Tuesday, 28 September 2010

Fiche, cazzi e culi

La cosa peggiore è essere considerati “deboli”, “delicati” o “irrisolti”. Non sono stato solo io a pensarla in questo modo con la mia Mangiatrice di Unghie, e ne ho la prova scritta.
Forse, però, c’è da dire che peggiore dell’ “essere considerati” tali è essere, appunto, in questo modo e rendersene conto soltanto più tardi, senza riuscire a cambiar testa. È così che si alimenta quel disgusto verso se stessi misto a odio e spesso spremuto fuori da un’autostima pressoché scarsa.
Bisogna cambiar modo di pensare, mi sono detto oggi.
Forse (sempre e soltanto forse, altrimenti non sarebbe il solito astrologare voluttuoso e onanistico), tutto si conclude nell’assunto che c’è gente che vuol essere felice e gente, invece, che non lo vuole perché non rientra nei suoi "piani". C’è gente che nuota in stile libero e gente che nuota su dorso; chi guarda dritto all’arrivo, e chi no. C’è uno spirito particolare, di “auto immolazione” a detta di White, che rende certa gente… Come? Come la definireste voi?
È da una vita che accadono cose per certuni strane in apparenza, ma in realtà del tutto ordinarie e che portano a riflettere proprio su quegli argomenti che si vorrebbero evitare e di cui, oggi, personalmente mi son trovato inaspettatamente costretto a parlare con chi n’è coinvolto in modo del tutto marginale.


«Cosa ne pensi? Credi che sia davvero la scelta giusta?». È una domanda qualunque che chiunque, come me oggi, può sentirsi rivolgere. È a questo punto, di fronte a quest’interrogativo, che di solito risale a galla la Mangiatrice ch’è in noi, in quella gente che mi somiglia almeno un po'.
Swooop! E la sentiamo aggrapparsi a noi, reggendosi per i capelli. E dite la verità, che fa un male un male cane quando tira così! Tanto male che non riusciamo a rispondere nell’immediato e la controparte ci fotte continuando con osservazioni del tipo:
«Be’, è vero che chiedere a te la certezza di qualcosa è come chiedere se il sole è freddo…».


A me è capitato di sentirla una frase simile. E tutto così, accompagnato da un mezzo sorriso secco che ho apprezzato davvero molto perché mi ha salvato in corner, permettendomi addirittura di consentire.
“Delicati”? No, non ci definiremmo mai tali, ma forse lo farebbe chi ci conosce. Per il resto… Questione di masochismo?


Ricordo che White ha scritto a proposito delle marchette e dei marchettari:
«Dio ha creato moltissimi masochisti e pochissimi sadici naturali: non sorprende che tutti quei passivi debbano pagarsi i loro attivi».
Ecco che tutto può spiegarsi ancora – freudianamente – attraverso la metafora del rapporto sessuale.
Di fatto mi domando: perché non riflettiamo anche sulle marchette che in un rapporto invece del culo ci mettono il cazzo e solo quello (che poi sono la maggioranza)? Non sono forse masochisti anche loro? Ciò che intendo è che entrambi gli uomini e le donne non desiderano il sesso mentre stimolano e leccano certi liquidi organici per il solo gusto di ripulire amorevolmente il proprio partner. Sia le donne quanto gli uomini (etero o gay che siano) sono abilissimi in questa pratica per il semplice fatto di essere umani. Ci sono uomini e donne che vogliono essere bianchi, come la luce, e ricoprire l’intera gamma dei colori senza escludere nulla.
Fica o culo? Cazzo o culo? ...O tutto insieme?
Ecco che sì, forse ci sono molti più masochisti che sadici, ma vorrei ribadire che il dolore e l’umiliazione cui essi si sottopongono è desiderato, tanto ricercato con l’intenzione di conquistare un appagamento emotivo e sessuale quanto la perversione operata su di essi dai sadici per gli stessi motivi.
Che poi i primi ci lasciano la pelle mentre i secondi continuano a infilare buchi è solo un fatto marginale se si raggiunge la prima méta. E in fondo credo che ciò sia nell'orine naturale delle cose se davvero i masochisti sono in tale sovrannumero.

Sunday, 26 September 2010

Sale / Scende

È una giornata stupenda, una domenica post-diluvio così solare che non posso credere al fatto che la metropolitana milanese non sia oramai asciutta dai flutti del Seveso. In effetti venerdì scorso, mentre tornavo in auto dal lavoro subissato dal Giudizio, osservando quei poveretti sorpresi dal temporale mentr'erano in motorino o in bicicletta, mi sono detto che sicuramente avrebbero messo i catenacci ai cancelli e l’avrebbero chiuso per sempre, il métro. A ogni modo oggi è un altro giorno. Di quelli che ti vien voglia di uscire e rimanere fuori all’aperto, conoscere gente nuova, abbracciarla per infettarla con il nuovo virus dell’influenza e avere qualcosa in più da condividere, oltre alla salubre gioia per i nuovi raggi solari.
Quando poco fa sono tornato dal supermercato ho detto a Trilly:
«È una giornata meravigliosa!».
E la sua risposta è stata:
«Sì, ma hanno detto che domani piove…».
Tant’è. Come non detto. Sono tornato subito con i piedi per terra. Ma stasera, raffreddore o non raffreddore, febbre o non febbre, tosse o non tosse, la discoteca non me la toglie nessuno.
Ho voglia di ballare da solo. No, non c’è alcuna intenzione nascosta di fare lo sforzo di conoscere qualcuno, di mettermi di nuovo in ballo, ancora e ancora... Certo, persistono il sogno e l’idea del sesso travolgente, di una relazione a lungo termine – La Relazione – che ti faccia vedere il mondo secondo quell’altra prospettiva (quella che ho già dimenticato da un po’ di tempo, da tanto tempo che non mi pongo più neppure la domanda se valga la pena riprendere la caccia).
Più che lamentarmi di appuntamenti disastrosi, ho ancora voglia di festeggiare lo scampo da ciò che oggi è solo un ricordo, un racconto di cui ridire e con cui far divertire gli amici.
Mi sento pronto. Pronto ad affrontare la pioggia di domani, la fine della fashion-week, di un rientro all’ovile che è anche un po’ la fine di un’epoca (e l’inizio di una nuova).
Alla fine ritengo che, a tutt’oggi, la mia strada sia stata solo discesa. È giunto il momento di farsi un tratto in salita. Chissà. Allora magari è il caso che prima smetta di fumare.
Ci sono salite piacevoli e discese faticose, checché possa suonare come un controsenso.
Oggi scende il cazzeggio in compagnia. Sale il ritorno.
Scende la scrittura. Sale una passeggiata in ginocchio sui sassi.
Scende la compagnia. Sale la sana solitudine lontana dalle critiche, anche quelle costruttive.

Thursday, 23 September 2010

"Naomi Moment"

E ti pareva!
No, dico: ti pareva che se un cazzabubbolo di virus dell’influenza decideva di andarsene al giro per la città io non me lo beccavo per primo? Sicché, nonostante abbia iniziato a legnarlo con pastiglie di Tachipiriňa e di Aspirina, la mia faccia è ancora più smunta di prima, gli occhi lucidi come quelli di un tenero Pokémon in lacrime. Che poi, chissà perché oltre agli occhi lucidi e il naso rosso (per fortuna mezzo nascosto dalla barba, in cui però rimane incollato il moccio viscido) è tutto l’aspetto che si muta in quello psycho-chic di un folle cittadino, coinvolgendo nel disordine generale anche i capelli che mai come in questi giorni se ne stanno in testa come più aggrada loro; e ancora le ascelle che sudano e mi pèzzano le camicie come neppure l’estate scorsa in pieno agosto.
Of course - quando si è costretti ad andare in giro in questo stato (inutile sperare di poter slegarsi dalla scrivania dell’ufficio, da cui facciamo partire quotazioni confuse riferite a spedizioni con destinazione Annaba, ma elaborate sulla base di tariffe per Dokan, o Itajai) dicevo che quando si è costretti andar in giro striscianti, combinati come morti viventi volete che non si incontrino almeno cinque o sei persone a caso fra ex fidanzati e baldi giovani papabili già puntati da mesi e mesi? Terribile! Per due motivi:
1. Perché, riguardo ai primi, immaginiamo sempre la prossima volta che li incontreremo come la volta della rivincita: lui che incede lentamente dal fondo del corso verso di noi che ci sentiamo al top, brillanti, pronti a sfoggiare quel sorriso che dice: «Ciao pezzo di merda! Come vedi la mia vita è meravigliosa anche senza che tu ne faccia parte».
2. Perché, riguardo ai secondi, non vorremmo mai farci vedere così come potremmo, anzi dovremmo apparirgli solo dopo almeno venti anni di convivenza
In simili frangenti ci sentiamo un po’ tutti Nina Porter sulla passerella londinese - povera! Tutti possiamo incorrere in quello che il “Daily Mail” definisce “sofferenza da Naomi Moment”, facendo riferimento alla famosa caduta della Campbell nel 1994 durante la sfilata parigina per Vivienne Westwood. Solo, speriamo sempre che a cadere per primi siano gli altri…
Vabbè, che resta da fare? In fondo gli ex rimangono ex, mentre i nuovi candidati non è detto che non possano perfino apprezzare un figone di modello come me, anzi come noi mocciosi influenzati che riprendono in mano il tacco rotto e si rialzano per continuare la sfilata dell’amore.

Wednesday, 22 September 2010

Spirito di patata

Chiedo venia, ma mi capitano sotto gli occhi così… non lo faccio mica a posta! Giuro che dal prossimo post torno a farmi i cazzacci miei e torno a discorrere di corna, eiaculazione precoce e amori non corrisposti.
Che so, forse è perché devo essere sicuro di tutto prima di decidermi a tornare davvero a vivere in Calabrifornia, ma oggi ho riflettuto sulla notizia che segue e che ha il titolo “La patata silana, sponsor della Lega Italiana per la lotta contro i tumori ”:
«Camigliatello, 22 settembre 2010 – Uno dei nuovi sponsor della Lega italiana per la lotta contro i tumori sarà la patata silana. L'accordo è stato siglato con l'azienda agricola del barone Adolfo Collice in occasione della prima settimana della cultura calabrese tenutasi a Camigliatello nello suggestivo scenario di Torre Federici. Erano presenti all’evento: il presidente della Lilt cosentina, dott. Gianfranco Filippelli, oncologo e il dott. Franco Agostini, dermatologo del Centro “Walter Marino” […]. Madrina dell'evento la baronessa Patrizia Collice la quale ha distribuito a tutte le signore presenti alla manifestazione depliant della Lilt “Non solo seno” in cui sono elencati tutti gli esami di prevenzione oncologica» etc…, etc… [Cfr. Calabria h24, “La patata silana, sponsor della Lega Italiana per la lotta contro i tumori ”, di Chantal Concetta Castiglione].
Ora, intendiamoci, non è che io abbia nulla contro l'azienda agricola del barone Adolfo Collice, né contro nessun altro, ma non vi lascia un po’ interdetti il fatto che il prodotto in questione diventi sponsor proprio della Lega Italiana per la lotta contro i tumori quando appena un anno fa (5/Ott/2009) sul sito di Legambiente si leggeva quanto segue:
«Dalle navi dei veleni ai rifiuti presenti in Sila, c’è in gioco la salute dei cittadini, la salvaguardia degli ecosistemi e del futuro di una regione già colpita da altri scempi ambientali. […] In Sila la scoperta da parte di Legambiente di camion rottamati e abbandonati».
E ancora nell’articolo dal titolo “La Sila in preda ai rifiuti e alla deregulation” dello scorso 30 agosto 2010:
«È passato più di un anno quando a seguito del servizio di vigilanza ambientale fatto nelle ZPS del Parco Nazionale della Sila da parte dei volontari del circolo Legambiente Sila venne prodotto un dossier nel quale furono censite circa 100 fra discariche abusive e situazioni di degrado ambientale su quel territorio. Ad un anno di distanza, nel frattempo che il circolo Sila è impegnato nella Campagna AIB 2010 sul territorio silano in collaborazione con il Parco Nazionale della Sila, tocca constatare che la situazione è peggiorata. […] Legambiente Sila condanna questo comportamento scorretto ma soprattutto condanna le istituzioni di ogni ordine e grado perché ancora ad oggi, domenica 22 Agosto, nessuno di chi era preposto almeno al recupero dei container strapieni di rifiuti organici, ha osato rimuoverli. […] Inoltre cominciano a manifestarsi gravi forme di rigetto da parte dei cittadini verso la spazzatura che giace da tempo nelle varie microdiscariche» [grassetto mio].
E in più, da quando sono state rinvenute le nove carcasse di navi contenenti rifiuti tossici, la gente mormora, crea allarmismi che non si comprende se possano essere giustificati o no, bofonchia di una camorra che seppellisce rifiuti tossici e che traffica con falsi certificati nel Parco Nazionale della Sila. Su Facebook (o “Effbbù” come dice qualcuno) nascono gruppi dal titolo “Anch'io voglio misurare la radioattività in Sila” e si legge:
«Si raccolgono fondi per poter acquistare uno o più contatori Geiger per la misura della radioattività nella Sila. Hanno trovato carcasse di auto e rifiuti di ogni genere in qualsiasi angolo della Calabria....Volete che non si riesca a trovare qualche Stronzietto, qualche traccia di Uranio, Cesio, Americio, Plutonio e via dicendo?!?! :-D Il discorso è serio perchè i prodotti coltivati in Sila, il bestiame allevato, per non parlare dell'acqua sono costantemente e comunemente usati nelle nostre...».
Si discute, si ride, si ci scherza su, ma chi sa che non sia l'occasione buona per far luce una volta per tutte su una faccenda dai contorni sfocati, quando non oscuri.

Se no, alla fine della fiera, non ingolliamo già le “Macine” del “Mulino Bianco” che a detta di Beppe Grillo sono prodotte con tracce di titanio? E allora, come ha scritto una signora: «Se guardassimo tutto, non mangeremmo più nulla».
Per fortuna a me le patate non piacciono più e se posso le evito – un’e meno!

Tuesday, 21 September 2010

AIDSud - Terza e ultima parte

…“Scomodare” un po’ di gente non sempre implica una buona riuscita dell’impresa. Soprattutto se in realtà la controparte rimane comoda dov'è.
Pare che sia più facile conoscere più la realtà romena grazie a giornali quali il “Time”, che non la nostra condizione rivolgendoci alle istituzioni locali.
Faccio riferimento alla Romania perché è proprio di questa settimana l'articolo “Eve of Epidemic”, in cui William Lee Adams, corrispondente del “Time” da Bucarest, racconta come la crescente percentuale di malati di AIDS in questo paese non sia rappresentata da tossicodipendenti, né da persone che hanno contratto il virus a causa di rapporti sessuali a rischio.
«A differenza del resto dell’Europa dell’Est, la maggior parte di malati di HIV in Romania […] si è infettata da bambino vivendo in orfanotrofio. Nel 1987, le infermiere che speravano di curare gli orfani della Romania dalla loro anemia iniziarono a sottoporli a quotidiane trasfusioni di sangue, usando le siringhe più volte e su più bambini. Parte del sangue risultò contaminato e almeno 10.000 orfani contrassero l’HIV. Nel 2000 la Romania rivendicava il 60% delle infezioni pediatriche da HIV registrate in tutta Europa». [Cfr.: “Time” September 20, 2010, “Eve o fan Epidemic, once a model of HIV treatment and prevention, Romania now faces a funding crisis that activists fear could leave the diseas raging across the nation”, by William Lee Adams/Bucharest].

La prima volta che ho contattato l’“Azienda Ospedaliera Pugliese CIACCIO” di Catanzaro il personale infermieristico che mi ha risposto al telefono si è dimostrato entusiasta della mia ricerca in corso. Mi aveva esaltato non poco. Mi aveva incoraggiato e reso più confidente nella nostra realtà meridionale:
«Sarebbe davvero interessante avere delle statistiche attendibili sulla diffusione del virus in meridione» mi ha risposto al telefono una signora molto gentile che, senza esitare, mi ha fornito il contatto della responsabile della Div. Malattie Infettive. Inutile dire che, purtroppo, da quel momento i telefoni hanno continuato a squillare a vuoto e i miei fax non hanno ricevuto risposta mentre continuavo a controllare che il rapporto fosse "positivo".
Certo, mi rendo conto che il personale ospedaliero ha di meglio da fare che non rispondere a otto semplici domande di un perditempo e scassaminchia come me.
A dire il vero me sono reso conto quando, qualche giorno dopo, ho parlato anche con il dottor Robert Tenuta della Divisione Malattie Infettive dell' “Ospedale Annunziata di Cosenza”:
«Guardi, al momento mi coglie nel pieno di una riunione» mi ha risposto in tono cordiale.
«Certo, si figuri… Preferisce che Le anticipi qualcosa via mail? Così mi può rispondere con calma».
«Come no! La mia mail è…».
Carinissimo, e poi aveva una voce... calda. Punto.
In realtà, per mancanza di tempo è riuscito a rispondermi solo oggi:
«Egregio Dr. Fontanella, Chiedo scusa per il ritardo. Sono stato fuori per lavoro. Devo dirle che non sono il primario di Malattie Infettive. Lei si deve rivolgere al Dr. Guaglianone che è direttore facente funzioni presso Mal. Inf. Io invece lavoro in Virologia. Saluti, Robert Tenuta».
Pian piano spero di poter arrivare a contattare, quindi, anche i Dottori Guaglianone e De Santis delle malattie infettive per aggiornarvi. Per il momento la mia e-mail è rimasta in posta inviata, così come le mie domandine sono ancora per lo più inevase.
D'altronde come biasimarli tutti, soprattutto l' “Ospedale Annunziata” che sta cercando ancora di uscir fuori indenne dall’uragano scatenato dai piccoli presidi ospedalieri dello Jonio (Cariati & co.) in fase di contestazione contro il presidente Scopelliti?
Del laboratorio di microbiologia dell’ “Azienda Ospedaliera Bianchi Melacrino Morelli” di Reggio e della divisione malattie infettive dell’ “Ospedale G. Iazzolino” di Vibo neanche a parlarne – dopo il primo «Attenda, Le passo il responsabile…» ecco che ho potuto prendere nota solo dei ripetuti e accusatori “tu-tu-tu-tu-tu!” degli interni che squillavano a vuoto.
Fermo restando che chiunque potrà sempre intervenire a posteriori, in questo modo non mi è rimasto altro da fare che rivolgermi a riferimenti esterni alla nostra realtà meridionale: la Dott.ssa Ensoli Responsabile del Centro Nazionale AIDS e la Dott.ssa Luzi Coordinatrice del Telefono Verde AIDS.
Certo, avrei desiderato una risposta calzante per ogni tipo di domanda, ma è naturale che il personale dell’ Istituto Superiore della Sanità non possa discostarsi da ciò che sono i dati ufficiali già noti (quasi) a tutti e pubblicati dai preposti:
«Gentile Signor Fontanella, relativamente alle domande da Lei poste alla Dott.ssa Luzi, Le inviamo alcuni link che riteniamo possano esserLe utili per il Suo lavoro. Cordiali saluti, L'Equipe del TVA».
Per cui ecco le mie risposte belle impacchettate anche per voi:
«Dal 1982 al 31 dicembre 2008 i casi di AIDS notificati in Italia sono 60.346 (Suligoi B. et al., Aggiornamento delle nuove diagnosi di infezione al 31 dicembre 2007 e dei casi di AIDS in Italia al 31 dicembre 2008) […] e si stimano circa 150.000 persone sieropositive».
Chi raccoglie i dati è l’Unità Operativa “Telefono Verde AIDS” (UO TVA) dell’Istituto Superiore di Sanità. Essa svolge attività di counselling telefonico sull’infezione da HIV e sull’AIDS rivolta alle persone coinvolte, direttamente o indirettamente, in tali problematiche.
«L’equipe è costituita da ricercatori con conoscenze e competenze tecnico-scientifiche e comunicativo-relazionali, che consentono di instaurare una relazione di aiuto professionale con la persona che telefona, di decodificare la sua domanda, di offrirle risposte personalizzate e, se necessario, di inviarla ai Centri diagnostico-clinici [grassetto mio], alle Organizzazioni non governative e alle Associazioni di volontariato presenti sul territorio nazionale».

E poiché una delle mie domande era:
«Dopo gli eventi che hanno coinvolto il Gaetano Pini di Milano che, passato sotto la gestione del Policlinico, ha comunicato di non accettare più sangue gay, l'ISS se la sentirebbe d’invitare la popolazione omosessuale a non smettere di donare il proprio sangue? Non pensate che così si possa evitare di aumentare la discriminazione fra sangue etero e omo nonostante tutti - soprattutto i medici – sappiano che la percentuale di persone affette da HIV sia ben cospicua fra le fila degli eterosessuali?», ecco che spero che chi di competenza presso Policlinico di Milano - o in qualsiasi altra struttura che sta valutando di adottare un'uguale politica - possa ripassare quanto segue nella risposta:
«I gruppi di utenti [sott. dell’UO TVA] più rappresentati sono persone, non tossicodipendenti, che hanno avuto contatti eterosessuali, in tale numero sono inclusi anche i clienti di prostitute e transessuali che ne rappresentano oltre 1/4 - 25,8% e persone che non hanno avuto fattori di rischio.
- NFDR (199.231):
- eterosessuali non tossicodipendenti 355.589 (54,7%)
- NFDR 199.231 (30,6%)
- omo-bisessuali 39.217 (6,0%)
- sieropositivi 23.611 (3,6%)
- tossicodipendenti 4.785 (0,7%)
- emotrasfusi 2.052 (0,3%)
- volontari vaccino anti TAT 2.354 (0,4%)
- altro/non indicato 23.773 (3,7%)».
I dati sono davvero tanti e riferiti a più periodi di counselling, ma la conclusione è sempre la stessa:
«Come si evince dai dati sopra riportati, i gruppi di coloro, non tossicodipendenti, che hanno avuto contatti eterosessuali [grassetto mio] e i NFDR sono i più rappresentati» e «Con il calcolo dei tassi delle telefonate per aree geografiche si evidenzia che dalle regioni del Centro Italia provengono la maggior parte delle telefonate».
Il sud fluttua invece fra una percentuale del 20 fino a un minimo di circa 7.

Alla mia domanda se è vero che al sud c’è una maggiore consapevolezza del problema HIV e se è vero che le femmine hanno minore consapevolezza del problema, la risposta ufficiale è la seguente:
«Da giugno 1987 a dicembre 2009, l’UO TVA ha ricevuto un totale di 650.612 telefonate, di queste 477.573 (73,4%) sono pervenute da persone di sesso maschile, 172.648 (26,5%) da persone di sesso femminile e per 391 (0,1%) telefonate tale dato non è indicato. La distribuzione per classi di età evidenzia che 507.849 (78,1%) telefonate sono state effettuate da utenti di età compresa tra i 20 e i 39 anni (il 47,6% ha un’età tra i 20 e i 29 anni e il 30,5% tra i 30 e i 39 anni). Per quanto riguarda la distribuzione geografica delle telefonate, dal Nord ne sono giunte 303.700 (46,6%), dal Centro 185.224 (28,5%), dal Sud 115.725 (17,8%) [grassetto sempre mio], dalle Isole 40.695 (6,3%) e in 5.268 (0,8%) telefonate l’informazione è mancante. Il calcolo dei tassi delle telefonate (per 100.000 abitanti) per aree geografiche evidenzia che dalle regioni del Centro Italia sono pervenute la maggior parte delle telefonate».
Inoltre, in riferimento al counselling telefonico svolto nell’anno 2009 si è registrato «un aumento della proporzione di telefonate effettuate da persone di sesso maschile (88,1%)».

Capite bene che qualche dubbio sulla nostra realtà meridionale che parrebbe immune a tutto (e a tutti) forse è giusto che sorga. In base ai quesiti posti dai suoi impiegati, lo stesso UO TVA riferisce che «i quesiti posti dalle persone riguardano, in particolar modo, alcuni argomenti specifici: modalità di trasmissione, in che modo ci si possa contagiare (27,0%); informazioni sul test, in che cosa consista, quale sia il suo costo, dopo quanto tempo e dove possa essere effettuato (25,4%). I dati relativi ai giovani e agli stranieri rispecchiano, complessivamente, l'andamento di quelli generali, sia per quanto riguarda il sesso e la distribuzione per aree geografiche, sia per quanto riguarda la tipologia di utenti e di quesiti posti agli esperti. In sintesi, le persone che si rivolgono all’UO TVA sono di sesso maschile, risiedono nel Centro Italia, si dichiarano eterosessuali e pongono quesiti che riguardano informazioni sul test e sulle modalità di trasmissione dell’HIV. […] un notevole numero di persone, quotidianamente, contattano gli esperti dell’UO TVA, scegliendo il mezzo telefonico e la modalità in anonimato per esprimere i propri bisogni informativi, chiarire dubbi e avere indicazioni relative ai servizi psico-socio-sanitari presenti sul territorio nazionale» [grassetto mio].

Ancora in merito al confronto dei dati inerenti la distribuzione geografica per regione di residenza e per anno di diagnosi, al UO TVA risulta che i tassi d’incidenza continuano a essere mediamente più bassi nelle regioni meridionali.

«Uao!» verrebbe da esclamare. “Verrebbe”… perché l’altra domanda sarebbe stata appunto:
«Allora i terroni possono davvero stare tranquilli? Per una volta siamo noi i più coscienti e coscienziosi, non menefreghisti?».
«Dal momento che non è possibile escludere fattori in grado di determinare variazioni geografiche dei tassi di incidenza nel breve periodo (ad esempio, riorganizzazione a livello locale della modalità di invio delle schede), si raccomanda di interpretare con cautela l’attuale valore del tasso di incidenza per provincia. […] Le stime del numero di soggetti con infezione da HIV o AIDS effettuate finora in Italia e in altri Paesi si basavano principalmente su metodi di back-calculation o su estrapolazioni da dati regionali. Negli anni più recenti, l’UNAIDS ha elaborato un metodo nuovo che si basa sulle prevalenze HIV osservate in vari sottogruppi di popolazione [che] ha il vantaggio di consentire un confronto dei risultati ottenuti in nazioni diverse».
Quindi ecco che torniamo a quanto già detto all'inizio.
Secondo il “Metodo A” proposto dall’UNAIDS il numero di persone viventi con HIV/AIDS in Italia è: «151.000 persone viventi con HIV/AIDS (prevalenza sulla popolazione totale: 2,5 per mille abitanti). Di questi:
• quasi l’80% sono infezioni acquisite per via sessuale (eterosessuale e omosessuale);
• le donne rappresentano il 30% degli adulti».
D’altra parte, secondo il “Metodo B” che è basato sui dati del Sistema di sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione da HIV e sui dati del Registro Nazionale AIDS «in Italia ci sarebbero circa 140.000 persone viventi con infezione da HIV/AIDS».[1]

Insomma siamo lì, e di tutti questi malati solo pochi sarebbero meridionali. E io ci voglio credere. Non perché è meglio uno che l'altro, ma perché voglio avere fiducia nella nostra organizzazione di modalità di invio delle schede "con cui si determinano eventuali variazioni geografiche" o che-cavolo-ne-so-io, voglio credere che stiamo bene davvero e ciò che si sa corrisponde al vero. Che è falso ciò di cui tutti NON parlano, ossia che - come ha scritto Vittorio Agnoletto, giornalista del settimanale “Carta” - alla conferenza internazionale sull’Aids di Vienna dello scorso anno è esploso il caso Italia che – cito – “non ha versato [al Fondo globale per la lotta all’Aids] né i 130 milioni di euro del 2009, né i 130 del 2010 e tanto meno i 30 milioni aggiuntivi che Berlusconi aveva promesso durante il G8 a l’Aquila, arrivando quindi a un debito totale di 290 milioni di euro”, quando l’annuncio della nascita del Fondo avvenne proprio in Italia nel 2001 e in più il Presidente del Consiglio “non ha perso occasione, nei vertici internazionali, per dichiarare che l’Italia avrebbe triplicato il proprio contributo”. Se fosse vero la gente ne parlerebbe, no?

Che aggiungere?
Be’, per sicurezza ricordiamo anche che nelle strutture pubbliche il test è gratuito (Cfr.: Decreto Ministeriale del 1° Febbraio 1991, che individua le malattie che danno diritto all’esenzione dal ticket). Che facendo tutti il test permetteremo “di fare il punto sulla corretta applicazione delle norme che garantiscono gratuità e anonimato del test da parte delle Aziende Sanitarie Locali” e a tutti gli stranieri che, qualora fossero privi del permesso di soggiorno, possono effettuare il test alle stesse condizioni del cittadino italiano.

Dov’è possibile effettuare i test HIV in Calabria?
Catanzaro e provincia
Azienda Ospedaliera Pugliese CIACCIO
Div. Malattie Infettive
Viale Pio X
Tel. 0961/883346-016
fax883204
Prelievi Lun.-Ven. 8.00-14.30
Policlinico univer. MATER DOMINI
Ambulatorio Malattie Infettive
Via T. Campanella, 12
Tel. 0961/772207-208-263
fax 775373
Prelievi Lun.-Ven. 8.00-12.00
Crotone e provincia
OSP. S.GIOVANNI DI DIO
Centro Immunotrasfusionale - Via Bologna
Tel. 0962/924166
fax 924168
Prelievi Lun.-Sab. 8.00-11.30
Lab .Analisi - L.go Bologna
Tel: 0962/924158
L-S 8.00/10.00
Cirò Marino 88811-DistrettoLab Analisi-Via Togliatti
Tel: 0962/372220
L-V 8.00/10.30
Cosenza e provincia
OSP. ANNUNZIATA
Divisione Malattie Infettive
Via F. Migliori
Tel. 0984/681290
fax 681833
Prelievi Lun.-Sab. 8.00-9.00
Lab. Virologia e Microbiologia
Via F. Migliori
Tel. 0984/681402
Prelievi Lun.-Sab. 7.30-11.00
OSP. MARIANO SANTO
Div. Derm.
C.da Muoio Piccolo
Tel. 0984/681746-789
L-V 8.00-9.00
ROSSANO SCALO-OSP. GIANNATASIO
Lab.Analisi Cliniche
Via Ippocrate
Tel. 0983/517291
Fax dir. san. 514828
Prelievi Lun.-Sab. 7.30-9.00
Reggio Calabria e provincia
REGGIO CALABRIA-AZ. OSP. BIANCHI MELACRINO MORELLI
Laboratorio Microbiologia
Via Melacrino
Tel. 0965/397665
Prelievi Lun.-Sab. 8.00/12.00
PALMI-PRES. OSP. DELLA COSTA-OSP. DI PALMI
Centro Trasf.
Via Bruno Buozzi
Tel. 0966 46355
L-V 8.00-20.00
VIBO VALENTIA-AZ. OSP. G. IAZZOLINO
Divisione Malattie Infettive
P.zza Fleming
Tel. 0963/962325
Prelievi Lun.-Ven.10.30-13.30
_________________________________________________
[1]« In questo metodo si calcola per ogni anno il rapporto tra il numero delle nuove diagnosi di infezione da HIV, registrato nelle regioni e province che hanno attivato la sorveglianza, e il numero dei casi di AIDS segnalato nelle stesse aree. Il fattore moltiplicativo, cosi trovato, viene quindi applicato ai casi di AIDS nazionali, ottenendo cosi una stima dei casi di infezioni da HIV. A questo numero si sottraggono i deceduti, per ottenere una stima dei soggetti viventi. Secondo questa stima. Le due stime, basate su metodi diversi, sembrano concordare su un numero di persone viventi con HIV/AIDS di circa 140.000-150.000 casi. A questi e necessario aggiungere una quota di soggetti che non sanno di essere infetti »

Friday, 17 September 2010

AIDSud - Seconda parte

Come siamo messi davvero al sud?
Non è che anche in questo caso il nostro sud rimane indietro e non lo sappiamo, oppure esiste una maggiore consapevolezza di fatto? Beh che, l’incidenza parrebbe essere davvero mediamente più bassa in Calabria, ben sotto la soglia della Basilicata, tanto per dirne una. La maggior parte dei malati sono sempre eterosessuali tra i 30 e i 34 anni, fra cui davvero pochi sono i tossicodipendenti. Basti pensare che secondo le ultime ricerche (reperibili ovunque on-line) la proporzione di malati tossicodipendenti era dell’8,6% nel 2008, mentre quella di malati che hanno contratto il virus per via sessuale (sia eterosessuale che omosessuale) è del 74%, (ma «con un particolare aumento di contagio tra eterosessuali»).
Da non perdere di vista è il fatto che, nonostante dicano che in Italia si stia verificando una diminuzione dell'incidenza della malattia e della mortalità («probabilmente dovuta all'efficacia della terapia antiretrovirale combinata, grazie alla quale è aumentato il numero di persone - a oggi più di 21mila - che sopravvivono con una diagnosi di AIDS, mentre il numero stimato di persone sieropositive viventi - ovvero sia quelle con malattia conclamata sia quelle solo infette - è di 140.000-150.000), l’Italia risulti un «paese moroso, negligente scientificamente, in contrasto con Ue e desaparecidos. Un caso a livello internazionale e anche europeo» perché non mantiene le proprie promesse nei confronti del Fondo Globale per la Lotta all’AIDS, alla malaria e Tbc, come è risultato lo scorso luglio a Vienna, in occasione della conferenza internazionale sull’AIDS».
E intanto c’è chi ci lucra sopra... Come si suol dire: «Dove c’è un’opportunità c’è sempre un opportunista». E così appaiono on-line gli “HIV Home-test”, ossia «test dell’Hiv (nel linguaggio comune: test dell’AIDS) certificati ed ammessi sul mercato americano che ora possono ora essere ordinati anche dalla Germania». Bisogna solo stare attenti al fatto che molti dei test antigene in circolazione non hanno il certificato CE e quindi non potrebbero essere distribuiti in Europa.
Succo della storia: ho scomodato un po’ di gente per saperne un po' di più...
[Fine seconda parte]

Wednesday, 15 September 2010

AIDSud - Prima parte

È già passato un mese da che avrei dovuto rifare le analisi del sangue. Ne avrei approfittato di nuovo per donare altri 400 ml al Pini, ma sapete bene che non mi è più possibile dopo gli avvenimenti che hanno coinvolto (tra gli altri) anche Gabriele, avvenimenti di cui hanno parlato i quotidiani (Eh sì, Gab! Ancora si parla di te).
Personalmente, avevo iniziato a donare il sangue da ragazzo, presso l’ospedale del mio paese (ero donatore AVIS). Ma da quando mi sono trasferito a Milano ho sempre fatto le analisi del sangue presso centri convenzionati. Le impegnative me le scriveva il nuovo medico di famiglia, un signore milanese ch’era la fotocopia di Chris Elliot nei panni di Dom Woganowski in “Tutti pazzi per Mary” - solo per questo mi faceva simpatia. Poi due anni fa, purtroppo, il dottore ha deciso di andare in pensione, così che ho dovuto rifare il tesserino sanitario scegliendo il nuovo medico che l’avrebbe sostituito pur ricevendo presso lo stesso studio. Il nuovo medico che mi assegnarono (o meglio che io credetti mi fosse stato assegnato) era una giovane dottoressa che riceveva solo su appuntamento (pratica a me sconosciuta prima), sicché per evitare di chiedere un giorno di ferie a vuoto provai per oltre un mese a farmi ricevere fissando un incontro in anticipo, ma senza successo perché il telefono dello studio medico era sempre occupato, oppure dirottava la chiamata su un numero di cellulare cui rispondeva una segreteria telefonica. Al trentesimo tentativo decisi di fiondarmi senza appuntamento.
Lo studio era miracolosamente vuoto:
«Chi è?» chiese la voce imperiosa della dottoressa appena aprii la porta.
«Buona sera, sono…» feci io.
«Oggi non ci sono appuntamenti!».
«Sì, lo so. Ma ho provato a chiamare molte volte e…».
«Sì, sì… Chissà come fanno gli altri a parlare con me, eh? Insomma… cosa vuole, come mai è qui?».
Lo confesso subito che già a quel punto pensai di lei “Brutta put…!”.
«Avrei bisogno di un’impegnativa per le analisi del sangue» e le porsi un fogliettino su cui avevo l’elenco delle analisi che mi servivano. Le solite che faccio periodicamente per controllo: HIV, marks per epatite, e quelle solite di base.
«Mi dispiace non si può fare» mi restituì il foglietto secca e con aria di sufficienza, allorché l’osservai con tono interrogativo, senza azzardarmi ancora a sedere di fronte a lei visto che non mi ha invitato a farlo.
«…Mica siamo in Calabria qui. Perché tutte queste analisi? Lo sa che bisogna giustificarle? Mica si possono prescrivere così… Guardi qui: HIV, epatite… E che ci scrivo io sull’impegnativa? Perché ne ha bisogno?».
«Sono analisi di routine che faccio periodicamente per controllo. Se no come faccio a preventire o a intervenire in tempo, voglia iddio che…».
«A-a-ah! Ma perché, fa mica una vita promiscua?».
“Sì, con la p… di màmmata” pensai stavolta, anche se effettivamente in quel periodo non avevo un partner fisso e neppure mi ero comportato come santa Maria Goretti – come dice il Prof – per cui dissi:
«Sì. Mo-o-olto promiscua».
«Bene. Allora che ne dice se ci scriviamo “prostituzione”?».
Stringendo i pugni continuai:
«Se può servire a fare in modo d’avere l’impegnativa e fare le analisi che mi servono… può anche scriverlo».

A questo punto la “dottoressa” (le virgolette ora le ritengo d’obbligo) accese il Pc per ricercarmi fra i suoi assistiti. Il destino aveva voluto che la sportellista-rincoglionita dell’ufficio comunale mi avesse assegnato alla dottoressa dello studio medico a fianco, ossia un numero civico più avanti. Io, stupidamente, non me ne ero accorto.

«Uh, povero! S’è preso questa bella ramanzina senza che sia neppure un mio assistito!» rise quando ci accorgemmo entrambi del malinteso. «Lei è un assistito della dottoressa Taldeitali… è una musulmana, quindi… Faccia Lei. Se vuol cambiare medico io sono sempre qui».
Mi chiusi la porta dello studio dietro le spalle senza salutare.

Dopo quest’esperienza, finalmente l’anno scorso, grazie al Prof, ho ricominciato a donare. Come dicevo all’inizio, il centro era quello del Gaetano Pini, che quest’anno è passato sotto le grinfie del Policlinico omofobico. E rieccomi al punto di partenza di questo post – sono in ritardo di un mese con le mie analisi.
Eppure non fanno altro che responsabilizzarti, sparano una pubblicità dietro l’altra per far sì che la piaga dell’HIV venga isolata. Dicono che prima era il «maschio, non più giovanissimo, non necessariamente legato al mondo della tossicodipendenza, […] molto probabilmente del Nord, più raramente dal Centro Italia, e [che] ha contratto l'infezione tramite un rapporto sessuale»; sputano dati secondo i quali le quattro regioni italiane più colpite fino a poco tempo fa erano la Lombardia, l'Emilia Romagna, la Liguria e il Lazio. Parlando di AIDS hanno anche specificato che la trasmissione del virus spesso e volentieri avviene tramite rapporti sessuali, anzi che hanno scritto (e lo sottolineo) “eterosessuali”; che se anche il numero di persone che contraggono l’AIDS è diminuito dall’inizio della diffusione dell’epidemia, oggi sono le donne che pare non abbiano «assunto comportamenti responsabili per evitare il diffondersi del virus».
Ancora, secondo il direttore del COA (Centro operativo AIDS) del Ministero della Salute Gianni Rezza esiste «una bassa percezione del rischio in particolari strati sociali». Molti non fanno il test pur continuando a inzuppare il biscottino a destra e a manca senza prendere precauzioni. Ricordo che secondo i quotidiani italiani il primo dicembre del 2009 rispetto agli ultimi dati raccolti si contavano quasi 90.000 nuove infezioni in tutta Europa. Solo l’Italia ne contava 170.000 circa, ma è anche vero che si stimava che molte delle persone Hiv-positive non sapessero di essere infette.
Ribadisco: l’incidenza maggiore dei casi di AIDS nel 2007 è stata in Lombardia (mi torna in mente la frase della “dottoressa” di cui sopra: «Mica siamo in Calabria!») e Liguria, seguite da Emilia Romagna e Toscana, con Lazio e Marche in coda.
Ma come siamo messi davvero al sud?
[Fine prima parte]

Sunday, 12 September 2010

La mia "versione di Barney"

Avevamo accennato a quest'autore in “Orfeo o Euridice”, ricordate?
Ora, del suo romanzo edito in Italia nel 2007, è uscito il film. Per me inizia a essere quello più atteso a Milano. “Il sole 24 ore” scrive: «Barney, il film non tradisce».

Toni esultanti per questo Barney letterario che altri non è che l’autore Mordecai Richler, interpretato da Paul Giammatti mentre Miriam è interpretata da Rosamund Pike e Dustin Hoffman fa la parte del padre del protagonista - «da Oscar», ha scritto Christian Rocca. Come lo invidio per aver visto l’anteprima! Dice che tutta la famiglia Richler appare al completo nella scena finale del film prodotto da Robert Lantos e che avevano iniziato a girare lo scorso diciassette agosto 2009, a Roma sulla base dello script di Michael Konyves. Regia di Richard J. Lewis.

Non si può non amare “La versione di Barney”, la storia d’amore divertente e al tempo stesso amara di un uomo che per definizione dello stesso autore è «rude, è villano, ma è molto colto e credo possa essere amato». Certo che lo si ama, dico. La definizione delle pennellate con cui ne ha tracciato la psicologia sono inimitabili; un personaggio “complicato”, anche se a detta di Richler non ci sono sentimentalismi nel romanzo.
«Certo c'è del romanticismo. Barney è molto critico nei confronti di se stesso, si sente in colpa e inadeguato come si sentono la maggior parte delle brave persone» ha dichiarato nell’intervista a un giornalista RAI, «ha una grande fame di vita ed è capace di grandi passioni».

Questo capolavoro, naturalmente, non ho potuto fare a meno di citarlo più e più volte non solo su questo blog, ma anche in un mio altro lavoro, un piccolo saggio di cui vi do una breve anteprima con il rischio di apparirvi smargiasso (il fatto è che lo sono effettivamente, ma è anche vero che spesso sono qui per farmi conoscere da voi per quello che sono).
Riflettendoci, nel mio caso la necessità del riferimento al romanzo di Richler è sorta dall’ossessione del mio personaggio per uno dei suoi amanti, l’ “Ignoto”, che vuol richiamare quella di Barney Panovsky per la sua Miriam:

«[…] Il mio viaggio verso l’ “Ignoto” ebbe inizio una settimana dopo ch’ebbi fatto l’errore di portare a letto la mia splendida tabaccaia Mirina-occhi-di-brace, ovvero il giorno dopo che smise di tallonarmi, di farsi trovare la mattina sotto casa, davanti al portone, rassegnandosi all’idea ch’ero gay e che il mio sogno era tutt’al più quello di diventare Miranda per qualcuno e non Steve per lei; oppure Steve per qualcuno, ma comunque che lei nei miei sogni non c’entrava una cippa.
Prima d’iniziare in via definitiva con il racconto dell’Incontro vorrei dire che se oggi devo riconoscere un merito al mio “Ignoto”, questo è l’avermi regalato una copia di “La versione di Barney” del canadese Mordecai Richler. Un romanzo che avevo adocchiato da chissà quanto tempo, senza però mai acquistarlo. Questo perché, di solito, devo sentirmi pronto prima di prendere con me un libro nuovo; devo sentirlo chiamare il mio nome quando gli passo davanti, in libreria, e a quei tempi il romanzo in questione aveva appena iniziato a sussurrarlo, il mio nome. Per questo il gesto del regalo in sé si rivelò una piacevole forzatura. Così l’ “Ignoto” mi diede l’impressione di avere il potere di leggermi nel pensiero. Il mio caro “momzer” – giusto per restare in tema – sembrava aver capito che, come il protagonista della storia, Barney, anche io stavo cercando di “mettere un po’ d’ordine nella mia vita buttandola all’aria”.
Dunque, cosa si vede quando proviamo a figurarci l’ignoto? Quale immagine associamo a questo termine? Pronunciandolo, alcuni vedono proiettato sullo schermo buio delle palpebre serrate spettri di galassie lontane, altri distese buie d’acqua, altri ancora animali mitologici. L’ignoto è detto a volte “irrazionale”, o anche “intraducibile”; “mistero”, oppure “Es”; “inconscio” contrapposto all’ “Io consapevole”, il quale è stato anche parte della teoria della psicoanalisi di Freud e altri suoi colleghi. Anzi che, l’ignoto è stato visto spesso come il punto di partenza della terapia psicanalitica e questo rende ancora più strano ai miei occhi il fatto che io invece che allontanarmene andai a lanciarmici come un bambino in una piscina di cioccolato, scambiandolo per il punto d’arrivo.
L’ignoto come l’Anima contrapposta all’Animus, come l’Ombra che è di contrasto alla Persona. Non funziona mica così? Beh che, forse non lo capii da subito, ma nel breve tempo che ci frequentammo fu proprio questo il rapporto che s’instaurò fra noi, o meglio il rapporto che instaurai io con Lui. Ma se l’Ombra è davvero la parte “oscura, ma non necessariamente negativa e a volte portatrice di energie creative”, e se davvero nella nostra storia Lui è stato per me quest’Ombra, allora ecco spiegato […] il perché mi convinsi per un po’ - un bel po’ - che la nostra sarebbe potuta essere davvero, finalmente, La Storia. Una sintesi perfetta e, in quanto tale, “ricca di potenza creatrice”, tanto per continuare a usare la terminologia di Caracci.
A contatto con il mio “Ignoto” avevo iniziato a creare con la mente, a fantasticare, ma proprio quando le fantasie iniziarono a farsi troppo grandi, lui se n’andò. Di colpo. Fu questa la causa del mio rimanere impantanato nelle fantasie cui avevo dato vita e che mi resero, come dire, schizofrenico.
[1]
Luis Kancyper, medico e psicoanalista conosciuto per il lavoro “Jorge Luis Borges, o il labirinto di Narciso”, ha scritto un volume intitolato “Il risentimento e il rimorso, uno studio psicoanalitico”. Kancyper rende benissimo lo stato d’animo che vorrei trasmettere, riportando le parole di un suo paziente in merito al risentimento: “Il risentimento è come cercare di premere l'acceleratore di un'auto incagliata nel fango. Quanto più si accelera, tanto più l'auto affonda nel fango e meno si muove ... Si è come in un vicolo cieco”.
[2]
Altro che testa a posto! Certo che prima d’imbattermi in lui avevo le migliori intenzioni. “Ma alla fine lo vedi che il problema sei tu?” mi rimbrottai riprendendo le parole di T-Fish
[…]». (*)

Per me “La versione di Barney” è carica di ricordi. Ogni libro che decido di tenere sullo scaffale ne è pieno.
Questo ne serba alcuni molto simpatici - se li si analizza col senno di poi –, molto affettuosi, impetuosi, proprio come quei due: Barney e la persona che me lo regalò.
La parte che mi è piaciuta di più di questo romanzo di Richler? La mia versione di Barney? No, questo non posso proprio dirvelo. Però potrete di certo individuare la vostra, leggendolo, e poi potremo discuterne.
_____________________________________________________
[1] S. Arieti, “Creatività la sintesi magica”, Il Pensiero Scientifico Editore, 1979.
[2] L. Kancyper, “Il risentimento e il rimorso, uno studio psicoanalitico”, Franco Angeli Edizioni, 2003.
(*) Il Brano riprodotto è tratto da "Volevo essere Miranda Hobbes (una storia sciocca)" e protetto da Copyrihgt.

Friday, 10 September 2010

Milano Fashion Night & Week

Mi domando come sia potuto accadere!
Cioè no, dico, la settimana della moda milanese è l’evento della città, anzi di tutto il nord Italia, ma che dico – di tutto il nord Europa e del mondo dei lustrini e dei tulle... e io me ne dimentico!?
Cioè, non solo lo dimentico nonostante la città tappezzata di manifesti, quanto per di più prendo appuntamento per andare a cena fuori con il mio ex e la sua nuova fiamma? Per carità, felicissimo, ma… È la FASHION NIGHT, preludio della MILANO FASHION WEEK!
Secondo me quell’episodio di amaurosi del mese scorso mi ha provocato più danni di quanto potessi credere. Ho intuito che c’era qualcosa di strano dopo essere uscito dalla metropolitana in superficie, fra i bastioni di Porta Venezia. In effetti c’era molto più frociame del solito, un bel, sacrosanto e benedetto frociame della migliore qualità e ho avuto la sensazione di trovarmi al Gay Pride. E poi la gente imbottigliata nel traffico, il mio amico Prof innervosito dalla calca vomitata su via Manzoni e via Montenapoleone direttamente dal ventre della “Vogue Fashion Night Out” che ostacolava il suo scooter.
I mezzi pubblici in tilt – il tram 9 segnava “9 MINUTI” da circa mezz’ora quando sul display ha cominciato a fare l’occhiolino la scritta “IN CODA”.

“Milano Loves Fashion” – niente di più vero.
Per rendere l’idea a quei miei compaesani che non sanno di cosa si tratti: è come stare a piazza Steri la sera della festa della madonna Achiropita, solo che qui la festa dura due settimane; al posto delle bancarelle che vendono i mostaccioli ci sono solo boutique che vendono foulards, borsette e qualunque tipo di accessorio di tutti i colori delle caramelle che proprio lo senti che inizia a essere indispensabile e vitale e che lo devi comprare; al posto della drogheria che vende le gassose solo le luci scintillanti dei locali dove consumare i martini, i bellini, i negroni sbagliati e dove la folla non si batte il petto mormorando liturgie dal suono vagamente inquietante inseguendo la statua di gesso e agghindata di ori della madonna Achiropita, ma chiacchiera, ride, tira di coca, sfoggia il brillocco al ritmo di “California Girl” o di “Cha Cha Heels”, in attesa dell’apparizione dell’ultimo modello di “Jimmy Choo” e dell’ultima “Prada”. Luoghi dove è meglio non avvicinarsi se non si è alla moda, non perché tanto non ti fanno entrare, ma perché da solo ti accorgi di puzzare di vecchio (che non è quel retro ricercato che potrebbe anche piacere).

Mi viene in mente un passo di E. White quando ricorda Nabokov che in una sua opera affermava che secondo Freud ammiriamo i capelli di una donna solo perché vogliamo andare a letto con lei, mentre la verità per lo scritore americano è che vogliamo portarcela a letto solo perché siamo incantati dai suoi capelli.
Ecco perché mi piace la ventura settimana dell’Achir… cioè, della moda milanese.
Tutto ciò che per natura sembra arido e riduttivo si carica di sensualità e di dettagli che sembrano sostanziali, mentre gli unici dettagli che spariscono dalla circolazione sono quelli delle nostre singole esistenze, quelli che ci spaventeranno quando ce li ritroveremo di fianco, a letto la sera, fra quindici giorni.
Devo andare stasera, almeno stasera!

A differenza della festa di “menz’agusto” qui mancano i fuochi pirotecnici e la montagna che va a fuoco (il Resegone è troppo lontano perché si possano notare falò dolosi da piazza San Babila), ma lo stesso la gente fa: “O-o-o-oh!”.

Wednesday, 8 September 2010

"Eins, Zwei, Drei Sturm und... 'Ndrangheta"

Franz Kafka scrisse il racconto “Il verdetto” (“Das Urteil”) nel 1912. Lo scrisse in due giorni. Il titolo originale tedesco è anche tradotto come “La Condanna” ed è incentrato sul tema del conflitto fra padre e figlio. Nel 1925 scrisse ancora il romanzo rimasto incompiuto dal titolo “Der Prozess”, ossia “Il processo”, storia di Josef K. accusato e processato per motivi misteriosi. In entrambi i casi domina il sentimento di angoscia. Gli stessi personaggi sono spesso poco chiari al lettore, di alcuni non si conosce neppure il cognome e in più la trama appare contraddittoria. Certo che tutto è dovuto, appunto, all’incompiutezza del testo, ma pensiamo anche allo scarafaggio della metamorfosi: «creatura scissa» che «oscilla tra l’animale e l’uomo». Quale situazione più inquietante di questa si può immaginare? Beh che, una c’è ed è quella reale che ci attanaglia. Ancora una volta, a distanza di decenni, la realtà supera la fantasia.
Alcuni di noi sono in ansia.
“Meno dieci…” si dicono.
Già, meno dieci. Si fa il conto alla rovescia per vedere come andrà a finire e per constatare cosa sarà dopo. È l’apprensione tipica di chi si ritrova in una condizione imprevista quanto repentina e, quindi, comprensibile. In effetti Rossano Calabro in certo qual modo ha mantenuto nei secoli la propria natura “svizzera”, nel senso di esterna, estranea a certe influenze. Anche dal punto di vista linguistico il paese non ha subito contaminazioni arabe, per questo il nostro dialetto è così diverso dagli altri calabresi. Per questo i monaci orientali giunsero a Rossano - per sfuggire alla persecuzione araba.
Sento di poter dire che lo stesso vale per la criminalità. La criminalità organizzata.
Lungi da me l’intento di affermare che Rossano sia sempre stata estranea a qualsiasi forma delittuosa. Ve ne sono state come in ogni parte del meridione e del resto del mondo. Ma solo da qualche tempo a questa parte sentiamo parlare di ‘ndrangheta, nel vero senso del termine. Pensavamo egoisticamente d’esserne fuori, che riguardasse il resto della regione, ma non noi. Come se noi vivessimo, che so, in Germania… Vabbè, l’esempio non è dei più calzanti.
Ecco perché oggi fa male leggere i commenti di alcuni lettori come Marco che, rivolgendosi al sindaco del nostro paese, ha scritto:
«La tua solidarietà la dovresti dare ai rossanesi che ogni giorno, da anni oramai, convivono loro malgrado con la ‘ndrangheta locale, non vedi che qui a Rossano non si può neanche più sputare senza chiedere il permesso a loro?».
Un amico mi ha raccontato di aver superato al semaforo la persona sbagliata, cioè uno che poi l’ha inseguito e gli ha tagliato la strada per minacciarlo verbalmente per l’affronto arrecatogli, e che non avrebbe dovuto ripetere mai più.
È così. Prima estranea a tutto questo maneggio sporco, poi semplice terra di passaggio fino a divenire co-protagonista. No, non ancora prima donna, perché per fortuna oggigiorno se ne parla e, grazie agli investigatori, si sa che da noi il controllo del territorio è assicurato dalla cosca Manzi-Mordò, al vertice della quale siedono Nicola Acri, Antonio Manzi e Salvatore Morfò (quest’ultimo – se ho capito bene - in sintonia con gli Acri–Galluzzi e con il locale di Cirò), ma si tratta pur sempre di una cosca sottoposta agli "Zingari di Cassano".
Anche Roberta Mani e Roberto Rossi in “Avamposto” hanno scritto:
«La ‘ndrangheta a Cassano e nell’alto Cosentino si chiama locale di Sibari. Un comprensorio criminale sorto di recente, rispetto al passato centenario che possono vantare i clan reggini. […] La storia di un potere rimbalzato in mani non sempre autoctone e, per questo, instabile».
Altre realtà criminali definite dagli esperti di “notevole spessore” sono i Decio di Castrovillari e i Magliari di Altomonte. Tutte molto vicine alla nostra eppure, a quanto pare, più potenti. O è solo un’impressione-illusione, magra consolazione, speranza che sia ancora in tempo per abortire?
Meno dieci… sospirano alcuni.
Già, perché fra dieci giorni ci sarà il via al maxiprocesso presso la seconda sezione della Corte d’Assise di Cosenza che vedrà nell’angolo delle parti civili i Comuni di Cassano e Corigliano, la Provincia di Cosenza, la Regione Calabria, e i familiari di Giorgio Salvatore Cimino e Sergio Benedetto caduti nella guerra di ‘ndrangheta combattuta nella Piana di Sibari; nell’angolo-sbarra, invece, i presunti boss e picciotti del locale di ‘ndrangheta degli Zingari di Cassano allo Ionio, saliti al potere dopo il terremoto dell’operazione “Galassia”, e delle collegate e sottoposte ‘ndrine di Corigliano e Rossano, accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso e, fra vari altri, di omicidio. La maggior parte di loro già «ristretti da circa un anno al carcere duro del 41-bis».
La maxi inchiesta antimafia in questione (opera dei Ros di Catanzaro con il coordinamento della Dda locale) è la “Timpone Rosso”.
Io pensavo che il nome fosse stato scelto in onore della parte coinvolta rossanese (sapete il detto “Russan’: timpe russe e mali cristian”, no?). Invece “Timpone Rosso” è giustappunto il nome del quartiere di Lauropoli dove si è svolto il blitz dello scorso 16 luglio 2009, «totalmente abitato da rom che qualche decen­nio addietro giunsero […] dalla vicina penisola balcanica e che da queste parti risiedono stabilmente dagli inizi de­gli anni '80», come ha spiegato “Diritto di cronaca” [pubblicazione di cronaca di Emanuele Armentano]. Sempre quegli stessi zingari comandati da Francesco Abruzzese detto “Dentuzzu”, a proposito dei quali il giudice Luberto ha raccontato ai giornalisti di “Avamposto”:
«Quanto di peggio si possa immaginare [il clan degli zinagari], perché sanguinari e incredibilmente meticolosi nell’applicazione di una strategia di annientamento fisico di chiunque potesse essere anche solo potenzialmente un nemico».
Il presunto boss della ‘ndrangheta rossanese per l’inchiesta “Timpone Rosso” è “Occhi di ghiaccio”. E mi verrebbe da scrivere: alias Nicola Acri.
I soprannomi da noi dicono molto di più dei nomi. A volte, è possibile anche che il nostro interlocutore non ci capisca se parliamo di qualcuno chiamandolo per nome. Ecco perché adesso i soprannomi li scrivono anche sui manifesti da morto.
«Chi è morto? Chi? …Ah, Capuchiatto!». Oppure: «Chi hai detto? …Ah, Cul’ross’!», e così via…
Strano il mondo dei soprannomi rossanesi, ma affascinante. Eppure “Occhi di ghiaccio” non mi sembra un soprannome tipico delle nostre parti. “Occhi di ghiaccio” è anche quell’Edgar Valdez Villareal, texano catturato dai federali messicani perché alla guida di «truppe tra le più sanguinarie della federazione» impegnate nel narcotraffico; “Occhi di ghiaccio” è quel tale Michele D'Angelo, sessantaduenne genovese arrestato per spaccio dai carabinieri nel quartiere di Rivarolo; “Occhi di ghiaccio” è Eseneh, detto anche “Peter”, fermato nel ferrarese dagli agenti dell’Antidroga.
“Occhi di ghiaccio”, alias Nicola Acri, ha la mia età. È latitante, condannato in primo grado all'ergastolo come mandante dell'omicidio dell’imprenditore rossanese Luciano Converso e, durante la ricostruzione delle dinamiche criminali della Sibaritide, è stato tirato in ballo da Carmine Alfano, membro del locale di Corigliano passato dalla parte degl'inquirenti nel 2007 (quello che in gergo si dice un “gola profonda”). Alfano avrebbe attestato un ruolo rilevante di Acri nella gestione dei lavori portuali di Corigliano in merito ai quali il Dda di Catanzaro ha presupposto dei collegamenti fra mafia coriglianese e il mondo dell'imprenditoria.

Meno dieci… nove a quest’ora… E c’è chi si sente in fibrillazione per il dopo-processo (che non suona così bene come il “Dopo-salone” di Milano) perché se a “Occhi di ghiaccio” - che pure è latitante - gli va male, non si sa mica da chi verrà usurpato il suo posto.
Alla fin fine - dicono - Acri difendeva il “suo” territorio dai soprusi esterni. Iniziavano a vederlo quasi come un baluardo di difesa…
E intanto se ci penso, se penso che cercavo un modo per tornare a vivere in Calabria; se ripenso alla possibilità che m’ero dato, dopo sei anni nel settore del freight forwarding, di cercare un mio spazio nella realtà portuale/aeroportuale del reggino… scuoto la testa. Dopo quello che si è saputo sul porto di Reggio e il clan Forestefano, ma chi me lo fa fare? Per questo mi sento in colpa. Colpa per aver abbandonato parenti, amici, il mio mare avvelenato e la montagna contaminata che li sta uccidendo tutti, uno a uno. Altro che “Metamorfosi” kafkiana!
Mio nonno, che era un fervente credente, diceva sempre che “bisogna avere fede”. Sinceramente a me la cosa mi consola poco, anche se non voglio neppure credere, come canta il “Parto delle nuvole pesanti” in “Magnagrecia”, che in Calabria «gli dei non ci sono più». mi rivedo, al contrario nelle parole di quell’altro loro testo, quello della vecchia “Raggia”:
«Allarme, allarme, allarme ‘u compari sona! […] È forte, è forte, è forte e vo’ parrari, runam’ forza e vucia a ‘sta speranza!».

Tuesday, 7 September 2010

Dietro il bancone

A fronte del comunicato stampa di qualche giorno fa dell’On. Giuseppe Caputo a proposito di una sanità regionale calabrese di qualità, alla possibilità di offrire a tutti i calabresi «non un ospedale inutile in ogni comune, ma una sanità regionale complessivamente di qualità, capace di potere ricevere, assistere, curare ed anche salvare, in Calabria, la vita dei propri malati» m'è venuto in mente che da noi, al sud intendo, non sono solo gli ospedali a vedersela male.
Non voglio fare per forza quello che spala merda su tutto, ma credo sia giusto far notare che esiste una categoria, quella dei farmacisti, che mi sembra di capire che sia odiata ogni giorno di più, o forse più che odiata sarebbe meglio dire invidiata, nonostante molti di loro siano oramai, anzi siano da sempre e (forse paradossalmente) un punto di riferimento per alcune comunità; a dispetto del fatto che molti vecchietti dei centri storici cittadini calabresi ritrovino nel loro farmacista di fiducia un confidente, quando non un vero e proprio amico. A dispetto del fatto, aggiungerei ancora, che le singole farmacie non sono così impestate dall’odore della politica quanto invece lo sono le strutture ospedaliere pubbliche.
Perché ricollego proprio oggi queste due realtà è presto detto.
Secondo l’associazione “Federfarma” la «spesa farmaceutica convenzionata netta SSN, nel primo trimestre 2010, ha fatto registrare una diminuzione del -1,2% rispetto allo stesso periodo del 2009, a fronte di un aumento del numero delle ricette del +1,6%. L'aumento del numero delle ricette, costante ormai da alcuni anni, può essere probabilmente correlato, tra l'altro, al calo del numero dei ricoveri, diminuiti nel 2008 del -1,7%, in conseguenza della tendenza alla riduzione dei posti letto e di un maggior ricorso all'assistenza farmaceutica territoriale […]. Le confezioni di medicinali erogate a carico del SSN sono state oltre 270 milioni, con un aumento del +1,6% rispetto allo stesso periodo del 2009. Ogni cittadino italiano ha ritirato in farmacia in media 4,5 confezioni di medicinali a carico del SSN».Però se la spesa farmaceutica è diminuita a fronte di un numero maggiore di ricette bisogna specificare che il merito non è dovuto soltanto alle prescrizioni di prezzo mediamente più basso e alle riduzioni dei prezzi dei medicinali varate dal Governo e dall'AIFA come, ancora, «alla […] reintroduzione […] del ticket; la distribuzione diretta o tramite le farmacie di medicinali acquistati dalle ASL», ma - come riferisce ancora la “Federazione nazionale dei titolari di farmacia” - anche alle farmacie convenzionate che nei primi tre mesi del 2010 hanno garantito con lo sconto al SSN un risparmio di oltre 155 milioni di euro, «ai quali si aggiungono quasi 20 milioni di euro derivanti dal pay-back attivato a carico delle farmacie a decorrere dal 1° marzo 2007 e prorogato per tutto il 2010».Il calo della spesa da gennaio a marzo 2010 è stato registrato soprattutto in Calabria con il -11,5% dove si è constatata anche una diminuzione del numero delle ricette, al contrario dell’andamento generale riportato sopra.

Non si poteva leggere un rapporto più incoraggiante. Finalmente delle buone notizie. Finalmente qualcosa che inizia a funzionare come si deve, mi dico, in barba a quanti sostengono che la sanità calabrese fa “venire il rovescio” e fa “arrizzare le carni”, «bruciando circa tre quarti del bilancio regionale e sfondando la cifra di quattromila (4.000) miliardi delle vecchie lire di deficit» (Vd. puntata di “Report” del 05/09/2010)… ?

Il punto interrogativo precedente questo capoverso l’ho aggiunto dopo la stesura finale del post. Dopo aver contattato e discusso la faccenda con uno dei suoi protagonisti.

Ci avete fatto caso che la voce dei farmacisti, anche quando scendono a manifestare nelle piazze della capitale, non è mai troppo possente o arrogante, oppure è solo una mia impressione? "Certo," credo che pensi la gente "che cippa-lippa hanno da manifestare anche i farmacisti?".
E invece a volte è meglio mettere le cose in chiaro anche per loro conto, fermo restando che, come diceva mio nonno, “la gente non l’ha accontentata manco Gesù Cristo… tant’è che l’hanno messo in croce” e che alla fine “è meglio essere invidiati che compatiti”.

«Allora,» chiedo a una giovane farmacista del mio paese, di Rossano Calabro, alla Dott.ssa E.F. «pare proprio che prima il SSN e poi la Regione Calabria riconoscano il buon lavoro svolto…».

«Così pare…».
E' un commento esitante, forse più per il timore di non riuscire a capire dove andremo a parare con il nostro botta e risposta. E poi, ripeto, non capita tutti i giorni che qualcuno gli chieda conto della sua attività. Agli occhi di molti sarebbe come se uno straccivendolo, o la fiammiferaia delle fiabe si recasse a corte a domandare a Sua Maesta: «Allora, come si sente oggi?», ma non così, per circostanza intendo, bensì con un reale interesse per le Sue condizioni.
D.: «Non tutti sono a conoscenza delle difficoltà che spesso hanno assillato la sanità (non solo della regione Calabria) per le ragioni più svariate, tipo la mancata disponibilità della liquidità necessaria. Alla luce delle dichiarazioni di Federfarma possiamo dire che le difficoltà di relazione con il SSN sono sparite – se mai ci sono state -, e se no, quanto è ancora difficile la vita di una farmacia e di un farmacista titolare nel meridione, in Calabria nello specifico. Quali le difficoltà maggiori?».

R.: «Effettivamente abbiamo incontrato difficoltà all’indomani dell’introduzione del “famoso” ticket. Si tratta di numerose difficoltà sia di ordine pratico quanto di ordine teorico. La nostra è una professione che si pone all’interfaccia tra stato e cittadini di ogni estrazione sociale e cultura… Insomma, spiegare perché, da un giorno all’altro, le medicine non erano più “gratis” non è stato facile…».
D.: «Però alla fine possiamo dire: “anche stavolta” ve la siete cavata…».
R.: «Non saprei… Nonostante gli sforzi compiuti la gente continua a percepire solo che vengono messe loro le mani in tasca. E lo posso comprendere… Ma siamo ancora lontani dal concetto dell’essere chiamati tutti a tentare di sanare una voragine incontrollabile e incontrollata creatasi nei decenni solo ai fini di creare consenso. E alla fine chi sono i cattivi…?».
D.: «Come si dice? “Ambasciator non porta pena”, no? E poi, in effetti, siete voi quelli che hanno a che fare col “pubblico”, un po’… come dire… vi tocca».
R.: «Beh, mi preme comunque sottolineare come questo ruolo d’informatore sia stato ricoperto esclusivamente dal farmacista, senza una rete di supporto che coinvolgesse i medici di famiglia , i quali avrebbero potuto darci una grossa mano, anche in virtù dell’autorità che soprattutto al meridione – parlo della nostra realtà calabrese – viene riconosciuta loro».
D.: «Io ho un padre medico. Ricordo quando tornavo da scuola e, a tavola, come in tutte le famiglie, venivano fuori problemi e preoccupazioni generate dal lavoro e quindi, in ambito sanità. L’operaio ce l’ha con il titolare della fabbrica, l’impiegato con il suo M.D., e così via… Possibile che le relazioni dei farmacisti titolari calabresi con il SSN siano un atollo felice, alla faccia di tutti gli altri?».
R.: «Per ciò che concerne la relazione col SSN…» sorride «magari ne riparleremo quando avranno saldato le sette mensilità di cui noi farmacisti siamo ancora creditori e che non prevedono maturazione di interessi».
D.: «Forse non tutti sanno che… Sembra uno di quei giochetti della “Settimana Enigmistica”. Dicevo, forse non tutti sanno che la Regione è debitrice nei confronti delle farmacie. Non se lo domanda chi entra qui da voi per acquistare una confezione di tachipirina. Di certo avrà altro per la testa. E devo essere sincero: il mio farmacista non s’è mai lamentato con me; neanche così, pour parler… Mai un fiato. Lo devo riconoscere. Un vero professionista. Eppure Franco Caprino, presidente di “Federfarma”, lo scorso maggio ha sottolineato uno “stato di sofferenza” delle piccole e medie farmacie. Come direbbe il ragazzo della reclame dei "Kinder Cereali": cosa c'è dietro?».
R.: «Al di là di tutto,» nota sorvolando sulla mia riflessione a voce alta «non è una situazione facile. Affatto. È un gioco di forza che la Regione tira allo stremo, sicura del fatto che, come sempre, come ogni mattina - che sia natale o domenica - il farmacista è con la gente, al fianco della gente e per la gente alza le serrande. Anche se le tratte vengono respinte… Non tutti ci pensano, ma capita anche questo ai ricchi farmacisti! Ebbene sì, ci sono anche titolari di farmacia che se non avessero un marito o una moglie con un impiego statale a garantire l’entrata mensile quella serranda la terrebbero giù per sempre».

Sunday, 5 September 2010

Il carbone è per i bimbi cattivi

Una volta ci dicevano che se fossimo stati cattivi la Befana ci avrebbe lasciato solo carbone nella calza appesa al camino. E noi ne eravamo felici? Non credo proprio, a meno che non fosse il carbone di zucchero da rosicchiare. Ma anche in quel caso ci distruggevamo i denti con la carie.
Si vede che siamo stati tutti cattivi. Non solo noi rossanesi, ma anche tutti gli altri abitanti di quei comuni dove le centrali elettriche dell’Enel sono state o presto saranno riconvertite appunto a carbone.
È da cinque anni che va avanti ‘sta storia:
carbone sì, carbone no?
L’Amministrazione Comunale del mio paese pare che intenda prendere contatti «con il Comitato del NO di Vado Ligure che si oppone alla riconversione di quella Centrale Termoelettrica». Eppure molta parte della cittadinanza è scontenta. I rossanesi vogliono il carbone!
Cosa sta succedendo? Al quinto anno di discussione mi rompo il cazzo e mi chiedo se sia data vita a una “querelle Enel”, al pari di quella dell’aeroporto di Sibari (tanto per citarne una).


Altri comuni italiani hanno fatto la loro scelta. Chi può dire se sia la scelta giusta o sbagliata a questo punto non lo capisco più. Il tempo ci dirà come stanno veramente le cose e, purtroppo, come spesso accade, se le cose stanno messe male sarà sempre troppo tardi per rimetterle a posto. Ecco che sono già impegnati sul fronte carbone: Civitavecchia, Porto Tolle, e altri comuni del Veneto e della Liguria.
«A Civitavecchia sono migliaia i lavoratori già impegnati nel cantiere di riconversione, con buona pace di imprenditori turistici ed agricoli. A Porto Tolle il sindaco Finotti ed il governatore del Veneto Zaia hanno salutato con entusiasmo i nuovi investimenti ENEL per la riconversione che l’ENEL si appresta a far partire. A Savona il senatore Franco Orsi, la settimana scorsa, a proposito della riconversione di Vado Ligure ha dichiarato: “Io so una cosa. Bisogna che la gente lavori e perché questo avvenga ci vogliono le industrie. È ovvio che queste debbano inquinare il meno possibile e che la salute dei cittadini va tutelata. Io però intravedo una deriva che va contro qualsiasi insediamento industriale e questo significherebbe la morte della nostra provincia”».
Grazie alla riconversione l’Enel porterà ai nostri concittadini tanto lavoro, come già accadde negli ’70. E questo, a detta di molti, ha più valore al sud che non in paesi del nord. Se la Liguria potrebbe riuscire comunque a vivere anche solo di turismo, in Calabria non funziona così, dicono.
Ma per colpa di chi?, mi domando. Solo per colpa di noi calabresi. Questa è la risposta. Eppure, senza una nuova centrale Enel convertita a carbone, la nostra costa ionica dispersa e irraggiungibile sarebbe destinata a perire di stenti.
In effetti, credo che con una nuova centrale elettrica a carbone Rossano e Corigliano Calabro potranno finalmente somigliare in tutto e per tutto a quella "Springfield" gialla e nucleare de “I Simpson”. Finalmente, oltre che alle ciminiere che svettano sulla riva del golfo di Sibari, avremo anche nutrite nubi di tutte le sfumature del grigio e del nero, così che quei due-tre turisti che le estati passate sono capitati (per sbaglio) sulla nostra costa, avranno un altro buon motivo per non tornare, oltre alle lupare, il traffico di droga famoso in tutto il mondo e chi più ne ha più ne metta.
«Senza uno sbocco lavorativo serio e duraturo, compatibile con agricoltura e turismo come la riconversione, Rossano è destinata a morire. Continuare a dire solo NO, senza un confronto e senza aprirsi alle nuove tecnologie, significa voler imitare gli struzzi che nascondono la testa sotto la sabbia» scrive il blog di Rossano Calabro.


La terminologia è esatta: “Compatibile”. Siamo sicuri che queste nuove tecnologie previste per noi calabriforniani siano poi così avanzate?
Certo, messa in questi termini ci viene spontaneo dire: perché no? Perché dobbiamo essere sempre noi del sud del mondo a rimanere indietro? In effetti io non ci capisco un fico secco, non potrei mai giudicare qual è la scelta migliore… Ma è anche vero che basta guardarsi un po’ attorno, leggiucchiare e farsi un’idea. Come al solito.
E allora si scopre che già un anno fa Greenpeace e Legambiente avevano fatto un blitz al Ministero dell’Ambiente. Oggetto dello scontro era appunto la riconversione a carbone della centrale di Porto Tolle. "No al carbone" recitava lo striscione scritto dai rappresentanti di entrambe le associazioni che avevano anche innalzato alcune finte ciminiere fumanti. Non avrebbero potuto scegliere occasione migliore. Era il giorno del voto in plenaria della Commissione VIA (Valutazione d'Impatto Ambientale) del Ministero. Greenpeace e Legambiente erano, anzi sono ancora convinte che «il via libera alla riconversione a carbone […] regalerà all'Italia altri 10 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, contro gli obiettivi europei per la riduzione delle emissioni entro il 2020».
A detta loro saremmo guidati da un governo “schizofrenico” che per bocca dell’Onorevole Prestigiacomo prima dichiara al “G8 Ambiente” di Siracusa «la necessità e l'urgenza di interventi di riduzione dei gas climalteranti», come per “far bello” il nostro Paese di fronte ai capi degli altri paesi del mondo impegnati nella lotta al riscaldamento globale, ma che poi «scopre il volto becero di chi autorizza nuove centrali a carbone».
In effetti la conversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle qualche danno lo porta, se si stima che 3000 chiatte all’anno dovrebbero attraversare il delta del Po per raggiungerla e portare il carbone necessario. Infatti la centrale non poteva che trovarsi al centro di un parco naturale patrimonio dell'Umanità per l'UNESCO. Inoltre, come già detto, si stima che il nuovo impianto produrrà 10 milioni di tonnellate di CO2 in più, nonostante gli obblighi di riduzione previsti dal Protocollo di Kyoto e dal "pacchetto clima” europeo firmato, fra gli altri, anche dall'Italia.
Hanno dichiarato i portavoce di Greenpeace e Legamebiente:
«Finiamola con la presa in giro del carbone pulito. Anche avvalendosi delle migliori tecnologie, i nuovi impianti a carbone hanno emissioni più che doppie rispetto a quelle di un ciclo combinato a gas: 770 grammi di CO2 per kilowattora prodotto, contro i 365 grammi del gas».
Sinceramente, per me tutto questo è arabo, ma allo stesso tempo è sufficiente a spaventarmi e a farmi credere che non ci aspetta nulla di buono… La domanda sorge spontanea: chi vuole prendere per il culo chi? O meglio: chi fra le due fazioni vuol mettercela (a noi) in quel posto?
Ecco le tappe della querelle:
1. L’ Enel aveva intrapreso nel settembre 2005 l’iter procedimentale per avviare il progetto della conversione della centrale calabrese, iter che si era interrotto - pare - a causa dell’opposizione di tutti gli enti locali interessati. I comuni di Rossano e di Corigliano, come anche altri Comuni della Sibaritide, si sono levati contro il piano Enel insieme alla Provincia di Cosenza e alla Regione Calabria. Infatti nello stesso anno la Regione aveva approvato il “P.E.A.R.” (Piano Energetico Ambientale Regionale), «escludendo in maniera tassativa l’impiego del carbone come fonte di produzione di energia elettrica».
2. Cosa è successo se poi tutto ha ripreso il suo corso normale, se L’Enel ha reso pubblico l’intento di riprendere a lavorare sulla riconversione della centrale calabrese? È successo che, nonostante l’opposizione degli Enti locali coinvolti, la legge N.102 del 3 agosto 2009 gli ha spianato la strada consentendo «di escludere tutti gli Enti ad eccezione della Regione, circa le procedure di autorizzazione degli impianti energetici definiti strategici, attraverso la nomina di Commissari straordinari capaci di far procedere oltre i Progetti privati o con concorso prevalente di capitale privato, rilasciando, in via sussidiaria, tutte le autorizzazioni di competenza degli Enti locali, necessarie alla conclusione dell’iter approvativo, facendo appunto appello all’art. 4, commi 1,2,3 e 4 della Legge 3 agosto 2009 N.102., sopra menzionata».
3. I frutti della legge N.102/09, però, presto sono andati a male. Nello specifico quando la Regione Umbria e poi anche le regioni Toscana ed Emilia Romagna, nonché la Provincia di Trento hanno interpellato la Corte Costituzionale per «un’eccezione di sospetta incostituzionalità della suddetta norma». Così che la stessa Corte Costituzionale, «con Sentenza N.215 del 9 giugno 2010, pubblicata il 17 successivo, accogliendo le eccezioni formulate, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 commi 1,2,3 e 4 della legge 3 agosto 209 N.102».
4. Alla luce di ciò, la piena competenza delle autorizzazioni al progetto di riconversione che verrà presentato dall’ENEL è di nuovo degli Enti preposti «che non potranno essere pretermessi da alcun Commissario governativo».
E così siamo punto e a capo, al di là del fatto se questo sia un bene o un male.
A questo punto: com’è possibile stabilire se davvero l’Italia che è già inadempiente rispetto agli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra contratti con il trattato di Kyoto sta forzando l'applicazione della Direttiva sull'Emission Trading (2003/87/CE) per far spazio al carbone, «la fonte più sporca e con le maggiori emissioni specifiche di gas a effetto serra», come attesta Greenpeace?
Secondo l’associazione nota per essere solita denunciare i problemi ambientali, «se tutti i progetti in corso e le ipotesi di espansione del carbone venissero realizzate avremmo un aumento di oltre 40 MtCO2: un sostanziale raddoppio delle emissioni da carbone. Di quest'aumento potenziale l'80 per cento circa sarebbe attribuibile a ENEL, a cui già oggi è imputabile il 70 per cento delle emissioni relative a questa fonte per il settore termoelettrico». Se la quota del contributo del carbone salirà, «le emissioni di gas serra cresceranno ulteriormente. Solo con i progetti di Civitavecchia e Porto Tolle il contributo del carbone salirà al 24 per cento circa».
Ma allora Greenpeace che considerazione ha del “carbone pulito”?
Tutti parlano delle tecniche di “Coal Washing”, cioè della pulizia del carbone finalizzata alla rimozione della materia e delle polveri non necessarie per rendere la combustione più efficiente e meno inquinante. Dicono che buona parte della comunità scientifica ne favorisca l’utilizzo. L’efficienza che si trae dalla gassificazione del carbone (con il processo di IGCC, cioè Integrated Gasification Combined Cycle) è elevata e il carbone gassificato è «altamente flessibile – spiegano - e può essere usato, oltre che nella produzione di energia elettrica, per i trasporti o per le industrie chimiche».


La comunità scientifica ci ricorda che non solo il carbone è un combustibile assai meno costoso di petrolio e gas naturale e quindi porta vantaggi economici, ma è anche la soluzione migliore in termini di impatto ambientale. Il carbone pulito «è alla base delle cosiddette centrali a carbone ad "emissioni zero", come il famoso progetto statunitense FutureGen».
Possibile - mi domando - che il carbone che abbiamo studiato alle medie, il combustibile esistente più inquinante per la produzione di biossido di zolfo che causa le piogge acide, di ossidi di azoto e particolato fine, le cosiddette nanopolveri che oramai conosciamo tutti come causa di tumori, ictus e compagnia bella possa essere la soluzione a tutti problemi? E quando si parla di contromisure per riduzione delle emissioni elencate sopra, cosa indica esattamente il termine “riduzioni” e poi ci sono mica delle conseguenze? Possibile che l’anidride carbonica prodotta non costituisca più un problema?
A quanto pare no, a meno che la gassificazione non avvenga con una cella a combustibile (IGFC Integrated Gassification with a fuel cell). Ma anche in questo caso…
«Le celle a combustibile sono capaci di convertire l'energia chimica di un combustibile come l'idrogeno direttamente in energia elettrica, con emissioni vicine allo zero, un'efficienza vicino al 60% e la possibilità di riutilizzare i gas di scarico prodotti per alimentare una turbina a gas. I piani strategici per questa tecnologia sono quelli di utilizzarla con l'idrogeno estratto dal carbone gassificato».
In Italia, invece, non si investe in queste tecnologie IGFC (i cui impianti non sono comunque affatto privi di rischi, in quanto l’anidride sottratta durante il processo di gassificazione verrebbe immagazzinata sottoterra, magari sotto le faglie), bensì «nelle tradizionali tecnologie a combustione solida» (ossia nelle tecnologie PCC, che prevedono bruciatori per i combustibili solidi) che aumentano di certo l’efficienza, ma che non riducono i rischi più di tanto.
Carbone sì, o carbone no?

Friday, 3 September 2010

La dignità di ammetterlo

Avete presente il mio post "Il baricentro del mio cuore"? Beh che, tutto fuffa. Tutto.
Sapete, c’è stato un periodo, quand’ero un ragazzetto che voleva solo giocare a pallavolo e andare in giro in motorino con la sua migliore amica Tanja, in cui ero il tipico “cocco di mamma”. Nel senso che tutte le mamme dei miei amici mi lodavano, si congratulavano con me perché ero un bravo ragazzo. E a me questa cosa faceva soffrire molto. Soffrivo perché non riuscivo a far capire che non era così che stavano le cose, non riuscivo a far trasparire la mia cattiveria, la mia pericolosità.
Una pretesa infondata? “Possibile che io sia così e nessuno se ne accorga?” mi chiedevo.

Volevo che tutti mi vedessero per ciò che ero, che mi dessero la possibilità di mostrarmi.
Credo che fu allora che iniziai a scrivere, cercando di cavar via lo zipolo di frustrazione che zaffava tutto il male che avevo dentro.

Così, una pagina via l’altra, quando capii finalmente che tutto ciò che desideravo era la necessità di essere me stesso, cioè cattivo, ma che avevo paura di assumermi la responsabilità di scegliere questa strada, ormai era troppo tardi.
E cosa succede quando sentiamo di essere al limite, di non avere abbastanza tempo per rimediare? ...Succede che estremizziamo, diventiamo categorici, non sentiamo ragioni e andiamo avanti travolgendo tutto ciò che abbiamo davanti, come fanno i bulldozer. Diventiamo ancora più cattivi di prima.
Ecco cosa succede quando non ci lasciano la dignità di affermare il nostro male, quando ci tolgono il potere catartico delle parole “Io sono cattivo! Io non so amare. Io potrei ucciderti!”. Ma forse più che "non saper" amare dovrei scrivere "non potere". Chi non ama è perché non ne ha facoltà. Per la serie: "E' che mi disegnano così...".

Una volta chiesi a un mio amante cosa volesse ancora da me, perché non mi lasciava in pace (o qualcosa del genere) dato che aveva già un compagno a cui non voleva rinunciare ed era chiaro che per lui ero solo un passatempo. Lui mi rispose che bastava rifletterci, che la risposta la conoscevo già: perché lui era “un pessimo essere umano”. Non replicai. Pensai di regalargli quella dignità che a me era stata sempre negata, anche se in contingenze del tutto diverse. Gli diedi credito, pensando che lo meritava per via di questa sua sincerità, nonostante il suo intento palese fosse d’indorare le proprie parole con quella ambiguità che nutre nell’altro una speranza velenosa. Cosa credeva che gli avrei risposto?

Soprattutto in amore, molti si convincono che non esistano pessimi esseri umani. Io no. Io lo so che esiste gente che riesce a simulare la sofferenza fino a convincersene, cioè fino al punto da soffrire davvero, ma col risultato - come scrisse Magris – di "tiranneggiare gli altri". E forse non c’è cattiveria peggiore di questa, per sé stessi e per gli altri. Perché questa simulazione non è finzione. Chi simula è vero, in quanto esplica la propria natura di simulatore. Nessun giochetto subdolo. Io lo so.

E anche io, oggi, mi riprendo la mia dignità di ammetterlo. La dignità, e non il coraggio. Non mi interessa se la dignità non si addice a chi è malamente, perché nella dignità di una simile ammissione è pur sempre intrinseca l’onestà.
Sciascia ci avrebbe annoverato tra le fila degli “ominicchi” e non possiamo fare altro che prenderne atto, noi che agli occhi dei buoni siamo solo "qualcosa in più del niente".
Esiste un modo di dire in Calabria: essere “nudd’ mmiscatu cu nenti”. Ma sbagliano a crederlo. Perché non c’è paura di amare, ma solo incapacità di farlo. È questo che ci rende “cattivi” – l’assenza di amore.
Le persone incapaci d'amare non sono figure mitologiche.
Quindi riconoscete la nostra cattiveria. Lasciate che la nominiamo e quando lo facciamo credete nelle nostre parole. D’altronde se anche noi “mettessimo in circolo” il nostro amore – come scrive il grande Liga -, se non ci fossimo noi a “dimenticarci di cosa abbiamo fra le mani e con quale proposito”, nessuno apprezzerebbe voi che dite di non credere nell'esistenza di quelle “stupide” farfalle che, invece, alla fine custodite nel vostro stomaco per liberarle al momento giusto.

E sì, sarebbe questo il vero peccato, cioè se non ci foste voi a fare da contrappeso.
(Eppure mi chiedo: chissà se prendendo quelle pillole faccio ancora in tempo a diventare un buono...).