Thursday, 26 August 2010

La rivolta dei brutti

A proposito delle lettere d’amore di cui ho parlato nell’ultimo post, ero qui con la mia amica Юлия a notare quanto fossero appassionate alcune di esse, di come una volta la carta potesse bruciare dello stesso fuoco che muoveva la mano di chi ci scarabocchiava su, quand’ecco mi ha detto:
«L’amore così non esiste più. Peccato».
«Come no?» ho fatto io indispettito.
«Si-ì,» mi ha risposto lei con quell’inconfondibile accento russo «una volta non c’era fretta di vivere. Scrivevi lettera, passava un mese che l’altro la riceve e poi un altro mese ancora per avere risposta… Oggi con “es-em-es” – pam-pam! E tutto finisce. Dopo due giorni hai già fatto tutto. Anche tu…».
«Anche io cosa?».
«La ultima tua storia quanto è durata, tre giorni?».
A quel punto avrei voluto sotterrarmi. Aveva perfettamente ragione.
«E poi, hai notato che le lettere più belle le hanno scritte i più brutti?» ho aggiunto non solo per cambiare discorso, ma perché davvero lo credo. E sempre più mi convinco che mia nonna - quella stessa “Sovrana dipendente” di cui ho raccontato qualche tempo fa - aveva ragione. Lei, donna atipica del sud, alta, imponente, figlia di chimico, forse l’unica ai suoi tempi a conseguire la laurea in farmacia in paese, quindi tanto geniale quanto… come dire? (mi spiace scriverlo…), insomma, non proprio ciò che noi oggi definiremmo una “strafiga”.
Quello che voglio dire è che forse è il momento di riconoscere che i bruttini sono quasi sempre meglio dei belli.
Riassumo brevemente l’episodio che raccontai un anno fa, di quando la nonna una mattina di un 25 dicembre venne a pranzo a casa nostra. Prima di sederci a tavola l’accompagnai in bagno. Non poteva camminare bene sin da giovanissima a causa di una specie di artrosi, credo, e aveva sempre bisogno di qualcuno a cui appoggiarsi, e per me era un piacere farle da bastone. Aspettai dietro la porta finché non venne fuori e la riacchiappai al volo per riportarla a tavola evitando che inciampasse nei tappeti che avrebbe trovato lungo il breve tragitto. Fu uno di quei momenti in cui realizzai che non solo l’ammiravo per la persona che era, ma che le volevo un mondo di bene e che volevo che lo sapesse, a dispetto della mia solita incapacità di dire le cose fino in fondo, con parole piene, tonde e ben scandite.
L’osservai camminare mentre con l’altra mano si appoggiava alla parete del corridoio, nel suo vestito blu notte lungo fin sotto il ginocchio e con gli orli più chiari, il profumo inconfondibile e la sua parure preferita; e poi mi lanciai:
«Come sei bella oggi».
Abbassò lo sguardo e mi sorrise mostrando gl’incisivi impiastricciati di rossetto e sovrastati da un leggero strato di peluria, quindi si fermò caricando il peso sull’anca più forte.
«Non è vero!» mi disse con voce vibrante. «Non sono bella. Ma è meglio così».
«Perché?» le chiesi confuso.
«Perché la bellezza è del demonio!».
Quasi rabbrividii. Mi domandai se l’avesse detto per consolarsi e perché, allora, ci teneva così tanto ad apparire sempre in ordine. Soprattutto, mi chiesi perché a me diceva sempre che lo ero, bellino. Se intendeva ch’ero un diavolo anche io.

È vero che chi ha il dono della bellezza ha meno riguardo per chi gli sta a fianco, che i belli sono i cattivi e i brutti sono i buoni? Dostoevskij scrisse che ci ricordiamo solo delle persone che amiamo e quelle che ci amano è come se non ci fossero. È vero che i belli sono destinati ad essere amati e i brutti ad amare? Davvero i brutti anatroccoli hanno maggiori qualità dei belli?

Prendiamo le parole di Saffo. A dispetto del suo ritratto più famoso in cui appare come una giovane ricciolona, bionda e carina che rosicchia dubbiosa il suo pennino, ecco come si descrisse lei stessa e di quanto amore fu capace (e di quanta sofferenza) per il suo Faone, traghettiere di Lesbo, che non ci pensò due volte a farla cornuta:
«Se la natura avversa mi ha negato la bellezza, compensa con ciò che esiste e non si vede. Quel che vedi non esiste. Sono piccola ma il mio nome ricopre il mondo intero, e dal quel nome prendo la mia vera grandezza. Se la mia pelle non è candida, a Perseo piacque Andromeda […] scura come la sua razza […]. E penso che quando ti leggevo i miei versi, ti sembravo addirittura bella, sicuro com’eri che a una e una soltanto, me, si addicesse parlare. Cantavo, mi ricordo (gli innamorati ricordano tutto); e tu mi regalavi i baci che mi avevi rubato. Lodavi anche quelli, e di me tutto ti piaceva, ma soprattutto, allora, ti piaceva fare l’amore».

E Ugo Foscolo? Dalle immagini non sembra un figonzo neanche lui che, del resto, non si illudeva del contrario. Nel 1801 scrisse ad Antonietta Fagnani Arese:
«E chi è quell’imbecille che vantandosi di aver avuto in dono la mi amicizia ti ha poi fatto un sì odioso ritratto di me? […] Ma ch’egli m’abbia creduto brutto nel fisico passi – me lo dico io stesso, quantunque, a dirtela, io ci abbia adesso un po’ di rabbia; ma nel morale? […] Io ho forse de’ difetti e de’ vizi, ma oso assicurare che ho delle virtù ignote alla maggior parte degli uomini del mio tempo. […] Hanno dunque ragione s’io son brutto per essi, perché non devono credere bello chi lor somiglia».

Parlando di Leopardi è automatica l’associazione d’idee con la gobba e le seghe (non solo quelle mentali). Anche lui, scrivendo quella lettera del 5 dicembre 1831, in fondo sapeva che se la signora Fanny Torgnoni, l’ “angelica beltade”, non gli rispondeva era perché non se lo cagava di striscio, e non per una qualche forma di affetto seppure minimo nei suoi confronti:
«[…] mi diceste un giorno, che spesso ai vostri amici migliori non rispondevate, agli altri sì, perché di quelli eravate sicura che non si offenderebbero, come gli altri, del vostro silenzio. Fatemi tanto onore di trattarmi come uno dei vostri migliori amici […]. Se vi degnate di comandarmi, sapete che a me, come agli altri che vi conoscono, è una gioia e una gloria il servirvi».

Riguardo a Puškin dobbiamo ammettere che se lo chiamavano “la scimmia” un motivo, in effetti, c’era. Inoltre gli ultimi versi della sua lirica “V’amai” riassumono benissimo un’intera sua condizione:
«In silenzio v’amai, senza speranza
Da gelosia straziato o titubanza;
Tanto sincero e tenero v’amai,
Come vi dia che un altro v’ami Iddio».

A questo punto c’è davvero da sperare tutti che rientriamo fra le fila dei buoni. Cioè dei brutti.

5 comments:

Anonymous said...

Raff,la nonna ha ragione...tu sei bellino e i brutti hanno quasi sempre un pò di "sostanza" in più...e nel tempo acquistano così tanta bellezza!Heheheh

con simpatia,

Fabio

Madavieč'77 said...

Ah-ah!
Condivido.

Rf

vic said...

Io la voglio conoscere la nonna..ma anche la collega russa. Oggi quanto mai la abbraccerei. E' un mondo difficile..
Ah raff raff..help!

Anonymous said...

hola,
A mi tambien me hubiera gustado conocer a tu nonna,Solo pienso que sea lindo o feo, hay de todo "en la viña del Señor" (es decir que hay para todos los gustos)
Con respecto a la belleza que podemos ver, gracias a Dios por el don de la vista. Ay que sería de nosotros sin este don!!!!
Porque nadie se detiene en la belleza de la inteligencia?
Pero sabes? no se si te ha pasado lo mismo, donde estan aquellos seres románticos que te sorprenden para halagarte? un poema o una flor robada? que escriben cartas de amor? que te dediquen una canción? La fantasía se ha muerto?
No solamente lo he observado en Argntina también en Italia.
Parece ser que el consumismo nos ha roto corazón/cerebro/alma
besos "la manca del espanto"

Madavieč'77 said...

Magari potessi farvela conoscere ancora la nonna.

Rf