisi i pericoli dei primi giri in motorino, le prime delusioni e i successi in amore, nello studio, nel lavoro, piuttosto che continuare ad accumularne delle altre.


Credo che tutti abbiamo vissuto esperienze che ci hanno segnato e che non si possano “resettare”, come mi ha scritto qualcuno, rinnegare o dimenticare. Certo, nell’amicizia come nell’amore non dobbiamo fare l’errore di adagiarci, di dare per scontato l’altro, ma dobbiamo dare sempre il massimo per fare crescere ciò che abbiamo costruito a quattro mani. A quattro e non a due!


L’importante è che la volontà di continuare a costruire qualcosa d’importante, o di recuperarla, sia sempre vicendevole e mai univoca, che si abbia aggio di una persona a ragion veduta.
Quando in amore non c’è più una comunione di progetti allora non è davvero il caso di insistere, di chiedere perdono e forse anche di perdonare. Ma non bisogna neppure fare l’errore di abbandonare, di fraintendere chi manifesta un atteggiamento fra l’accidia e l’apatia nichilista oblomoviana; abbiamo la responsabilità di riconoscere quando la persona che ci sta di fianco è sommersa da quello spleen sempre più comune ai giorni nostri, che si palesa con i sintomi di delusioni e malesseri alla Werther che potrebbero essere una richiesta d’aiuto. Bisogna parlare, sempre e comunque. Ve lo scrive uno che del “mutismo” ha sempre (erroneamente e involontariamente) fatto il suo vessillo, patendone le conseguenze. Quante volte, lasciando la mia famiglia per lavoro o per qualsiasi altro motivo, a distanza di pochi giorni dalla partenza mi son sentito dire: «Mi mancano i tuoi silenzi»!
Non c’è nulla di più brutto, per quanto l’espressione sopra sia testimonianza di un affetto incondizionato.
Parlare, chiarirsi, esprimersi. C’è oggi chi pensa che non ne valga più la pena, ma la verità è che non facendolo non avremo mai la certezza se è davvero così.
Se riusciamo a fare ciò, penso che possiamo star sicuri che avremo solo da guadagnarci, anche quando il chiarimento porta con sé la parola “Fine”.

Thursday, 19 August 2010

Generazione estiva


Non che la Calabria abbia brutti lidi o paesaggi immeritevoli, però due giorni altrove non guastano mai. Ed ecco che anche quest’anno, con la scusa della nascita del primogenito di Maurusque, sono tornato in Salento per il secondo anno consecutivo. I paesaggi, lo vedete da soli, sono simili, entrambi stupendi. Forse la cosa su cui la Calabria deve lavorare ancora sodo – la costa ionica, almeno – sono le strutture turistiche, quelle dedicate al divertimento per tutti i tipi di persone e ancora non all’altezza della già più attrezzata costa tirrenica, che è anche più facilmente raggiungibile dal resto della popolazione italiana.
Insomma, abbiamo trascorso due giorni pieni, fra il “Coco Loco” e il “Picador” (“la spiaggia dei normali” come ha commentato un passante “e quella dei Ggay – con due ‘g’”), fra Torre San Giovanni e Gallipoli. Da ogni angolazione, scrutando l’orizzonte al tramonto con un mojito in una mano e un gin lemon nell’altra con un sottofondo di musica house, non si poteva non pensare a “I mari del sud” (“In the South Seas”) di Stevenson. La popolazione vacanziera, in apparenza divertita e niente più che questo – svagata, sorridente e spensierata (nonché allupata) -, di fronte al sole calante di contro alla mezza luna che cresceva dalla parte opposta dello stesso cielo ricordava i personaggi dei Lotofagi che animano la stessa raccolta di saggi moraleggianti dello scrittore inglese scritti nel 1896. È inevitabile, come ricordano i critici letterari, riscoprirsi almeno un po’ malinconici di fronte alla bellezza assoluta, oggettiva. Questo perché «ogni bellezza assoluta […] “promette troppo più di quello che possa dare”», ricorda Magris in un articolo del ’94 usando le parole dello stesso Thomas Mann.
Credo che la nostra generazione, la Generazione X(anax) dei trentenni e passa di oggi (per quella successiva è già tutto diverso), quella stessa generazione di cui faccio parte e con cui ho ballato sulle spiagge salentine abbia un che di goethiano misto tolstojano (anche un po’ di schilleriano) mescolato a un pizzico di hessiano.
Intendo dire che la nostra Generazione X(anax) mi pare sempre più non solo velata da una forma di mistero profondo, sedotta dalla bellezza della natura quale quella dei lidi estivi meridionali, fortemente narcisista, quindi protesa all’amore per se stessa, ma anche protesa alla distruzione di quelle certezze su cui si è formata la generazione precedente ha formato noi.
Siamo sempre stati parte di una generazione molto “individuale”, e “lanciata verso l’ignoto, forse verso qualcosa di nuovo o forse anche verso il nulla”, eppure misticamente connessa con il tutto. C’è fra noi chi pare abbia già trovato ciò che cercava, c’è chi invece non ha cercato nulla e rimane in attesa di essere trovato (tanto per parafrasare ancora un commento a Hesse), chi si comporta un giorno in un modo e quello successivo nell’altro.
Se a me a volte le nuove generazioni danno l’impressione di essere come il viandante (Der Wanderer) della letteratura tedesca, senza casa e senza valori, ancora un po’ troppo infantili, dico che la nostra invece è un po’ così ma allo stesso tempo uno specchio fedele dell’ “adulto unidimensionale”, borghese, lavoratore e felice di essere costretto al lavoro, al rendimento e alle rinunce che essi comportano. Basterà vederci fra un paio di giorni, quando saremo tornati in città per chiuderci in ufficio e dichiarare chiusa la vacanza.
Siamo meglio dei nuovi giovani, o siamo solo confusi?

Sunday, 15 August 2010

Facciamo a cambio?

Non che io sia, o sia mai stato un assiduo frequentatore di questi club; anzi che, a esser sincero, questa esperienza vissuta fino in fondo ancora mi manca – come tante, anzi molte altre -, ma posso testimoniare che anche a Milano non sono pochi i locali in cui si gioca a quello che gli inglesi chiamano “Swinging”. Quest’attività è definita in un articolo di Lola Agostino Brown come pratica tipica delle coppie eterosessuali – in effetti, i club italiani in cui sono capitato in passato sono per lo più etero. Si tratta dello scambio di partner che sembra essere molto più in voga nel corso di questi ultimi anni. Nell’articolo “Swinging: A Beginner's Guide”, la Brown dice che lo scambio di partner è sempre più diffuso soprattutto in Canada da quando la Corte Suprema, nello scorso dicembre 2005, ha decretato la legalità della pratica del sesso di gruppo e dello scambismo. Infatti, prima di questa sentenza i club presso cui tali attività erano praticate erano spesso multati oltre che additati come “case oscene”. «Da allora» recita l’articolo «alcuni di questi club hanno aperto le porte in tutto il Canada e lì scambisti, esibizionisti e guardoni trovano le proprie soddisfazioni […] Se questa nuova era di permissivismo stuzzica in voi l’idea di scambiare il vostro amante con qualcun altro, ecco una guida per iniziare:
1. «Decidere di fare Swinging: da quasi 10 anni Julie ha un sito internet che si chiama http://www.swingersboard.com/ […]. Julie dice che se c’è l’idea di darsi allo swinging è meglio assicurarsi che il rapporto di coppia sia assolutamente forte, prima di aggiungere chiunque altro all’equazione moglie-marito. […] "Se non si riesce a comunicare apertamente con il proprio partner come si può pensare di riuscire bene anche nello swinging?"».
Quando si dice “i punti di vista”, no?
2. «L’approccio:» continua la Brown «Dopo aver deciso di fare swinging, è necessario sapere che ci sono molti posti in cui iniziare a cercare le coppie con cui giocare. Comunque si inizi, per il primo periodo è sempre meglio difendere la propria privacy. Julie consiglia la massima discrezione quando si approcciano altre coppie […]. Ci sono decine di siti dove è possibile connettersi con altre coppie interessate allo swinging e dove è possibile vedere foto e organizzare incontri. […] in quasi tutte le principali città del Canada […] ci sono anche fine settimana dedicati agli scambisti e veri e propri festival (per esempio lo Swingfest, www.swingfest.com, che si tiene a Hollywood, in Florida e attira più di 5.000 coppie.)».
Pare che andare in un club per scambisti sia davvero il modo migliore per principiare questo… “stile di vita”, o come più vi piace definire l’attività dello scambismo. Personalmente, di club per scambisti ne ho visitato solo uno – posso dirvi che l’ingresso a Milano parte da € 150,00 -, a ogni modo pare che ogni club sia diverso dall’altro, pur mantenendo la stessa organizzazione di base che prevede l’area bar dove di solito si annidano i single (la maggior parte dei club prevede un numero limitato d’ingressi ai single) e un ampio spazio dedicato alle sole coppie.
3. «Il payoff: Stranamente, le coppie che praticano lo swinging affermano che così si riavvicinano ai propri partner. Lo scambismo, quindi, rinforzerebbe il legame di coppia. "Un sacco di gente pensa che lo swinging sia solo una questione di sesso, ma noi non lo facciamo solo perché vogliamo un culo diverso!" dice Julie, "Lo stile di vita è basato su una maggiore apertura, fiducia e onestà all’interno della coppia primigenia. Il nostro rapporto si arricchisce. Alla base c’è sempre una buona comunicazione di coppia, ma da ogni esperienza si esce sempre più affiatati"».
La maggior parte degli scambisti affermerebbe, infatti, che lo swinging permette di conoscere meglio il proprio partner e ciò che desidera ottenere dalla relazione, con in più il vantaggio di riuscire a vivere finalmente le proprie fantasie sessuali.
È a questo punto che mi sono domandato se davvero è impossibile realizzare le nostre fantasie sessuali senza ricorrere a un terzo anello della catena, senza aggiungere il terzo elemento.
L’unico - per così dire - scambio di coppia che io abbia mai vissuto è stato quando, poco tempo dopo essere arrivato a Milano, ho scoperto che il mio ex aveva fatto coppia, prima che con me, con quasi tutti gli altri ragazzi del giro. A dire il vero, se ci penso bene, a volte mi sento un po’ come in una puntata di “Beautiful”. Ho scoperto che tutti i ragazzi – farei meglio a scrivere “quei pochi” - con cui sono stato fino a oggi a Milano, in un modo o nell’altro si erano già “conosciuti” prima del mio arrivo, così che alla fine è sempre e comunque una grande ammucchiata, a volte anche un po’ imbarazzante. Com’è possibile?

Thursday, 12 August 2010

La vecchia libreria


Ho rimesso mano alla libreria della mia vecchia camera, quella dove trascorrevo i pomeriggi facendo finta di studiare, in realtà aspettando che arrivasse l’ora degli allenamenti, oppure che Tanja mi chiamasse per andare a fare un giro con il “Sì” - io, lei e Trilly (io guidavo, Tanja dietro e Trilly, ch’era la più piccolina di statura, in piedi in mezzo alle mie gambe).


Ho ripescato un vecchio volume di Claudio Magris. Certo non dei tempi del liceo, ma comunque di una decina d’anni fa. Già allora ero innamorato di lui. Parlo di "Utopia e disincanto, Storie speranze illusioni del moderno". Qui c’è un articolo del giornalista triestino edito nel ’95 e ripreso con il titolo di "Erasmo e Lutero: libero o servo arbitrio". Recita:


«[…] se si guarda all’esistenza individuale, si avverte […] il quantum di libertà di cui essa dispone; ognuno, se guarda entro se stesso, sa bene quali sono e sono stati i limiti delle sue scelte e del suo agire, ma anche quali possibilità erano nelle sue mani e ha perso per sua responsabilità».


Secondo me è una di quelle frasi che bisognerebbe sempre tenere a mente. Può essere utile in quei momenti che avvertiamo come cruciali nella nostra vita, di quelli che ci impongono una decisione, che ci portano a riflettere oltre misura, attorcigliandoci le budella e non facendoci dormire.
A lato di questa riflessione, sulla pagina del libro in questione, nel ’99 avevo scritto a matita una considerazione ch’era di mio nonno, l’ Avvucàt che molti hanno già conosciuto leggendo il blog: «Meglio invidiati che compatiti». Lo ripeteva sempre, in effetti. E ancora oggi ci credo.
Non ricordo perché appuntai proprio questo suo pensiero. Forse lessi il libro di Magris in un periodo particolare della mia vita in cui iniziavo a sentire ch’era vicino il momento di una svolta e, tanto per cambiare, cercavo di capire se stavo per fare la cosa giusta. Era un paio d'anni prima che mi laureassi e iniziavo a riflettere su cosa mi stesse aspettando là fuori; forse per questo.


Ieri sera sono stato invitato con mio padre all’ottava edizione del premio culturale di una città non lontana da qui. Oltre al premio per la narrativa e la poesia, hanno assegnato il premio per l’imprenditoria a un giovane di origini calabresi che oggi vive e lavora al nord e che ha aperto anche delle filiali della propria attività in Cina, in India e in Russia. Non è stato il solo imprenditore premiato e con una storia di successo alle spalle e, certo, ci sono mille altri imprenditori meridionali che di premi non ne hanno ricevuti ma che non sono da meno.


Il coraggio non deve venire mai meno. Mai. Questo il succo. E quando sentiamo che stiamo facendo la cosa giusta, dobbiamo andare avanti pur consapevoli dei rischi, piccoli o grandi che siano. È inevitabile. Ma solo così avremo un volto, un’identità peculiare che ci assegna un posto nel mondo.


Ma attenzione! Anche la scelta di una vita neghittosa e accidiosa implica una responsabilità e dei rischi. Ecco ciò che credo volesse intendere Magris.

Tuesday, 10 August 2010

Il vecchio e il nuovo

Il popolo degli emigrati, intendo di tutti quegli utenti di questo sito per i quali le ferie significano “Il Ritorno”, molto spesso nel senso del ritorno dalla parte opposta della penisola (proprio come per il sottoscritto), tutti loro, dicevo, sanno a cosa sto per fare riferimento.
Per noi… per me le ferie, e nello specifico quelle estive, hanno il doppio senso del vecchio e del nuovo, della volontà ferrea di cambiamento e dello stupore amaro di fronte a tutto ciò che è statico.
Io vedo del vecchio nella sensazione sublime di quando mi siedo a tavola in mutande, a ora di pranzo, e a ogni morso dato arriva una folata dal golfo di Sibari che mi attraversa le cosce nere e pelose, mi accarezza la nuca e le braccia (già dopo due giorni i peli sono sempre più chiari per il sole rovente) e oltre la portafinestra posso contemplare il mare azzurro e, intorno, la terra brulla unghiata dalle radici degli ulivi dal tronco enorme che sembra il volto di un vecchio. Sono piante meravigliose che solo dopo averle viste in tutta la loro maestosità ci si rende conto che, probabilmente, la storia del letto nuziale di Ulisse narrata da Omero potrebbe non essere leggenda, ma una storia vera.
In questa vecchia cornice è dipinto ciò che c’è di nuovo: nuovi piatti di melanzane ripiene (ma secondo antiche ricette), di baccalà in umido coi peperoni, di minestra di finocchietto e fagioli e di ceste piene di pane caldo e croccante da tagliare rigorosamente tenendolo premuto contro il petto nudo e ancora salato del bagno mattutino. Sapori vecchi e nuovi, ma ugualmente intensi. Travolgenti. I fichi d’india sono dolci da scioglierti il sangue e, quando poco dopo, ritorni a piedi scalzi in spiaggia la sabbia che scotta non dà alcun fastidio e, anzi, incedi con calma fino alla battigia per riscoprire un sollievo ancora maggiore spaccando le piccole onde piatte e trasparenti.
Vecchio è il portone della casa di mio nonno, con una scala e due leoni in pietra su cui, quand’ero bambino, giocavo ad arrampicarmi. Del tutto nuovo è che oggi, nel portone del palazzo dove non ci sono più i miei nonni, a nessun bambino del circondario viene in mente di fare il gioco che a me divertiva tanto.
Tutto ciò è il vecchio e il nuovo che trovo quando torno a casa. Il sud non cambia, mi viene da credere. Ma poi mi chiedo se è solo apparenza.
Il lungomare oggi è ammodernato. Ci sono nuovi anfiteatri in cui organizzano nuovi eventi; nuovi campi da beach – non più del tipo che la rete si faceva con uno spago e quando ti tuffavi ti scortecciavi le ginocchia nere sui sassi e sui cocci di vetro, residui del falò della notte precedente – e quindi ci sono nuovi giocatori provenienti dalle fila delle nuove generazioni. Quando quest’anno ho rimesso piede in campo per due scambi con mio fratello, ho avuto sì l’impressione di aver fatto un salto nel passato remoto e immoto. Ci sono nuovi lidi intorno ai quali torreggiano le stesse casematte di sempre, residui della seconda grande guerra, con solo qualche erbaccia in più che spunta dalle feritoie rivolte verso il mare e da cui i soldati sparavano con le loro mitragliette.
Il vecchio e il nuovo.
Il giornale informa che non ci sono fondi per andare avanti con le ricerche di possibili veleni che uccidono lo Ionio in apparenza limpido e sano; che probabilmente la centrale idroelettrica dell’Enel non sarà più convertita in una centrale a carbone. Continuano le lotte interne dal sottofondo affannoso all'idea dell’imminente federalismo fiscale che si trascina dietro la solita domanda: «Che ne sarà di noi, della Calabria? Saremo in grado...?».
La novità è anche rappresentato da cassette della posta nuove di zecca, ma improvvisate con vecchi materiali (cassette di plastica per la frutta) e destinate a raccogliere le pubblicità di nuovi ipermercati (sopra c'è scritto "Pubblicità-tarà-ta-tà"); cassette così, secondo me, non le avete mai viste in nessun altro paese d’Italia.
Il vecchio è che ancora nessuno in questo paese crede all’esistenza di uomini gay e donne lesbiche, come se anche loro fossero un mito, al pari del letto di Ulisse di cui sopra.
Il nuovo è che molti, però, iniziano a essere davvero stufi e quasi quasi domani scenderanno in spiaggia non più nudi, bensì vestiti con la T-shirt grigia e le mutande arancioni che regalavano durante lo scorso festival “Mix” di Milano, quelle con su scritto: “Legalize Gay”.
Dell’altro nuovo saranno i commenti sussurrati che, per forza di cose, ne seguiranno. Se a Ostia li hanno cacciati, a noi cosa ci aspetta?
Il nuovo s'intreccia al vecchio e il vecchio si nutre del nuovo per crescere.
In fine, dopo tanto scrivere nei giorni scorsi sui nuovi amori che l’estate dovrebbe far sbocciare, c’è di nuovo che appena sono arrivato a casa mi sono trovato di fronte a una strage di cuori.
Sembra l'estate delle coppie scoppiate. Com’è possibile? Sarà il prossimo argomento da discutere?
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(Prometto che appena possibile per questo intervento vi posterò alcune immagini inedite e curiose)

Saturday, 7 August 2010

Chi ha Il Potere?

Si narra che ieri fossi sul punto di avere un ictus… Ah-ah! Beh, non mi sono sentito proprio bene e, forse, è il caso che a trentatré anni inizi a pensare che anche io posso andare soggetto a qualche sbalzo di pressione. Mi volevano portare al pronto soccorso, ma per questa volta ho glissato.
«Basta eliminare caffè e sigarette» mi ha detto il farmacista che mi ha misurato la pressione. La stessa diagnosi che ha fatto il mio babbo al telefono quando l’ho chiamato nel pieno della crisi. Non per niente è un bravo medico.
A ogni modo, ieri sera sono andato a Varese per salutare i miei amici, prima della partenza per la Calafrica (o Calabrifornia, se preferite). Abbiamo fatto un’ “ape” in centro con due “Apollo11” (buonissimi!), pizza e poi quattro chiacchiere.
Tutto questo per dire cosa?
Beh, mentre tornavo solo in auto a Milano verso le due, ragionavo fra me e me, rendendomi conto di come certe persone abbiamo un potere speciale su di me. Diciamo che ho razionalizzato un qualcosa che fino a ieri mi limitavo a percepire. È logico che mi riferisco a una persona in particolare e, se proprio lo volete sapere, mi riferisco a Mr. T-Fish.
Ho conosciuto altre persone come Mr. T-Fish. Cioè individui, uomini e donne, che ammiro oltremisura per la loro mente, il loro modo di ragionare, di vivere, insomma d’essere.
Persone che stimo e che vorrei che tutto il mondo potesse conoscere. Certo hanno i loro difetti, ma secondo me sono di più i loro pregi. Come Mr. T-Fish, così Agnuska, Mama Binta, Maurusque, etc… etc…
Il loro potere io lo avverto su di me. Innanzi a loro mi sento come un bambino che ha solo da imparare, che si vergogna, che cerca di nascondere le sue debolezze. È qualcosa di più di un semplice senso di inferiorità, come molti potrebbero pensare. Anche perché ritengo che la stima alla fin fine sia reciproca.
Ieri sera, ad esempio, non me la sono sentita di dire a Mr. T-Fish che poche ore prima ero stato male. Sentivo che, come una maestrina, mi avrebbe redarguito: «’Ste cazzo di sigarette! Che ti dicevo io?».
No, non mi andava. Ma questo è solo un esempio.
Ancora, seppure T-Fish non sia una persona che ci fa caso più di tanto, ho notato che quando esco e so che c’è anche lui, sono più attento a come mi vesto; quando parliamo… sono sì spontaneo e tamarro come il mio solito, ma sono anche più attento a… come dire? Beh che, direi quasi “attento a non suscitare il suo disappunto”. In questo modo non sono ruffiano, così come - ripeto - non mi sento inferiore, bensì si tratta di un potere che esercita su di me la persona che ho di fronte. Come si potrebbe definire?
Io lo chiamerei semplicemente “Il Potere”, ecco.
Direi che Mr. T-Fish, mio fratello, Agnuska, e Mama Binta hanno questo Potere.
Detto questo, vado a chiudere la valigia... Si parte!

Thursday, 5 August 2010

Sesso in acqua

Sapete, non so se dipende dalle origini terrone, dal fatto che sono cresciuto praticamente in spiaggia, sia d’inverno che d’estate, e che, quindi, la mia intimità sia oltremodo legata al mare, fatto sta che ritengo l’acqua uno dei luoghi più romantici ed eccitanti che possano esistere per fare l’amore.
Ricordo che un’estate, quand’ero un ragazzino, circolò in spiaggia la leggenda di una ragazza rimasta incinta “casualmente” in mare, vale a dire che la giovane pretendeva di far credere ai propri genitori di essere stata ingravidata da un po’ di sperma vagante in acqua, mentre faceva il bagno. Non ho mai scoperto se fosse una storia vera. Intendo, se esistesse davvero una ragazza tanto “ingenua” da credere che quella fosse una scusa plausibile…
Vien da ridere a leggerlo, certo, eppure le leggende sul sesso in acqua sono non poche.


Lasciatemi dire che fare sesso in acqua «non è facile come fare un tuffo». Anzi, molti sostengono che sia pericoloso, e per giunta per diversi motivi. Alcuni esperti dicono che fare sesso sott’acqua non sia una buona idea. Al di là del fatto che in acqua è più difficile controllare i propri movimenti, quindi scivolare e farsi male, c’è da considerare anche la faccenda sesso sicuro (su cui molti spesso glissano). Basti immaginare le manovre inutili per usare un preservativo sott’acqua, no? Se si parla di sesso in piscina, poi, non bisogna dimenticare che l'acqua calda e le sostanze chimiche come il cloro incidono sulla durata del profilattico. Insomma che la protezione non è proprio assicurata. L'altro problema, dicevamo, è la possibilità che il preservativo scivoli via, il che non è solo snervante mentre… sì, cioè, mentre lo si fa, ma secondo alcuni intervistati è anche molto imbarazzante.
Molte persone, inoltre, pensano – e confesso che questo l’ho pensato anch'io - che il sesso in acqua sia l’ideale perché si gode di una maggiore lubrificazione, ma non è così. In realtà, nelle donne l'acqua lava via la lubrificazione naturale, cosa che potrebbe essere non proprio “divertente”, e così anche nei rapporti sessuali fra due uomini in acqua la cosa migliore è utilizzare un lubrificante a base siliconica, quindi non solubile in acqua e che renderà la penetrazione molto più piacevole per entrambi.
Al di là della questione profilattico, ancora, c’è da sottolineare che, se quest’estate decidete di farlo nell’acqua di una piscina, il cloro che penetra insieme a voi il corpo del vostro partner può causare danni e infezioni. In questo caso il sesso orale potrebbe essere un’alternativa valida; certo mettendosi a sedere sul bordo della piscina stessa o, nel caso di un… “lavoretto” al mare, rimanere comodi sulla battigia, facendo attenzione alla sabbia e ai sassi.
Ma al di là delle piscine, docce, etc… etc… vorrei tornare al mio primo amore: il sesso in mare aperto. In realtà bisogna sapere che l'acqua salata non è esattamente la migliore amica delle nostre zone più intime. Ma vi garantisco che anche «un buon lavoro di mano vecchio stile» (come lo ha definito un opinionista che elargisce tali consigli on-line) potrebbe rivelarsi un’alterativa niente male.
L’abbiamo accennato anche prima: il fattore sabbia. Per evitare problemi, meglio dare inizio alle danze fuori dall’acqua, mantenendo sempre, se possibile, la testa sulla terra ferma. In ultimo non bisogna dimenticare di portare con sé sempre una coperta bella grande su cui è più prudente separarsi quando oramai… beh sì, avete capito.
Se comunque si sceglie di far tutto in acqua, lì dove si è belli che sommersi, attenzione!, occorre essere nuotatori esperti. Lo stesso vale per il sesso consumato al lago. Meglio essere sicuri di avere un appoggio a portata di mano e che le onde e la risacca non siano troppo forti.
«Da non dimenticare: è vietato fare sesso in luoghi pubblici, quindi mentre lo fate – occhi aperti».
A questo punto starete pensando: “Che palle! Troppo complicato…”.
Mah che, ripeto, è questione di gusti. Come sempre. E poi, se proprio vedete che non va, potete sempre considerare l’ipotesi di scaldarvi soltanto in acqua per poi andare a fare i vostri porci comodi in un luogo di vostro maggiore gradimento.
A ogni modo secondo me l’esperienza merita…
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[Se volete saperne di più sulle posizioni da assumere in acqua Cfr.:
Altre fonti:

Wednesday, 4 August 2010

Conversazione con la Poeta


Lo scorso primo agosto ho letto un articolo molto curioso dal titolo “Io Wonder Woman prendo te Batman: una coppia di sposi vestiti da supereroi”.
È la storia di Sharon e Neil Vaughan che hanno deciso di sposarsi nei panni di Wonder Woman lei, e di Batman lui, in quanto entrambi amanti delle maschere.


Le damigelle d’onore della quarantenne Vaughan (che potete vedere nella foto edita dal “Daily Mail”) erano vestite da “Superchicche”, mentre gli altri ospiti indossavano chi il costume de “Gli Incredibili”, chi quello di “Spiderman”, chi quello di “Hulk”, e così via…
Mr. Vaughan di Cullompton, nel Devon, avrebbe detto al giornalista: «Ho sempre voluto essere Batman, fin da quando ero un ragazzino e Sharon ha detto che aveva sempre voluto essere Wonder Woma» e così…
I signori Vaughan hanno cinque figli da relazioni precedenti e trascorreranno la luna di miele in Australia.


Ed ecco che ieri, invece, ricevo una e-mail dalla mia amica poetessa, la Poeta la chiamo. Ve ne ho parlato già altre volte, ricordate? Nel suo messaggio elogiava l’ultima canzone di Caparezza che, guarda caso, si intitola proprio “Eroe”.
Non è la prima volta che su questo Blog affrontiamo il tema degli eroi del nostro tempo.
Riguardo alla canzone, la mia amica ha scritto: «È da brivido». Vero, Poeta?
In effetti, ascoltandola con maggiore attenzione, un po’ di brividi addosso li mette. Eppure, nonostante sia chiaro il perché questa canzone sia così emozionante, sentendola non ero sicuro di essere stato colpito dalle stesse parole che avevano colpito lei e il suo compagno.
«A te cosa t'ha colpito di più del testo della canzone?» le ho chiesto.
«Tutto. Commuove e fa venire i brividi, dall'inizio alla fine».
«Sì, ma c’è una parola in particolar modo che ti ha scosso?».
«"..Né l’Uomo ragno né Rocky, né Rambo né affini farebbero ciò che faccio per i miei bambini"».
“M-mh…” ho pensato.
A me, devo essere sincero, ha colpito in primis il titolo. Sarebbe da rivolgere qualche domanda in più a Caparezza in merito al titolo, no? O meglio, in merito al sottotitolo, “Storia di Luigi delle Bicocche” - davvero simbolo dell’uomo comune d’Italia, l’operaio precario, o cosa? La frase che invece mi ha pizzicato di più la mente è stata: «A qualunque età io sono già fuori mercato …fossi un ex SS novantatreenne lavorerei nello studio del mio avvocato».
«Se guardi il video, poi, secondo te cosa vuol dire la scena in cui lui tira da solo un intero pullman pieno di gente?».
Chiedendolo, pensavo istintivamente al detto “tirare innanzi” o “tirare il carretto”. O forse vuol essere la presa in giro degli eroi dei fumetti?
La Poeta mi ha risposto:
« Non penso sia una presa in giro, è un'immagine iperbolica che mostra quanta forza ci voglia per sopravvivere da uomo onesto».
Ancora, rileggendo il testo si arriva la punto in cui Caparezza dice:
«C’è chi ha mollato il conservatorio per Montecitorio. Lì i pianisti sono più pagati di Adrien Brody». Quindi le ho chiesto:
«Davvero credi che non ci sia nessuno che vale davvero a Montecitorio, che siano tutti pianisti?». «Sì. Non gliene frega niente».
«Che ne pensi della frase “Invece io passo la notte in un bar karaoke, se vuoi mi trovi lì, tentato dal videopoker ma il conto langue e quella macchina vuole il mio sangue” e delle pubblicità che passano in TV ultimamente del poker online sponsorizzato da calciatori e attori famosi, ma anche delle pubblicità insistenti dei gratta e vinci?».
«Canti di sirene che illudono i malavoglia dei giorni nostri».
E siccome abbiamo iniziato parlando di coppie “eroiche”, ecco il parere dell’uomo della mia amica Poeta:
«Della canzone mi colpisce la descrizione di un’Italia disperata, povera e superficiale al tempo stesso. Imprigionata da un tale vuoto etico nel quale persino la moralità consueta di chi tira avanti tutti i giorni diviene talmente eccezionale da dover essere (giustamente) riconosciuta come un atto eroico. “Sono un eroe”: è il grido dei precari dell’Università, degli operai che prendono 1000 euro al mese, di tutti coloro che non si fanno corrompere dalla vanità della società dei consumi e da un sistema di valori perverso che vede nel denaro e nell’apparenza gli unici fini e nella paraculagine la qualità più alta che può caratterizzare un uomo. L’immagine essenziale è un cappio che si allunga ma continua a stringere. Una sorte di croce moderna: Caparezza nel trainare il pullman è curvo come Cristo sulla via crucis. È il senso di una mediocrità nella quale si è costretti per “tirare avanti” e che ti impedisce persino il gesto “apparentemente eroico” (di un eroismo vetusto e di carta pesta come gli eroi che impersona Caparezza) del suicidio. A Montecitorio sono, sì, tutti pianisti. Tutta la canzone esalta l’eroismo di chi rifiuta soluzioni apparentemente facili ma in realtà illusorie e funzionali ad un sistema che ottunde i popoli con questo moderno oppio».


Cosa aggiungere ancora? Una coppia davvero eccezionale quella della Poeta e del suo “eroe”.
Chissà che maschera indosseranno al loro matrimonio... °_°

Monday, 2 August 2010

Amore d'estate

Conoscete tutti il testo di Pasolini che recita: «Ch'io possa esser dannato/se non ti amo./E se così non fosse/non capirei più niente./Tutto il mio folle amore/lo soffia il cielo/lo soffia il cielo... così».
Beh che, sono parole che il mio immaginario tende ad associare a periodi precisi dell’anno. Chissà perchè. Intendo dire che, secondo me, le frasi d’amore è come se potessero essere pronunciate solamente davanti al fuoco caldo di un camino, sotto natale, oppure in periodi come questi, quando sono imminenti, se non proprio durante le vacanze estive.
Pier Paolo Pasolini e Ninetto Davoli… Che amore quello di Pasolini!
Forse perché in prossimità delle vacanze si è più pronti a rischiare, anzi si ha voglia di buttarsi giù non solo lungo una pista nera sulle montagne, che so, di Madonna di Campiglio, oppure in mare. Ma giustappunto... nel vuoto.
Sì, ci pensavo stasera rileggendo le parole di Maria Callas scritte allo stesso poeta italiano quando - finalmente - realizzò che il suo sarebbe rimasto un amore non corrisposto, a dispetto dell’intenso rapporto che i due avevano instaurato girando la “Medea”.
«Ti attaccavi anche tu a un sogno fatto da te solo. […] Bisogna amare, sfogarsi e provare dolore» sono le parole della Callas per Pasollini.
“Bisogna”. È in questo “bisogna” che trasuda i famigerati vigore e impertinenza callasiani che sta il trucco.
Durante lo scorso fine settimana ho sentito parlare tanto d’amore, ho visto ruzzolare come biglie dalle labbra di giovani uomini innamorati le frasi più dolci che ognuno potrebbe desiderare per sé. E mi è piaciuto. Forse ve ne parlerò con più calma, ma ciò di cui mi sono accorto è che era da troppo tempo che non m’imbattevo in due persone innamorate così. Era da troppo tempo che ragionavo su un concetto, uno stato d’animo che, ormai, aveva messo la coda e sul dorso una testa di capra come una chimera. Perché quest’emozione - che stasera non voglio nemmeno pronunciare - effettivamente è come l’animale mitologico che Omero descrisse nell’ “Iliade”: «mostro di origine divina, leone la testa, il petto capra, e drago la coda; e dalla bocca orrende vampe vomitava di foco: e nondimeno, col favor degli Dei, l'eroe la spense».
C’è sempre qualche Tifone che la genera, questa bestia che non si capisce che origine abbia, e c’è sempre qualche “eroe” bontempone che la spegne, no?

Insomma, le vacanze estive sono il periodo adatto per innamorarsi, sì, ma spesso si tratta di quell’amore che va contro ogni logica, appunto come la Callas che, a detta di Dacia Maraini, era tanto presa da apparire “ingenua nel suo candore”, talmente fuori da pensare di poter convertire Pasolini da omosessuale in eterosessuale.

Però, per quanto crudele, è bello questo amore vacanziero. È affascinante, quanto invitante, il bisogno che ci accompagna bendati fin sulla sua soglia che ha un battente duro e istintivo quale è la liberazione, e l’altro fitto eppure indistinto come, appunto, il dolore. E poi non è sempre e solo un amore così, no?

Per questo dico: ben vengano le tanto sospirate vacanze; ben venga la sospirata voglia di lasciarsi scivolare via. Soprattutto per chi, durante le ferie, torna a casa in luoghi lontani, in nidi che possono essere trulli pugliesi, o cascine toscane, ma comunque tutti uguali fra loro per le sorprese dolci-amare che racchiudono fra le loro mura come uova di pasqua e che vengono fuori solo ritornando in loco, toccandoli, aprendoli con un pugno, proprio come si fa con la cioccolata. Soprattutto a chi torna a casa auguro una felice estate.
Basta con il continuare a opporsi al destino, direbbe Cooper, per scoprire che è comunque inevitabile scivolarci dentro, proprio come lui scivolò nel destino di suo padre.
Se riuscite a goderne davvero, allora prendete l’amore che queste vacanze stanno per regalarvi, non trascorretele da soli; solo così «la consapevolezza di invecchiare vi raggiungerà, se sarete fortunati, in dosi sopportabili».
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Nella foto: "Summer Love, 2000". Olio su tela; 190,5 x 228,6 cm. © Cecily Brown; Courtesy Thomas Holdings Inc. Collection