Wednesday, 1 December 2010

Metamorfosi di una generazione

Non esistono parole adatte per descrivere le sensazioni generate dagli accadimenti dei giorni scorsi. Dal suicidio di Monicelli alle manifestazioni studentesche, ai cumuli d’immondizia e agli omicidi vari.
Sapete, fra le novità letterarie di quest’anno c’è il nuovo libro di E. White “City Boy”. Inutile sottolineare che lo trovo un lavoro stupendo, come tutti i libri di White. Nel corso della narrazione della sua storia, White ricorda di essere stato un ragazzo d’indole “catastrofista”. Il catastrofismo, scrive, era forse un derivato della propria bassa autostima.
«Non avvertivo un legame con nessuno. […] sapevo come dimostrarmi interessato alle persone e come dire delle frasi carine per legarle a me, ed ero così riconoscente verso chi mostrava apprezzamento nei miei confronti da tormentarlo all’infinito. Ma era proprio questo il problema. Non smettevo di chiedermi che cosa mi riservasse. […] Per me l’amicizia non era altro che un’entente cordiale».
È questo l’ “individualismo romantico” (che vuol essere il centro dello sciocco racconto “Volevo essere Miranda Hobbes”) di cui oggi soffre anche buona parte della nostra società italiana, la nostra Generazione X(anax).
Con tutti i nostri blog e i nostri nuovi “FB-friends” c’illudiamo di un’unità che, a ben vedere, potrebbe essere solo immaginaria e più specchio di manìa di protagonismo trasbordante che di vera volontà di condivisione e così, quando si prende coscienza della crudezza della solitudine ben più reale, ecco che si precipita senza possibilità di appiglio.
Qualcuno obietterà che oggi non ci sono più eventi brutti (e bruti) che in passato. Ebbene, sarà certamente così. Basta dare una lettura veloce agli archivi on-line dei quotidiani più famosi per averne conferma. Ma ciò che forse oggi è diverso, è l’atteggiamento con cui affrontiamo la realtà quotidiana.
A ogni modo, ciò che mi domando è se sia mai possibile che un uomo forte e determinato, combattivo proprio come Monicelli si è sempre dimostrato nel corso della sua vita, può essere cambiato dagli eventi. Intimamente intendo.
Ricordo ancora una volta l’intervento illuminante e doloroso del maestro a “Raiperunanotte” del venticinque marzo scorso (rivedetelo su: http://www.youtube.com/watch?v=hEUtmhKN_1o) quando, a proposito della situazione polico-sociale dell’Italia di oggi, disse:
«[…] la speranza è una trappola, una brutta parola, non si deve usare […]. La speranza è una trappola inventata dai padroni, una cosa infame […] il riscatto non è una cosa semplice, è doloroso ed esige sacrifici».
Ci accusava di mancanza di coraggio, della deficienza della volontà di reagire.
Credo che la questione, ancora, consista nel fatto che oggi non siamo (ci sentiamo) soli soltanto a livello individuale, vale a dire persone sole (il bulgaro ucciso dai vicini di casa, a Rossano, o la piccola ginnasta sparita chissà dove), bensì lo siamo a livello collettivo. Oramai ci sentiamo malati, isolati e abbandonati in quanto collettività, in quanto popolo (sia esso inteso come popolo rossanese in lotta contro le istituzioni per respingere l’immondizia lametina, o popolo campano v/s immondizia veneta, o lombardo, o come popolo italiano in Europa, e così via…) e se anche i sacrifici li affrontiamo essi ci appaiono inutili.
Chissà quanto ha influito la schiavitù dalla malattia nella decisione ultima del Maestro, cioè se il suo gesto si può interpretare come un atto disperato, o un atto di coraggio, rivoluzionario, nel senso di “votato a rivolgere gli eventi”.
Una volta, tanti anni fa, mi sono ritrovato a tagliare la fune con cui un ragazzo s’era impiccato nel tentativo di uccidersi, mentre un medico, un vicino di casa comune ch’era sopraggiunto per primo, lo reggeva per le gambe penzoloni. Per fortuna non morì e, oggi, so che vive all’estero dopo un lungo periodo di viaggi in giro per il mondo, sperimentando i lavori più disparati e vivendo esperienze che non aveva mai immaginato. Voglia di fare, voglia di mettersi in gioco, sete di rivalsa e successo.
Monicelli non era ossessionato dal potere o dalla celebrità, o almeno è questo ciò che dava a vedere al pubblico che non lo conosceva di persona, ma se anche lo fosse stato, credo che lo sarebbe stato unicamente come White, la cui unica ossessione era di far parte di una elité culturale.
Le ossessioni della nostra generazione, al contrario, sono molte (di certo poche sono di matrice culturale) e in molti tentano di lucrarci sopra a nostro discapito. Solo che, a differenza di White e di quelli come lui che erano sì mossi da una disperata ricerca di riconoscimento, ma erano altrettanto irrequieti, oggi la nostra generazione è troppo ambiziosa e al tempo stesso troppo immota, ferma - non muove un dito. Vogliamo ottenere il cambiamento, la metamorfosi attraverso l’immobilismo mimetico, come fossimo tutti camaleonti. Ma se il mimetismo, il confondersi con la realtà circostante, può essere un’importante arma di difesa (e di attacco) nel regno animale, il nostro sembra invece più un modo di adeguarci, d’ingannare noi stessi piuttosto che il nemico.

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