Tuesday, 20 December 2011

Quel gay nella capanna

Quest’anno sono stati ancora tanti i messaggi ricevuti di uomini, soprattutto giovani, che lamentavano l’impossibilità per qualsivoglia motivo (più o meno condivisibile) di fare outing in famiglia. 
Ed ecco che le feste natalizie si prospettano tutt’altro che gaie per alcune coppie omosessuali. Soprattutto al sud? 
Sono molti i gay e le lesbiche meridionali che spesso con la scusa del lavoro – che a guardar bene non è affatto tale - si trasferiscono nelle grandi città del centro-nord come Roma e Milano, dove finalmente ritrovano una propria dimensione e riescono a vivere serenamente la propria sessualità e vita affettiva. La stessa cosa accade in altre parti del mondo, come per esempio in Russia; migliaia di ragazzi lasciano la propria patria per tornare a respirare all’estero. E così via… 
È tutt’altro che lieto e buono il Natale quando la persona che amiamo non può essere al nostro fianco, e quando siamo costretti a scegliere se aprire i regali e mangiare gomito a gomito con i cugini, gli zii e i fratelli, oppure con la persona con cui, fino al giorno prima, siamo usciti di casa per andare a lavoro, o per dare un esame all’università; con cui ci siamo vestiti al mattino nello stesso bagno e abbiamo fatto colazione. 
«Be’, scemo chi sceglie di stare con i parenti, se questi non accettano il suo compagno/a, quindi se non accettano lui!»
È davvero così semplice? 
Per molti gay il Natale diventa il periodo più teso dell’anno. Molti cercano di barcamenarsi fra telefonate appartate dalla moglie e dai figli per scambiare due parole con il proprio compagno, o dai genitori, o dai compagni di scuola. 
Molti uomini di chiesa ricordano che Gesù nacque in una famiglia che visse il proprio dramma proprio in questo giorno: ecco Maria - donna incinta e non sposata; le difficoltà di un lungo viaggio senza un posto dove stare... È per questo che alcuni portano il Natale come esempio del momento più azzeccato per darci da fare e affrontare ciò che pare "indebolire" la nostra famiglie. Il momento della riconciliazione. Eppure, di fronte a queste parole molti bigotti pensano: «Ecco, se dev’essere un momento di riconciliazione, allora non fare il ricchione del presepe, il gay nella capanna, e non rovinare tutto venendotene fuori col fatto che sei gay quando la zia Palmira ti chiede perché ancora non sei sposato!» 
Insomma molti scambiano il Natale, il momento propizio per aprire il nostro cuore alle persone a cui teniamo di più, con la circostanza meno adatta per “fare scenate”, la situazione ottimale per “imparare a chiudere quella boccaccia”. Cercare di rendere parte della nostra vita le persone a cui vogliamo bene diventa in questo modo sconveniente, così come lo è parlare di politica a tavola, intorno al capretto al forno con patate. Il Natale diventa insomma l’ennesima occasione per discriminare e far soffrire anche le persone a cui ci sentiamo più legate, allontanandole sempre di più da noi. 
Quindi ecco il mio terzo consiglio per gli acquisti di Natale di quest’anno, un regalo per la mamma o la zietta fondamentalista: "Iglesia católica y homosexualidad" (Editore Nueva Utopía, 2006, p. 224 ) di Raúl Lugo, sacerdote dello Yucatán (Messico) che spiega come Gesù di Nazaret non abbia mai condannato gli omosessuali, e che “chiunque sia discepolo di Cristo, debba necessariamente stare accanto alle persone che soffrono, a prescindere dal giudizio morale che si possa ad esse attribuire”. 
A proposito di indignati «Padre Lugo è un appassionato di letteratura. Le ingiustizie, la manipolazione della fede e la mancanza di rispetto verso i più poveri lo sdegnano. Per questo, dal 1991 prende parte a Indignación, un’organizzazione civile che promuove l’esercizio dei diritti umani nelle comunità maya dello stato dello Yucatán; è, inoltre, amico e pastore dell’Oasis de San Juan de Dios, albergo ubicato nel comune di Conkal che accoglie gli ammalati di HIV/aids. […] autore di “Las trampas del poder” (“Gli inganni del potere”); “Flor que nace de la muerte” (“Fiore che nasce dalla morte”)» etc… 
In questo volume Don Lugo difende la diversità sessuale. Sul suo testo, pubblicato in Spagna dalla Casa Editrice Nueva Utopía, è stata fatta istanza vaticana. 
«La Chiesa deve condannare l’omofobia» legge l’intervista di Christian Rea Tizcareño al sacerdote messicano (http://www.notiese.org/) «D’accordo con Lugo, le chiese cristiane dovrebbero mettere seriamente in discussione il proprio discorso religioso per capire se, ideologicamente, incoraggiano o meno i mali sociali come l’omofobia; infatti “non troviamo né nelle prediche, né nella prassi di Gesù alcuna critica all’omosessualità; al contrario, pare che Egli abbia sempre dato poca importanza agli argomenti di sessualità”»
Un altro testo molto interessante potrebbe essere “Gesù non l’ha mai detto” di Bart D. Ehrman che, come recita il sottotitolo, spiega “Millecinquecento anni di errori e manipolazioni nella traduzioni dei vangeli”, palesando almeno la possibilità che non tutto ciò che sta alla base di molte discriminazioni stupide che resistono ancora oggi non hanno alcun fondamento. 
Detto questo, se vi andrà ancora di capire perché soprattutto il meridione d'Italia sembra non essere stato assolutamente toccato dal vento fresco dell'Illuminismo e perché qui sopravvivano elementi "magici" piuttosto che razionali, vi consiglio "Sud e Magia" un classico, di E. De Martino con introduzione di U. Galimberti (ed. Feltrinelli). 
Vi auguro di nuovo buon Natale e ci sentiamo presto.

Sunday, 18 December 2011

С Рòждеством также всех русских друзей...

Qualche giorno fa ho trascorso un’ora e mezzo al telefono con una cara amica, una parte fondamentale del mio passato e della mia vita, la quale in verità mi ha compatito perché vivo a Milano (lei vive in Toscana), una città cui lei non riuscirebbe mai ad abituarsi perché la gente di lì - ha detto - appena arriva a casa accende il pc, si collega a facebook, e quando telefona usa sempre e comunque l’auricolare in modo da poter fare altre cinque cose contemporaneamente. Io pensavo che ormai fosse così ovunque, o no? A ogni modo, a un certo punto mi ha fatto: “Ma sono in vivavoce? Che stai facendo, che è sto rumore?”
Ti chiedo scusa Stella, anche se non avevo l’auricolare e non eri in vivavoce, è vero che mentre parlavo con te scaricavo l’aggiornamento dell’antivirus… Però da come rispondevo a tono penso tu abbia capito che ti ho ascoltato fino all’ultima parola… il che non toglie che forse hai ragione.

Si dice che siamo il paese europeo con il più alto numero di cellulari e la maggiore concentrazione di rincoglioniti su facebook. Allora mi domando se è vero gli italiani, soprattutto i ragazzini, e segnatamente i milanesi, stanno perdendo irrimediabilmente la loro personalità, e se è vero, che siamo il popolo europeo in assoluto sempre meno capace di badare a se stesso, alla costante ricerca di qualcuno che agisca per conto suo quando si tratta di gestire situazioni difficili. Siamo davvero tutti quanti figli/cittadini viziati da genitori/governi irresponsabili?

Data la situazione attuale del Paese e il periodo specifico dell'anno, per contrasto mi è venuto in mente un racconto di uno scrittore russo. Penso sia un regalo azzeccatissimo.
All'interno di una raccolta, il titolo è a “A Natale”. L'autore - Anton Cechov.
Narra della vecchia Vasilisa che non vede da 4 anni la figlia Efim’ja, cioè da quando si è sposata ed è andata a vivere a San Pietroburgo. La vecchia vorrebbe sapere come sta la figlia, come stanno i suoi nipotini (senza neppure avere la certezza che Efim’ja ne abbia partorito alcuno), ma né lei né il marito sanno scrivere. Per questo si rivolge al cognato dell’oste del posto, tale Igor’, per commissionargli un po' di lettere. Vasilisa vorrebbe raccontare tante cose a Efim’ja, per esempio che il grano non basta più, che lei e il marito, Petr, hanno dovuto vendere la vacca e hanno dovuto chiedere dei soldi in prestito. Deve farle sapere che il papà è malato, forse sul punto di morte...?

Forse, scrivendo questo racconto, Cechov pensava all’indigenza vissuta da giovane, prima di divenire un medico e uno scrittore di fama. Cechov non dimenticò mai le proprie origini e le privazioni che aveva dovuto sopportare e che lo resero sempre così comprensivo e disponibile nei confronti di amici e famigliari.

Fanno pensare le parole che scrisse in una lettera allo zio Mitrofan il 31 gennaio 1885: «Ho molti amici e di conseguenza molti clienti. Una metà li curo gratis, l'altra metà mi paga cinque o tre rubli a visita. Ovviamente non sono ancora riuscito ad accumulare un capitale e non l'accumulerò tanto presto, ma vivo in maniera piacevole e non mi manca nulla. Se camperò e starò bene, il futuro dei miei è assicurato».

“Il futuro dei miei”… Questa la preoccupazione in cima a tutti i pensieri. Un esempio di affetto e responsabilità genitoriale forse oggigiorno andato perso.

Titolo del Corriere di due giorni fa: "Istat: gli stipendi con l'aumento più alto sono quelli di Palazzo Chigi".

Molti italiani si sentono orfani, ormai da molto tempo. Forse è il momento buono per iniziare a fare i genitori.

С Рòждеством также всех русских друзей. Hадеюсь, что мы все найдём под ёлкой новое правительство, которое будет заботится о своей стране, как Чехов заботился о своей семье.

Wednesday, 7 December 2011

Bus dreams

Finalmente è arrivato lo stipendio!
Sincerely, ho tirato un sospiro di sollievo e mi sono sentito come un fortunato superstite, scampato a un'epidemia mortale dilagante.
Quindi sono partito. Si torna a casa. Altro matrimonio, ennesimo segno che passa il tempo - per gli altri, non per me. I miei cugini sposano. Io non posso. Io resto il bambinone di sempre. Lo pensano gli altri - inizio a crederci anche io. Tant'è.
Queste traversate dell'italia in pullman di minimo tredici ore (stanno per toglierci anche l'unico treno diretto Milano-Crotone; chi potrà più biasimare il mio collega che quando gli dico che vado in Calabria mi risponde "Ah si'? E quando torni in Italia?") mi danno il tempo di scrivere, di leggere. Pensare.
A proposito di epidemie ho letto un articolo bellissimo di Pigi Mazzoli per "Pride": "La guerra dei 30 anni, un protagonista della battaglia contro l'AIDS e annessi pregiudizi, sieropositivo dagli anni Ottanta, racconta in soggettiva la sua epica lotta".
Trent'anni dalla prima pubblicazione scientifica sull'AIDS. 30 anni! N'è passato di tempo, eppure a volte ho la sensazione di non essere il solo a rimanere immutato. Lo so che non è cosi', che è ingiusto scriverlo, soprattutto nei confronti di quegli scienziati che hanno dedicato la vita alla ricerca (spesso a dispetto dei fondi miseri concessi loro), di quegli uomini e donne che hanno dato la vita, nel senso che sono morti, per conquistare la possibilità di vivire la propria esistenza ideale con un compagno o compagna dello stesso sesso.
Anche i crackers dell'Autogrill ammoniscono la mia ingenuità e il mio pessimismo connaturato: "Credi davvero che siamo stati impastati da la signora Olivia e suo marito Marino, dalle loro mani, nella loro minuscola botteguccia, quella della foto in bianco e nero sul retro della confezione?"
Ma sono ottimi!, ho pensato, come potrebbe essere altrimenti? Magari, anche se preparati in uno stabilimento emiliano, hanno seguito davvero l'antica ricetta della fornaia Olivia della foto, allora ancora giovane e bella, che guarda dritto nell'obiettivo.
"Come no! Ma te l'immagini mentre fa al marito - bono lui, giovinastro d'altri tempi! - passami l'amido modificato di mais e lo sciroppo di glucosio... E adesso passami il carbonato acido di ammonio..."
...Effettivamente.
Dopo i crackers, anche i cessi della stazione di servizio sembrano gridare al futuro, alla tecnologia. Appena ti avvicini e fai per slacciarti la cintura, i vespasiani iniziano a sbuffare e spruzzare detergenti e igienizzanti; profumo ovunque, tanto che per dare l'idea del fetore che domina la Feltrinelli di piazza Duomo non mi viene più nemmeno da paragonarla ai bagni pubblici.
Nel futuro ideale è tutto magnifico, certo, se non fosse per le capedicazzo di tutti i giorni che gettano i fazzoletti di carta negli scarichi sicchè appena lasci andare il primo getto di piscio che ti stava facendo scoppiare la vescica parte lo scarico automatico, l'acqua riempie tutto e ti inonda i piedi.

Sunday, 4 December 2011

NOVITà NATALE 2011: "Le rétroviseur" di Rf‏‏

Da oggi in vendita:


Autore: Rf (Raffaello Fontanella)
Le rétroviseur (rif:287156)
sottotitolo: Ho ucciso Miranda Hobbes
Libro NARRATIVA 320 pagine
Prezzo di vendita su ilmiolibro.it € 10,36 (invece che € 16,00)


«Ho letto il suo libro, signor Madavieci…»
«Madavieč, senza i»
«Comunque, grazie. Davvero. Spero che le sia piaciuto».
«Oh, non sa che ridere. Ma che bella voce che là il Madavieci qui, ne?»
«La ringrazio. Però adesso basta se no mi fa arrossire».
«Sa, mi g’ho un fioeu che l’è un basot…»
«Ah... E come si chiama? Quanti anni ha?»
«Ernesto. El g’ha quarant’ann’ e l’è de l’otra spunda anca lü. Lo vuole conoscere? Sarei così felice se si sistemasse con lei!»


Metà russo e metà calabrese, Madaviec Dylda ha quaranta anni e lavora come scrittore e spedizioniere. Dopo il successo del suo primo romanzo, "Volevo essere Miranda Hobbes", lascia la rubrica giornalistica "Novantagradi°" dedicata ai cuori solitari e racconta come ha conosciuto l'uomo della sua vita, Mayor, che lo ha affiancato nella resa dei conti con il nemico del cuore di sempre... Ignoto.
Ancora una volta l'autore chiama in aiuto la migliore letteratura mondiale per interpretare i fatti della vita, rendendola parte di una storia grottesca e divertente al tempo stesso.

«Lei conosce il nostro programma, Madavieč?» chiese la De Filippi.
Annuii.
«Quindi sa bene che fra poco io aprirò la busta, e che finalmente scoprirà chi è la persona che l’ha mandata a chiamare».
«Sì…»
«E che questa persona rimarrà in silenzio finché lei non le darà il permesso di parlare…»
«Sì…»
«E che, se la farà parlare, dopo aver ascoltato potrà decidere se togliere il muro, oppure…»

Leggi l'anteprima su: http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=647026 e condividila su FB!

Monday, 28 November 2011

Servitori invidiosi e paurosi

Quello che ho capito in quest’ultimo anno è che alcuni sentimenti che pensavamo di non conoscere affatto maturano con il passare del tempo.
Voglio dire che personalmente non sono mai stato invidioso (forse un po’ geloso), ma nell’ultimo anno confesso che una punta d’invidia ha trovato spazio in me.
Ho capito che quasi sicuramente la humus dell’invidia è il nostro operato dall’età della scuola dell’obbligo fino all’età appena dopo l’esserci resi economicamente indipendenti.
L’invidia è correlata sicuramente ai soldi, quindi all’amore (e vice versa), anche se non è questo il mio caso specifico.
Un bambino povero non sarà invidioso del suo amichetto più ricco. Forse geloso, ma invidioso no, perché “sentirà” di avere ancora una chance per volgere il destino in proprio favore. Penserà: “Studierò, m’impegnerò e farò tanti soldi e un giorno anche io avrò dei giocattoli bellissimi!”.
Ma se il bambino crescerà, studierà (magari anche no) diventerà uomo e inizierà a lavorare e a trentacinque anni sarà ancora povero e la sorte non gli arriderà allora… Allora inizierà a provare invidia. Per le capacità di chi è “arrivato in alto”, o per chi in alto ci è arrivato per le giuste conoscenze che lui non ha; perché se fosse stato più bello forse avrebbe superato un colloquio.
Quindi l’invidia è una faccia della medaglia; l’insoddisfazione è l’altra.
Sbaglio?
Ho trascorso un fine settimana molto divertente con Warm Mayor e i suoi amici, durante il quale ho provato invidia. Mi ha colto di sorpresa, ma non la riflessione sull’insoddisfazione circa gli obiettivi raggiunti.
Non mi ritengo un ambizioso, ma mi chiedo se gli ambiziosi sono più invidiosi degli altri, se c’è qualcosa di male nei nostri desideri, oppure se sono invidiosi solo gli avidi.
Certo è che la mia invidia di questo fine settimana non è legata al denaro e che in ogni caso se siamo abbastanza intelligenti, non dovremmo avere difficoltà a mutarla in stimolo a fare meglio, a non disperare, forse a volerci più bene.

Sono convinto, però, che di questi giorni non essere invidiosi in un senso molto più ampio del termine sia molto difficile perché l'invidia di molti è alimentata dalla paura.
Per esempio, ieri Matteo Motterlini ha scritto sul "Corriere" che quando si parla di soldi nel cervello si attivano aree come l' insula e l' amigdala, che intercettano il disgusto e la paura: «Perdere denaro, o avere paura di perderlo, sviluppano emozioni negative che pesano fino al doppio rispetto al piacere suscitato dal guadagnare. Quindi in questo momento di grande incertezza le nostre aree sono continuamente eccitate. Questo scatena forte irrazionalità che non aiuta a prendere le migliori decisioni».
Quanto è legata questa paura all'invidia degli italiani?

Un proverbio recita: «L’ingratitudine nei signori, l’invidia fra i servitori», Mentre mio nonno ripeteva sempre: «Meglio invidiati che compatiti». Quindi - meglio essere fra i signori, non per forza ingrati, ma pur sempre signori. Chi sono i signori di oggi, e chi i servitori?

Come sottolineò C. Magris durante un’intervista a G. Zeccola dell’Associazione Italiani in Svezia, dobbiamo cercare di tenere uniti ragione e cuore, cercare di «capire con la ragione e l’intelligenza come funzionano le cose, come si svolgono, quali sono i rapporti tra causa ed effetto […]. Una ragione che non faccia i conti con quello che chiamiamo cuore, e cioè con quella affettività con la quale ogni individuo partecipa alle vicende del mondo, è inutile. Perché la vita non è la dimostrazione del teorema di Pitagora […] La vita è un tutt’uno, nella vita […] esiste l’individuo e quindi le società, le culture che si cimentano con questo caos ora sconvolgente, ora affascinante e appassionato che è la vita. […] Bisogna cercare sempre di essere curiosi della vita, sempre generosi».
Forse, ciò a cui stiamo andando incontro è peggio di una società d’invidiosi. È una società di cattivi. Io non credo di esserlo ancora diventato, ma sono convinto che molti mi abbiano già preso questa strada, che ci siano in giro già troppi Jago che, come ricorda ancora Magris, non è invidioso di Otello perché Desdemona lo ama, ma è invidioso della felicità di lui, soffre della felicità degli altri e commettere il male per distruggere una felicità che non gli appartiene.

Iago:
«Il cielo vi protegga. Non son più vostro alfiere.
Voglio che il mondo testimon mi sia
che l’onestà è periglio.»

Monday, 21 November 2011

La prova vacanza

Per molti, Natale come Ferragsto è periodo di viaggi. 
È credenza diffusa che quando un uomo decide di prenotare una vacanza con una nuova fiamma vuol dire che è sua intenzione sperimentare la convivenza 24h su 24 in modo da stabilire se quella può essere la Storia con la “S” maiuscola.
Alla luce di ciò ho ripensato a com’è iniziata la storia mia e di Mayor. Praticamente l’esatto opposto: siamo partiti in vacanza per Amsterdam dopo solo tre settimane di frequentazione. Ma già so che c’è chi ha fatto di meglio. C’è chi è andato a convivere dopo pochi giorni, altro che viaggetto…!
Ma è davvero così che funziona? Davvero qualcuno crede che una vacanza insieme possa dare l’idea di come sia la vita insieme?
Magari sì.
La mia vacanza con Mayor andò benissimo. Non fu vissuta come prova di convivenza e, infatti, non conviviamo tutt’oggi. Trasgredimmo entrambi: sesso sfrenato e tutto ciò che una città come Amsterdam potesse offrirci. Devo ammettere che fu interessante non solo vederlo, ma anche vedermi all’opera.
Però conosco persone come i miei amici Canappa e Lilly che dopo un mese di relazione, durante la loro prima vacanza con i rispettivi fidanzati, si sono viste messe da parte, abbandonate, scaricate per uno sconosciuto.
Storie molto simili fra loro. Ma quella che racconto di seguito vale per tutte le altre di cui sono a conoscenza.

Lui è un architetto olandese che lavora e vive a Milano con il suo compagno calabrese da 11 anni. Dopo un lungo periodo di privazioni, finalmente decidono di potersi permettere una vacanza. Partono per Barcellona. La prima sera vanno a ballare in una fra le migliaia di discoteche delle città. In pista, l’allegro olandesino conosce un ragazzo che gli apre gli occhi - capisce di aver preso un granchio (un granchio grosso 11 anni!) Dopo l’intera notte di passione con la nuova fiamma, appartato in un angolo del locale, torna in pista dal suo (ex) fidanzato che lo cerca preoccupato e lo molla lì, dandogli la notizia che dal giorno dopo andrà a vivere con Juanito (nome di fantasia) e che non tornerà più in Italia.
Naturalmente, al calabrese rinnegato non rimane altro che ripartire subito per Milano, da solo e depresso al limite di ogni umana sopportazione.
Dopo una settimana di silenzio assoluto lui richiama comunicando agli amici e ai parenti che si è trasferito a Barcellona che l’appartamento in affitto condiviso con l’ex dev’essere sgomberato, quindi se possiamo, per piacere, portar via di lì tutta la sua roba, ammassarla in una soffitta o in un garage e che tornerà a prenderla quanto prima, che intanto possiamo scegliere cosa tenere per noi in modo da alleggerire il suo fardello in vista del trasloco internazionale.
L’ultima volta che se ne sono avute notizie stava per sposarsi.
Del mio conterraneo, invece, non ho saputo più nulla. Si vocifera che viva con un nuovo compagno in Germania. Alla fine ce l’avrebbe fatta anche lui.

Chi avrebbe il coraggio di biasimare l’uno, o l’altro?
Ecco che mi par di capire che se c’è qualcosa di sicuro questa è che, che sia all’inizio di una frequentazione o dopo una vita insieme, le vacanze hanno sempre un forte potere chiarificatore.

Wednesday, 9 November 2011

Le lucide sensazioni dell'amore. In breve

Dopo aver ricevuto il messaggio della mia cara Logan, ci ho pensato a lungo anche io.

Ho deciso che i nostri commenti sull’amore e le nuove situazioni che ci ritroviamo ad affrontare non possono non essere influenzati dalla nostra età. Anche quando vinciamo le trappole dei piscivrachetta che incontriamo lungo il cammino e raggiungiamo la tanto agognata relazione stabile.

So già che finirò con il ricollegarmi a un vecchio articolo (Se un over 30 va con un ventenne) Personalmente, trovo che oltre alle fila di amici che vivono ormai la seconda gravidanza, o ai bambini che per strada si rivolgono a me con lo strano epiteto di “signore”, ci sono dei segnali strani (che io definisco domestici) che mi dicono che inizio a essere in là con l’età e che sono:

- Il cassetto sotto la TV strapieno di caricabatterie. La libreria in cui ho incastrato la TV, infatti, ha in basso un cassetto enorme ch’è divenuto una sorta di discarica. Conservo lì tutto ciò che non uso, ma che – mi illudo – un giorno potrebbe tornare utile. Tipo, appunto, i caricabatterie di tutti i cellulari posseduti fino a oggi e che nel tempo si sono logorati fino alla morte definitiva. Ecco oggi come la tecnologia per me segna il trascorrere del tempo
- Per tornare alla mail di Logan quando dice: “l'amore è altro, l'amore è conoscere qualcuno che ti rende sereno […] che certamente ti deve piacere e con cui ci deve essere una attrazione sessuale.. ma oggi penso che il vero amore derivi da una lucida sensazione che pervade il cuore dietro l'input del cervello, con il permesso dell'istinto! ;)”. Ebbene, credo che l’avanzare dell’età sia segnato proprio da quell’ “input del cervello”. Voglio dire che noi “vecchi” della Generazione Xanax – chi più chi meno – a furia di arrovellarci il cervello fra le mura domestiche, con o senza amici, abbiamo imparato a decifrare il linguaggio non verbale di un possibile partner, e riusciamo a distinguere ormai la semplice voglia passeggera di una scopata per una notte, dal vero coinvolgimento emotivo che potrebbe condurre a “La Relazione”. A tal punto che molti di noi sono disposti a mettere in secondo piano il sesso. Attenzione! Non parlo di rinuncia totale al sesso, ma del trovare il pieno appagamento in una relazione che può essere composta al 60% (o 70%) dalla semplice serenità interna alla coppia contro solo il 40% (o 30%) di sesso, pur sempre selvaggio e superfantastico perché fatto con la persona amata

In linea di massima, credo che noi abbiamo un maggiore equilibrio interiore, tanto rispetto a un ventenne che a un sessantenne. Cara Logan, noi siamo quelli che iniziano a dire a se stessi “aveva ragione mia madre”, ma non dicono ancora a quelli più piccoli “non fare gli errori che ho fatto io”.

Ancora in linea di massima,e per farla breve, credo che potremmo evitare di frequentare chi:
- Anche se nostro coetaneo, se ne va in giro in metropolitana con l’I-phone con la musica (elettronica) sparata a palla che la sente anche il capotreno, nonostante le cuffie…
- Come ricorda Blogzarro, in generale chi è nato dopo il 1982 (mi spiace per te, caro Big-Lo)
- Anche se del ’75, l’ultima volta che ha giocato a un videogioco non è stato in una sala giochi
- Chi comunque non sempre capisce di cosa stiamo parlando, del tipo che non sa chi è Enrico Beruschi (mi è capitato settimana scorsa, quando sono andato a teatro a vedere un’edizione rivista de “Il barbiere di Siviglia” presentata appunto dal comico in questione), o Tinì Cansino, o non conosce le canzoni di Amanda Lear
- Chi non ha almeno una musicassetta piena di canzoni registrate in diretta dalla radio, che in sottofondo si sente nostra madre che grida: “E’ prontoooo!” e un mangianastri con cui ascoltarla
- Chi gli abiti vintage li deve comprare e non deve cercare nel proprio armadio, come noi

Sensazioni più lucide di queste non ne trovo…
Besos

Monday, 31 October 2011

L'amore razionale ai tempi della crisi

Continuo ad ascoltare giorno dopo giorno avventure di ogni genere raccontate da amiche e amici che continuano a incappare inesorabilmente in schiere di piscivrachetti.
Ho notato che ciò comporta una conseguenza comune e del tutto indipendente dal loro genere, età e orientamento – la tendenza ad analizzare in maniera pressoché razionale gl’incontri successivi all’ultima débâcle amorosa ("Secondo me questo qui devo evitarlo. L'ho capito subito che è pericoloso" "Secondo me con questo tizio è meglio non essere troppo presente" etc...).
Si cerca sempre di più di analizzare e, quindi, di guidare in maniera ossessiva lo sviluppo di una relazione, ossia non si sopporta più l’idea dell’imprevisto, ma si vuole a tutti i costi il controllo della situazione e anche della persona.

È normale se pensiamo che, per esempio, studi di psichiatria Indiana sulla somministrazione di psicofarmaci a un gruppo di donne reduci da matrimoni falliti hanno dimostrato che amore e “follia” sono strettamente correlati. Insomma – chi non vorrebbe difendere la propria integrità mentale?

L’amore, conosciuto forse come l’espressione dell’irrazionale per antonomasia, grazie alle sofferenze che comporta è divenuto lo strumento che può aiutarci davvero a sviluppare modi razionali di agire. Anche le relazioni più romantiche ed erotiche - ritenute irrazionali a priori – ci permettono di acuire la razionalità finalizzata al raggiungimento dell’oggetto del nostro amore, facendoci percepire la realtà in modo più acuto.

Tutto questo astrologare sull’amore deriva dal fatto che molti di noi tendono a voler decifrare nell’altro i segnali di un possibile innamoramento, non capendo che quando una persona è innamorata lo dice – punto. O quanto meno lo fa capire molto chiaramente.

Chi prende tempo, o svicola, non è interessato.
Ci hanno fatto anche un film derivato da una battuta del telefilm “Sex and the City”: “La verità è che non gli piaci abbastanza”. Eppure la gente ancora non capisce. Perché? Che fine fa la proclamata razionalità che l’amore farebbe sviluppare? A eccezione dei casi patologici, come per i vampiri affettivi di cui parleremo un’altra volta, esiste o non esiste l’amore razionale?

Io mi sono sempre ritenuto molto impulsivo in amore, eppure tutti/e i/le mie/i EX mi hanno sempre rimproverato un eccessivo autocontrollo, cosa che non sono mai riuscito a spiegarmi fino in fondo dato che molti altri mi hanno spesso rimproverato, sì, proprio rimproverato per i “gesti eclatanti” di cui sarei stato capace.

Alcuni ricercatori statunitensi hanno condotto degli studi con cui hanno dimostrato, fra le altre cose, che gli uomini sono i primi a pronunciare le parole “TI AMO” (rispetto alle donne). Pare che gli uomini si innamorino più velocemente e, quando ciò succede, che siano pronti a dirlo senza remore di sorta. Non se lo sanno tenere – diciamo così.

Lo ha detto lo psicologo Marissa Harrison della “Pennsylvania State University” che ha intervistato 172 studenti universitari. Il risultato dello studio è stato pubblicato sul “Journal of Social Psychology” e ha dimostrato che gli uomini “hanno più probabilità di innamorarsi in poche settimane, mentre la maggior parte delle donne c’impiega diversi mesi”.

Come molti di voi staranno già pensando, la dottoressa ha specificato che nello studio non si fa riferimento al desiderio sessuale. Molti, infatti, potrebbero sostenere che l’amore del maschio, ossia ciò che gli uomini dichiarano come amore dopo così poco tempo, altro non è che un sottoprodotto del desiderio.
Insomma, è vero che le nuove generazioni di maschi sono molto più inclini a esprimere i propri sentimenti e che di razionale il loro amore avrebbe davvero poco, o niente?

Ho trovato molto interessante il lavoro di John Bender: "Rational Choice in Love".
Il professor Bender ha esaminato la giustapposizione fra amore e scelta razionale nel romanzo di Choderlos de Laclosm, domandandosi se la scelta razionale può essere compromessa (o resa impossibile) dalle emozioni; oppure se le due cose possono agire di concerto, ricordando che Schelling fu l’unico fra i primi analisti della questione a sostenere che la scelta razionale sia intimamente correlata all’irrazionalità, introducendo quindi il concetto di uso razionale dell’irrazionalità.

Rilevante, secondo Bender, fu anche il lavoro di Kahneman, Slovic, and Tversky dal titolo “Judgment Under Uncertainty”, che documenterebbe una varietà di esperimenti volti a dimostrare che spesso gli esseri umani fanno scelte del tutto irrazionali perché guidati da un comune senso euristico ritenuto ragionevole. Queste scelte includono: (1) la fiducia nella sequenza causa-effetto, (2) lo “sciocco” calcolo delle probabilità, (3) predizione degli eventi sulla base della propria militata esperienza di vita, o (4) l’errata percezione della capacità di controllare gli eventi.

Consiglio di dare una lettura al lavoro di Bender che analizza la razionalità/irrazionalità delle scelte, servendosi anche di uno studio accurato del romanzo (quindi del film) “Le ralazioni pericolose”.

Ma di questi tempi ci sono anche altri elementi che è bene non sottovalutare per la loro importanza sulla razionalizzazione delle nostre relazioni. Uno fra tutti – la crisi economica che ci sta affliggendo, che sta distruggendo più matrimoni, convivenze e relazioni a distanza di quanto possiamo immaginare.
Le relazioni a distanza sono minacciate non poco dagli effetti crisi. Facile immaginare come due cuori lontani (non solo giovani) possano avere sempre più problemi nell'incontrarsi. Gli appuntamenti a metà strada diminuiscono, ci si muove a turno e i tempi di viaggio si allungano perché si sceglie i mezzi di trasporto più economici – quando è possibile farvi affidamento. Ci si incazza quando, per esempio, un romano deve spostarsi a Milano ed è costretto a pagare più di 90 euro di biglietto perché ormai sembra che abbiano eliminato i treni che non siano pendolini.
Ancora, ci si pone sicuramente più problemi prima di chiedere un giorno di ferie. Meglio non sfidare la sorte che ha già tolto il lavoro al nostro vicino di scrivania.
E come far capire al partner che non è che non vogliamo vederlo, ma che proprio non ce la facciamo, che se facciamo ancora un biglietto di treno ce ne andiamo in rosso?
«Eh, ma se vuoi il modo di vedersi si trova!» sento dire a uno.
«Ah sì? Del tipo che il biglietto me lo paga tuo padre, oppure che mi paga la prossima bolletta?» sento rispondere l’altro.
Così nascono le discussioni… ma così si aguzza anche l’ingegno.
Alcuni amori diventano razionali nel peggiore dei sensi – si sceglie il compagno in base al suo portafogli.
Nel migliore dei modi - per esempio ci s’inventa un sito internet: www.alongdistancelove.com – “Come portare avanti una relazione a distanza in tempo di crisi”.
Io pure ‘sto mese non vi nascondo che sono sull’orlo del rosso e – so che è stupido – non sapete come mi sento in colpa quando Warm Mayor mi chiede «Che facciamo per il ponte?» e devo rispondere «Faccio che vado a pagare la rata di condominio arretrata e poi mi chiudo in casa per non spendere».
Ma le convivenze e i matrimoni, all’apparenza più solidi, non crediate che siano fuori pericolo.
Infatti, ovunque ci sono due persone che interagiscono c’entra sempre il fattore economico e così, per esempio, già negli anni ’40, durante la grande depressione, ci fu uno studio (American Sociological Review © 1983) condotto sulle perdite finanziarie e la loro influenza nelle relazioni famigliari, attraverso l’analisi di 111 coppie. È facile immaginare come la crisi economica implichi un calo della qualità anche della vita coniugale che diviene sempre più frustrata e frustrante. Crescono le discordie che per forza di cose costringono i partner ad adattarsi alle nuove dimensioni e reciproche esigenze. Di positivo c’è, come si suol dire, che ciò che on uccide fortifica…
La verità è che la crisi economica sta mettendo a dura prova qualsiasi tipo di relazione; la rabbia crescente per il denaro – che manca - offusca tutte le sfere della nostra vita individuale e non. Il panico, l’apprensione, fanno si che si rinviino le convivenze, la messa al mondo di figli, investimenti e mutui per una vita felice insieme come la si era sempre sognata.
Allora, decidiamo di razionalizzare e di non farci prendere dal panico. In un modo o nell’altro se ne esce e, forse, l’amore che troveremo in questi giorni difficili sarà proprio l’amore della nostra vita.


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Monday, 24 October 2011

Amore da morire

Il 20 ottobre scorso a Padova si è consumata una tragedia.

Un uomo di 54 anni «non ha retto al dolore della perdita del compagno e ha deciso di farla finita scegliendo di morire proprio sulla sua tomba nel giorno del suo compleanno. L'uomo, 54 anni, e' stato trovato stamane nel cimitero di Piazzola sul Brenta (Padova), riverso sul tumulo di terra dove e' sepolto il suo ex convivente, anche lui morto suicida il 15 agosto scorso. In testa un sacchetto di nylon fissato al collo con del nastro da pacchi girato stretto; in tasca i documenti ma nessun messaggio» [ANSA].

All'indomani della morte violenta e tragica di Marco Simoncelli qualcuno oggi potrebbe pensare che chi si toglie la vita non la meritava. È così?
Si è sentito spesso, in passato, di suicidi per amore (o tentati suicidi, o ancora omicidi suicidi), ma spesso e volentieri si è trattato di ragazzini (inteso: ragazzi e ragazze etero), o coppie etero adulte.
Su questo stesso sito abbiamo letto più di una notizia di suicidio di ragazzi gay vittime di bullismo. E infatti notizie di suicidi di gay sono più che altro riferiti a singoli che vogliono sfuggire a condizioni di crisi derivanti da “rapporti sociali distorti” o, come ricorda ancora Roberto Garavaglia, docente presso l’Università di Chieti-Pescara, nella sua “Breve storia del suicidio“: che sono «il risultato estremo di una condizione di crisi esistenziale», rifacendosi alle parole dell’intellettuale ebreo austriaco Hans Meier, noto con lo pseudonimo di Jean Améry nel suo libro “Levar la mano su di sé”.
Seguendo l’excursus del professor Garavaglia sul suicidio nella Grecia antica e nella Roma repubblicana e le relative causae moriendi, quella che maggiormente potrebbe ricondursi al gesto del 54enne padovano dovrebbe essere la «fides: lealtà verso il comandante, o il marito».

Suicidio non solo per lealtà, ma, ribadisco, per amore, proprio come in una pièce inglese seicentesca - “Romeo e Romeo”, direi.
L’opera di Shakespeare conta 16 suicidi e solo uno «quello di Ofelia in Amleto (il meno premeditato di tutti) riceve una condanna ecclesiastica, mentre non vengono condannati né i suicidi di Romeo e Giulietta né quello di Otello».

Morire per amore, dare la propria vita per l’altro.

Ne ho parlato con Ms Erection che prima ha commentato «Un uomo?», con una meraviglia che ha subito dissimulato, e che poi ha aggiunto «A ogni modo, ci vuole coraggio. Io credo che darei la vita solo per un figlio».
Non è così.

È questo il significato della frase «Ti amo da morire» che oggi suona così scontato quando la pronunciamo.
Fabio e Andrea avevano gestito insieme per anni una discoteca a Padova, ma il 13 marzo dell'anno scorso il locale era stato perquisito dai carabinieri che avevano trovato decine di pastiglie di ecstasy e flaconi di Gbl, (per cui era stato arrestato per spaccio un padovano di 40 anni) e di lì a poco la storia tra i due era finita. Così Andrea, era caduto in crisi e si era impiccato nell'appartamento dove aveva vissuto con l'ex compagno. Appresa la notizia, Fabio aveva tentato di tagliarsi le vene nello stesso appartamento, ma si era salvato [Cfr.: “Leggo” dtd 20/0tt]. È riuscito ad uccidersi quattro giorni fa, il giorno del compleanno di Andrea.
Una storia che rimanda a quella di Agostino e Giuseppe che nel 1994 hanno fatto la stessa scelta per non essere divisi.

Ed ecco che ancora una volta abbiamo la dimostrazione concreta dell’universalità del sentimento d’amore.
A me è capitato spesso di pensare “Per chi darei la mia vita?”. Senza dubbio darei la mia vita per la famiglia, per tutte le persone non solo che amo oggi, ma che ho amato in passato. Gianna Nannini canta in “Suicidio d’amore”: «Abbracciami/niente ci può sciogliere/ancora i tuoi sospiri le notti a ridere/lascia che sia la sera a farci illudere/prima che passi questa notte invano/Ci troverà la sera/ci troverà insieme».

Purtroppo oggi ci sono ancora uomini e donne ignoranti che nascondono a stento una risata (forse provano vergogna per se stessi? Fanno bene!) quando sentono di questi episodi, forse paragonandoli alla storia di Encolpio e Gitone.
Ridono, mentre altri uomini e donne continuano a morire d’amore comunque nella certezza di non dover dimostrare niente a nessuno, perché per loro solo l’amore conta.

Thursday, 20 October 2011

Il pretesto: Fuga

Lo trovi anche qui: 

Fuga: un pretesto per non ammettere che è l'ora di cambiare


Credo che ciò che mi ha sempre attirato della penna di C. Magris, di P. Citati, di M.F. Minervino, di Matveevič & Co. è sempre stata la loro costante attenzione al tema della fuga, tanto nella letteratura quanto - o forse sarebbe meglio dire: quindi, nella realtà. La fuga come filo conduttore, minimo comune denominatore di situazioni sgradevoli; come sinonimo di ricerca disperata dei perseguitati (che diventano subito reietti, paria) di un luogo migliore, di una situazione comunque più favorevole. Gli ebrei, i ceceni, i libanesi e i tunisini – i froci!

Lo scorso anno è apparso sul Corriere della Sera un articolo di Magris, per l’appunto, dedicato all’ultimo lavoro di Alberto Cavallari che racconta la fuga da casa di L. Tolstolj pochi giorni prima di morire. Magris ha citato Svevo ricordandone la frase «la vita è originale» e, quindi, sottolineando l’«imprevedibile creatività, in bene e in male, del reale e della difficoltà di rappresentarlo». Infatti, del tutto originale è la situazione in cui si venne a trovare il conte Tolstoj, padre di Anna Karenina, all’età di 82 anni. «[…] Fugge da casa, dalla famiglia, … per trovare quella vita vera, autentica […]. Bloccato dalla febbre alta alla stazione di Astàpovo, vi muore sei giorni dopo, la mattina del 7 novembre». Magris mette in luce la «curiosità per l' esistenza» e il desiderio di fuga di Cavallari che ha dato proprio il titolo “La fuga di Tolstoj” alla sua opera.

Ripensavo a tutto ciò qualche sera addietro, rileggendo la lettera di Logan, il ragazzo che all’età di sette anni – oggi è quasi maggiorenne - s’è trasferito con la famiglia da NYC in un paesino della Calabria dove si sente soffocare, perché non riesce a vivere liberamente la propria omosessualità.

Ho riflettuto sul fatto che il filo conduttore non è tanto la l’atto della fuga in sé, ma la valenza universale delle emozioni che essa genera in chi fugge. Anche Barbara Alberti ha scritto un libro, “Sonata a Tolstoj”, dedicato all’ultimo periodo dello scrittore russo, e intitolando un capitolo “Fuga”, un altro “Notizie del fuggitivo”, etc… Nella sua opera, l’Alberti chiarisce attraverso l’analisi dei diari dei famigliari di Tolstoj, come dietro la sua fuga si nascondesse la voglia di rimanere da solo con il suo Čertkov, l’ «allievo-padrone» come lo chiama lei, a cui si era sempre sottomesso e di cui era innamorato.

«Malgrado la febbre, per la gioia di rivedere Čertkov il Padre aveva ripreso le forze, scherzava perfino […]. Rideva così di buon cuore…»

Alla fine non importa che Tolstoj sia fuggito da una situazione famigliare non gradita, o per raggiungere il suo amato; non importa se si scappa come Anna Karenina da un matrimonio fallito; o se si scappa dalla propria città come Roy Vegas, il personaggio di “Rossa” di Scerbanenco, per non uccidere il proprio nemico di una vita. Non importa ciò che ha spinto Kerouac a lanciarsi nel suo “On the Road”… Ciò che importa è il malessere spaventoso che attanaglia sia i “fuggiandi” (si può dire? Sì, insomma, quelli in procinto di) sia i fuggitivi, nonché la gioia e la pace che li risolleva quando raggiungono la meta tanto agognata.

Io sono del parere che il destino si compie sempre, certo; ma non dimentichiamo che tutti abbiamo sempre e comunque una parte di responsabilità, perché spesso – non sempre - una persona che fugge è una vittima – quantomeno si ritiene tale -, e che dove c’è una vittima c’è un «prevaricatore» (Tolstoj si considerava vittima della moglie, Sonja Tolstaja si considerava vittima del marito).

Da una parte penso all’ironia della sorte: da una parte a Logan che si “strazza le vesti” e probabilmente finirà anche lui col fuggire dalla Calabria per poter amare liberamente, e dall’altra a Duane e il suo compagno, due amici di Padova che hanno comprato casa in un paesino in provincia di Siracusa – il luogo ideale in cui vivere insieme felici, hanno detto…! Ripenso a Mr T-Fish, da una parte, che per lavoro si è ritrovato a Singapore e «io qua ci resto, altroché!», mi ha confessato, e dall’altra a Shighe (Shigheyoshi), un amico giapponese che dall’ordinata, linda e luccicante Tokyo si è trasferito a Roma dove manifestano i Black Block, la metropolitana fa piangere per quant’è sporca e per fare dieci metri in auto ci impieghi una vita. Ripenso a quand’ero piccolo, a mio padre che diceva «Dovete studiare e scappare appena potete, ma non da questo paese - dall’Italia! Lontano, ve ne dovete andare!» (eppure oggi ci chiama, a noi figli, e chiede «Quando tornate?»). Ripenso al Professore Mauro Minervino in una macchina che «sembra risucchiata dal vento», sulla sua “Statale 18” e che ogni giorno va «avanti come un pazzo sulla strada piena di spacchi» di una Calabria «dove si parla ancora il provenzale, la lingua d’Oc»; e a tutti gli altri calabresi che vanno sulla SS106 e che si sentono fuggiandi, ma che non diventeranno mai fuggitivi; e a quei comuni della Calabria che erogano le borse di studio per corsi di lingue straniere, per «un più facile inserimento nel mondo del lavoro» in Italia e all’estero…

Ma che lingue! Certo, quelle ci vogliono (io ho studiato lingue), ma come diceva mia nonna (veneta trasferitasi anche lei in calabria, ahilei!) "con la lingua in bocca si va dappertuto". Quindi, la mente. La volontà. La nostra mente. È lì che sta la chiave di tutto. Finché non accetteremo di cambiare ciò che si deve cambiare continueremo a fuggire. Per un motivo o per l’altro. A sentirci, tutti vogliamo cambiare. A vederci, tutti aspettiamo che siano gli altri a cominciare, perché sono sempre gli altri che sbagliano. «Io per adesso vado bene così» ci diciamo. Anzi, ci mentiamo.

Evvabbuò, va bene così.

Thursday, 13 October 2011

Quando i piedi parlano

Dopo gli articoli che già in molti di voi hanno criticato alacremente su come individuare l’anima gemella da come veste, da cosa legge, da cosa ci regala e dalle mani, oggi torniamo alla carica con un articolo dedicato ai piedi, facendo riferimento a quanto scritto da Frances Childs del “Daily Mail” e dagli esperti di footreading.com.
L’articolo della Childs s’intitola “Never marry a man who can wiggle his little toe... or how your feet reveal the secrets of your character”, ossia “Non sposare mai un uomo che riesce a muovere il quinto dito del piede… ovvero: come i piedi rivelano il nostro carattere”.
So già che il mio dolce Mayor condividerà in toto quanto andremo a esporre, lui che ha fatto dell’ayurveda un caposaldo della propria gnosi.
«La lettura del piede è stata praticata in India e in Cina per più di 5000 anni. Essa deriva dalla convinzione che i piedi rispecchino la salute e la natura anche del resto del corpo». I piedi specchio dell’anima proprio come gli occhi.
I piedi e la mente sarebbero legati indissolubilmente. Secondo la bionda Jane Sheehan, nota riflessologia e autrice di “The Foot Reading Coach”, dai piedi si capisce ad esempio come lavora il nostro apparato digerente e come ci relazioniamo con gli altri.
«Levati le calze e saprò dirti se sei un tipo che ama l’avventura, un creativo, etc…» ha detto.*
Riassumo brevemente alcuni metodi di lettura:
• Alluce: se molto più lungo delle altre dita allora la persona in questione è creativa e intelligente. Se piccolo, allora è superba e in grado di svolgere più mansioni contemporaneamente.
• Secondo dito: se lungo, la persona in questione è tendenzialmente un leader, dinamica e intraprendente, ma anche prepotente. O si fa a modo suo, o nulla. Al contrario, la persona è paziente e quieta.
• Terzo dito: se lungo, la persona in questione è energica e piena di risorse, soprattutto sul posto di lavoro. Determinato e perfezionista, tende a mettere da parte la famiglia e l’amore. Se a punta corta, invece, ama godersi la vita.
• Quarto dito: se la punta è bella dritta, ecco che la persona in questione mette al primo posto la famiglia e se le relazioni con i propri cari non vanno bene, ecco che il dito tende ad arricciarsi. Queste persone fanno fatica a infischiarsene dei problemi degli altri, facendosi coinvolgere oltre misura. Se il dito è corto, la vostra attenzione allora non è affatto incentrata sulla famiglia.
• Quinto dito: chi riesce a muoverlo con facilità è impulsivo, avventuroso, affascinante e amante dei flirt. Chi non ci riesce è più prevedibile e leale. Scegliete il primo se volete per voi un pazzo frenetico, ma non se il vostro fine è il matrimonio, o di una relazione stabile.
Se ogni dito è più lungo del successivo, creando una scala armonica, allora la persona in questione è metodica, precisa e pratica – non è il mio caso. E così via… la studiosa continua con l’interpretazione della forma (lunga e stretta, o tozza; se il piede è arcuato; se la pelle e squamata, eccetera…)
I miei piedi non sono proprio l’ideale: secondo dito più lungo, mignolino con unghia a forma di artiglio di cane («Ehi, attento! Potresti sgozzarmi con quel coso» mi ripete sempre Mayor a letto), leggermente piatto, ma lungo e stretto, tipo egizio. Per esperienza, però, posso dirvi che, che muovano il quinto dito o no, le persone che li sanno massaggiare, i piedi, sono le migliori. Non c’è niente di più rilassante – ed erotico - che un bel massaggio plantare.

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* Cfr.: F. Childs “Never marry a man who can wiggle his little toe... or how your feet reveal the secrets of your character”, Daily Mail, 12/10/2011

Tuesday, 4 October 2011

L'uomo che scambia la chat per l'empatia


Gli scienziati dell’Università del Missouri hanno condotto alcuni test su un gruppo di ragazze adolescenti e hanno scoperto come «la propensione a parlare dei loro problemi non faccia altro che ingigantire le loro preoccupazioni. Soffermarsi sui problemi le tiene bloccate in schemi mentali negativi, mettendole a rischio depressione e stress». Amanda Rose, Professore Associato di Scienze Psicologiche all’Università del Missouri College of Arts and Science e che ha condotto la ricerca, sostiene addirittura che condividere i nostri problemi ci fa sentire bene solo all’inizio («Le chiacchiere producono nel cervello delle ragazze una sostanza che dà lo stesso effetto della droga sugli eroinomani»), ma parlarne in continuazione può causare addirittura depressione.
La psicologa Linda Papadopoulos[1] dice che «parlare dei propri problemi con gli amici è una gran cosa, ma se ci si limita a rimuginare sul  problema senza cercare una soluzione, non si fa altro che aumentare l’ansia. […] A volte, così facendo si perde la giusta prospettiva, soprattutto se i nostri amici stanno vivendo il nostro stesso problema».
Così il problema s’ingigantisce e ci sommerge. Si tratta del fenomeno del cosiddetto “contagio emozionale”, per cui i pensieri negativi di una persona finiscono per influenzare gli altri. La condivisione di un problema - sottolinea Marianne Potenza del “Daily Mail”[2] – serve a rafforzare un legame; infatti non c’è nulla di più lusinghiero del sapere che una persona si fida di noi al punto d’aprirci totalmente il suo cuore, ma secondo la dottoressa Jane Mc Cartney(Psychologist & Media Expert) [3] è anche vero che, soprattutto negli ultimi anni, il “problem-sharing” è diventato un modo come un altro di conversare. Il “problem-sharing” dovrebbe essere finalizzato alla ricerca di una soluzione del problema, invece oggi si rischia d’inventare dei problemi se non si ha nient’altro di cui parlare.
«Qualunque sia il problema» ha detto Jane Mc Cartney «bisogna darsi un limite in termini di tempo nel parlarne, del tipo: ne parliamo solo per dieci minuti, poi passiamo ad altro…»
Quindi pare che ci siano una serie di “condivisioni buone” e una di “condivisioni cattive”, proprio come il colesterolo. Mi permetto questo paragone, forse azzardato: proprio come le lipoproteine sono necessarie per distribuire il colesterolo alle cellule, così il problem-sharing (che indico da ora come PS) è fondamentale per fornire alla nostra salute mentale il giusto equilibrio. Guai se mancassimo di parlare dei nostri problemi con qualcuno! Tuttavia, il PS praticato in maniera eccessiva sembrerebbe causare modificazioni dell’umore, depositarsi nella nostra mente che continuerebbe a rielaborarli in continuazione senza giungere a una conclusione, anzi generando una moltiplicazione delle difficoltà, un ingigantimento del problema stesso.
Alla luce di ciò, farebbero parte delle condivisioni buone il Car-Sharing e il Book-sharing, che generano un effetto positivo per la comunità intera. Fanno parte delle cattive, invece, il Bed-sharing (pare faccia male a un non fumatore dormire di fianco a fumatore)  e il PS. È davvero così, cioè  che sparliamo dei problemi “tanto per” e senza capire fino in fondo cosa vuol dirci l’altro, o addirittura cosa vogliamo noi da lui? Così stando le cose, direi che la condivisione cattiva di un problema non è affatto tale, nel senso che non c'è empatia e, quindi, chi pensa che parlando dei cazzi suoi sta condividendo qualcosa, in relatà sta scambiando solo una chiacchiera con l'empatia.
Psicologi-psicoterapeuti.it (un sito di psicologi e psicoterapeuti, psicoanalisti, liberi professionisti e dipendenti pubblici e privati iscritti all’Albo degli Psicologi o all’Ordine dei Medici) ha edito on-line un test per misurare la propria empatia[4] .
Quello che è certo, è che le ragazze (le femmine) sono in generale più empatiche dei ragazzi (i maschi). Ma non in ultimo, l’educazione data dai genitori è fondamentale. Ci lamentiamo molto dell’educazione che i genitori del nuovo millennio impartiscono ai figli (tutti i miei amici insegnanti se ne lamentano), ma cosa facciamo per cambiare le cose?
Concludo menzionando una ricerca durata 20 anni a opera di due sociologi dell’Università della California, secondo cui «i figli di genitori gay e lesbiche mostrerebbero maggiore empatia per la diversità sociale, sarebbero meno limitati da stereotipi di genere e più propensi a esplorare l’attività omosessuale».
L’articolo è apparso sulla “American Sociological Review”[5], e Judith Stacey[6], professore di Studi di Genere e co-autrice dello studio, ha addirittura affermato che, per esempio, in una famiglia in cui siano dati due genitori donne si è riscontrata maggiore armonia.
Mi domando se perdere l’empatia non sia un po’ come perdere l’anima, se ci rendiamo conto davvero che oggi siamo tutti sempre meno empatici e, soprattutto, se ciò sia un bene. Gay o no, lesbiche o meno, a me sembra piuttosto che anche i gay e le lesbiche più giovani oggi si preoccupino sempre meno di capire fino in fondo cosa provi “l’altro”.
Credo che quasi tutti almeno una volta nella vita ci siamo detti: «Dovrei imparare a fottermene!» Be’ che, pare ci stiamo riuscendo finalmente. Ce ne fottiamo addirittura dei nostri, di problemi. Basta parlarne per esorcizzarli. Suona come un controsenso?
Ricordo un passo del famoso racconto di Sacks “L’uomo che aveva scambiato sua moglie per un cappello”. Facendo un paragone fra il proprio paziente, il sig. P., che non sapeva di essere affetto da agnosia e un paziente del dottor Lurija, il sig. Zasetskij, che invece n’era cosciente e faceva di tutto per riacquistare le facoltà perdute, Sacks si domanda: «Chi era maggiormente anima perduta: l’uomo che sapeva, o l’uomo che non sapeva?»

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[1] http://www.drlinda.co.uk/
[2]M. Potenza, “Girly chats don't work: Experts warn that sharing your woes may make them worse”, Daily Mail, 28/09/2011
[3]http://www.janemccartney.co.uk/
[4]http://www.psicologi-psicoterapeuti.it/test/empatia/
[5]Los Angeles Times, 27/04/2001
[6] Già autirce con T. Biblarz di "Research Suports Gay Parents", 19/03/2010 su "Politics and Society"