Wednesday, 27 October 2010

Il riso e il pianto. Un inverno ricco di emozioni

Quest’inverno abbiamo almeno due novità di cui gioire. Si tratta di due vere e proprie gemme, anche se non hanno nulla in comune fra loro a parte il riuscire a rompere gli schemi in maniera non solo originale ma perfino utile, portando allo scoperto realtà per lo più sconosciute alla maggioranza della popolazione. O forse sarebbe meglio dire: realtà ben note a tutta la popolazione che, però, preferisce puntare gli occhi miopi altrove, e non commentare.
Inizierei dal libro di Mauro Francesco Minervino in uscita domani 28 ottobre con Fandango: “Statale 18”.

I calabresi possono già immaginare a cosa si fa riferimento. Agli italiani basti la definizione della SS18 come “la Salerno-Reggio Calabria dei poveri”. Del nuovo contributo di Minervino riporto di seguito un breve estratto regalato da “Terranews.it”, sito web con cui il Professore collabora. Potrete così farvi un’idea di cosa stiamo parlando e correre in libreria a comprarlo (prezzo di copertina € 15,00, per 238 pp.). Penso che leggerlo sia il modo migliore per commentarlo:
«Tropea, d’estate, è caput mundi del turismo calabro. Te ne accorgi dalla frequenza delle targhe straniere, dal traffico che intasa su e giù la statale 18 verso Pizzo Calabro. Intorno scorre il paesaggio desolato della zona industriale, dopo il porto di Vibo Valentia. Del sogno della fabbrica restano i cocci: il Nuovo Pignone, la sagoma tetra dell’Italcementi, le ciminiere di Snam e Agip, i capannoni dismessi e arrugginiti. Poi restringimenti e interruzioni mal segnalate, la strada impolverata, i resti della frane e delle distruzioni dell’alluvione di Bivona del luglio 2006. Abbandono, disordine urbanistico, costruzioni abusive ovunque. Ferite vive inferte al territorio e mai medicate. Superato lo sfacelo di Bivona, c’è un altro bivio che indica Tropea. La statale si dirada e in qualche tratto ritorna gradevole. Fino a quando gira a mezza costa e si bagna della luce accecante del mare di Parghelia. Che viene dal greco e significa “riva sotto il sole”. Tropea si fa aspettare ancora, preceduta dai grandi alberghi nascosti dai recinti nella macchia verde che si avviluppa sopra la scogliera, dai resort di lusso affacciati su alti dirupi marini: i panorami più belli della Costa degli Dei. Poi, all’improvviso, la rupe di tufo spugnoso, il borgo aggrappato sul mare davanti allo scoglio del monastero dell’Isola, la chiesa della Michelizia, le balconate barocche dei palazzi aristocratici, le vecchie case torreggianti tarlate dal salmastro. Da lontano, Tropea sembra ancora la gemma preziosa di un Mediterraneo da favola immortalata nella litografia di Maurits Cornelius Escher, il grande artista olandese autore della “Casa delle scale”, l’immagine inquietante che Einstein elesse a simbolo della sua teoria della relatività generale. Il nordico Escher, che arrivò qui nel 1931, davanti al mare del mito scoprì Tropea».
Ancora denuncia, quindi, per il Professore Minervino.
Lo invidio per la dedizione e la costanza con cui lavora. Per la quantità di anima che infonde nelle sue pagine, a volte andando avanti come una rompighiaccio, ascoltando sì le ragioni di chi gli sta vicino, di chi lo sostiene e a volte tenta di consigliargli maggiore cautela, ma che di fondo è chiaro che preferisce la coerenza.
Certo, a noi calafricani del lato ionico la statale 18 non ci pare nulla di speciale, no? Soprattutto se pensiamo alla sfigatissima SS106 nota a tutti come “la strada della morte”. Certo, non siamo qui a fare a gara a chi patisce la sfiga maggiore, ma la statale 18 gli fa proprio un baffo a chi percorre in su e in giù la 106, magari in pullman, vuoi per motivi di lavoro, vuoi per motivi di salute e vuoi (quasi mai) per piacere. Perché diciamolo pure che ogni pretesto è buono per andare via dalla nostra terra: sia esso che in Calabria non ci sono fabbriche (non funzionanti almeno), sia una rara malattia che in Calabria non possono (o non sanno) curare, sia anche il concerto di Vasco o del Liga che credo non abbiano il benché minimo interesse a tornare in Calabria tante volte quante tornano nel resto delle città italiane.
In fondo sul Tirreno hanno i treni super veloci, hanno l’aeroporto a (quasi) due passi, oppure le navette che ce li accompagna, no? Ma tornando a noi, chi viaggia come Minervino lungo la statale 18, oppure lungo la 106 sa che per non fare un frontale bisogna per forza mandare a memoria le buche senza fondo del loro manto stradale tortuoso lungo la costa; sa che lungo il viaggio si rimane sì affascinati di fronte alla vista dal sole, enorme, alto appena un palmo sopra l’orizzonte e delle onde del mare, pressoché immobili, puntellate di barbagli dorati. Ma sa anche che poi basta voltare lo sguardo oltre la strada, in basso, per sentire salire un conato di vomito e pianto sospinto dalla fila di case incompiute e nude; alcune ancora con i muri di mattoni grezzi; altre senza pareti e con in vista le colonne portanti all’interno. Come la strada, l’animo di chi viaggia per le nostre statali è travolto da un continuo sali-scendi, perché dopo il pianto si risolleva di fronte allo spettacolo della striscia di scogli alti e puntuti, alternati a un misto di sabbia gialla e ghiaia; del mare che continua a dare loro piccoli morsi dolci, armoniosi, tanto che si può immaginare il sussurro della risacca, la risata sommessa della battigia solleticata dalle onde. Ma non si scampa – subito si ricade in depressione con gli altipiani bruciati da si sa chi che si alternano a piccoli campi coltivati e recintati con del rozzo filo di ferro arrugginito e che hanno per cancello la rete di un letto legata allo steccato con della corda e, piegati a lavorare nei campi, per lo più anziani signori, o extracomunitari sottopagati, contadini che si proteggono la testa con fazzoletti colorati. È questa una Calabria contraddittoria e fatta di gente umile, di case rabberciate, stabbi di vecchi blocchi di cemento abbinati a container adibiti ad abitazioni. Chi viaggia lungo le nostre statali secondo me fa solo finta di essersi abituato alla vista dei tabelloni pubblicitari scoloriti dal sole, spesso sfondati dalle sassate di ragazzi annoiati. Bisognerebbe capire che una Calabria così non suscita interesse nel resto della nazione e dell’Europa, che è una Calabria su cui la maggior parte degli imprenditori non vuole più investire perché ancora appare refrattaria alle infrastrutture, recalcitrante di fronte alla possibilità di divenire competitiva e di nuovo accattivante, forse povera della mentalità e delle competenze adatte a sfruttare le proprie ricchezze. Non riusciamo a capire che la calabria è ricca come la Basilicata che ha il petrolio, ma che i nostri gioielli non bisogna neppure trivellare per scovarli, perché sono lambiti proprio da questi carruggi statali su cui tir impavidi sorpassano trattori. Basta riportare alla mente l’incrocio dove la statale sfiora gli scavi archeologici di Sibari, o l’incrocio dove il cartello “Roseto Capospulico” rimane appeso come un orecchino spaiato, proprio a ridosso della rocca normanna ricostruita da Federico II nel 1200, segna-confine delle capitanerie del Regno delle due Sicilie, dalle mura merlate che si slanciano sul mare e di cui una torre è più alta delle altre. La torretta centrale dove si dice si tenesse conservata la Sacra Sindone. E così via… le auto e i pullman della speranza ormai le ignorano queste bellezze, continuando a rimbalzare come su molle dalla curva di una statale all’altra, rasentando pendii di sterpaglia spettinata, e le foglie larghe dei fichi d’india che a volte sporgono così tanto che sembra quasi che salutino, e gli ettari pianeggianti una volta coltivati a ulivi dal tronco robusto, simili a colonne, e con le fronde gonfie del verde che riempiva il cuore e che oggi sono stati strappati via quasi tutti per essere sostituiti dagli aranci, o peggio dagli ecomostri che Minervino ha ben descritto. Molti ragazzi domani non vedranno più il sole attraversare quelle foglie trasformandole in pendagli d’argento. Vedranno (forse) solo le poche greggi rimaste al pascolo, qui e là due-tre mucche, un cavallo in un recinto, un trattore abbandonato di fianco a uno steccato, un paio di stivali di gomma e un forcone.
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E dopo il pianto, il riso. Infatti, passando a tutt’altro, vi segnalo un film da non perdere: “Bear city, Romance can be hairy”. Volate a vederlo, scaricatelo in lingua originale se non uscirà in italiano, ma fate qualunque cosa per averlo nella vostra cineteca personale.
Il titolo non è ben traducibile in italiano, ma a chi non fosse tanto addentro alla cultura queer basti sapere che il termine “Bear”, orso, è un termine slang coniato dalla comunità LGBT (Lesbica-Gay-Bisessuale-Transgender) che identifica una tipologia specifica d’uomo – spesso grasso, barbuto e possibilmente molto peloso anche sul resto del corpo. Il sottotitolo “Una storia d’amore pelosa” lascia ben intendere di cosa tratti questo lungometraggio.
Diciamo pure che dopo “Sex and the city” e “Queer as Folk” (la versione inglese la preferisco di gran lunga a quella americana), “Bear city” è una vera manna dal cielo che ci salva da quest’inverno buio e freddo. Fa scompisciare dal ridere e porta alla luce uno stralcio di vita LGBT che molti italiani non immaginano neppure che possa esistere.
Non a caso il film ha vinto il premio come migliore screenplay e quello per miglior attore nell’ambito del concorso “Outfest 2010”.
E se per “Statale 18” vi ho proposto qualche riga, non posso non lasciarvi con il trailer del film.
A questo punto non mi rimane che augurarvi buon divertimento!

Monday, 25 October 2010

Fumo

Il 16 agosto 1867, Dostoevskij scrisse da Ginevra una lettera ad Apollon Nikolaevič Majkov lamentandosi a proposito di Turgenev e di come un giorno si fosse deciso a fargli visita, andando a trovarlo verso mezzogiorno mentre stava facendo colazione. Dostoevskij, che era uno slavofilo convinto, non aveva molto in simpatia Turgenev, soprattutto da quando il suo “Fumo” venne dato alle stampe.
Scrisse Dostoevskij: «Lui stesso mi ha dichiarato che l’idea di fondo, il punto essenziale del suo libro ["Fumo", appunto] consiste in questa frase: “Se la Russia intera scomparisse, l’umanità non ne avrebbe nessun danno e il fatto non provocherebbe nessun turbamento.”»
Pesante! Pesante il commento dell'epoca di Turgenev, qualora avesse affermato davvero che proprio quello voleva essere il pensiero centrale della sua opera.
Eppure, ancora oggi sono molti a pensare in questo modo, magari non proprio della Russia, ma di altre parti del mondo. Anche fra noi italiani c’è di certo chi pensa uguale della regione limitrofa, o della gente all'estremità opposta della penisola.
Un’antipatia comprensibile quella di Dostoevskij che il 29 settembre scrisse in una lettera a Sof’ja Aleksandrovna Ivanovna, la sua nipote preferita: «Eppure avrei una gran voglia di tornare in Russia, e per molti motivi. Uno di questi è che mi troverei sul posto».
Secondo Fёdor Michalaevič bisogna trovarsi in patria e sentire e vedere tutto con i propri occhi. Lui non riusciva davvero a capire quei viaggiatori russi che si fermavano nello stesso paese, lontani da casa, magari per tre anni. «Effettivamente si può […] recarsi all’estero per un sei mesi; girare dappertutto, senza mai fermarsi per più di due settimane in uno stesso posto, è certo un’ottima cosa […]. Ma questi invece vivono qui con tutta la famiglia, educano qui i loro figli, dimenticano la lingua russa, e soprattutto, quando se ne tornano a casa dopo aver divorato i loro ultimi soldi, hanno anche la pretesa di d’impancanarsi a nostri mentori, invece di imparare da noi».

Dostoevskij era convinto che la Russia si sarebbe ripresa, si sarebbe riscattata.
È bello pensare in questo modo. E io lo sto facendo da sei anni ormai. Penso che “avrei una gran voglia di tornare in Calabria, e per molti motivi. Uno di questi è che mi troverei sul posto”.
Chiedetelo a Mr. T-Fish, se non ci credete. Credo che uno dei motivi per cui mi ha mollato tre (tre?), o non so più quanti anni fa, è proprio questo: il continuare a ribadire questa volontà, non trasmettendogli alcuna sicurezza sul nostro futuro insieme. Sì, credo cha anche questo possa essere stato uno dei motivi.
In realtà io ci avevo anche pensato di proporglielo, di trasferirsi con me al sud intendo, ma poi ho ragionato che forse a quel punto sarebbe stato meglio dargli una pugnalata dritto al cuore.

Al momento, se dovessi tornare in Calabria non avrei un lavoro. Oggi che il “Time” edita articoli sulla fuga dei cervelli dall’Italia verso Dubai, Singapore, USA e Cina, io sarei tanto folle da tornare giù, anche a costo di essere preso a calci in culo da chi si sente intrappolato lì fra le spire della disoccupazione e di tutto ciò che non funziona.
Non credo che il Sud si riprenderà mai, ma avrei voglia di fare qualcosa per provarci, per tentare di aiutarci, ma cosa posso fare da qui? Se mai sarà che un giorno la Calabria guadagnerà il proprio riscatto e i calabresi inizieranno a ritornare per vivere a casa loro, mi piacerebbe poter dire “Io sono qui, vi stavo aspettando, io vi ho aiutato a farvi tornare”.

Tutto rimane un sogno. Non ho abbastanza coraggio. Mi pulsa di continuo sulle tempie quell’ “adduve c’è ra fatiga ddà c’è ra casa” che fu di mia nonna prima, e che poi è diventato di mio padre. Mio padre che fino ai diciotto anni mi consigliava di fuggire via non da Rossano, ma dall’Italia, e che oggi invece spera anche lui in sielnzio che mi riavvicini al focolare domestico.
Chissà. Rimane la sensazione di aver perso la mia realtà. La sento sparire sempre di più insieme al mio già fragile equilibrio. E i momenti di dolce follia sono sempre meno. Forse perché mi rendo conto di non avere più nulla qui da dove vi scrivo, dove sento acuirsi “la perdita del Senso”, come la chiamava Dostoevskij, cioè la perdita di quel “criterio universale e assoluto in base al quale tutti orientano la propria vita” e definiscono i valori da perseguire e realizzare.
Possibile che il ritorno debba vedersi solo come involuzione? Possibile che esso significhi solo la sconfitta, la ritirata? E perché?
Io inizio a vedere il ritorno un po’ come “il grande passo”. Non avrò una famiglia, dei figli da far correre sulle spiagge dove io ho corso, a cui insegnare i termini dialettali già dimenticati dai quindicenni di oggi, ma comunque mi sento come potrebbe sentirsi chi sceglie di sposarsi o di andare a convivere con la propria amata.
Bisogna rifletterci bene.
Ma se in una relazione d’amore ne possiamo parlare con il partner, nel caso di un trasferimento con chi ci dobbiamo confrontare?
Forse la risposta “è giunto il momento” per giustificare questa voglia non è sufficiente, così come potrebbe non esserlo la motivazione economica, l’idea cioè di una vita più vantaggiosa, anche perché comunque i soldi non si potrebbe spenderli né in pub, né in teatri, né in discoteche (perché tanto non ce ne sono), e così come col passare del tempo dal primo giorno nella stessa casa con il nostro partner perde fascino il vederlo girare in mutande, allo stesso modo dopo un po’ si può fare l’abitudine anche ai paesaggi mozzafiato del mare e delle montagne.
Tutt'intorno - fumo.

Friday, 22 October 2010

V. M. - Verdure proibite!

Mia madre lo diceva sempre che non fa bene mangiare solo carne. Me lo diceva perché schifiàvo tutto ciò che trovavo di colore verde nel piatto. Poi, non so com’è stato, sono diventato onnivoro e un patito della Brassica rapa subsp. sylvestris var. esculenta, un ortaggio tutto italiano, forse l’unico che gli americani hanno importato dall’Italia nel nuovo continente. Ricco di sali minerali e vitamine nonché di fattori antiossidanti: la cima di rèpa!
Gioia mia, le rape!
Ieri sera ho mangiato il mio primo piatto di rape suffrìtte di quest’inverno. E naturalmente ho espresso un desiderio. Sapevate, no, che ogni volta che si mangia la prima susina, la prima noce, la prima di qualsiasi cosa di stagione si deve esprimere un desiderio?
A viddùra è bbona e fa bene assai.
Non in ultimo le verdure rinvigoriscono la vita sessuale.
E poi è interessante sapere che una squadra di studiosi, tra cui Kevin McGraw, un professore dell'“Arizona State University”, e Daniel Ardia, del “Franklin e Marshall College” in Pennsylvania, ha dimostrato che «i carotenoidi - i pigmenti che danno il colore arancione e giallo grano alle carote - eliminano gli effetti negativi indotti dal testosterone, l’ormone che rafforza i tratti sessuali maschili».

Secondo la ricerca condotta su alcuni pappagalli diamanti mandarini, i carotenoidi inducono nei vertebrati (come appunto molti uccelli e pesci) una colorazione brillante che ha la funzione di richiamo sessuale, e un effetto antiossidante che stimola il sistema immunitario. Gli studiosi hanno scoperto che quando immettevano carotenoidi con una speciale dieta nel sangue dei pappagallini i livelli di testosterone scendevano. Vice versa, somministrando testosterone scendevano i livelli di carotenoidi nel sangue, mentre l'attività immunitaria aumentava.
Ma non sono solo benefici di questo genere che possiamo trarre dalle verdure.

Mi sono soffermato, infatti, sulla e-mail di un lettore che scriveva a una dottoressa:
«Mi piace masturbarmi ogni giorno […]».
E fin qui sono d’accordo. Poi il lettore ammetteva di eccitarsi quando s’infilava alcuni oggetti nel culo e di desiderare, ancora, di riuscire a infilarsene sempre di più grandi. Carote, zucchine e via dicendo…
«Mi piace andarci in giro» scriveva. Anzi che non poteva farne a meno. Quindi continuava con una serie di osservazioni sugli oggetti usati, per porsi alla fine il dubbio se questa pratica potesse causargli problemi di qualsiasi genere.AscoltaTrascrizione fonetica
Naturalmente, la dottoressa interpellata oltre che raccomandare una buona lubrificazione, l’uso di un profilattico e di non forzare troppo l’orifizio anale onde evitare di procurarsi ulcere, emorroidi, eccetera…, non poteva non fare un’ultima osservazione, del tipo:
«Non vi è nulla di insolito nel godere con la stimolazione anale. Ma se sei più interessato ai tuoi giocattoli anali che alla tua donna, allora non si tratta solo di cercare una piacevole variante al sesso con lei, ma di una malsana ossessione. La consulenza professionale di un terapeuta competente potrà aiutarti a raggiungere un equilibrio sano. Buon divertimento e… gioca sicuro».
Adesso capisco la barzelletta della suora che raccontava sempre Eddy!
La madre superiora di un convento di clausura raduna le sorelle prima di cena:
«Sorelle, stasera carote!».
Le suore urlano di gioia:
«Yahoo!».
Ma poi la madre superiora aggiunge:
«A fettine!».
E quelle:
«Booooh!».

La verdura come dildo.
Chi non ci ha mai pensato su almeno una volta? Beh che, credo sia un po’ come quando ci si trombava le fettine di vitello fredde del frigo…

A ogni modo ecco che da mymasturbation.com arrivano alcuni consigli sull’uso delle verdure come dildo:
1. Se scegliete di masturbarvi con una banana assicuratevi che non sia troppo matura, ma preferibilmente ancora verde. Mai masturbarsi con una banana senza buccia.
2. Se scegliete una pera, anch’essa meglio che sia veramente verde e dura. Togliete il gambo e copritela anch’essa con un profilattico. Spingetela nella vagina o nell’ano dalla parte più sottile… (?!)
3. Per il limone, beh che è meglio rotolarci sopra, sedercisi pian piano per farlo entrare. I limoni funzionano bene anche come stimolatori della clitoride, premendolo verso l’interno con il palmo della mano.
4. Le zucchine (più grandi sono e meglio è) sono più facili da infilare e anche più piacevoli. Si possono tagliare e modellare fino a crearne un dildo perfetto. Si può usare un pennarello indelebile per tracciarne la circonferenza o la base. Usare sempre il preservativo, mi raccomando! Per le donne: se lo si usa come nella posizione del missionario pare che con la zucchina sia veramente facile raggiungere l'orgasmo clitorideo. Una signora ha testimoniato: «Ho raggiunto molti orgasmi con questa tecnica perché stimola molti punti. […]. È possibile utilizzare una zucchina ricoperta di pellicola trasparente e un po ' di olio… e il gioco è fatto!».

E poi ci sono altri suggerimenti come la tecnica “Zucca Snatch”, o “Cetrioli Cum”, “Zucchini in bikini” e chi più ne ha più ne metta.
Insomma non rimane altro da fare che scoprire quale verdura ci piace di più.

Wednesday, 20 October 2010

L'ora di lui

Ricordo che quand’ero piccolino e volevo chiedere qualcosa a mio padre, che so, per esempio se potevo andare alla “festa della stazione” dove c’era la casa stregata, il galeone, le montagne russe, eccetera…; oppure alla festa di compleanno di qualche amico, o in gita da qualche parte fuori paese, beh che, se glielo chiedevo appena rientrava dall’ospedale e soprattutto prima che avesse pranzato la risposta era irrimediabilmente «No!».
Il trucco per riuscire nell’impressa del tanto sospirato «Sì» me lo insegnò mia sorella. Non so se perché aveva due anni di esperienza più di me alle spalle, oppure perché (inutile negarlo) comunque aveva dovuto lottare di più, s’era dovuta industriare quanto mai avrei dovuto fare io poiché era lei la primogenita, e per di più femmina. Fatto sta che iniziai a darle retta a lei e a mia madre, assecondando la mia impazienza sicché appena il babbo metteva piede in casa io mantenevo le distanze da lui.
A un certo punto mia madre non dovette più nemmeno ripetercelo:
«Bambì, adesso lasciatelo stare papà che è stanco».
Imparammo a sederci tranquilli, nell’attesa che il sorriso post-pranzo gli tornasse sul volto. Pazientavamo, sorbendoci i discorsi sulle flittene di quel paziente, la frattura dell’altro, il tumore di chi sa quale povero cristo, e alla fine, quando si alzava da tavola, si levava la maglietta e chiedeva «Chi è che vuole accompagnarmi a fare un riposino?» gli zompavamo al collo. Una volta stesi a letto, mentre iniziava a leggere il giornale o le riviste di chirurgia partivamo con le domande.
Ebbene, oggi pare sia definitivamente confermato che l’orario migliore per averla vinta su un uomo sia le 15.00. Il sondaggio è stato condotto su 1000 fra uomini e donne.
Anche sul lavoro, se c’è da chiedere uno stipendio, pare sia meglio non appostare il boss al mattino, ma intorno alle 13.00 circa, cioè l’orario in cui i manager sono più ricettivi alle richieste dei dipendenti (il sondaggio è della casa farmaceutica Bayer Schering Pharma).
Svanisce quindi l’idea che solo le donne siano lunatiche, uterine. Anzi, l’86% dei 1019 intervistati ha dichiarato di essere cosciente dei picchi euforici e dei cali umorali nell’arco della stessa giornata, anche se quasi tutti hanno poi affermato di preferire avere un capo uomo piuttosto che donna.
A ogni modo, che sia a causa degli ormoni, dello stress o dell’acol, sappiate che per vincere una discussione con un uomo bisogna affrontarlo nel pomeriggio. Alle 18.00 lo trovate affabile e bello che cotto.

Monday, 18 October 2010

Il Piano B

Durante il corso dedicato alle tecniche di commercio con l’Europa dell’Est che ho frequentato qualche hanno fa è stata la prima cosa che mi hanno insegnato: come redigere un business plan.
Bisogna sempre avere un piano, cari miei. E, forse, solo uno non basta.
Mai sentito parlare del “Piano B”? Il famoso Piano B!
Se ne sente in ogni film americano che si rispetti, ma viene spesso fuori anche a proposito della realtà economica e militare del nostro Paese.
Un Piano B ci vuole sempre.
Nel mio caso, a dire il vero, sarebbe sufficiente avere un piano. Anzi che, più che sufficiente sarebbe una grande cosa. La mia salvezza. Ma il mio caso è un’eccezione. Si sa che io procedo allo sbando.
A parte ciò, alcuni sostengono che ideare un Piano B è indice di insicurezza nelle proprie capacità, perché vuol dire che si pensa già in partenza che il Piano A perda acqua da qualche parte.
Il Piano B infatti lo mettiamo in atto quando siamo accerchiati, quando ci sentiamo i fucili puntati addosso e iniziamo a scrutare il cielo sopra noi nella speranza che i rinforzi vengano a salvarci, magari con un mega elicottero. Un po’ alla Rambo, ecco.
Per altri invece avere un Piano B significa solo essere previdenti, in modo, appunto, da non morire schiacciati da un calcolo azzardato.
Mmh… Il Piano B!
Chi decide di cambiare partner di solito ne ha uno (detto a volte “secondo fine”), come ce l’ha chi decide di cambiare lavoro, o città. I cambiamenti in generale, forse, ne implicano uno. Ma ci sono volte che i cambiamenti ci colgono alla sprovvista; quando, cioè, un Piano B non abbiamo fatto in tempo a redigerlo, anzi che non pensavamo proprio di dovere averne bisogno.
Che fare in quel caso?
Il Businessweek prende ad esempio i funzionari e gli esperti cileni che dallo scorso cinque agosto avevano perso ogni traccia dei trentatré minatori intrappolati a 2300 piedi sotto terra, in una miniera di rame.
Da quel momento sono stati elaborati ben tre piani per liberarli: A, B e C. E sapete quale fra i tre è stato quello che lo scorso nove ottobre ha portato in salvo i minatori?
Manco a dirlo: il B! Quello che prevedeva l’impiego di una trivella speciale ideata da una società della Pennsylvania che ha impiegato un sistema di martellamento mai usato prima nell’industria mineraria cilena.
Pare che questa tragica esperienza di “pre-morte” – come l’ha definita il giornalista Arezu Ingle – abbia molto da insegnare ai dirigenti d’azienda di tutto il mondo, come del resto è accaduto già con esperienze simili negli ultimi due anni.
Collaborazione e concentrazione, focalizzarsi sull’obiettivo – solo così si esce vivi dal dannato tunnel buio in cui potrebbe capitarci di rimanere bloccati.
Pensare e organizzare in continuazione, perché potrebbe essere proprio il Piano B l’unico a salvarci, la chiave per la salvezza.

Saturday, 16 October 2010

Se ti rompi la minchia c'è sempre la falloplastica


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Non so se avete fatto caso alla pubblicità sempre più insistente, in TV come in radio, di quel centro di chirurgia estetica tutto dedicato all’uomo, anzi al "maschio" di oggi.

E io che credevo che il periodo storico-sociale dell’apparenza a tutti i costi stesse per passare oltre, che oramai, alla luce di problemi ben più seri che ci affliggono, avessimo abbandonato certe fissazioni. E invece questa smania dell’aspetto perfetto, dell’immagine di uomini e donne sempre al top, irreprensibili tanto fisicamente quanto moralmente, non ci molla. È peggio di una droga. Non ci si rende conto che il senso della morale è andato perduto per sempre, calpestato, dimenticato e travisato.

Leggendo di sbiancamento anale, di restauro del prepuzio (la cosiddetta “Foreskin Restoration”) e dell’imene, di “Labiaplasty” (riduzione delle labbra vaginali), di vaginoplastica, di falloplastica, etc... mi rendo conto che sia la chirurgia estetica sia il falso moralismo continuano a guadagnare terreno, infiltrandosi in aspetti sempre più intimi della nostra vita.


Davvero il mio plauso va al giornalista Roberto Straniero che nel fuori onda riproposto qui sopra mi toglie le parole di bocca.

Ho sempre creduto nella famiglia, nell’istituzione della famiglia (pur essendo figlio di divorziati) e il mio romanzo preferito è proprio quell’“Anna Karenina” di quel Tolstoj che molto successo ebbe con “La sonata a Kreutzer” che pure odio, in cui lo scrittore russo affermò la teoria del matrimonio come forma di «prostituzione legalizzata», un pretesto «per cercare il soddisfacimento dei propri impulsi carnali con il beneplacito della Chiesa e della società», per cui - secondo lui - il dovere dell’uomo sarebbe dovuto essere astenersi dai rapporti sessuali e dalla procreazione, quando Tolstoj per primo allignò nella moglie Sof’ja la paura costante di essere incinta, dopo averle fatto sfornare ben dodici figli, dopo averla tradita continuamente approfittando delle contadine a lui sottoposte. Lui che – scrisse Sof’ja Tolstoja – quando si lavava era un evento e puzzava tanto da suscitarle il disgusto, lamentandosi del dolore che gli causavano le croste che gli si formavano sotto i piedi.

Apparire in un modo, ma essere l’esatto opposto.
È questa la dimostrazione che la storia si ripete. Anche con questa cazzo di legge sulle coppie di fatto che non vedrà mai la luce per colpa di falsi moralisti puttanieri e di ninfomani, di ministri soubrette che svendono la jolanda al primo sedicente imperatore di staminchia.
Ci hanno un po’ triturato i maroni.
Il popolo è stanco. Il popolo è sempre più nervoso. Una serie di eventi socio-politici si sta accumulando, accavallando, mettendoci a dura prova.
Ma chi si ferma è perduto.
Non bisogna cedere.

Io ricomincio dalla plastica agli zebedei.

Tuesday, 12 October 2010

Ho vinto qualche cosa? Niente? Niente!

Una o due domeniche sere addietro hanno inaugurato l’ “invernale” di una delle discoteche gay che frequento più spesso a Milano. È stata una vera festa, incominciata con l’esibizione del vincitore del concorso internazionale per drag queen (nella vita un soldato dell’esercito spagnolo).
Il concorso per drag è uno degli eventi mondani tenuti più in considerazione nella penisola iberica.
Alla fine dell’esibizione di questo soldato dai muscoli guizzanti e coperti di pailletes è seguito un lungo (forse troppo) “promotional-speech” di Ignacio Angulo Ranz, Console aggiunto di Spagna a Milano e nuovo direttore dell’ "Ente del Turismo Spagnolo in Italia" che, nell’ambito dell’edizione 2010 de “La Spagna a Milano”, ha regalato a cinque fortunati omofroci un week-end all-in per due persone.
Neanche a dirlo: io, Stepan e la mia amica Il’ja (forse unica etero quella sera) cercavamo di sopravvivere schiacciati dalla folla nella speranza di essere estratti e chiamati sul palco a ritirare uno dei premi, ma il primo a essere omaggiato del soggiorno è stato, invece, uno dei miei ex-piscivrachetta. Quale sorpresa vedermelo sfilare davanti dopo tanto tempo!
«Congratulazioni!» l’ha accolto la presentatrice della serata porgendogli il microfono «Allora, tu conosci un po’ la Spagna? Ci sei mai stato?».
«Sì, sì» ha risposto lui «una volta mi sono lavorato uno…».
E così lui non ha smentito la sua natura di piscivrachetta, e io e miei amici non abbiamo smentito la nostra sfiga.
Prima di lasciare il palco, il Console aggiunto Ignacio Angulo Ranz ha presentato al pubblico suo marito.

A quel punto, credo, tutti abbiano riflettuto sull’opportunità di trasferirci in Spagna per sempre. Come potrebbe essere altrimenti quando un console gay e suo marito estraggono a sorte insieme a un militare gay dell’esercito (che per hobby si esibisce come drag queen) il nominativo di cinque persone a cui toccherà in premio un week-end tutto pagato, e il tutto solo al fine di promuovere il turismo nel loro paese?
Se fossi stato un po’ più saggio, mi sarei trasferito lì. Anche se la destinazione fosse stata la Papuasia invece che la calda Spagna.

E mentre a Bari si è verificato l’ennesimo episodio di violenza ai danni di un giovane omosessuale, A Roma viene ignorato quasi del tutto il meeting tenutosi per gli stati generali della Gay Police Association in cui si è discusso delle discriminazioni e dell’ integrazione e la lotta all'omofobia fuori e dentro la caserma.
Soldati gay in divisa (poliziotti, militari, soldati, generali delle forze dell'ordine) sono arrivati dall’Austria, Francia, Germania, Svizzera, Inghilterra, Svezia, Irlanda e Francia. Per l’Italia - l'associazione Polis Aperta, il cui presidente è Nicola Cicchitti.
Ancora una volta diciamo: Viva l’Italia! ...Sempre così “Spectacular”, anche se a modo proprio.

Friday, 8 October 2010

Leggere leggero

Ha ragione La Poeta. Non è che io sia proprio al top in questo periodo. E non ho nulla di cui meravigliarmi.
Stasera ero in metropolitana e ascoltavo Tracy Chapman mentre mi raccontava la solita storia secondo cui la nostra anima è l’unica cosa che abbiamo e che per il resto siamo e saremo sempre soli. Hai voglia di toccarmi le palle… alla fine c’ha ragione lei. O no?
Ero in metropolitana e pensavo ai poveri cristi dell’ AMSA (anzi, come dice la mia vicina di casa: dell’ “Asma”) che stasera alle 20.30 passeranno a ritirare i rifiuti ingombranti che lascerò fuori dal portone di casa.
Ero in metropolitana pensando che è di nuovo venerdì sera, che stasera e domani mattina correggerò alcuni miei lavori, domani nel pomeriggio sarò in giro a fare shopping e domenica sera sarò a cena fuori in un ristorante belga (vale a dire - cozze e patate fritte. Le cozze mi piacciono. Le patate fritte le odio).
Mentre ero in metropolitana (ero seduto in fondo al vagone) combattevo contro il sonno e, nei brevi frangenti in cui avevo gli occhi aperti, osservavo il mio riflesso sul vetro del finestrino e su quello del vagone subito dietro il mio. E insieme al mio fissavo il riflesso di così tante altre persone, uomini e donne alle mie spalle e nell’altro treno, tutti a testa china. Chi leggeva un libro (la maggior parte), chi una rivista.
“Leggono tutti” ho pensato, ricordando che la stessa riflessione mi assalì nella metropolitana di San Pietroburgo nel 1995. Lì la gente leggeva anche camminando. Anche lì tutti, indistintamente, che fossero ricchi (pochissimi) o poveri contadini diretti alla dacia.
E così mi è tornato in mente che questa estate, di sera, sono andato a fare una passeggiata a Rossano, nel centro storico che, per chi non lo conoscesse, è in collina ed è più deserto del deserto dei tartari (perché almeno lì ci sono i tartari, appunto) e, strada facendo, mentre chiacchieravo con Regina e Trilly, passando davanti alla piazzola dove il monumento ai caduti si affaccia sulla piana di Sibari e, oltre, si vede il mare, dicevo che proprio lì abbiamo visto un ragazzo steso da solo (con la sua anima, sottolineerebbe la Chapman) su una panchina appena sotto un lampione. O "Il lampione"? Mi pare che in quella piazza ce ne sia solo uno. Dico appena perché mi è rimasta impressa l’immagine di lui con la testa bianca di luce, ma il resto del corpo nascosto dal buio pesto che gli gettavano addosso i palazzi d’epoca (così d’epoca che sono cadenti) che ci circondavano tutti e noi quattro esseri viventi.
Trilly, Regina e io ci siamo guardati interdetti per alcuni istanti.
«Si sta drogando?».
«No, non vedo spade».
«Forse è un maniaco. Si masturba?».
«Eh?»
«Si sta fann’ na pugnetta? Cammina e jamunìnni…».
«No, no, aspè!».
A dispetto di qualsiasi imbarazzo abbiamo rallentato il passo per scrutarlo meglio. La testa si era mossa quel tanto da farci capire che aveva sentito le nostre risatine e i nostri bisbigli perplessi, ma non si era voltato a ricambiare lo sguardo.
Arrivati abbastanza vicino da capire meglio cosa stesse accadendogli, siamo rimasti di sasso.
Quel ragazzo stava leggendo.
Abbiamo potuto distinguere non solo il busto, le gambe mezzo piegate e le braccia che erano avvolte dal buio della notte, ma anche il libro che reggeva e che, lo ripeto, lui stava leggendo, trovando sollievo dalla calura estiva nella frescura che risaliva dal golfo lontano. Leggeva addirittura con trasporto.
Chi non è di Rossano non può capire ciò che vorrei dire, il godimento e la sorpresa che quella vista mi hanno trasmesso. Quindi non lo spiegherò. Punto.

Wednesday, 6 October 2010

Mmmh... Bazoooooooka!

Cari ragazzi,
due comunicazioni di servizio prima d'iniziare:

1. È probabile (ma non sicuro) che entro natale avrò per voi tutti una sorpresa che spero vi sarà gradita
2. È ufficialmente iniziata la seconda edizione del reality letterario “1 Song in Return 4 my Story”, da oggi segnalato come “1SR4S”. Come lo scorso anno, sono pronto a ricevere fino alla fine di novembre i testi delle vostre canzoni preferite. Dopo di che ne estrarremo 5 e daremo il via al sondaggio per eleggere quell’unica su cui scriveremo insieme una bella storia.

Detto questo, i temi, anzi il tema del giorno è davvero esplosivo. Parliamo di bazooka. In termini molto diversi, ma sempre bazooka sono... e lo spunto deriva da un paio di articoli apparsi sui quotidiani di questi ultimi giorni.

Il primo bazooka è quello vero, ossia un classico anticarro a carica cava segnalato con una telefonata anonima in classico stile ‘ndranghetista a Reggio Calabria. Destinatario del dono è il procuratore Pignatone. Fanno così i mafiosi, no? Ti avvertono prima. In effetti, anche da noi a Rossano adesso hanno preso l’abitudine di far trovare le taniche di benzina e simili davanti ai negozi dei commercianti o ai cancelli delle ditte dei pochi imprenditori coraggiosi che il pizzo non vogliono pagarlo.
«È così! Ti adegui? No? Allora sicuro che muori».

Di certo è più facile adeguarsi ad altre sorprese, ad altri bazooka. Tipo quello che Tiziano Ferro ha finalmente detto di sognare anche lui! Oppure ci sono quelle brutte imitazioni di bazooka che recano una certa soddisfazione in chi li maneggia, ma una certa delusione in chi ci si ritrova di fronte in maniera inaspettata.
Capito a cosa mi riferisco?
Ne ha parlato il “Daily Mail”.
Dopo l’invenzione degli slip maschili con la coppa a olio che fa sembrare il pistolino dei nostri maschietti più potente di quello che in realtà è - un bazooka appunto -, ecco arrivare sul mercato un nuovo prodotto. …E io me lo compro!
D'altronde ogni trucco è lecito per apparire al nostro meglio, no? Se poi ci mettiamo in testa di conquistare un ventiquattrenne e dobbiamo apparire sodi e in forma a tutti i costi, allora diciamo sì ai benefici della biancheria intima di “Marks & Spencer” – il push-up per uomo, o come l’hanno soprannominato: “Le mutande ascensore” (diverse dalle "Perofil" italiane uscite nel 2006).
Queste infatti sono senza cuciture e sollevano di un quinto sia il nostro bazooka a “carica cava” (ossia il lato B moscio – ed è il mio caso), sia il nostro bazooka-flauto di pelle (il lato A simil-verme – il mio caso lo lascio alla vostra immaginazione).

Grazie all’ausilio di una “mensoletta”, le mutande fanno apparire il pistolino più grande del 38%.
Dal 15 ottobre questi “mutandoni” contenitivi per uomo arriveranno sul mercato come degni eredi del gilet “Bodymax” che snellisce e fa un po’ le veci del corpetto che vestivano le donzelle del Seicento-Settecento, contenendo quella ciccia moscia e pendula che compare sul nostro corpo dopo una certa età.
Dave Binns è colui che segue la linea di biancheria intima maschile per “M & S” e ha dichiarato:
«I nostri tecnici hanno lavorato sodo per creare due modelli comodi da indossare e che danno al contempo risultati concreti. Questi mutandoni riescono veramente a restituire fiducia ai nostri uomini».
Le mutande per migliorare il “bazooka cavo”, insomma per sollevarci il culo, costeranno 10 sterle; mentre le “mutande-ascensore” per il “bazooka di pelle” ne costeranno 15.
Pare che le liste d’attesa siano già lunghissime.
Partire o non partire?

Saturday, 2 October 2010

La Calabria brucia a Genova

Primo di ottobre.
Dopo una serie di ambasciate routinarie, scosso dalla “mappazza di catarro” – come direbbe Regina – che a ogni colpo di tosse sembra di dover espellere il cervello e di perdere l’equilibrio in eterno, alle 12.10 passo a prendere Alёša e le sue “Paola & Chiara” (che altri non sono che le ernie discali di recente formazione) con la mia “Chica”, la Seat Ibiza Stylance e il relativo gibollo che la ruota di scorta di uno fra i tanti SUV milanesi mi ha stampato sul cofano.
Nessuna difficoltà per imboccare l’autostrada. No, non siamo diretti a Lourdes. Destinazione finale – Genova. L’orario d’arrivo previsto è le 13.45, ma vuoi per l’immancabile sosta pipì-caffè-Smarties-Tenerezze Mulino Bianco-cazzeggio vario, vuoi per il navigatore satellitare che fra una galleria e l’altra nei pressi della città ligure perde di continuo la ricezione satelliti e ci accompagna così fino a Ventimiglia per poi uscirsene con l’ovvio, consueto quanto umiliante “Ricalcolo!”, arriviamo alle 15.15.
Cerchiamo parcheggio, c'infiliamo in un bar per il terzo caffè della giornata per me, il quinto per Alёša – che se gli tremano le mani come una novantenne un motivo ci sarà pure no? – e pianifichiamo la passeggiata per il centro storico, inesplorato per entrambi.
Il centro storico di Genova è affascinante, suggestivo, direi quasi… “pittoresco”. E virgoletto questa parola perché mi riporta alla mente la definizione che ne fa Pamuk in uno dei suoi libri più belli: «Il pittoresco, che etimologicamente significa “come il dipinto”, secondo Ruskin è un paesaggio architettonico che acquista la propria bellezza in tempi e modi mai previsti dal suo creatore […] si tratta della bellezza casuale nata dall’osservazione di un’opera non nella sua forma originale, ma da un punto di vista totalmente diverso e da una prospettiva imposta dalla storia».
Pamuk usa il termine “pittoresco” per descrivere alcuni scorci di Istanbul che, come Genova, è una città di mare. Ma non solo. Ed è proprio il mare, anzi il “Mare Nostrum”, il Mediterraneo il motivo per cui siamo in Liguria – "Mediterranea 2010, voci tra le sponde".
Si tratta di una manifestazione iniziata a settembre e che finirà a maggio del 2011. In coincidenza con l’avvio della Biennale del Mediterraneo finalizzata alla ricostruzione delle «reti di relazione nell’ambito del Mediterraneo legate allo sviluppo sostenibile, alla ricerca e all’innovazione, alla tutela ambientale».
Ho trascinato Alёša in piazza Matteotti, al Palazzo Ducale (dove i giorni scorsi hanno conferito Predrag Matvejević, Marco Aime ed Enzo Bianchi, e dove conferiranno ancora Oran Pamuk stesso, David Grossman, Saskia Sassen e tanti altri) perché alle 17.45 inizierà la conferenza di uno scrittore calabrese d’eccezione come Mauro Francesco Minervino a confronto con una delle più abili scrittrici italiane quale è Lidia Ravera. Più che di una conferenza si tratta di un dialogo, una chiacchierata sui «confini interni del nostro sud, i suoi caratteri e le profonde contraddizioni sociali e ambientali che lo segnano».
La Calabria e la calabresità finiscono al centro dell’attenzione di chi si occupa e si interessa delle civiltà del Mediterraneo.
Incontriamo il Professor Minervino sull’imponente scala d’accesso al palazzo. Parlottiamo un po’ mentre Alёša e io finiamo di fumare l’ultima sigaretta prima di entrare. Secondo me il volto del Professore tradisce un po’ di emozione, checché lui la neghi e a dispetto di tanti anni di docenza in giro per l’Italia e per il mondo. Come il solito è accompagnato dalla moglie, Maria, una donna dolce come poche, discreta, dallo sguardo arguto e veloce. Anche lei impegnata culturalmente e non solo. Basti pensare al “Premio Tropea ”, la cui quarta edizione è stata vinta da Mattia Signorini con "La sinfonia del tempo breve" (battendo Gad Lerner e Alicia Gimenez-Bartlett) e che, se anche un concorso "Nazionale Letterario" per definizione, ha guadagnato una fama internazionale in pochissimo tempo (in soli quattro anni - racconta - in Spagna è diventato uno dei premi più noti) e anche grazie al sacrificio di tanti intellettuali non calabresi, ma che venendo in Calabria hanno lavorato e continuano lavorare per il solo bene della cultura e del nostro meridione, quando invece il sud – cioè noi - non li sostiene non solo economicamente – come sarebbe giusto facesse per avere in cambio il prestigio che ci stanno adducendo – ma neppure moralmente.
La Sala del Minor Consiglio è così gremita che gli organizzatori devono aggiungere almeno altre cinque file di sedie. Il banchetto che espone le copie de “La Calabria brucia” e “In fondo al sud” di Minervino, e “Il freddo dentro” più altri titoli di Lidia Ravera viene preso d’assalto.
Forse - quasi sicuramente - si vendono più copie de “La Calabria brucia” in quei pochi minuti pre-conferenza a Genova, che non in Calabria in tutto il tempo trascorso dalla sua prima apparizione nelle librerie.
Ancora una volta ferisce constatare che è fuori della Calabria che i nostri assi nella manica vengono giocati meglio e riconosciuti come “preziosi”.
Lidia Ravera inizia a esporre per prima. Parla della sua esperienza di donna del nord, donna piemontese che un giorno ha deciso di eleggere Stromboli a propria residenza. La descrizione che fa dei paesaggi è commovente, la maestria scrittoria con cui si esprime e si rivolge al pubblico è coinvolgente. Racconta del "senso di colpa cronico" di una "polentona" cresciuta al suono degli insulti nei confronti dei terroni, della meraviglia del Mediterraneo in cui oggi bagna il suo corpo nuotando almeno un'ora al giorno, quel mare che per fortuna "non è cementificabile" e ci trasmette la storia delle civiltà del passato prevedendo il futuro di quelle che verranno, nella speranza che si fermi e si riduca il divario fra nord e sud che è cresciuto sempre più in questi ultimi tempi.
Quando la parola passa al Professore Minervino il dialogo non può che incentrarsi sul diritto (violato e negato) di vivere pacificamente e civilmente nella propria terra, in Calabria; sulla calabresizzazione dell’Italia e del resto mondo, nel bene e nel male; per finire sulla ‘ndrangheta e sull’amarezza che suscita nei buoni calabresi la visione della propria terra affascinante e bestiale che sembra andare alla deriva.
Minervino accenna al prossimo lavoro in uscita, il volume dal titolo “Statale 18”, in cui denuncia appunto lo stupro dei nostri paesaggi dalla bellezza “quasi insopportabile”.
I lettori in sala si sentono coinvolti da subito e, poco alla volta, si leva una mano dietro l’altra, una domanda dopo l’altra sale verso il palco - sono tante piccole onde che mordono la battigia, cercando conforto, cercando riparo.
Una signora lombarda chiede perché il sud in tutti questi anni non sia riuscito a far tanto quanto ha fatto il nord. Il suo tono di voce sprizza rabbia, quella rabbia derivata dall’incomprensione di una contingenza fumosa (ma forse nemmeno troppo), e Minervino ci difende, difende i calabresi e tutti i meridionali che nel corso dei decenni hanno contribuito a rendere ricco il nord. Al sud il problema non è la povertà – dice il Professore -, la povertà è ben altro. Oggigiorno siamo tutti sommersi di oggetti superflui, sintomo del benestare. No, al sud esiste un problema di legalità.
Allora un ragazzo di Nicotera si alza e racconta la sua esperienza di fuga dal paese natale perché – dice - ha il brutto vizio di denunciare ciò che non va, per esempio di denunciare i suoi vicini, i Mancuso (noti come una delle più influenti ‘ndrine del vibonese) che per tutta risposta gli sono entrati in casa due volte. E allora che fare? Come poter sopravvivere se non andando via, lontano? E così, tanto per non contraddirsi, prima di sedersi ne individua uno fra il pubblico, di Mancuso. Già, un Mancuso che vien da chiedersi se sia lì per godere della manifestazione culturale o… o per tenere d’occhio qualcuno, per sentire ciò che si dice, tanto per essere sicuri che nessuno sveli troppo oppure che offenda la sua – la Nostra – terra che, si sa, può essere criticata solo da chi la abita (in proposito è stata interessante la distinzione fatta dal Professore fra la critica alla Calabria e l'offesa alla Calabria).
Alla fine il pubblico sembra non voler andar via. La gente vorrebbe sentire parlare ancora della nostra realtà sì meridionale, ma pur mediterranea, proprio come quella genovese e turca, serba, etc...
Salutiamo il professore e sua moglie che prima di andar via ci presentano a una stupenda Giuliana Traverso e a un canuto e forte Lanfranco Colombo che ricorda di quando suo padre lavorava in aviazione, durante la guerra mondiale. Aveva dei colleghi calabresi – dice – a proposito dei quali una volta commentò: «Fai attenzione con i calabresi, perché una volta che ti danno l’amicizia non te la levano più».
Fuori del Palazzo Ducale piove. Corriamo Alёša e io. Corriamo al parcheggio per metterci in macchina e tornare a Milano. In auto discutiamo: che cosa avrà voluto quel Mancuso lì, ammesso che ci fosse davvero? Io non l’ho riconosciuto, ma non riconoscerei neppure Ratzinger se me lo trovassi di fronte con le sue scarpette rosse. Alёša mi chiede perché?, cos’è che ti fa scrivere, denunciare così ciò che non va?, a che prezzo farlo se si sa che è una battaglia persa in partenza? ...Le domande arrivano a raffica.
Gli rispondo che la battaglia è persa in partenza “solo” al 99.9%. Quello che ti dà la forza di andare avanti è la luce che filtra attraverso il pertugio stretto di quello 0.01% di speranza che qualcun altro, una persona, due persone... tutte le persone qualunque - come te - possano alzarsi in piedi e parlare, denunciare, ribellarsi e debellare il marcio prima che “lui” debelli te.
Non ho ancora letto nulla sui nostri giornali circa la presenza di Minervino a Genova, ieri. Ecco perché oggi ne scrivo.
Oggi quella di Minervino è una voce, una penna fra poche altre che portano lustro alla nostra regione, ma di cui pure nessuno parla. E il perché è facilmente immaginabile.
È stato un bellissimo primo ottobre.