Thursday, 23 December 2010

Merry strano X-mas

Ci sono quei momenti che ti buttano a terra (come il natale), è vero, ma ce ne sono tanti altri così felici, ma così felici che ti portano in alto, fino alle stelle.
Che strano, per molti di noi l’immagine più usata per esprimere il massimo della gioia è proprio il cielo, invece per mia nonna (quella materna, che pure ha sempre vissuto quasi solo in funzione del cielo e di tutti i santi che lo abitano) era… il treno! Non diceva mai “Ti voglio un bene dell’anima”, ma “Ti voglio un treno di bene”, oppure “Ti voglio un bene… ma un bene… grande come un treno!”. Ho sempre sorriso di fronte a queste sue espressioni che facevano sì che l’associassi a quella razza di conservatore impunito che era Lev Tolstoj che, in fondo, della macchina-treno aveva paura. Durante gli ultimi anni dell’Ottocento esso rappresentava il progresso, i cambiamenti. E Tolstoj, appunto, non era “tanto per la quale”. Si dice così, no? Insomma che, per non perdermi per oltre, arrivo subito al punto: che siano momenti tristi, o momenti felici credo ci sia sempre almeno una persona nella nostra vita che è la prima cui piombiamo in casa o, se nell’impossibilità di assaltarla fisicamente, la prima che telefoniamo. E se proprio siamo senza credito, oppure il cellulare c’è appena caduto nello scolo della fogna per strada, la prima persona a cui rivolgiamo il nostro pensiero.
Io no. Non ne ho una in particolare, ma in particolare tante. La mia famiglia. Ancora una volta ho toccato con mano la fortuna di far parte di questa famiglia, la mia famiglia, con tutti i difetti che pur l’inghirlandano. Non ho proprio nulla di cui lamentarmi. Dico il vero se, soprattutto ascoltando le persone che mi circondano, a volte quasi mi viene da vergognarmi del fatto che siamo così felici nonostante i divorzi, le malattie e chi più ne ha più ne metta. E sono fortunato soprattutto perché, anche se il mio pensiero va a chi della famiglia non c’è più, ecco che di quella persona conservo talmente tanti ricordi felici che è come se l’avessi accanto.
Eppure, il pensiero non va solo a loro. Ci sono anche gli amici del cuore, quelli su cui so che posso sempre contare. Due o tre, per carità. Non di più.
E in fine – gli sconosciuti.
Vi è mai capitato di ritrovarvi seduti al bar, o in una sala d’aspetto, annoiati o distrutti dal dolore e – PAM!, quando la donna o l’uomo che vi sta seduto accanto vi rivolge la parola voi iniziate a riversargli addosso il vostro malessere, raccontando i cazzi vostri sicuri che tanto 1) non gliene rimarrà ricordo perché non gliene può fregare un fico secco 2) non lo rivedrete mai più e quindi “machissenefrega”?
E comunque meglio così che non l’alessitimia. Oramai da un anno ero convinto di esserne affetto – quella difficoltà a descrivere i miei sentimenti, a “distinguere gli stati emotivi dalle percezioni fisiologiche”. E poi questo mio continuo instaurare relazioni di dipendenza con chiunque o, in alternativa, l'isolamento… “uno stile di attaccamento insicuro-evitante, caratterizzato da un bisogno talvolta ossessivo di attenzioni e cure”.
Non è il mio ritratto?
È così, alla fine, capita che alcuni di noi si attaccano a perfetti sconosciuti che ci hanno prestato orecchio, anche solo per una mezz’ora al bancone del pub, dove stavamo affondando lo sguardo in una Guinness buia come una notte senza stelle. E da lì ancora una parola e poi un’altra, per finire con lo scambio dei numeri di telefono fino a che non lo presentiamo ai nostri genitori… e la frittata è fatta.
Come c’ero arrivato qui? Cosa volevo dire?
Ah sì, buon natale ragazzi!

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