Friday, 3 September 2010

La dignità di ammetterlo

Avete presente il mio post "Il baricentro del mio cuore"? Beh che, tutto fuffa. Tutto.
Sapete, c’è stato un periodo, quand’ero un ragazzetto che voleva solo giocare a pallavolo e andare in giro in motorino con la sua migliore amica Tanja, in cui ero il tipico “cocco di mamma”. Nel senso che tutte le mamme dei miei amici mi lodavano, si congratulavano con me perché ero un bravo ragazzo. E a me questa cosa faceva soffrire molto. Soffrivo perché non riuscivo a far capire che non era così che stavano le cose, non riuscivo a far trasparire la mia cattiveria, la mia pericolosità.
Una pretesa infondata? “Possibile che io sia così e nessuno se ne accorga?” mi chiedevo.

Volevo che tutti mi vedessero per ciò che ero, che mi dessero la possibilità di mostrarmi.
Credo che fu allora che iniziai a scrivere, cercando di cavar via lo zipolo di frustrazione che zaffava tutto il male che avevo dentro.

Così, una pagina via l’altra, quando capii finalmente che tutto ciò che desideravo era la necessità di essere me stesso, cioè cattivo, ma che avevo paura di assumermi la responsabilità di scegliere questa strada, ormai era troppo tardi.
E cosa succede quando sentiamo di essere al limite, di non avere abbastanza tempo per rimediare? ...Succede che estremizziamo, diventiamo categorici, non sentiamo ragioni e andiamo avanti travolgendo tutto ciò che abbiamo davanti, come fanno i bulldozer. Diventiamo ancora più cattivi di prima.
Ecco cosa succede quando non ci lasciano la dignità di affermare il nostro male, quando ci tolgono il potere catartico delle parole “Io sono cattivo! Io non so amare. Io potrei ucciderti!”. Ma forse più che "non saper" amare dovrei scrivere "non potere". Chi non ama è perché non ne ha facoltà. Per la serie: "E' che mi disegnano così...".

Una volta chiesi a un mio amante cosa volesse ancora da me, perché non mi lasciava in pace (o qualcosa del genere) dato che aveva già un compagno a cui non voleva rinunciare ed era chiaro che per lui ero solo un passatempo. Lui mi rispose che bastava rifletterci, che la risposta la conoscevo già: perché lui era “un pessimo essere umano”. Non replicai. Pensai di regalargli quella dignità che a me era stata sempre negata, anche se in contingenze del tutto diverse. Gli diedi credito, pensando che lo meritava per via di questa sua sincerità, nonostante il suo intento palese fosse d’indorare le proprie parole con quella ambiguità che nutre nell’altro una speranza velenosa. Cosa credeva che gli avrei risposto?

Soprattutto in amore, molti si convincono che non esistano pessimi esseri umani. Io no. Io lo so che esiste gente che riesce a simulare la sofferenza fino a convincersene, cioè fino al punto da soffrire davvero, ma col risultato - come scrisse Magris – di "tiranneggiare gli altri". E forse non c’è cattiveria peggiore di questa, per sé stessi e per gli altri. Perché questa simulazione non è finzione. Chi simula è vero, in quanto esplica la propria natura di simulatore. Nessun giochetto subdolo. Io lo so.

E anche io, oggi, mi riprendo la mia dignità di ammetterlo. La dignità, e non il coraggio. Non mi interessa se la dignità non si addice a chi è malamente, perché nella dignità di una simile ammissione è pur sempre intrinseca l’onestà.
Sciascia ci avrebbe annoverato tra le fila degli “ominicchi” e non possiamo fare altro che prenderne atto, noi che agli occhi dei buoni siamo solo "qualcosa in più del niente".
Esiste un modo di dire in Calabria: essere “nudd’ mmiscatu cu nenti”. Ma sbagliano a crederlo. Perché non c’è paura di amare, ma solo incapacità di farlo. È questo che ci rende “cattivi” – l’assenza di amore.
Le persone incapaci d'amare non sono figure mitologiche.
Quindi riconoscete la nostra cattiveria. Lasciate che la nominiamo e quando lo facciamo credete nelle nostre parole. D’altronde se anche noi “mettessimo in circolo” il nostro amore – come scrive il grande Liga -, se non ci fossimo noi a “dimenticarci di cosa abbiamo fra le mani e con quale proposito”, nessuno apprezzerebbe voi che dite di non credere nell'esistenza di quelle “stupide” farfalle che, invece, alla fine custodite nel vostro stomaco per liberarle al momento giusto.

E sì, sarebbe questo il vero peccato, cioè se non ci foste voi a fare da contrappeso.
(Eppure mi chiedo: chissà se prendendo quelle pillole faccio ancora in tempo a diventare un buono...).

1 comment:

Anonymous said...

Carino, contorto, ma sufficientemente chiaro ciò che scrivi...ma anch'io, che poco ti conosco,esattamente come le madri dei tuoi amichetti quando eri un ragazzino, tutta questa "cattiveria" non la vedo, nè credo che tu sia così "incapace" di amare...ma mi sbaglierò?!?!!! :O)
Per la nostra birra accordatevi tu e matteo, poi datemene notizia, d'accordo?
A presto rafff