Wednesday, 8 September 2010

"Eins, Zwei, Drei Sturm und... 'Ndrangheta"

Franz Kafka scrisse il racconto “Il verdetto” (“Das Urteil”) nel 1912. Lo scrisse in due giorni. Il titolo originale tedesco è anche tradotto come “La Condanna” ed è incentrato sul tema del conflitto fra padre e figlio. Nel 1925 scrisse ancora il romanzo rimasto incompiuto dal titolo “Der Prozess”, ossia “Il processo”, storia di Josef K. accusato e processato per motivi misteriosi. In entrambi i casi domina il sentimento di angoscia. Gli stessi personaggi sono spesso poco chiari al lettore, di alcuni non si conosce neppure il cognome e in più la trama appare contraddittoria. Certo che tutto è dovuto, appunto, all’incompiutezza del testo, ma pensiamo anche allo scarafaggio della metamorfosi: «creatura scissa» che «oscilla tra l’animale e l’uomo». Quale situazione più inquietante di questa si può immaginare? Beh che, una c’è ed è quella reale che ci attanaglia. Ancora una volta, a distanza di decenni, la realtà supera la fantasia.
Alcuni di noi sono in ansia.
“Meno dieci…” si dicono.
Già, meno dieci. Si fa il conto alla rovescia per vedere come andrà a finire e per constatare cosa sarà dopo. È l’apprensione tipica di chi si ritrova in una condizione imprevista quanto repentina e, quindi, comprensibile. In effetti Rossano Calabro in certo qual modo ha mantenuto nei secoli la propria natura “svizzera”, nel senso di esterna, estranea a certe influenze. Anche dal punto di vista linguistico il paese non ha subito contaminazioni arabe, per questo il nostro dialetto è così diverso dagli altri calabresi. Per questo i monaci orientali giunsero a Rossano - per sfuggire alla persecuzione araba.
Sento di poter dire che lo stesso vale per la criminalità. La criminalità organizzata.
Lungi da me l’intento di affermare che Rossano sia sempre stata estranea a qualsiasi forma delittuosa. Ve ne sono state come in ogni parte del meridione e del resto del mondo. Ma solo da qualche tempo a questa parte sentiamo parlare di ‘ndrangheta, nel vero senso del termine. Pensavamo egoisticamente d’esserne fuori, che riguardasse il resto della regione, ma non noi. Come se noi vivessimo, che so, in Germania… Vabbè, l’esempio non è dei più calzanti.
Ecco perché oggi fa male leggere i commenti di alcuni lettori come Marco che, rivolgendosi al sindaco del nostro paese, ha scritto:
«La tua solidarietà la dovresti dare ai rossanesi che ogni giorno, da anni oramai, convivono loro malgrado con la ‘ndrangheta locale, non vedi che qui a Rossano non si può neanche più sputare senza chiedere il permesso a loro?».
Un amico mi ha raccontato di aver superato al semaforo la persona sbagliata, cioè uno che poi l’ha inseguito e gli ha tagliato la strada per minacciarlo verbalmente per l’affronto arrecatogli, e che non avrebbe dovuto ripetere mai più.
È così. Prima estranea a tutto questo maneggio sporco, poi semplice terra di passaggio fino a divenire co-protagonista. No, non ancora prima donna, perché per fortuna oggigiorno se ne parla e, grazie agli investigatori, si sa che da noi il controllo del territorio è assicurato dalla cosca Manzi-Mordò, al vertice della quale siedono Nicola Acri, Antonio Manzi e Salvatore Morfò (quest’ultimo – se ho capito bene - in sintonia con gli Acri–Galluzzi e con il locale di Cirò), ma si tratta pur sempre di una cosca sottoposta agli "Zingari di Cassano".
Anche Roberta Mani e Roberto Rossi in “Avamposto” hanno scritto:
«La ‘ndrangheta a Cassano e nell’alto Cosentino si chiama locale di Sibari. Un comprensorio criminale sorto di recente, rispetto al passato centenario che possono vantare i clan reggini. […] La storia di un potere rimbalzato in mani non sempre autoctone e, per questo, instabile».
Altre realtà criminali definite dagli esperti di “notevole spessore” sono i Decio di Castrovillari e i Magliari di Altomonte. Tutte molto vicine alla nostra eppure, a quanto pare, più potenti. O è solo un’impressione-illusione, magra consolazione, speranza che sia ancora in tempo per abortire?
Meno dieci… sospirano alcuni.
Già, perché fra dieci giorni ci sarà il via al maxiprocesso presso la seconda sezione della Corte d’Assise di Cosenza che vedrà nell’angolo delle parti civili i Comuni di Cassano e Corigliano, la Provincia di Cosenza, la Regione Calabria, e i familiari di Giorgio Salvatore Cimino e Sergio Benedetto caduti nella guerra di ‘ndrangheta combattuta nella Piana di Sibari; nell’angolo-sbarra, invece, i presunti boss e picciotti del locale di ‘ndrangheta degli Zingari di Cassano allo Ionio, saliti al potere dopo il terremoto dell’operazione “Galassia”, e delle collegate e sottoposte ‘ndrine di Corigliano e Rossano, accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso e, fra vari altri, di omicidio. La maggior parte di loro già «ristretti da circa un anno al carcere duro del 41-bis».
La maxi inchiesta antimafia in questione (opera dei Ros di Catanzaro con il coordinamento della Dda locale) è la “Timpone Rosso”.
Io pensavo che il nome fosse stato scelto in onore della parte coinvolta rossanese (sapete il detto “Russan’: timpe russe e mali cristian”, no?). Invece “Timpone Rosso” è giustappunto il nome del quartiere di Lauropoli dove si è svolto il blitz dello scorso 16 luglio 2009, «totalmente abitato da rom che qualche decen­nio addietro giunsero […] dalla vicina penisola balcanica e che da queste parti risiedono stabilmente dagli inizi de­gli anni '80», come ha spiegato “Diritto di cronaca” [pubblicazione di cronaca di Emanuele Armentano]. Sempre quegli stessi zingari comandati da Francesco Abruzzese detto “Dentuzzu”, a proposito dei quali il giudice Luberto ha raccontato ai giornalisti di “Avamposto”:
«Quanto di peggio si possa immaginare [il clan degli zinagari], perché sanguinari e incredibilmente meticolosi nell’applicazione di una strategia di annientamento fisico di chiunque potesse essere anche solo potenzialmente un nemico».
Il presunto boss della ‘ndrangheta rossanese per l’inchiesta “Timpone Rosso” è “Occhi di ghiaccio”. E mi verrebbe da scrivere: alias Nicola Acri.
I soprannomi da noi dicono molto di più dei nomi. A volte, è possibile anche che il nostro interlocutore non ci capisca se parliamo di qualcuno chiamandolo per nome. Ecco perché adesso i soprannomi li scrivono anche sui manifesti da morto.
«Chi è morto? Chi? …Ah, Capuchiatto!». Oppure: «Chi hai detto? …Ah, Cul’ross’!», e così via…
Strano il mondo dei soprannomi rossanesi, ma affascinante. Eppure “Occhi di ghiaccio” non mi sembra un soprannome tipico delle nostre parti. “Occhi di ghiaccio” è anche quell’Edgar Valdez Villareal, texano catturato dai federali messicani perché alla guida di «truppe tra le più sanguinarie della federazione» impegnate nel narcotraffico; “Occhi di ghiaccio” è quel tale Michele D'Angelo, sessantaduenne genovese arrestato per spaccio dai carabinieri nel quartiere di Rivarolo; “Occhi di ghiaccio” è Eseneh, detto anche “Peter”, fermato nel ferrarese dagli agenti dell’Antidroga.
“Occhi di ghiaccio”, alias Nicola Acri, ha la mia età. È latitante, condannato in primo grado all'ergastolo come mandante dell'omicidio dell’imprenditore rossanese Luciano Converso e, durante la ricostruzione delle dinamiche criminali della Sibaritide, è stato tirato in ballo da Carmine Alfano, membro del locale di Corigliano passato dalla parte degl'inquirenti nel 2007 (quello che in gergo si dice un “gola profonda”). Alfano avrebbe attestato un ruolo rilevante di Acri nella gestione dei lavori portuali di Corigliano in merito ai quali il Dda di Catanzaro ha presupposto dei collegamenti fra mafia coriglianese e il mondo dell'imprenditoria.

Meno dieci… nove a quest’ora… E c’è chi si sente in fibrillazione per il dopo-processo (che non suona così bene come il “Dopo-salone” di Milano) perché se a “Occhi di ghiaccio” - che pure è latitante - gli va male, non si sa mica da chi verrà usurpato il suo posto.
Alla fin fine - dicono - Acri difendeva il “suo” territorio dai soprusi esterni. Iniziavano a vederlo quasi come un baluardo di difesa…
E intanto se ci penso, se penso che cercavo un modo per tornare a vivere in Calabria; se ripenso alla possibilità che m’ero dato, dopo sei anni nel settore del freight forwarding, di cercare un mio spazio nella realtà portuale/aeroportuale del reggino… scuoto la testa. Dopo quello che si è saputo sul porto di Reggio e il clan Forestefano, ma chi me lo fa fare? Per questo mi sento in colpa. Colpa per aver abbandonato parenti, amici, il mio mare avvelenato e la montagna contaminata che li sta uccidendo tutti, uno a uno. Altro che “Metamorfosi” kafkiana!
Mio nonno, che era un fervente credente, diceva sempre che “bisogna avere fede”. Sinceramente a me la cosa mi consola poco, anche se non voglio neppure credere, come canta il “Parto delle nuvole pesanti” in “Magnagrecia”, che in Calabria «gli dei non ci sono più». mi rivedo, al contrario nelle parole di quell’altro loro testo, quello della vecchia “Raggia”:
«Allarme, allarme, allarme ‘u compari sona! […] È forte, è forte, è forte e vo’ parrari, runam’ forza e vucia a ‘sta speranza!».

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