Saturday, 2 October 2010

La Calabria brucia a Genova

Primo di ottobre.
Dopo una serie di ambasciate routinarie, scosso dalla “mappazza di catarro” – come direbbe Regina – che a ogni colpo di tosse sembra di dover espellere il cervello e di perdere l’equilibrio in eterno, alle 12.10 passo a prendere Alёša e le sue “Paola & Chiara” (che altri non sono che le ernie discali di recente formazione) con la mia “Chica”, la Seat Ibiza Stylance e il relativo gibollo che la ruota di scorta di uno fra i tanti SUV milanesi mi ha stampato sul cofano.
Nessuna difficoltà per imboccare l’autostrada. No, non siamo diretti a Lourdes. Destinazione finale – Genova. L’orario d’arrivo previsto è le 13.45, ma vuoi per l’immancabile sosta pipì-caffè-Smarties-Tenerezze Mulino Bianco-cazzeggio vario, vuoi per il navigatore satellitare che fra una galleria e l’altra nei pressi della città ligure perde di continuo la ricezione satelliti e ci accompagna così fino a Ventimiglia per poi uscirsene con l’ovvio, consueto quanto umiliante “Ricalcolo!”, arriviamo alle 15.15.
Cerchiamo parcheggio, c'infiliamo in un bar per il terzo caffè della giornata per me, il quinto per Alёša – che se gli tremano le mani come una novantenne un motivo ci sarà pure no? – e pianifichiamo la passeggiata per il centro storico, inesplorato per entrambi.
Il centro storico di Genova è affascinante, suggestivo, direi quasi… “pittoresco”. E virgoletto questa parola perché mi riporta alla mente la definizione che ne fa Pamuk in uno dei suoi libri più belli: «Il pittoresco, che etimologicamente significa “come il dipinto”, secondo Ruskin è un paesaggio architettonico che acquista la propria bellezza in tempi e modi mai previsti dal suo creatore […] si tratta della bellezza casuale nata dall’osservazione di un’opera non nella sua forma originale, ma da un punto di vista totalmente diverso e da una prospettiva imposta dalla storia».
Pamuk usa il termine “pittoresco” per descrivere alcuni scorci di Istanbul che, come Genova, è una città di mare. Ma non solo. Ed è proprio il mare, anzi il “Mare Nostrum”, il Mediterraneo il motivo per cui siamo in Liguria – "Mediterranea 2010, voci tra le sponde".
Si tratta di una manifestazione iniziata a settembre e che finirà a maggio del 2011. In coincidenza con l’avvio della Biennale del Mediterraneo finalizzata alla ricostruzione delle «reti di relazione nell’ambito del Mediterraneo legate allo sviluppo sostenibile, alla ricerca e all’innovazione, alla tutela ambientale».
Ho trascinato Alёša in piazza Matteotti, al Palazzo Ducale (dove i giorni scorsi hanno conferito Predrag Matvejević, Marco Aime ed Enzo Bianchi, e dove conferiranno ancora Oran Pamuk stesso, David Grossman, Saskia Sassen e tanti altri) perché alle 17.45 inizierà la conferenza di uno scrittore calabrese d’eccezione come Mauro Francesco Minervino a confronto con una delle più abili scrittrici italiane quale è Lidia Ravera. Più che di una conferenza si tratta di un dialogo, una chiacchierata sui «confini interni del nostro sud, i suoi caratteri e le profonde contraddizioni sociali e ambientali che lo segnano».
La Calabria e la calabresità finiscono al centro dell’attenzione di chi si occupa e si interessa delle civiltà del Mediterraneo.
Incontriamo il Professor Minervino sull’imponente scala d’accesso al palazzo. Parlottiamo un po’ mentre Alёša e io finiamo di fumare l’ultima sigaretta prima di entrare. Secondo me il volto del Professore tradisce un po’ di emozione, checché lui la neghi e a dispetto di tanti anni di docenza in giro per l’Italia e per il mondo. Come il solito è accompagnato dalla moglie, Maria, una donna dolce come poche, discreta, dallo sguardo arguto e veloce. Anche lei impegnata culturalmente e non solo. Basti pensare al “Premio Tropea ”, la cui quarta edizione è stata vinta da Mattia Signorini con "La sinfonia del tempo breve" (battendo Gad Lerner e Alicia Gimenez-Bartlett) e che, se anche un concorso "Nazionale Letterario" per definizione, ha guadagnato una fama internazionale in pochissimo tempo (in soli quattro anni - racconta - in Spagna è diventato uno dei premi più noti) e anche grazie al sacrificio di tanti intellettuali non calabresi, ma che venendo in Calabria hanno lavorato e continuano lavorare per il solo bene della cultura e del nostro meridione, quando invece il sud – cioè noi - non li sostiene non solo economicamente – come sarebbe giusto facesse per avere in cambio il prestigio che ci stanno adducendo – ma neppure moralmente.
La Sala del Minor Consiglio è così gremita che gli organizzatori devono aggiungere almeno altre cinque file di sedie. Il banchetto che espone le copie de “La Calabria brucia” e “In fondo al sud” di Minervino, e “Il freddo dentro” più altri titoli di Lidia Ravera viene preso d’assalto.
Forse - quasi sicuramente - si vendono più copie de “La Calabria brucia” in quei pochi minuti pre-conferenza a Genova, che non in Calabria in tutto il tempo trascorso dalla sua prima apparizione nelle librerie.
Ancora una volta ferisce constatare che è fuori della Calabria che i nostri assi nella manica vengono giocati meglio e riconosciuti come “preziosi”.
Lidia Ravera inizia a esporre per prima. Parla della sua esperienza di donna del nord, donna piemontese che un giorno ha deciso di eleggere Stromboli a propria residenza. La descrizione che fa dei paesaggi è commovente, la maestria scrittoria con cui si esprime e si rivolge al pubblico è coinvolgente. Racconta del "senso di colpa cronico" di una "polentona" cresciuta al suono degli insulti nei confronti dei terroni, della meraviglia del Mediterraneo in cui oggi bagna il suo corpo nuotando almeno un'ora al giorno, quel mare che per fortuna "non è cementificabile" e ci trasmette la storia delle civiltà del passato prevedendo il futuro di quelle che verranno, nella speranza che si fermi e si riduca il divario fra nord e sud che è cresciuto sempre più in questi ultimi tempi.
Quando la parola passa al Professore Minervino il dialogo non può che incentrarsi sul diritto (violato e negato) di vivere pacificamente e civilmente nella propria terra, in Calabria; sulla calabresizzazione dell’Italia e del resto mondo, nel bene e nel male; per finire sulla ‘ndrangheta e sull’amarezza che suscita nei buoni calabresi la visione della propria terra affascinante e bestiale che sembra andare alla deriva.
Minervino accenna al prossimo lavoro in uscita, il volume dal titolo “Statale 18”, in cui denuncia appunto lo stupro dei nostri paesaggi dalla bellezza “quasi insopportabile”.
I lettori in sala si sentono coinvolti da subito e, poco alla volta, si leva una mano dietro l’altra, una domanda dopo l’altra sale verso il palco - sono tante piccole onde che mordono la battigia, cercando conforto, cercando riparo.
Una signora lombarda chiede perché il sud in tutti questi anni non sia riuscito a far tanto quanto ha fatto il nord. Il suo tono di voce sprizza rabbia, quella rabbia derivata dall’incomprensione di una contingenza fumosa (ma forse nemmeno troppo), e Minervino ci difende, difende i calabresi e tutti i meridionali che nel corso dei decenni hanno contribuito a rendere ricco il nord. Al sud il problema non è la povertà – dice il Professore -, la povertà è ben altro. Oggigiorno siamo tutti sommersi di oggetti superflui, sintomo del benestare. No, al sud esiste un problema di legalità.
Allora un ragazzo di Nicotera si alza e racconta la sua esperienza di fuga dal paese natale perché – dice - ha il brutto vizio di denunciare ciò che non va, per esempio di denunciare i suoi vicini, i Mancuso (noti come una delle più influenti ‘ndrine del vibonese) che per tutta risposta gli sono entrati in casa due volte. E allora che fare? Come poter sopravvivere se non andando via, lontano? E così, tanto per non contraddirsi, prima di sedersi ne individua uno fra il pubblico, di Mancuso. Già, un Mancuso che vien da chiedersi se sia lì per godere della manifestazione culturale o… o per tenere d’occhio qualcuno, per sentire ciò che si dice, tanto per essere sicuri che nessuno sveli troppo oppure che offenda la sua – la Nostra – terra che, si sa, può essere criticata solo da chi la abita (in proposito è stata interessante la distinzione fatta dal Professore fra la critica alla Calabria e l'offesa alla Calabria).
Alla fine il pubblico sembra non voler andar via. La gente vorrebbe sentire parlare ancora della nostra realtà sì meridionale, ma pur mediterranea, proprio come quella genovese e turca, serba, etc...
Salutiamo il professore e sua moglie che prima di andar via ci presentano a una stupenda Giuliana Traverso e a un canuto e forte Lanfranco Colombo che ricorda di quando suo padre lavorava in aviazione, durante la guerra mondiale. Aveva dei colleghi calabresi – dice – a proposito dei quali una volta commentò: «Fai attenzione con i calabresi, perché una volta che ti danno l’amicizia non te la levano più».
Fuori del Palazzo Ducale piove. Corriamo Alёša e io. Corriamo al parcheggio per metterci in macchina e tornare a Milano. In auto discutiamo: che cosa avrà voluto quel Mancuso lì, ammesso che ci fosse davvero? Io non l’ho riconosciuto, ma non riconoscerei neppure Ratzinger se me lo trovassi di fronte con le sue scarpette rosse. Alёša mi chiede perché?, cos’è che ti fa scrivere, denunciare così ciò che non va?, a che prezzo farlo se si sa che è una battaglia persa in partenza? ...Le domande arrivano a raffica.
Gli rispondo che la battaglia è persa in partenza “solo” al 99.9%. Quello che ti dà la forza di andare avanti è la luce che filtra attraverso il pertugio stretto di quello 0.01% di speranza che qualcun altro, una persona, due persone... tutte le persone qualunque - come te - possano alzarsi in piedi e parlare, denunciare, ribellarsi e debellare il marcio prima che “lui” debelli te.
Non ho ancora letto nulla sui nostri giornali circa la presenza di Minervino a Genova, ieri. Ecco perché oggi ne scrivo.
Oggi quella di Minervino è una voce, una penna fra poche altre che portano lustro alla nostra regione, ma di cui pure nessuno parla. E il perché è facilmente immaginabile.
È stato un bellissimo primo ottobre.

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