Sunday, 22 August 2010

Quando la coppia scoppia (e quando si riaccoppia)



Ero partito per le vacanze con un sacco pieno di prospettive, una montagna di parole sugli amori estivi, su inaspettate passioni travolgenti, e non tanto riferite alla mia stessa persona quanto, più in generale, a noi tutti in cerca… di cosa esattamente è ancora da chiarire. Infatti pare che le fila della popolazione affettivamente delusa si siano rimpolpate invece che assottigliate.
Appena arrivato a casa, in Calabria, ho ricevuto almeno tre telefonate di amici/amiche di diverse parti d’Italia e non solo che mi chiedevano asilo per godere di una vacanza rilassante in riva al mare e fra i locali notturni della costa ionica per sfuggire alla tremenda ossessione dei ricordi di una relazione finita male. Una doveva decidere se divorziare dal marito, l’altro era sotto un treno perché l’aveva lasciato la ragazza dopo non so più nemmeno quanti anni, un’altra ancora aveva viva davanti agli occhi la scena di lui che confessava di non sapere più cosa provava per lei… Insomma – un vero sterminio di cuori. Coppie scoppiate (eccetto che per quell’unica che speravo, egoisticamente e malignamente, che davvero si sfasciasse, squarciasse, esplodesse!).
Erano tutti rapporti in partenza promettenti. Tutti sembravano presagire il famoso e tanto agognato “e vissero felici e contenti”. Che cosa è successo? Qualcuno ha tradito, qualcun altro s’è semplicemente impaurito ed è scappato, un altro ancora si sente confuso. E così, dall’idea di una vita insieme molti si sono ritrovati imprigionati fra i rottami di una relazione che non è sopravvissuta alla canicola estiva.
Attenzione però: ad andare in crisi non sono solo gli amanti, ma anche gli amici.
Amici del cuore che si incontrano a distanza di tempo e non si riconoscono più, non si capiscono, o non si ritrovano affatto. Ognuno chiuso dietro la propria convinzione d’esser nel giusto, perché “Io ti ho chiamato e tu non hai risposto… Nemmeno un sms!… Solo quando hai bisogno di qualcosa… Non mi ascolti più come una volta”, etc…
E quando ci si riscopre in simili circostanze, quando si capisce di essere in un certo qual modo di fronte a un bivio, cosa si deve fare, o meglio: cosa si fa di solito? Bisogna recuperare il rapporto, o “jettari i minne arret’” come si dice dalle mie parti? Pare che la maggior parte delle relazioni di solito siano così fragili al loro inizio da non poter sopravvivere agli scossoni più grandi. Il lasso di tempo che va dai primi tre ai cinque mesi è quello indicato più comunemente come il periodo a prova di rottura; è il momento in cui si è accecati dal luccichio del nuovo amore e si ha un assaggio della vera personalità del nuovo partner, si crea una conoscenza di certo non completa ma pur sempre approfondita di ciò che si è prospettato al primo appuntamento.Qualcuno ha definito questo stadio delle relazioni come il “terzo cerchio dell’inferno”: si comincia a essere presi dal nuovo partner, a lasciarsi andare un po’ di più e di conseguenza cresce la paura di essere rifiutati, scaricati, magari proprio come nella relazione precedente.
Ci siamo passati tutti. «L'insicurezza e i fantasmi delle relazioni passate ci portano sempre a far qualche cazzata minacciando così un rapporto che speravamo durasse».
Quando a venir meno, poi, sono i rapporti di amicizia (magari proprio nel momento in cui siamo stati scaricati o abbiamo scaricato qualcuno), ecco che la situazione diventa sempre più difficile da gestire. Ci sembra che il mondo ci cada addosso senza avere la forza di “spostarci un po’ più in là” e far finta di nulla. Anche se credo che in quest’arte stiamo diventando tutti sempre più esperti.
Karen Salmansohn, autrice di “How to Be Happy, Dammit” (e altri titoli come “Enough, Dammit”, etc…), sostiene che il segreto di tutto sia nella formula "ammettilo, e poi rinnegalo». Cioè che, dobbiamo assumerci sempre le nostre responsabilità di fronte a un fallimento, quindi capire dove abbiamo sbagliato e promettere che se un errore c’è stato da parte nostra la prossima volta dobbiamo stare bene attenti a evitarlo.


Quante volte ce lo hanno ripetuto da piccoli, a scuola come in casa? In effetti si tratta di una regola che vale sempre e comunque, così come quella che recita “La colpa non sta solo da una parte”. Vero?
La Salmansohn dice: «In un mondo in cui tutti cercano di allontanare da sé la colpa di qualcosa, otteniamo davvero dei punti extra in nostro favore quando abbiamo il coraggio di ammettere: “Ho sbagliato, mi dispiace”».
Sono convinto che sarete d’accordo con me, però, che alla difficoltà di dover ammettere una colpa ne va aggiunta una ancora maggiore, vale a dire: come si fa a capire se davvero vale la pena recuperare un rapporto, che sia d’amicizia piuttosto che d’amore?
In fondo, in entrambi i casi si tratta di dover decidere di non perdere tutte le ricchezze che abbiamo guadagnato dal trascorrere il nostro tempo al fianco della persona con cui si sono condivisi i pericoli dei primi giri in motorino, le prime delusioni e i successi in amore, nello studio, nel lavoro, piuttosto che continuare ad accumularne delle altre.


Credo che tutti abbiamo vissuto esperienze che ci hanno segnato e che non si possano “resettare”, come mi ha scritto qualcuno, rinnegare o dimenticare. Certo, nell’amicizia come nell’amore non dobbiamo fare l’errore di adagiarci, di dare per scontato l’altro, ma dobbiamo dare sempre il massimo per fare crescere ciò che abbiamo costruito a quattro mani. A quattro e non a due!


L’importante è che la volontà di continuare a costruire qualcosa d’importante, o di recuperarla, sia sempre vicendevole e mai univoca, che si abbia aggio di una persona a ragion veduta.
Quando in amore non c’è più una comunione di progetti allora non è davvero il caso di insistere, di chiedere perdono e forse anche di perdonare. Ma non bisogna neppure fare l’errore di abbandonare, di fraintendere chi manifesta un atteggiamento fra l’accidia e l’apatia nichilista oblomoviana; abbiamo la responsabilità di riconoscere quando la persona che ci sta di fianco è sommersa da quello spleen sempre più comune ai giorni nostri, che si palesa con i sintomi di delusioni e malesseri alla Werther che potrebbero essere una richiesta d’aiuto. Bisogna parlare, sempre e comunque. Ve lo scrive uno che del “mutismo” ha sempre (erroneamente e involontariamente) fatto il suo vessillo, patendone le conseguenze. Quante volte, lasciando la mia famiglia per lavoro o per qualsiasi altro motivo, a distanza di pochi giorni dalla partenza mi son sentito dire: «Mi mancano i tuoi silenzi»!
Non c’è nulla di più brutto, per quanto l’espressione sopra sia testimonianza di un affetto incondizionato.
Parlare, chiarirsi, esprimersi. C’è oggi chi pensa che non ne valga più la pena, ma la verità è che non facendolo non avremo mai la certezza se è davvero così.
Se riusciamo a fare ciò, penso che possiamo star sicuri che avremo solo da guadagnarci, anche quando il chiarimento porta con sé la parola “Fine”.

3 comments:

thebrideworeblack said...

Purtroppo, l'incomunicabilità e l'incomprensione (e tutte le relative conseguenze)costituiscono il tratto distintivo della nostra generazione. E ciò avviene paradossalmente in un'epoca in cui la molteplicità dei mezzi di comunicazione ha raggiunto livelli imbarazzanti.

Madavieč'77 said...

Vero?
E' strano come, ad esempio, per molti sia più facile parlare, chiarirsi, raccontare di sé tramite sms piuttosto che a voce. Più facile star lì a bacchiare i tasti del telefonino, piuttosto che alzare la cornetta e uscirsene fuori con un: "Vaffanculo!", oppure "Mi manchi".

Rf

thebrideworeblack said...

eheheh... ma a rovinarci sono stati i siti di social networking, le email e le applicazioni di istant messaging. Da una parte la comunicazione si è spersonalizzata (io scrivo e l'interlocutore non riesce a capire il tono della mia conversazione), dall'altra parte siamo diventati più sgrammaticati (cmq, xché, cm, grz, k fai ...da rabbrividire) e grossolani (quando scrivevamo a mano le lettere... quante volte le rileggevamo prima di mandarle?)