Tuesday, 14 December 2010

Il regalo giusto - Prima parte


Osservando le coppiette che a ogni angolo di strada si vengono incontro, si abbracciano e poi si scambiano i regali, ho pensato che, forse, un vantaggio dell’essere single a natale è che almeno si risparmiano un po’ di soldini. Secondo alcuni non si deve mai regalare un buono che sia per un CD, per esempio, né se per un capo di abbigliamento. Regalare i buoni, infatti, è il modo più adatto per frenare lo sviluppo di una relazione magari appena avviata, la qual cosa potrebbe non coincidere con i vostri intenti.
D’altra parte, regalare qualcosa di eccessivamente sdolcinato o romantico può trasmettere un messaggio altrettanto sbagliato, ossia che siete disperati o delle persone appiccicose.
Ciò che è certo è che, solitamente, le donne sperano in un regalino romantico; gli uomini sperano in qualcosa di tecnologico, comunque più “freddo”. Oppure che – finalmente e semplicemente - gliela si dia.

Ma insomma, quanto si dovrebbe spendere per un regalo destinato a una nuova fiamma?

Alcuni quotidiani hanno stilato un listino che legge:

$ 50 (circa € 40) se la relazione va avanti da meno di due mesi
$ 100 (circa € 80) se la relazione va avanti da quattro mesi, o giù di lì
$ 200 (circa € 150) se la relazione va avanti da sei mesi, o giù di lì
$ 300 (circa € 230) se la relazione va avanti da nove mesi
fino a $ 500 (circa € 380) se la relazione va avanti da un anno

Per quanto mi riguarda, ribadisco che, da deficiente che sono, quando do il via a una relazione è perché sono molto preso. Non è la prima volta che scrivo di questo mio atteggiamento canino a ogni inizio di relazione - quello di buttarmici con tutte e due le scarpe, a piedi uniti e senza tapparmi il naso.
Diciamo pure che sono uno di quelli appiccicosi di cui sopra e per questo ecco che mi è capitato più di una volta di ritrovarmi a fare regali più importanti di ciò che la relazione in essere poteva richiedere (e anche delle persone a cui i regali erano destinati).
In realtà, però, credo che per quanto sia un atteggiamento stupido e infantile, sia anche molto difficile prezzare l’emozione che in quella precisa contingenza ci spinge a comprare una cosa piuttosto che un’altra per una persona che sentiamo intimamente vicina a noi.

Ricordo in particolare il primo uomo conosciuto a Milano. All’epoca viveva in una paesino sul lago di Varese. Ci eravamo conosciuti on-line e aveva un nick-name che faceva presagire il paradiso – Angel-e-qualcosa .
Era più grande di me di sei anni, e scoprii ch’era il rampollo di una nota famiglia di stilisti solo la sera che c’incontrammo per la prima volta dal vivo, nel centro città e precisamente davanti alla boutique di Dolce & Gabbana.
Alto, proprio un bel ragazzo, occhiali modaioli, testa rasata e giubbotto di pelle, jeans stretto sulle cosce muscolose e stivali di cuoio, sorriso killer e voce profonda come le grotte di Castellana.
Al contrario, io mi presentai con le mie scarpe da ginnastica logore, blue-jeans come al solito troppo largo e giubbotto macchiato dei cocktail della sera prima e puzzolente di fritto – praticamente un “bovaro”, come mi definì una volta il regista Guardì durante le prove di una puntata di “Domenica in”.

Ero così emozionato! Il mio primo appuntamento mi aveva gelato il sangue nelle vene (ma anche in tutto corpo cavernoso).
Infatti, prima di quell’attesissimo momento il mio “Angel” era stato l’unico che quasi ogni sera aveva ascoltato i miei sfoghi, mi aveva incoraggiato mentre prendevo la decisione di affacciarmi sull’universo gay, mi aveva spiegato come funzionava la vita di un ex-etero come lui che aveva mollato di colpo la donna che amava appena si era reso conto che si stava “arricchionendo” – insomma avevamo alle spalle quasi l’identico vissuto e iniziai a credere che, forse, avremmo continuato a vivere questo destino comune l’uno al fianco dell’altro per sempre.

«Un piccolo pensiero per te».
Non era ancora natale, ma pensavo che un regalo fosse il minimo dopo tutto ciò che lui aveva fatto per me.
«Oh, grazie. Lo prendo dopo. Adesso entriamo. Devo comprare un paio di cose. Ti secca?» mi disse.

E come poteva seccarmi? Era anche la prima volta che mi sarei introdotto da D&G.
“Un paio di cose” significò che comprò davvero solo un paio di pantaloni e una t-shirt che si sarebbe potuta scambiare con la pezza con cui Cenerella pulisce il pitale della matrigna nel film della Disney, solo, al modico prezzo di seicento euro. Fu alla cassa, quando tirò fuori la carta di credito (e mia zia mi telefonò da Cosenza urlando tanto che l’usciere del negozio quasi mi disse: “Salutamela!”) che lessi quel cognome.

Tutto andò avanti come in una fiaba, fino a quando non uscimmo dalla boutique e c’incamminammo verso il parcheggio sotterraneo di piazza Diaz.
«Grazie, non dovevi» sorrise ancora afferrando il mio presente.
«Figurati» sussurrai.
La voce troncata dalla glottide che per sbaglio rispedì metà frase dritto verso lo stomaco, dove si poggiò come un macigno.
«Allora, andiamo da me per…?»

…Chiamatemi pure deficiente, ma, ragazzi, non me la sentii. E così scossi pian piano il capo, sapendo che dopo pochi istanti avrei scorto il suo sguardo abbassarsi inesorabilmente…

Non fu quella sera che troncammo ogni tipo di rapporto, ma comunque non ci volle molto altro tempo. Da lì a due giorni sarebbe sparito nel nulla (ebbene sì, anche i ricchi sono piscivrachetti) e così avrei imparato a riconoscere i segnali del rifiuto, quelli che riguardano non solo un dono non gradito (e sprecato), ma riferiti proprio a me come persona.

(Continua…)

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