Thursday, 30 December 2010

La fine di un'epoca?

Sarà davvero un capodanno speciale?
Molta gente attribuisce più importanza al capodanno che non al natale. In effetti, si tratta pur sempre di un nuovo inizio, anche se in maniera convenzionale, tanto per… insomma, anche se alla fine non cambia proprio una cippa lippa, no? E personalmente sono d’accordo.
Con l’arrivo del 2011, poi, chiudiamo un intero decennio. E la suggestione aumenta. Dieci anni. Quante cose accadono in dieci anni?
Putin che diventa presidente della Federazione Russa, l’Europa che si espande sempre di più, la rivoluzione ucraina e il caso Yushenko, Giovanni Paolo II muore e Benedetto XVI prende il suo posto, muore Milosevic, le torri gemelle crollano miseramente, Sarkozy viene eletto presidente della Repubblica Francese, il quarto governo Berlusconi come sessantesimo governo della Repubblica, oddio oddio… quante storie!
Ma quante ancora rimangono sconosciute, ignote? Sono le nostre storie, è anche il nostro personale decennio.
Il mio ha visto:
un progetto di matrimonio fallito miseramente e una caduta inesorabile dalla felicità più travolgente all’umore più nero – e poi la risalita. C’è sempre una risalita. E ancora: una presa di coscienza, il coming out, la laurea, due trasferimenti in due città diverse e quattro traslochi, tre contratti di lavoro, di cui l’ultimo (facendo corna) dura oramai da sette anni, portandomi in Cina, Hong Kong, Colombia, Stati Uniti d’America, Emirati Arabi Uniti, Sud Africa, Danimarca, Germania, Belgio, Irlanda… Una storia d’amore di cinque anni che mi ha segnato – succhiello e sgorbia al tempo stesso su una tavola di legno vergine divenuta icona. Dieci priscivachetti (ma non uno all’anno, bensì tutti concentrati nell’ultimo della serie) e ancora una cascata di nomi, volti, emozioni di svariate intensità di suoni e colori. Un primo romanzo improbabile, un racconto degno di un concorso (finalmente!), una sceneggiatura e una raccolta di racconti e ancora una “storia sciocca” che... «bello, complimenti, m’è piaciuto più del primo». Niente di speciale, ma piccole soddisfazioni personali. Parliamo per l’appunto di “decenni personali”. La mia prima casa, un gioco che prende le sembianze di un progetto imprenditoriale. E poi un divorzio, un matrimonio, un altro matrimonio e ancora un terzo. Tre decessi, un tentato suicidio e cinque neonati più una sclerosi multipla.
E tante parole. Parole... Semplici parole che lasciano il segno, come la carezza più dolce o come un pugno in pieno volto:
«Mi dispiace deluderti, ti sei fatto un’idea sbagliata», ma anche «Ho voglia di te», oppure parole di amici veri, come «A volte mi sembri, come direbbe Vittorini, un lago gonfio gonfio che non sa dove straripare. Ma se hai bisogno di parlare sappi che su me puoi traboccare», ma anche di avventure-meteore «In questa terra di agrumi almeno un limone lo volevo!», di conferme «E io di più», di rimprovero «Hai fallito anche in questo», di riconoscenza «Grazie per aver arricchito così la mia vita. Ti voglio bene» e «Giusto perché non vorrei che te ne dimenticassi, ricorda che ti voglio bene… Un bacio».
Un decennio tutto mio, molto diverso eppure (ci metto la mano sul fuoco) molto simile al vostro.
La fine di un'epoca per alcuni. Il nulla per altri.

Sunday, 26 December 2010

25 dicembre 2010


Prosegue il programma “7k7g” (7 kili in sette giorni). Ero partito bene, devo essere sincero, ma ieri ho sforato alla grande.
Per sette giorni che rimarrò a casa, invece che mettere su solo un kilo al giorno, ne metterò due. Mi consola il proverbio: «Sotto la panza la ghe la sustansa!»
Quindi inziamo:

per tradizione la prima portata della colazione del 25/12 a casa mia consiste di tagliolini in brodo (tanto per rimanere leggeri, o meglio averne quantomeno l’illusione) e poi,
carne lessa
salsiccia piccante
rape soffritte
roastbeef
capretto
insalata
pecorino
giuncata
caciocavallo
finocchi
peperoni sott’olio
patate al forno
cavolfiori gratinati al formaggio
névule (o cartuzze)
crustuli
chinuliddi
giuggiulena
fichi ricoperti di cioccolato
scorzette ricoperte di cioccolato
pandoro ricoperto di cioccolato fondente e frutta brinata e zuccherata
vino rosso di Cirò
spumante
caffè (amaro, che lo zucchero fa male!)
limoncello

Quando impareranno che a natale si devono regalare solo abbonamenti per la palestra?
Breve uscita con gli amici dopo cena (a base di brodo - quello avanzato a pranzo) per due vodka-tini e un negroni da tre euro l’uno e scambio di regali. La gente intorno trascina lo stomaco over-size e alcuni, come me, trascinano a terra anche la faccia molle per l’acol e l’opera incessante di strafogamento.
La cosa peggiore in tutto ciò è che più mangio, più non riesco a fermarmi. Cerco d’ingannare lo stomaco inghiottendo quintali di clementini, ma quello continua a reclamare i dolci fritti e ammelàti che mi fissano dalla coppa sul tavolino del salotto…

Saturday, 25 December 2010

24 dicembre 2010


Le danze sono iniziate.
Cercherò di ripercorrere la cena da 24 portate della vigilia di Natale, sperando di riuscire a ricostruire il pranzo da 25 portate che mi aspetta a breve. Nella foto, ecco cosa intende mia madre quando gira per casa urlando: «Madonna, devo ancora preparare il pandoro!»
Dunque, ieri sera:

Gnocco fritto al sugo di pomodoro
Linguine alle vongole
Baccalà in umido con peperoni
Merluzzo in maionese
Gamberetti
Seppie in umido
Piselli
Pomodori verdi fritti piccanti
Insalata mista
Cipuddizze
Funghi sott’olio al peperoncino
Treccia di mozzarella da kilo
Provolone
Giuncata
Ricotta
Caciocavallo intostato
Pane di forello
Panettone al pistacchio (con crema di pistacchi)
Pitta ‘mbrigghiata
Millefoglie ai frutti di bosco
Croccante
Verdicchio di Sardegna
Spumante
Amaro
Caffè

Friday, 24 December 2010

L'armadio delle meraviglie


Se ci sono due punti fermi nella mia vita (che spero cadranno il più tardi possibile) questi sono:
1) che tornando a casa, in Calabria, man mano che “scendo” la temperatura si alza;
2) che una volta messo piede in casa, l’armadio delle meraviglie non delude mai.

L’armadio delle meraviglie è la credenza della cucina di mia madre.
È il primo posto dove io e i miei fratelli ci dirigiamo appena entrati. Sapete, mentre uno chiede, l’altro racconta, l’altro si libera dei bagagli all’ingresso e la mamma prepara una buona tazza di caffè… È un movimento automatico, il nostro.
Le ante alte e grigie sono lì che riflettono sempre la stessa luce solare di ogni mattino; quasi ipnotiche, nemmeno se ci chiamassero saremmo così ubbidienti nell’avvicinarci… per affacciarci su un mondo che quasi stavamo per dimenticare.
Sembra di piombare ogni volta nella fiaba di Willy Wonka.
Zaf! Un’odore dolciastro di miele e mandole e nocciole ci avvolge – i crustuloli, il croccante, i chiniluddi. L’armadio della cucina sotto natale non ha nulla da invidiare a quello della favola di Narnia.
Il massimo dell’esperienza olfattiva, poi, è quando l’odore dei dolci si mescola a mezz’aria con quello del brodo di carne e della pasta di casa, del roastbeef, dei fritti.
Insomma, regà, è il solito rientro per cui dico che, alla fine, val bene una sgomitata a stazione Rogoredo fra la folla calabra che si stipa in sedici pullman, e tredici ore di viaggio con sole due soste pipì.
La cena è pronta. La mia panza pure.

Thursday, 23 December 2010

Merry strano X-mas

Ci sono quei momenti che ti buttano a terra (come il natale), è vero, ma ce ne sono tanti altri così felici, ma così felici che ti portano in alto, fino alle stelle.
Che strano, per molti di noi l’immagine più usata per esprimere il massimo della gioia è proprio il cielo, invece per mia nonna (quella materna, che pure ha sempre vissuto quasi solo in funzione del cielo e di tutti i santi che lo abitano) era… il treno! Non diceva mai “Ti voglio un bene dell’anima”, ma “Ti voglio un treno di bene”, oppure “Ti voglio un bene… ma un bene… grande come un treno!”. Ho sempre sorriso di fronte a queste sue espressioni che facevano sì che l’associassi a quella razza di conservatore impunito che era Lev Tolstoj che, in fondo, della macchina-treno aveva paura. Durante gli ultimi anni dell’Ottocento esso rappresentava il progresso, i cambiamenti. E Tolstoj, appunto, non era “tanto per la quale”. Si dice così, no? Insomma che, per non perdermi per oltre, arrivo subito al punto: che siano momenti tristi, o momenti felici credo ci sia sempre almeno una persona nella nostra vita che è la prima cui piombiamo in casa o, se nell’impossibilità di assaltarla fisicamente, la prima che telefoniamo. E se proprio siamo senza credito, oppure il cellulare c’è appena caduto nello scolo della fogna per strada, la prima persona a cui rivolgiamo il nostro pensiero.
Io no. Non ne ho una in particolare, ma in particolare tante. La mia famiglia. Ancora una volta ho toccato con mano la fortuna di far parte di questa famiglia, la mia famiglia, con tutti i difetti che pur l’inghirlandano. Non ho proprio nulla di cui lamentarmi. Dico il vero se, soprattutto ascoltando le persone che mi circondano, a volte quasi mi viene da vergognarmi del fatto che siamo così felici nonostante i divorzi, le malattie e chi più ne ha più ne metta. E sono fortunato soprattutto perché, anche se il mio pensiero va a chi della famiglia non c’è più, ecco che di quella persona conservo talmente tanti ricordi felici che è come se l’avessi accanto.
Eppure, il pensiero non va solo a loro. Ci sono anche gli amici del cuore, quelli su cui so che posso sempre contare. Due o tre, per carità. Non di più.
E in fine – gli sconosciuti.
Vi è mai capitato di ritrovarvi seduti al bar, o in una sala d’aspetto, annoiati o distrutti dal dolore e – PAM!, quando la donna o l’uomo che vi sta seduto accanto vi rivolge la parola voi iniziate a riversargli addosso il vostro malessere, raccontando i cazzi vostri sicuri che tanto 1) non gliene rimarrà ricordo perché non gliene può fregare un fico secco 2) non lo rivedrete mai più e quindi “machissenefrega”?
E comunque meglio così che non l’alessitimia. Oramai da un anno ero convinto di esserne affetto – quella difficoltà a descrivere i miei sentimenti, a “distinguere gli stati emotivi dalle percezioni fisiologiche”. E poi questo mio continuo instaurare relazioni di dipendenza con chiunque o, in alternativa, l'isolamento… “uno stile di attaccamento insicuro-evitante, caratterizzato da un bisogno talvolta ossessivo di attenzioni e cure”.
Non è il mio ritratto?
È così, alla fine, capita che alcuni di noi si attaccano a perfetti sconosciuti che ci hanno prestato orecchio, anche solo per una mezz’ora al bancone del pub, dove stavamo affondando lo sguardo in una Guinness buia come una notte senza stelle. E da lì ancora una parola e poi un’altra, per finire con lo scambio dei numeri di telefono fino a che non lo presentiamo ai nostri genitori… e la frittata è fatta.
Come c’ero arrivato qui? Cosa volevo dire?
Ah sì, buon natale ragazzi!

Thursday, 16 December 2010

Il regalo giusto - seconda parte


(...Segue)

E quindi eccolo – il rifiuto. Rifiuto e rammarico, o delusione malcelata per un regalo non gradito o per un’aspettativa tradita. Perché chi abbiamo di fronte magari c’immaginava in un modo e, invece, ci ha riscoperti in un altro.
Capita a noi di essere delusi, perché non potrebbe capitare che siamo noi a deludere qualcuno?
E quindi attenzione, perché in effetti i ragazzi inviano un sacco di segnali decifrabili per il rifiuto. Come al solito, seguendo pochi consigli di alcuni comportamentisti, basta concentrarsi su ciò che il corpo dell’altro ci dice.
1. Che siate seduti o all’in piedi, è chiaro che non è più interessato a voi se col corpo prende le distanze
2. Lo stesso, se si agita e si dondola avanti e indietro, scuotendo il piede, o giocherellando con le dita
3. Se indietreggia quando tentiamo di avvicinarci a lui (beh, credo che a questo punto l’avrei intuito anche io!)
4. Se incrocia le braccia sul petto coi dorsi delle mani rivolti verso l’esterno (questa mi sembra più la posizione imposta a un defunto, comunque…)
5. Se gira i piedi in direzione opposta alla vostra
6. Se tiene le mani in basso quando si parla di voi e continua a indicare se stesso, non voi
7. Se i suoi muscoli sembrano tesi, rigidi
8. Se continua a rompere il contatto visivo guardando qualcun altro o qualcosa d'altro
9. Se anche vi guarda solo di ¾
10. Se non riesce a sorridere se non a denti stretti
C’è qualcuno fra questi segni che vi suona familiare? “Che palle”, eh? Lo so… eppure capita.

Prendetela così: pensate che il fratello di una mia cara, anzi carissimissima amica, dopo 16 anni di fidanzamento ha scoperto casualmente, proprio in occasione della consegna di un dono, che per quasi la metà degli anni di fidanzamento la sua donna (psicopatica e con disturbi vari della personalità, direi) stava contemporaneamente con un altro uomo - anche lui ignaro di non essere l’unico e il solo. Meschini! Pensate ancora che un caro ragazzo mi ha scritto ieri di aver vissuto una storia d’amore che s’è rivelata non proprio stupenda come lui la immaginava (non vado nello specifico) solo dopo aver acquistato due biglietti aerei per una destinazione esotica che la sua dolce metà aveva sempre desiderato visitare. Insomma che, come queste, ci sono tantissime altre storie da far impallidire il mio umile “Volevo essere Miranda” e che possono farci intendere come non sia mai troppo tardi, e che affafòttere i regali sprecati, capsius!, e che sì, meglio sfanculare i regali, meglio i regali a vuoto che anni della nostra vita buttati al vento.

Proprio il mese scorso, poi, è uscito il libro del dott. Lillian Glass (colui che insegnò a Dustin Hoffman come fare per apparire come una vera donna sul set di “Tootsie”) dal titolo: “Men Toxic”. Lillian Glass individua nel suo libro gli uomini che ha definito come “Men Who Make Your Life Miserable” e che classifica come “Emotional Refrigerator.”, “Angry Bullying Control Freak”, “Wishy-Washy Spineless Wimp”, etc… Praticamente gli equivalenti americani dei miei “piscivrachetta”, dei “giovani Walter” della Littizzetto.
E chi se ne frega se ci facciamo concorrenza! Insomma, se oggi in molti scrivono della categoria che potremmo riassumere semplicemente come “uomo-merda” un motivo ci sarà pure, no? E se ciò può aiutarvi, anzi aiutarci a portar salva a casa la pellaccia…

Allora sono questi libri i regali giusti? Specie di scudi da sfoggiare che dicano “Guai a te, se ci provi ti spezzo le gambe”?
È davvero così importante?
No-o-o. non credo proprio. Per me, per esempio, scrivere di queste cose ha solo un valore terapeutico. Come ha già scritto White, si tratta di romanzi e articoli della specie “Devi soffrire per me/Perché io ho sofferto moltissimo per te”.
Ma la sofferenza in amore non è possibile evitarla, segnali o non segnali, regali o non regali.
Ricordo che, subito dopo la laurea (o poco prima) regalai alla mia Stella, per natale, un anello. Volevo sposarla. Un regalo troppo grande? Forse, visto che alla fine (dopo una serie di vicende con cui non vi tedio, ma che comunque non mi assolvono per il mio comportamento da uomo-merda) fui io a rompere.

Oggi la mia collega d’ufficio, l’amata Tinìnx che siede alla scrivania di fronte alla mia e a cui, inevitabilmente, con le mie gambe troppo lunghe faccio il piedino da mattino a sera, quando ha letto il prezzario del post precedente è sbiancata.
«Io ho speso… Aspetta un po’…» ha acceso la calcolatrice e: «150 euri!»
«E da quanto state insieme, gioia mia?» le ho chiesto.
«Da tre mesi» ha sussurrato quasi vergognandosi.
«Uao. Gli hai fatto un regalo adatto per una relazione da sei mesi» mi sono messo a ridere.
«E volevo aggiungere anche un profumo! Meno male che non l’ho comprato».

Vi sembra giusto?
No, non si prezza l’amore. Ma allo stesso tempo non possiamo fare a meno di interrogarci, e neppure di avere paura di ciò che ci aspetta, di quello che verrà.
Ecco che, forse, il regalo più grande non solo per il nostro lui, ma anche per noi è rimanere calmi, rilassati, fiduciosi che tutto andrà per il meglio. Attenzione! Ciò per me non vuol dire “vivere alla giornata”, come viene viene, quel cazzo di dannato carpe diem che va bene finché uno ha venticinque anni. No, quella è una cosa diversa.
Solo, pensiamo che per una volta potremmo non essere noi “quello prima di quello giusto”. Bisogna scendere adagio nella nuova storia d’amore, sicuri di noi stessi (chi non ha talento insegna, si dice).
Come quando volete fare il bagno in piena fase digestiva e prima pucciate l’allucione e poi vi rendete conto che vi state per immergere in una fonte termale, calda e accogliente che non potrà mai farvi del male (sempre che non vi agitiate troppo).

Tuesday, 14 December 2010

Il regalo giusto - Prima parte


Osservando le coppiette che a ogni angolo di strada si vengono incontro, si abbracciano e poi si scambiano i regali, ho pensato che, forse, un vantaggio dell’essere single a natale è che almeno si risparmiano un po’ di soldini. Secondo alcuni non si deve mai regalare un buono che sia per un CD, per esempio, né se per un capo di abbigliamento. Regalare i buoni, infatti, è il modo più adatto per frenare lo sviluppo di una relazione magari appena avviata, la qual cosa potrebbe non coincidere con i vostri intenti.
D’altra parte, regalare qualcosa di eccessivamente sdolcinato o romantico può trasmettere un messaggio altrettanto sbagliato, ossia che siete disperati o delle persone appiccicose.
Ciò che è certo è che, solitamente, le donne sperano in un regalino romantico; gli uomini sperano in qualcosa di tecnologico, comunque più “freddo”. Oppure che – finalmente e semplicemente - gliela si dia.

Ma insomma, quanto si dovrebbe spendere per un regalo destinato a una nuova fiamma?

Alcuni quotidiani hanno stilato un listino che legge:

$ 50 (circa € 40) se la relazione va avanti da meno di due mesi
$ 100 (circa € 80) se la relazione va avanti da quattro mesi, o giù di lì
$ 200 (circa € 150) se la relazione va avanti da sei mesi, o giù di lì
$ 300 (circa € 230) se la relazione va avanti da nove mesi
fino a $ 500 (circa € 380) se la relazione va avanti da un anno

Per quanto mi riguarda, ribadisco che, da deficiente che sono, quando do il via a una relazione è perché sono molto preso. Non è la prima volta che scrivo di questo mio atteggiamento canino a ogni inizio di relazione - quello di buttarmici con tutte e due le scarpe, a piedi uniti e senza tapparmi il naso.
Diciamo pure che sono uno di quelli appiccicosi di cui sopra e per questo ecco che mi è capitato più di una volta di ritrovarmi a fare regali più importanti di ciò che la relazione in essere poteva richiedere (e anche delle persone a cui i regali erano destinati).
In realtà, però, credo che per quanto sia un atteggiamento stupido e infantile, sia anche molto difficile prezzare l’emozione che in quella precisa contingenza ci spinge a comprare una cosa piuttosto che un’altra per una persona che sentiamo intimamente vicina a noi.

Ricordo in particolare il primo uomo conosciuto a Milano. All’epoca viveva in una paesino sul lago di Varese. Ci eravamo conosciuti on-line e aveva un nick-name che faceva presagire il paradiso – Angel-e-qualcosa .
Era più grande di me di sei anni, e scoprii ch’era il rampollo di una nota famiglia di stilisti solo la sera che c’incontrammo per la prima volta dal vivo, nel centro città e precisamente davanti alla boutique di Dolce & Gabbana.
Alto, proprio un bel ragazzo, occhiali modaioli, testa rasata e giubbotto di pelle, jeans stretto sulle cosce muscolose e stivali di cuoio, sorriso killer e voce profonda come le grotte di Castellana.
Al contrario, io mi presentai con le mie scarpe da ginnastica logore, blue-jeans come al solito troppo largo e giubbotto macchiato dei cocktail della sera prima e puzzolente di fritto – praticamente un “bovaro”, come mi definì una volta il regista Guardì durante le prove di una puntata di “Domenica in”.

Ero così emozionato! Il mio primo appuntamento mi aveva gelato il sangue nelle vene (ma anche in tutto corpo cavernoso).
Infatti, prima di quell’attesissimo momento il mio “Angel” era stato l’unico che quasi ogni sera aveva ascoltato i miei sfoghi, mi aveva incoraggiato mentre prendevo la decisione di affacciarmi sull’universo gay, mi aveva spiegato come funzionava la vita di un ex-etero come lui che aveva mollato di colpo la donna che amava appena si era reso conto che si stava “arricchionendo” – insomma avevamo alle spalle quasi l’identico vissuto e iniziai a credere che, forse, avremmo continuato a vivere questo destino comune l’uno al fianco dell’altro per sempre.

«Un piccolo pensiero per te».
Non era ancora natale, ma pensavo che un regalo fosse il minimo dopo tutto ciò che lui aveva fatto per me.
«Oh, grazie. Lo prendo dopo. Adesso entriamo. Devo comprare un paio di cose. Ti secca?» mi disse.

E come poteva seccarmi? Era anche la prima volta che mi sarei introdotto da D&G.
“Un paio di cose” significò che comprò davvero solo un paio di pantaloni e una t-shirt che si sarebbe potuta scambiare con la pezza con cui Cenerella pulisce il pitale della matrigna nel film della Disney, solo, al modico prezzo di seicento euro. Fu alla cassa, quando tirò fuori la carta di credito (e mia zia mi telefonò da Cosenza urlando tanto che l’usciere del negozio quasi mi disse: “Salutamela!”) che lessi quel cognome.

Tutto andò avanti come in una fiaba, fino a quando non uscimmo dalla boutique e c’incamminammo verso il parcheggio sotterraneo di piazza Diaz.
«Grazie, non dovevi» sorrise ancora afferrando il mio presente.
«Figurati» sussurrai.
La voce troncata dalla glottide che per sbaglio rispedì metà frase dritto verso lo stomaco, dove si poggiò come un macigno.
«Allora, andiamo da me per…?»

…Chiamatemi pure deficiente, ma, ragazzi, non me la sentii. E così scossi pian piano il capo, sapendo che dopo pochi istanti avrei scorto il suo sguardo abbassarsi inesorabilmente…

Non fu quella sera che troncammo ogni tipo di rapporto, ma comunque non ci volle molto altro tempo. Da lì a due giorni sarebbe sparito nel nulla (ebbene sì, anche i ricchi sono piscivrachetti) e così avrei imparato a riconoscere i segnali del rifiuto, quelli che riguardano non solo un dono non gradito (e sprecato), ma riferiti proprio a me come persona.

(Continua…)

Sunday, 12 December 2010

Mi metto con Babbo Natale


Milano sotto natale.
Non c’è nulla di più bello che passeggiare per le strade di Milano prima delle feste natalizie.
Non ti puoi muovere, sei schiacciato da donne e da uomini impazziti, alla ricerca dei regali adatti per il proprio fidanzato e la propria fidanzata. Ciò che mi piace di più è che, cercando di camminare (potremmo dire: sgomitando) si possono sentire i commenti felici (e gli insulti) in ogni lingua possibile – americano, inglese, spagnolo, turco, russo, indiano. Una folla eterogenea che amo, ma che, a volte, mi fa sentire ancora più solo, soprattutto se, da solo, ho deciso di andarmene in giro anch'io a comprare regali.
Ormai che ho imparato ad andare al cinema da solo e da solo al ristorante, “Cosa mi può fare una passeggiata in centro?” [sott.: da solo] mi sono chiesto. Ingenuo! Infatti, anche quest’anno ho avuto i miei patetici quindici minuti. Ma è inevitabile se ti ritrovi (da solo) in mezzo a parco Palestro che in questi giorni invece che puzzare di fogna come al solito (come le segrete della Feltrinelli in Duomo) profuma di fritto e miele, fra due file di bancarelle, a fare lo slalom fra le coppiette per giungere alla pista di pattinaggio su ghiaccio dove, sospinti dalle note sdolcinate della "X-mas Compiation", accroccano e barcollano come ubriachi felici altre coppiette e marmocchi di tutte le taglie, rossi in volto come i neonati sotto sforzo quando cacano il pannolino.
Per fortuna basta poco per riprendersi - fuggire dal parco, uscendo su porta Venezia e, quindi, su corso Buenos Aires e riprendere una bella boccata, sentire il cuore riaprirsi alla vista della fauna gay più sbizzarrita mai vista durante l’anno intero.
Passeggiando, mentre i pacchetti urtavano continuamente le ginocchia, ho riflettuto se quest’anno sia meglio per me chiedere a Babbo Natale un fidanzato figo e fedele, oppure un amico del cuore.
Anche se credo che non ne siano rimasti più né degli uni né degli altri, devo dire che non sono ancora giunto a una conclusione definitiva.
Una volta gli amanti erano anche amici. Poi c’è stato il periodo in cui avevi l’amante e, in più, l’amico - uno che poteva garantire quella connessione emotiva di cui era priva la storia d’amore che stavi vivendo. Poi c’è stato l’ex che è ritornato sulla scena, reinventandosi come migliore amico, ma che, purtroppo, nutriva ancora sentimenti tutt’altro che solo amicali e, quindi, era un continuo rampognarsi a vicenda perché quando uno dei due è innamorato hai voglia a cercare di chiarire…! Non c’è storia. Le strade procedono parallele, verso obiettivi diversi su cui investire tutte le proprie energie.


Insomma che, alla fine dei conti, ho fatto una serata fuori da solo, sentendomi solo fra gli ex-amanti, gli ex-amici e gli ex-amici-amanti che mi passavano accanto aggrappati alle braccia delle loro nuove conquiste e che pur sorridevano incrociando il mio sguardo, agitando quelle loro manine del cazzo sibilando quei loro “Ciao-o-o!” del cazzo che mi facevano strisciare le palle sui marciapiedi.


Ecco: ora penso di avere l’orchite. Più patetico di così?
Forse meglio chiedere a Babbo Natale di regalarmi una carriola per portarmi al giro gli zebedei.
O forse meglio chiedergli… Chissà? Secondo voi può essere che Babbo Natale sia frocio? In fondo, si è sempre sparlato di lui e della Befana, ma alla fine sono state sempre e solo voci, no? Sarebbe l'ideale: un uomo saggio tutto per me, in una casetta confinata ancora non ho capito dove, ma di sicuro in un luogo dove non ti rompono con la storia delle elezioni anticipate, eccetera; circondati dagli animali e 364 gg. all'anno lontani dai marmocchi piagnoni, ché tanto se hai nostalgia ci sono i nani, ma almeno con quelli ci puoi ragionare.
Senza contare il vantaggio di essere circondato da "pacchi" di tutti i tipi!

Wednesday, 8 December 2010

Lui e la sua libreria (capire se è un piscivrachetto da ciò che legge)

Si racconta spesso di amori nati fra le corsie dei supermercati (vd.: “Volevo essere Miranda Hobbes”), ma devo essere sincero: al di là di tutto, io ho sognato più volte di ritrovarmelo di fianco in libreria, il vero amore.
Accarezzando i dorsi variopinti dei vari volumi, sono curioso di vedere dove vanno a poggiarsi le mani di chi mi sta di fianco. Ne scruto l’espressione mentre sfogliano le prime pagine del libro che stanno per scegliere, soprattutto se si tratta di un libro che ho già letto. Anche alla cassa, mi capita spesso di sbirciare la scelta di chi ho davanti e, quindi, cerco d’immaginare la sua biblioteca personale.
Così come si può capire chi abbiamo davanti studiando con attenzione il suo abbigliamento (vd.: “Mostrami il cassetto e ti dirò chi sei”) allo stesso modo la biblioteca personale del ragazzo che ci ha invitato a cena domani sera potrà rivelarci i suoi interessi, l’orientamento politico-religioso e non solo questo.
Finanche il modo di disporre i propri libri nella libreria (se in fila per colore, per autore o per titolo, oppure se impilati alla rinfusa) ci può raccontare qualcosa in più della personalità dell’uomo che potrebbe diventare il nostro prossimo compagno. Per esempio, credo che un domani chi avrà voglia di essere invitato a cena a casa mia sarà avvantaggiato, in quanto mi piace scrivere spesso delle mie letture preferite (o anche soltanto degli autori).
Ma Kelly Jones di "Lavalife" ha analizzato alcuni esempi concreti in “Loser or Lover? What Bookcases Reveal”, da cui, come al solito, emerge che non ci sono letture giuste e sbagliate, così come non ci sono persone giuste o sbagliate. Solo, ci sono letture e persone più o meno adatte a noi. Allora è bene imparare a riconoscerle.

«Verità e Fiction:
«Ci sono due generi di lettori: lettori di fiction e lettori di non-fiction. Mentre i primi affermano che c'è più verità, bellezza ed elementi utili alla comprensione del mondo e della psiche umana nella fiction, i fan della non-fiction ritengono che l'apprendimento attraverso storie fantastiche non si possa paragonare alla schiettezza dei fatti, all’evidenza dei dettagli di ciò che è realmente accaduto. Penso che sia giusto dire che hanno entrambi ragione».
I primi, forse, sono tipi più sognatori, i secondi sono più con i piedi per terra. Si può discutere, quindi, anche di affidabilità…? Per esempio, a me fanno un po' paura i tipi che hanno nella loro libreria solo libri di fantascienza, del tipo "Star Trek", "Star Wars", "X-Files", "Aliens", ecc... ecc...
«Qualità vs. quantità:
«Non fatevi intimidire da una stanza piena di libri impilati dal pavimento fino al soffitto. Chiunque può comprare un baule pieno di libri tascabili per pochi soldini e farne una biblioteca. Ricordate che [indipendentemente che sia adatta a voi, o meno] esiste una letteratura di qualità e che - senza offesa per V.C. Andrews –, solo dopo di essa vengono le letture di svago. Un'occhiata ai nomi degli autori esposti e alle copertine (sgargianti e brillanti, oppure in un formato tascabile standard piuttosto che edizione rilegata) vi darà un’idea della qualità delle letture di una persona».
Se ha collezionato una serie di libri dello stesso autore o poeta, di certo dà l'idea di una persona che pensa i suoi acquisti, di un "critico", nonché la propria preferenza per un certo stile di scrittura. Quindi si presume che abbiamo di fronte un lettore esperto.
«L’ordine di chi legge:
«Alcune persone conservano i loro libri in ordine alfabetico, o per autore [è il mio caso], o per titolo; altri per genere o per argomento [anche questo è il mio caso, così come l’ordine “per lingua”]. Molti allineano i propri libri per ordine di grandezza – i paperback qui, quelli rilegati là, i fumetti porno sotto il materasso... Ma questi sono solo i modi più ovvi di ordinare una biblioteca personale. Infatti potreste trovarvi di fronte a scaffali senza un ordine apparente. Non fatevi ingannare. Sono poche le librerie che non ne hanno uno».
Quindi, tocca a noi scoprire qual è. Per esempio, una volta mi è capitato di conoscere un tizio che conservava i suoi libri per ordine cronologico, cioè in base a quale aveva letto prima, ma c’è anche chi riordina la libreria in base alla data di pubblicazione dei volumi. Credo che il modo di organizzare le proprie letture sia ciò che rivela di più della persona che stiamo frequentando.
«Se i suoi libri si affacciano in maniera ordinata dalla libreria e gli scaffali sono addirittura etichettati in ordine alfabetico, quasi come uno schedario, ecco che potreste trovarvi di fronte a un’organizzazione di tipo “anale”. Allo stesso modo, potreste scoprire che la vostra ultima conquista è un tipo un po’ sventato, strampalato, se tutti i suoi libri sono semplicemente accatastati a terra, in piccoli mucchi lungo il corridoio di casa, e magari con una copertina di plastica fatta in casa».

E così, Kelly Jones continua con altre descrizioni di tipologie di uomini, fra cui la seguente che trovo sia quella che mi appartiene in assoluto:
«Amore condizionato:
«I libri che sono scarabocchiati, pieni di commenti o sottolineature possono indicare un paio di cose. È possibile che la vostra ultima conquista abbia comprato molti dei suoi libri di seconda mano (il che potrebbe essere un buon segno, in quanto potrebbe significare che è un tipo rispettoso dell'ambiente e attento alle proprie spese), o forse che è uno che usa i libri per prendere appunti, proprio come a scuola (la qual cosa è vista da molti come un sacrilegio, da altri come una sorta di approfondimento accademico)».
Personalmente, commento e sottolineo le parti che preferisco di più, e non solo. Vado anche un po’ oltre, ma non scrivo qui in che modo per paura di apparirvi al limite con il maniacale. A ogni modo, dice la Jones, in quest’ultimo caso siamo di fronte a un tipo sentimentale, oppure a un pensatore.
Se poi tutti i volumi hanno ancora un segnalibro intrappolato fra le pagine come a dire che il proprietario non ha finito di leggerli, allora possiamo chiederci se non siamo per caso di fronte a un tipo che non riesce a portare a termine le cose.

«Edizioni di lusso:
«Le edizioni di lusso spesso sono dei regali da parte di familiari e di amici che hanno scoperto un nostro interesse particolare [a volte incomprensibile per qualcuno], come per esempio la passione per i tavoli esotici da biliardo».
Ebbene, questi libri dalla copertina rigida e lucida, tutti da sfogliare, quelli che gli inglesi chiamano “coffee-table book”, di solito riportano sulle prime pagine una dedica da parte di chi li ha regalati. Se ne troviamo uno in casa della nostra nuova conquista, sfogliamolo velocemente e scopriremo se effettivamente il nostro lui è stato il destinatario di un presente, nel qual caso il libro ci dirà di più sulla sua famiglia, o sui suoi amici e sulla sua personalità. Capita quasi a tutti, in libreria, di essere attirati da questi grossi coffee-table book e di desiderare di portarli a casa per sfogliarli con calma, ma secondo Kelly Jones è raro che qualcuno si spacchi la schiena per portarne uno via con sé e che, se a casa se lo porta, allora quasi sicuramente giustifica la spesa con il fatto che comunque quel volume sarà un’edizione da collezione da esibire sul tavolino in salotto. In altre parole, se il nostro amante acquista un coffee-table book lo scopo potrebbe essere che vuole far sapere a ai suoi ospiti di avere un «hobby affascinante», un interesse molto speciale, particolare.
«Fatti concreti:
«Dizionari, atlanti, guide… Forse queste letture non possono mai considerarsi come negative. È lecito ritenere che quanto più una persona abbia sui propri scaffali libri di questo genere, tanto più c’è la possibilità che si tratti di un individuo interessato alla scrittura, alla lettura e all’apprendimento in genere».
Un’occhiata rapida ai suoi manuali e dizionari ci dirà quali sono davvero i suoi interessi (ammesso che ne abbia). Per esempio, ciò che nessuno può ancora trovare in casa mia è un dizionario medico, o una di quelle enciclopedie delle piante e dei fiori, né un dizionario dei nomi per neonati. Al contrario potete trovare uno o due volumetti sul sesso tantrico, una piccola collezione di libri di ricette calabresi e regionali in generale, alcuni atlanti geografici (che peccato non si usino più dall’avvento di Google Earth).
Ancora, ciò che non troverete mai in casa mia sono i libri in bagno. Un argomento, questo, che identifica la nostra ultima tipologia d’uomo: il lettori da cesso.
Per quanto mi riguarda trascorro sul water all’incirca cinque secondi “a seduta” e, poiché non ho la vasca da bagno in cui stravaccarmi, ecco che di libri in giro, in bagno – nichts. Al contrario, tengo in terra, di fianco a un carrellino porta-cazzate, un grosso piatto di legno su cui sistemo le ultime riviste lette. Ciò che troverebbe un eventuale ospite che oggi dovesse chiedermi di andare in bagno è: gli ultimi due numeri di “Heavy Lift”, gli ultimi tre di “L’uomo Vogue”, l’ultimo di “Russia-Italia, ieri oggi e domani”, e qualche vecchia edizione di “Lufthansa Magazine” e di “East” che ancora mi duole buttare via. Ma al di là di ciò, cioè dello scoprire se il nostro ultimo appuntamento soffre di stitichezza o meno, c’è da considerare che non sono pochi quelli che mi hanno confessato di conservare proprio in bagno il materiale pornografico più scottante. In tal caso, una piccola sbirciatina in giro dopo aver lavato le mani potrebbe soddisfare qualche piccola curiosità sui gusti più intimi del nostro uomo.
E se invece arriviamo a casa sua e scopriamo che non ci sono libri in giro? Come la prenderemmo?

Tuesday, 7 December 2010

Liquirizia


La prima volta che ho preso in mano la sceneggiatura di Renato Pagliuso mi sono sovvenuti due ricordi.
Il primo, dopo aver letto il titolo, risale al periodo felice della mia infanzia quando, appena arrivati a Rossano da Siena, mia madre portava mia sorella e me a Lido Sant’Angelo e, dopo che lei aveva preso lezioni di equitazione (all’epoca c’era un piccolo maneggio subito dopo il ponte, andando verso contrada Momena, dove sorge ancora una casamatta ricoperta da erbacce), passeggiavamo sulla spiaggia e noi piccoli c’intrufolavamo nei campi adiacenti dove pascolavano le vacche, perché proprio lì, sotto le loro enormi torte secche di cacca, crescevano le radici di liquirizia più “pure” e grosse. Ce lo aveva insegnato nostro padre, come si tirano le liquirizie, così come ci aveva inseganto cos’erano i “sucamèle”.
Il secondo ricordo m’è tornato alla memoria alla fine dell’intera lettura e riguarda il periodo delle scuole elementari, quando due bambine più grandi ci inseguivano ogni giorno con i pattini a rotelle me e mia sorella mentre percorrevamo a piedi il tragitto per raggiungere l’edificio scolastico del rione Petra. Non capivamo perché ci desssero la caccia; poi un giorno ci si piazzarono davanti, bloccandoci la strada e alla domanda di mia sorella (è più grande di me e ha sempre cercato di proteggermi. Lo fa anche oggi che le passo almeno quindici centimetri) «Che volete da noi?», risposero: «Non vi abbiamo mai visto qui. Volevamo sapere se siete forestieri».
Avevo sette anni. Fu allora che imparai il significato della parola “forestiero” che, però, sulle loro labbra suonò più come un sinonimo di “intruso”.

E invece no. A dispetto del titolo, da “Liquirizia, le tue radici” non dovete aspettarvi un documentario sulla pianta identificata col nome scientifico di “Glycyrrhiza glabra”, e neppure un reportage sulla nota famiglia rossanese che la commercia, contribuendo a dare lustro in tutto il mondo al nostro paese. Ma qualcosa che ha a che fare con le differenze sì. E non solo.
Infatti, come per la liquirizia, le cui foglie possono svettare sul terreno fino a un metro ma alla fine è ciò che sta sotto che c’interessa, così per il film di Renato Pagliuso dobbiamo scavare le immagini con gli occhi, aprire le orecchie alle parole dei protagonisti e andare oltre.
A volte non ci si pensa, ma come le nostre tavole sono imbandite di prodotti importati da tutto il mondo, di qualsiasi genere e natura (di alcuni non riusciamo più a farne a meno), allo stesso modo dobbiamo, anzi dovremmo accettare una possibile varietà di commensali.
Appassionati delle differenze culturali fra i popoli, dovremmo imparare a esaltare anche gli elementi che ci accomunano all’altro, al “forestiero”.
Se le pizze e gli spaghetti che portiamo in tavola a pranzo e a cena ci sembrano impensabili, oggi, senza il pomodoro che le condisce, allora pensiamo a come esso sia un alimento nativo del Centro e del Sud America (per la precisione della zona compresa tra il Perù e il Messico) e, forse, ci verrà naturale chiederci: perché non potremmo mangiarli al tavolo di fianco, o allo stesso tavolo in compagnia di un uomo, o di un’intera famiglia messicana o peruviana?
Renato Pagliuso, che molti già conoscono per lavori come “Il nodo”, “Todos in Mexico”, “L’attesa”, “Il pane della vita” e “Metamorfosi”, presenterà a breve il suo ultimo mediometraggio (30’ circa) che ancora un volta è un’azione educativa attraverso le immagini, un invito ad aggiungere il famoso “posto a tavola”, a fare spazio a chi si trova oramai a vivere della nostra stessa terra.
In quest'ultima storia divenuta realtà, Liquirizia è il soprannome del protagonista, Abdul, interpretato dal giovanissimo Soheile Dine, un ragazzo marocchino trapiantato in una terra a lui estranea come la Calabria che pure, a tratti, gli è così familiare; proprio grazie alle radici di cui è tanto ghiotto (la liquirizia è molto diffusa in tutta l’Eurasia, l’Australia e l’America) e alla terra rossa ricca di minio, come quella del Marocco. Abdul vende accendini a un semaforo sulla statale 106 e, ogni tanto, si rifugia nel laboratorio della fabbrica dove viene raffinata la liquirizia e dove spia affascinato le varie fasi della lavorazione.
Succhiando radici di liquirizia, Abdul si perde in lunghi viaggi che lo conducono attraverso un intero universo onirico parallelo, evocativo e nostalgico. Affascinato dalla terra d’adozione non dimentica quella d’origine e, anzi, non fa altro che sottolinearne i tratti comuni.
Trenta minuti ricchi di intime sensazioni, di quegli sguardi fanciulleschi al mondo che, forse, molti di noi non sono più in grado di lanciare, presi come siamo dalla quotidianità scandita da ronzii di fax e dall’odore dei gas di scarico e, oggi, purtroppo anche dell’immondizia (a proposito: è vero che via Po’ è otturata e non si passa più con la macchina tanta spazzatura si è accumulata?).
In soli trenta minuti la vita di Abdul è sconvolta da eventi tutt’altro che improbabili (ma che non raccontiamo in questa sede) e che, solo all’uscita dalla sala cinematografica, sono sicuro che a molti darà la possibilità di riflettere meglio sul sottotitolo del film – “le tue radici” –, quindi sul senso concreto di quell’aggettivo possessivo: “tue”.
Ancora una volta Renato Pagliuso riesce a trasmettere il suo amore pieno di energia per il cinema, un amore totalizzante.

D.: «Ciao Renato. Riassumendo il senso ultimo di quest’ultimo lavoro…»
R.: «La storia che ho voluto raccontare con questo mediometraggio è la difficoltà che incontrano i bambini extracomunitari nell'"adattarsi" agli usi e ai costumi del paese di adozione e che, spesso, sono così differenti dai propri. In “Liquirizia” narro in particolare la storia di un bambino marocchino che si ritrova a vivere in Calabria non per suo volere, ma dove scopre che la terra è rossa proprio come in Marocco e dove, come in Marocco, cresce anche la liquirizia. Come dire che “tutto il mondo è paese”. Abdul è ancora un bambino e, quindi, governato da un istinto ingenuo che all'inizio lo spinge a credere che tutti lo amino; come tutti i bambini immagina un mondo di sogni, dove tutto è felicità, dove lui può essere felice, convinzione che, forse, gli eventi cambiano in una cautela e un sospetto preziosi per la sopravvivenza in terra straniera. Questo cambiamento spesso è un riflesso condizionato nei bambini extracomunitari che crescono ancora sotto lo sguardo indagatore delle popolazioni “indigene” che li accolgono. Lo sguardo di chi sta loro intorno deve cambiare».
D.: «Come si sono svolti i lavori, come sono avvenuti i casting? Intendo: è stato facile conquistarsi la fiducia degli attori stranieri che sono diventati i protagonisti di questo film?»
R.: «Per quando riguarda il casting, ho fatto dei provini dopo aver diffuso vari annunci fra i ragazzi e gli uomini della comunità marocchina del nostro territorio. Ma non hanno risposto in tanti. Poi, per fortuna, un giorno in sala d’attesa s’è presentato questo ragazzo marocchino, molto chiaro di carnagione, di circa 19 anni e gli ho detto che purtroppo lui era troppo grande e che ero alla ricerca di un ragazzo di dodici anni che interpretasse il ruolo di Abdul. Il ragazzo, che si chiama Yassin, mi ha detto che aveva un fratello di undici anni ma che non parlava italiano. Così alla fine è stato proprio suo fratello a ottenere la parte del protagonista. Soheile Dine recitava e Yassin gli faceva da suggeritore e interprete. Soheile Dine è un bambino che mi ha davvero stupito per l'impegno profuso nel cercare di rendere al meglio la sua parte, per l'intelligenza e la sua spontaneità... Davvero un bambino fantastico!»
D.: «Qualche curiosità sul resto dell’organizzazione?»
R.: «Abbiamo avuto un direttore della fotografia molto capace, di Bologna, e una segretaria di edizione da star, un aiuto regista, un fonico speciale... davvero una troupe di “serie A” che ringrazio molto».
D.: «Insomma, anche stavolta è andata e la storia è passata dalla carta sulla tua amata pellicola. Niente facile, eh?»
R.: «Già. Le difficoltà sono state tante, anche se devo dire che i privati hanno risposto molto bene. Piuttosto le autorità sono state assenti. È lo scetticismo per questo tipo di lavori che mi dà più fastidio nel nostro paese. Poi, oggi, oltre a questo non vanno dimenticati i tagli alla cultura. Il solo parlarne ha iniziato a lasciare il segno».
D.: «Il prossimo lavoro?»
R.: «Il prossimo… Eccolo, ce l’ho qui. È pronto. È un bel film, una storia matura al punto giusto per essere trasposta su pellicola».
Bene. Fremo all'idea di vedere "Liquirizia" al cinema, e quindi buona visione non solo a voi.

Wednesday, 1 December 2010

Metamorfosi di una generazione

Non esistono parole adatte per descrivere le sensazioni generate dagli accadimenti dei giorni scorsi. Dal suicidio di Monicelli alle manifestazioni studentesche, ai cumuli d’immondizia e agli omicidi vari.
Sapete, fra le novità letterarie di quest’anno c’è il nuovo libro di E. White “City Boy”. Inutile sottolineare che lo trovo un lavoro stupendo, come tutti i libri di White. Nel corso della narrazione della sua storia, White ricorda di essere stato un ragazzo d’indole “catastrofista”. Il catastrofismo, scrive, era forse un derivato della propria bassa autostima.
«Non avvertivo un legame con nessuno. […] sapevo come dimostrarmi interessato alle persone e come dire delle frasi carine per legarle a me, ed ero così riconoscente verso chi mostrava apprezzamento nei miei confronti da tormentarlo all’infinito. Ma era proprio questo il problema. Non smettevo di chiedermi che cosa mi riservasse. […] Per me l’amicizia non era altro che un’entente cordiale».
È questo l’ “individualismo romantico” (che vuol essere il centro dello sciocco racconto “Volevo essere Miranda Hobbes”) di cui oggi soffre anche buona parte della nostra società italiana, la nostra Generazione X(anax).
Con tutti i nostri blog e i nostri nuovi “FB-friends” c’illudiamo di un’unità che, a ben vedere, potrebbe essere solo immaginaria e più specchio di manìa di protagonismo trasbordante che di vera volontà di condivisione e così, quando si prende coscienza della crudezza della solitudine ben più reale, ecco che si precipita senza possibilità di appiglio.
Qualcuno obietterà che oggi non ci sono più eventi brutti (e bruti) che in passato. Ebbene, sarà certamente così. Basta dare una lettura veloce agli archivi on-line dei quotidiani più famosi per averne conferma. Ma ciò che forse oggi è diverso, è l’atteggiamento con cui affrontiamo la realtà quotidiana.
A ogni modo, ciò che mi domando è se sia mai possibile che un uomo forte e determinato, combattivo proprio come Monicelli si è sempre dimostrato nel corso della sua vita, può essere cambiato dagli eventi. Intimamente intendo.
Ricordo ancora una volta l’intervento illuminante e doloroso del maestro a “Raiperunanotte” del venticinque marzo scorso (rivedetelo su: http://www.youtube.com/watch?v=hEUtmhKN_1o) quando, a proposito della situazione polico-sociale dell’Italia di oggi, disse:
«[…] la speranza è una trappola, una brutta parola, non si deve usare […]. La speranza è una trappola inventata dai padroni, una cosa infame […] il riscatto non è una cosa semplice, è doloroso ed esige sacrifici».
Ci accusava di mancanza di coraggio, della deficienza della volontà di reagire.
Credo che la questione, ancora, consista nel fatto che oggi non siamo (ci sentiamo) soli soltanto a livello individuale, vale a dire persone sole (il bulgaro ucciso dai vicini di casa, a Rossano, o la piccola ginnasta sparita chissà dove), bensì lo siamo a livello collettivo. Oramai ci sentiamo malati, isolati e abbandonati in quanto collettività, in quanto popolo (sia esso inteso come popolo rossanese in lotta contro le istituzioni per respingere l’immondizia lametina, o popolo campano v/s immondizia veneta, o lombardo, o come popolo italiano in Europa, e così via…) e se anche i sacrifici li affrontiamo essi ci appaiono inutili.
Chissà quanto ha influito la schiavitù dalla malattia nella decisione ultima del Maestro, cioè se il suo gesto si può interpretare come un atto disperato, o un atto di coraggio, rivoluzionario, nel senso di “votato a rivolgere gli eventi”.
Una volta, tanti anni fa, mi sono ritrovato a tagliare la fune con cui un ragazzo s’era impiccato nel tentativo di uccidersi, mentre un medico, un vicino di casa comune ch’era sopraggiunto per primo, lo reggeva per le gambe penzoloni. Per fortuna non morì e, oggi, so che vive all’estero dopo un lungo periodo di viaggi in giro per il mondo, sperimentando i lavori più disparati e vivendo esperienze che non aveva mai immaginato. Voglia di fare, voglia di mettersi in gioco, sete di rivalsa e successo.
Monicelli non era ossessionato dal potere o dalla celebrità, o almeno è questo ciò che dava a vedere al pubblico che non lo conosceva di persona, ma se anche lo fosse stato, credo che lo sarebbe stato unicamente come White, la cui unica ossessione era di far parte di una elité culturale.
Le ossessioni della nostra generazione, al contrario, sono molte (di certo poche sono di matrice culturale) e in molti tentano di lucrarci sopra a nostro discapito. Solo che, a differenza di White e di quelli come lui che erano sì mossi da una disperata ricerca di riconoscimento, ma erano altrettanto irrequieti, oggi la nostra generazione è troppo ambiziosa e al tempo stesso troppo immota, ferma - non muove un dito. Vogliamo ottenere il cambiamento, la metamorfosi attraverso l’immobilismo mimetico, come fossimo tutti camaleonti. Ma se il mimetismo, il confondersi con la realtà circostante, può essere un’importante arma di difesa (e di attacco) nel regno animale, il nostro sembra invece più un modo di adeguarci, d’ingannare noi stessi piuttosto che il nemico.