Sunday, 12 September 2010

La mia "versione di Barney"

Avevamo accennato a quest'autore in “Orfeo o Euridice”, ricordate?
Ora, del suo romanzo edito in Italia nel 2007, è uscito il film. Per me inizia a essere quello più atteso a Milano. “Il sole 24 ore” scrive: «Barney, il film non tradisce».

Toni esultanti per questo Barney letterario che altri non è che l’autore Mordecai Richler, interpretato da Paul Giammatti mentre Miriam è interpretata da Rosamund Pike e Dustin Hoffman fa la parte del padre del protagonista - «da Oscar», ha scritto Christian Rocca. Come lo invidio per aver visto l’anteprima! Dice che tutta la famiglia Richler appare al completo nella scena finale del film prodotto da Robert Lantos e che avevano iniziato a girare lo scorso diciassette agosto 2009, a Roma sulla base dello script di Michael Konyves. Regia di Richard J. Lewis.

Non si può non amare “La versione di Barney”, la storia d’amore divertente e al tempo stesso amara di un uomo che per definizione dello stesso autore è «rude, è villano, ma è molto colto e credo possa essere amato». Certo che lo si ama, dico. La definizione delle pennellate con cui ne ha tracciato la psicologia sono inimitabili; un personaggio “complicato”, anche se a detta di Richler non ci sono sentimentalismi nel romanzo.
«Certo c'è del romanticismo. Barney è molto critico nei confronti di se stesso, si sente in colpa e inadeguato come si sentono la maggior parte delle brave persone» ha dichiarato nell’intervista a un giornalista RAI, «ha una grande fame di vita ed è capace di grandi passioni».

Questo capolavoro, naturalmente, non ho potuto fare a meno di citarlo più e più volte non solo su questo blog, ma anche in un mio altro lavoro, un piccolo saggio di cui vi do una breve anteprima con il rischio di apparirvi smargiasso (il fatto è che lo sono effettivamente, ma è anche vero che spesso sono qui per farmi conoscere da voi per quello che sono).
Riflettendoci, nel mio caso la necessità del riferimento al romanzo di Richler è sorta dall’ossessione del mio personaggio per uno dei suoi amanti, l’ “Ignoto”, che vuol richiamare quella di Barney Panovsky per la sua Miriam:

«[…] Il mio viaggio verso l’ “Ignoto” ebbe inizio una settimana dopo ch’ebbi fatto l’errore di portare a letto la mia splendida tabaccaia Mirina-occhi-di-brace, ovvero il giorno dopo che smise di tallonarmi, di farsi trovare la mattina sotto casa, davanti al portone, rassegnandosi all’idea ch’ero gay e che il mio sogno era tutt’al più quello di diventare Miranda per qualcuno e non Steve per lei; oppure Steve per qualcuno, ma comunque che lei nei miei sogni non c’entrava una cippa.
Prima d’iniziare in via definitiva con il racconto dell’Incontro vorrei dire che se oggi devo riconoscere un merito al mio “Ignoto”, questo è l’avermi regalato una copia di “La versione di Barney” del canadese Mordecai Richler. Un romanzo che avevo adocchiato da chissà quanto tempo, senza però mai acquistarlo. Questo perché, di solito, devo sentirmi pronto prima di prendere con me un libro nuovo; devo sentirlo chiamare il mio nome quando gli passo davanti, in libreria, e a quei tempi il romanzo in questione aveva appena iniziato a sussurrarlo, il mio nome. Per questo il gesto del regalo in sé si rivelò una piacevole forzatura. Così l’ “Ignoto” mi diede l’impressione di avere il potere di leggermi nel pensiero. Il mio caro “momzer” – giusto per restare in tema – sembrava aver capito che, come il protagonista della storia, Barney, anche io stavo cercando di “mettere un po’ d’ordine nella mia vita buttandola all’aria”.
Dunque, cosa si vede quando proviamo a figurarci l’ignoto? Quale immagine associamo a questo termine? Pronunciandolo, alcuni vedono proiettato sullo schermo buio delle palpebre serrate spettri di galassie lontane, altri distese buie d’acqua, altri ancora animali mitologici. L’ignoto è detto a volte “irrazionale”, o anche “intraducibile”; “mistero”, oppure “Es”; “inconscio” contrapposto all’ “Io consapevole”, il quale è stato anche parte della teoria della psicoanalisi di Freud e altri suoi colleghi. Anzi che, l’ignoto è stato visto spesso come il punto di partenza della terapia psicanalitica e questo rende ancora più strano ai miei occhi il fatto che io invece che allontanarmene andai a lanciarmici come un bambino in una piscina di cioccolato, scambiandolo per il punto d’arrivo.
L’ignoto come l’Anima contrapposta all’Animus, come l’Ombra che è di contrasto alla Persona. Non funziona mica così? Beh che, forse non lo capii da subito, ma nel breve tempo che ci frequentammo fu proprio questo il rapporto che s’instaurò fra noi, o meglio il rapporto che instaurai io con Lui. Ma se l’Ombra è davvero la parte “oscura, ma non necessariamente negativa e a volte portatrice di energie creative”, e se davvero nella nostra storia Lui è stato per me quest’Ombra, allora ecco spiegato […] il perché mi convinsi per un po’ - un bel po’ - che la nostra sarebbe potuta essere davvero, finalmente, La Storia. Una sintesi perfetta e, in quanto tale, “ricca di potenza creatrice”, tanto per continuare a usare la terminologia di Caracci.
A contatto con il mio “Ignoto” avevo iniziato a creare con la mente, a fantasticare, ma proprio quando le fantasie iniziarono a farsi troppo grandi, lui se n’andò. Di colpo. Fu questa la causa del mio rimanere impantanato nelle fantasie cui avevo dato vita e che mi resero, come dire, schizofrenico.
[1]
Luis Kancyper, medico e psicoanalista conosciuto per il lavoro “Jorge Luis Borges, o il labirinto di Narciso”, ha scritto un volume intitolato “Il risentimento e il rimorso, uno studio psicoanalitico”. Kancyper rende benissimo lo stato d’animo che vorrei trasmettere, riportando le parole di un suo paziente in merito al risentimento: “Il risentimento è come cercare di premere l'acceleratore di un'auto incagliata nel fango. Quanto più si accelera, tanto più l'auto affonda nel fango e meno si muove ... Si è come in un vicolo cieco”.
[2]
Altro che testa a posto! Certo che prima d’imbattermi in lui avevo le migliori intenzioni. “Ma alla fine lo vedi che il problema sei tu?” mi rimbrottai riprendendo le parole di T-Fish
[…]». (*)

Per me “La versione di Barney” è carica di ricordi. Ogni libro che decido di tenere sullo scaffale ne è pieno.
Questo ne serba alcuni molto simpatici - se li si analizza col senno di poi –, molto affettuosi, impetuosi, proprio come quei due: Barney e la persona che me lo regalò.
La parte che mi è piaciuta di più di questo romanzo di Richler? La mia versione di Barney? No, questo non posso proprio dirvelo. Però potrete di certo individuare la vostra, leggendolo, e poi potremo discuterne.
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[1] S. Arieti, “Creatività la sintesi magica”, Il Pensiero Scientifico Editore, 1979.
[2] L. Kancyper, “Il risentimento e il rimorso, uno studio psicoanalitico”, Franco Angeli Edizioni, 2003.
(*) Il Brano riprodotto è tratto da "Volevo essere Miranda Hobbes (una storia sciocca)" e protetto da Copyrihgt.

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