Wednesday, 27 October 2010

Il riso e il pianto. Un inverno ricco di emozioni

Quest’inverno abbiamo almeno due novità di cui gioire. Si tratta di due vere e proprie gemme, anche se non hanno nulla in comune fra loro a parte il riuscire a rompere gli schemi in maniera non solo originale ma perfino utile, portando allo scoperto realtà per lo più sconosciute alla maggioranza della popolazione. O forse sarebbe meglio dire: realtà ben note a tutta la popolazione che, però, preferisce puntare gli occhi miopi altrove, e non commentare.
Inizierei dal libro di Mauro Francesco Minervino in uscita domani 28 ottobre con Fandango: “Statale 18”.

I calabresi possono già immaginare a cosa si fa riferimento. Agli italiani basti la definizione della SS18 come “la Salerno-Reggio Calabria dei poveri”. Del nuovo contributo di Minervino riporto di seguito un breve estratto regalato da “Terranews.it”, sito web con cui il Professore collabora. Potrete così farvi un’idea di cosa stiamo parlando e correre in libreria a comprarlo (prezzo di copertina € 15,00, per 238 pp.). Penso che leggerlo sia il modo migliore per commentarlo:
«Tropea, d’estate, è caput mundi del turismo calabro. Te ne accorgi dalla frequenza delle targhe straniere, dal traffico che intasa su e giù la statale 18 verso Pizzo Calabro. Intorno scorre il paesaggio desolato della zona industriale, dopo il porto di Vibo Valentia. Del sogno della fabbrica restano i cocci: il Nuovo Pignone, la sagoma tetra dell’Italcementi, le ciminiere di Snam e Agip, i capannoni dismessi e arrugginiti. Poi restringimenti e interruzioni mal segnalate, la strada impolverata, i resti della frane e delle distruzioni dell’alluvione di Bivona del luglio 2006. Abbandono, disordine urbanistico, costruzioni abusive ovunque. Ferite vive inferte al territorio e mai medicate. Superato lo sfacelo di Bivona, c’è un altro bivio che indica Tropea. La statale si dirada e in qualche tratto ritorna gradevole. Fino a quando gira a mezza costa e si bagna della luce accecante del mare di Parghelia. Che viene dal greco e significa “riva sotto il sole”. Tropea si fa aspettare ancora, preceduta dai grandi alberghi nascosti dai recinti nella macchia verde che si avviluppa sopra la scogliera, dai resort di lusso affacciati su alti dirupi marini: i panorami più belli della Costa degli Dei. Poi, all’improvviso, la rupe di tufo spugnoso, il borgo aggrappato sul mare davanti allo scoglio del monastero dell’Isola, la chiesa della Michelizia, le balconate barocche dei palazzi aristocratici, le vecchie case torreggianti tarlate dal salmastro. Da lontano, Tropea sembra ancora la gemma preziosa di un Mediterraneo da favola immortalata nella litografia di Maurits Cornelius Escher, il grande artista olandese autore della “Casa delle scale”, l’immagine inquietante che Einstein elesse a simbolo della sua teoria della relatività generale. Il nordico Escher, che arrivò qui nel 1931, davanti al mare del mito scoprì Tropea».
Ancora denuncia, quindi, per il Professore Minervino.
Lo invidio per la dedizione e la costanza con cui lavora. Per la quantità di anima che infonde nelle sue pagine, a volte andando avanti come una rompighiaccio, ascoltando sì le ragioni di chi gli sta vicino, di chi lo sostiene e a volte tenta di consigliargli maggiore cautela, ma che di fondo è chiaro che preferisce la coerenza.
Certo, a noi calafricani del lato ionico la statale 18 non ci pare nulla di speciale, no? Soprattutto se pensiamo alla sfigatissima SS106 nota a tutti come “la strada della morte”. Certo, non siamo qui a fare a gara a chi patisce la sfiga maggiore, ma la statale 18 gli fa proprio un baffo a chi percorre in su e in giù la 106, magari in pullman, vuoi per motivi di lavoro, vuoi per motivi di salute e vuoi (quasi mai) per piacere. Perché diciamolo pure che ogni pretesto è buono per andare via dalla nostra terra: sia esso che in Calabria non ci sono fabbriche (non funzionanti almeno), sia una rara malattia che in Calabria non possono (o non sanno) curare, sia anche il concerto di Vasco o del Liga che credo non abbiano il benché minimo interesse a tornare in Calabria tante volte quante tornano nel resto delle città italiane.
In fondo sul Tirreno hanno i treni super veloci, hanno l’aeroporto a (quasi) due passi, oppure le navette che ce li accompagna, no? Ma tornando a noi, chi viaggia come Minervino lungo la statale 18, oppure lungo la 106 sa che per non fare un frontale bisogna per forza mandare a memoria le buche senza fondo del loro manto stradale tortuoso lungo la costa; sa che lungo il viaggio si rimane sì affascinati di fronte alla vista dal sole, enorme, alto appena un palmo sopra l’orizzonte e delle onde del mare, pressoché immobili, puntellate di barbagli dorati. Ma sa anche che poi basta voltare lo sguardo oltre la strada, in basso, per sentire salire un conato di vomito e pianto sospinto dalla fila di case incompiute e nude; alcune ancora con i muri di mattoni grezzi; altre senza pareti e con in vista le colonne portanti all’interno. Come la strada, l’animo di chi viaggia per le nostre statali è travolto da un continuo sali-scendi, perché dopo il pianto si risolleva di fronte allo spettacolo della striscia di scogli alti e puntuti, alternati a un misto di sabbia gialla e ghiaia; del mare che continua a dare loro piccoli morsi dolci, armoniosi, tanto che si può immaginare il sussurro della risacca, la risata sommessa della battigia solleticata dalle onde. Ma non si scampa – subito si ricade in depressione con gli altipiani bruciati da si sa chi che si alternano a piccoli campi coltivati e recintati con del rozzo filo di ferro arrugginito e che hanno per cancello la rete di un letto legata allo steccato con della corda e, piegati a lavorare nei campi, per lo più anziani signori, o extracomunitari sottopagati, contadini che si proteggono la testa con fazzoletti colorati. È questa una Calabria contraddittoria e fatta di gente umile, di case rabberciate, stabbi di vecchi blocchi di cemento abbinati a container adibiti ad abitazioni. Chi viaggia lungo le nostre statali secondo me fa solo finta di essersi abituato alla vista dei tabelloni pubblicitari scoloriti dal sole, spesso sfondati dalle sassate di ragazzi annoiati. Bisognerebbe capire che una Calabria così non suscita interesse nel resto della nazione e dell’Europa, che è una Calabria su cui la maggior parte degli imprenditori non vuole più investire perché ancora appare refrattaria alle infrastrutture, recalcitrante di fronte alla possibilità di divenire competitiva e di nuovo accattivante, forse povera della mentalità e delle competenze adatte a sfruttare le proprie ricchezze. Non riusciamo a capire che la calabria è ricca come la Basilicata che ha il petrolio, ma che i nostri gioielli non bisogna neppure trivellare per scovarli, perché sono lambiti proprio da questi carruggi statali su cui tir impavidi sorpassano trattori. Basta riportare alla mente l’incrocio dove la statale sfiora gli scavi archeologici di Sibari, o l’incrocio dove il cartello “Roseto Capospulico” rimane appeso come un orecchino spaiato, proprio a ridosso della rocca normanna ricostruita da Federico II nel 1200, segna-confine delle capitanerie del Regno delle due Sicilie, dalle mura merlate che si slanciano sul mare e di cui una torre è più alta delle altre. La torretta centrale dove si dice si tenesse conservata la Sacra Sindone. E così via… le auto e i pullman della speranza ormai le ignorano queste bellezze, continuando a rimbalzare come su molle dalla curva di una statale all’altra, rasentando pendii di sterpaglia spettinata, e le foglie larghe dei fichi d’india che a volte sporgono così tanto che sembra quasi che salutino, e gli ettari pianeggianti una volta coltivati a ulivi dal tronco robusto, simili a colonne, e con le fronde gonfie del verde che riempiva il cuore e che oggi sono stati strappati via quasi tutti per essere sostituiti dagli aranci, o peggio dagli ecomostri che Minervino ha ben descritto. Molti ragazzi domani non vedranno più il sole attraversare quelle foglie trasformandole in pendagli d’argento. Vedranno (forse) solo le poche greggi rimaste al pascolo, qui e là due-tre mucche, un cavallo in un recinto, un trattore abbandonato di fianco a uno steccato, un paio di stivali di gomma e un forcone.
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E dopo il pianto, il riso. Infatti, passando a tutt’altro, vi segnalo un film da non perdere: “Bear city, Romance can be hairy”. Volate a vederlo, scaricatelo in lingua originale se non uscirà in italiano, ma fate qualunque cosa per averlo nella vostra cineteca personale.
Il titolo non è ben traducibile in italiano, ma a chi non fosse tanto addentro alla cultura queer basti sapere che il termine “Bear”, orso, è un termine slang coniato dalla comunità LGBT (Lesbica-Gay-Bisessuale-Transgender) che identifica una tipologia specifica d’uomo – spesso grasso, barbuto e possibilmente molto peloso anche sul resto del corpo. Il sottotitolo “Una storia d’amore pelosa” lascia ben intendere di cosa tratti questo lungometraggio.
Diciamo pure che dopo “Sex and the city” e “Queer as Folk” (la versione inglese la preferisco di gran lunga a quella americana), “Bear city” è una vera manna dal cielo che ci salva da quest’inverno buio e freddo. Fa scompisciare dal ridere e porta alla luce uno stralcio di vita LGBT che molti italiani non immaginano neppure che possa esistere.
Non a caso il film ha vinto il premio come migliore screenplay e quello per miglior attore nell’ambito del concorso “Outfest 2010”.
E se per “Statale 18” vi ho proposto qualche riga, non posso non lasciarvi con il trailer del film.
A questo punto non mi rimane che augurarvi buon divertimento!

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