Tuesday, 7 December 2010

Liquirizia


La prima volta che ho preso in mano la sceneggiatura di Renato Pagliuso mi sono sovvenuti due ricordi.
Il primo, dopo aver letto il titolo, risale al periodo felice della mia infanzia quando, appena arrivati a Rossano da Siena, mia madre portava mia sorella e me a Lido Sant’Angelo e, dopo che lei aveva preso lezioni di equitazione (all’epoca c’era un piccolo maneggio subito dopo il ponte, andando verso contrada Momena, dove sorge ancora una casamatta ricoperta da erbacce), passeggiavamo sulla spiaggia e noi piccoli c’intrufolavamo nei campi adiacenti dove pascolavano le vacche, perché proprio lì, sotto le loro enormi torte secche di cacca, crescevano le radici di liquirizia più “pure” e grosse. Ce lo aveva insegnato nostro padre, come si tirano le liquirizie, così come ci aveva inseganto cos’erano i “sucamèle”.
Il secondo ricordo m’è tornato alla memoria alla fine dell’intera lettura e riguarda il periodo delle scuole elementari, quando due bambine più grandi ci inseguivano ogni giorno con i pattini a rotelle me e mia sorella mentre percorrevamo a piedi il tragitto per raggiungere l’edificio scolastico del rione Petra. Non capivamo perché ci desssero la caccia; poi un giorno ci si piazzarono davanti, bloccandoci la strada e alla domanda di mia sorella (è più grande di me e ha sempre cercato di proteggermi. Lo fa anche oggi che le passo almeno quindici centimetri) «Che volete da noi?», risposero: «Non vi abbiamo mai visto qui. Volevamo sapere se siete forestieri».
Avevo sette anni. Fu allora che imparai il significato della parola “forestiero” che, però, sulle loro labbra suonò più come un sinonimo di “intruso”.

E invece no. A dispetto del titolo, da “Liquirizia, le tue radici” non dovete aspettarvi un documentario sulla pianta identificata col nome scientifico di “Glycyrrhiza glabra”, e neppure un reportage sulla nota famiglia rossanese che la commercia, contribuendo a dare lustro in tutto il mondo al nostro paese. Ma qualcosa che ha a che fare con le differenze sì. E non solo.
Infatti, come per la liquirizia, le cui foglie possono svettare sul terreno fino a un metro ma alla fine è ciò che sta sotto che c’interessa, così per il film di Renato Pagliuso dobbiamo scavare le immagini con gli occhi, aprire le orecchie alle parole dei protagonisti e andare oltre.
A volte non ci si pensa, ma come le nostre tavole sono imbandite di prodotti importati da tutto il mondo, di qualsiasi genere e natura (di alcuni non riusciamo più a farne a meno), allo stesso modo dobbiamo, anzi dovremmo accettare una possibile varietà di commensali.
Appassionati delle differenze culturali fra i popoli, dovremmo imparare a esaltare anche gli elementi che ci accomunano all’altro, al “forestiero”.
Se le pizze e gli spaghetti che portiamo in tavola a pranzo e a cena ci sembrano impensabili, oggi, senza il pomodoro che le condisce, allora pensiamo a come esso sia un alimento nativo del Centro e del Sud America (per la precisione della zona compresa tra il Perù e il Messico) e, forse, ci verrà naturale chiederci: perché non potremmo mangiarli al tavolo di fianco, o allo stesso tavolo in compagnia di un uomo, o di un’intera famiglia messicana o peruviana?
Renato Pagliuso, che molti già conoscono per lavori come “Il nodo”, “Todos in Mexico”, “L’attesa”, “Il pane della vita” e “Metamorfosi”, presenterà a breve il suo ultimo mediometraggio (30’ circa) che ancora un volta è un’azione educativa attraverso le immagini, un invito ad aggiungere il famoso “posto a tavola”, a fare spazio a chi si trova oramai a vivere della nostra stessa terra.
In quest'ultima storia divenuta realtà, Liquirizia è il soprannome del protagonista, Abdul, interpretato dal giovanissimo Soheile Dine, un ragazzo marocchino trapiantato in una terra a lui estranea come la Calabria che pure, a tratti, gli è così familiare; proprio grazie alle radici di cui è tanto ghiotto (la liquirizia è molto diffusa in tutta l’Eurasia, l’Australia e l’America) e alla terra rossa ricca di minio, come quella del Marocco. Abdul vende accendini a un semaforo sulla statale 106 e, ogni tanto, si rifugia nel laboratorio della fabbrica dove viene raffinata la liquirizia e dove spia affascinato le varie fasi della lavorazione.
Succhiando radici di liquirizia, Abdul si perde in lunghi viaggi che lo conducono attraverso un intero universo onirico parallelo, evocativo e nostalgico. Affascinato dalla terra d’adozione non dimentica quella d’origine e, anzi, non fa altro che sottolinearne i tratti comuni.
Trenta minuti ricchi di intime sensazioni, di quegli sguardi fanciulleschi al mondo che, forse, molti di noi non sono più in grado di lanciare, presi come siamo dalla quotidianità scandita da ronzii di fax e dall’odore dei gas di scarico e, oggi, purtroppo anche dell’immondizia (a proposito: è vero che via Po’ è otturata e non si passa più con la macchina tanta spazzatura si è accumulata?).
In soli trenta minuti la vita di Abdul è sconvolta da eventi tutt’altro che improbabili (ma che non raccontiamo in questa sede) e che, solo all’uscita dalla sala cinematografica, sono sicuro che a molti darà la possibilità di riflettere meglio sul sottotitolo del film – “le tue radici” –, quindi sul senso concreto di quell’aggettivo possessivo: “tue”.
Ancora una volta Renato Pagliuso riesce a trasmettere il suo amore pieno di energia per il cinema, un amore totalizzante.

D.: «Ciao Renato. Riassumendo il senso ultimo di quest’ultimo lavoro…»
R.: «La storia che ho voluto raccontare con questo mediometraggio è la difficoltà che incontrano i bambini extracomunitari nell'"adattarsi" agli usi e ai costumi del paese di adozione e che, spesso, sono così differenti dai propri. In “Liquirizia” narro in particolare la storia di un bambino marocchino che si ritrova a vivere in Calabria non per suo volere, ma dove scopre che la terra è rossa proprio come in Marocco e dove, come in Marocco, cresce anche la liquirizia. Come dire che “tutto il mondo è paese”. Abdul è ancora un bambino e, quindi, governato da un istinto ingenuo che all'inizio lo spinge a credere che tutti lo amino; come tutti i bambini immagina un mondo di sogni, dove tutto è felicità, dove lui può essere felice, convinzione che, forse, gli eventi cambiano in una cautela e un sospetto preziosi per la sopravvivenza in terra straniera. Questo cambiamento spesso è un riflesso condizionato nei bambini extracomunitari che crescono ancora sotto lo sguardo indagatore delle popolazioni “indigene” che li accolgono. Lo sguardo di chi sta loro intorno deve cambiare».
D.: «Come si sono svolti i lavori, come sono avvenuti i casting? Intendo: è stato facile conquistarsi la fiducia degli attori stranieri che sono diventati i protagonisti di questo film?»
R.: «Per quando riguarda il casting, ho fatto dei provini dopo aver diffuso vari annunci fra i ragazzi e gli uomini della comunità marocchina del nostro territorio. Ma non hanno risposto in tanti. Poi, per fortuna, un giorno in sala d’attesa s’è presentato questo ragazzo marocchino, molto chiaro di carnagione, di circa 19 anni e gli ho detto che purtroppo lui era troppo grande e che ero alla ricerca di un ragazzo di dodici anni che interpretasse il ruolo di Abdul. Il ragazzo, che si chiama Yassin, mi ha detto che aveva un fratello di undici anni ma che non parlava italiano. Così alla fine è stato proprio suo fratello a ottenere la parte del protagonista. Soheile Dine recitava e Yassin gli faceva da suggeritore e interprete. Soheile Dine è un bambino che mi ha davvero stupito per l'impegno profuso nel cercare di rendere al meglio la sua parte, per l'intelligenza e la sua spontaneità... Davvero un bambino fantastico!»
D.: «Qualche curiosità sul resto dell’organizzazione?»
R.: «Abbiamo avuto un direttore della fotografia molto capace, di Bologna, e una segretaria di edizione da star, un aiuto regista, un fonico speciale... davvero una troupe di “serie A” che ringrazio molto».
D.: «Insomma, anche stavolta è andata e la storia è passata dalla carta sulla tua amata pellicola. Niente facile, eh?»
R.: «Già. Le difficoltà sono state tante, anche se devo dire che i privati hanno risposto molto bene. Piuttosto le autorità sono state assenti. È lo scetticismo per questo tipo di lavori che mi dà più fastidio nel nostro paese. Poi, oggi, oltre a questo non vanno dimenticati i tagli alla cultura. Il solo parlarne ha iniziato a lasciare il segno».
D.: «Il prossimo lavoro?»
R.: «Il prossimo… Eccolo, ce l’ho qui. È pronto. È un bel film, una storia matura al punto giusto per essere trasposta su pellicola».
Bene. Fremo all'idea di vedere "Liquirizia" al cinema, e quindi buona visione non solo a voi.

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