Monday, 31 January 2011

Colazione porno da W&F

Stamattina la sveglia non ha suonato e di conseguenza sono balzato dal letto col cuore in gola e corso fuori di casa senza fare colazione e senza nemmeno una leggera sciacquata alle ascelle. Nonostante tutto, però, le gambe lunghe che mi ritrovo unite al culo del treno che passava proprio nel momento in cui volavo sulla scala mobile hanno fatto sì che arrivassi in ufficio con ancora due minuti di tempo a mio favore, quanto bastava per sperare di riuscire a sedurre quella merda di distributore della Lavazza che la società ha piazzato nella cucina comune e che, un giorno sì e uno no, mi fotte i soldi della chiavetta riempiendomi in cambio un bicchiere d'acqua zozza che solo a guardarla ho paura di prendere la leptospirosi. Fatto sta che stamattina la suddetta stronza meccanica è stata più onesta del solito. Appena inserita la chiavetta sul display ho letto la scritta: «Errore. Bevanda caffè esaurita».
Che fare? Il mio capo non era ancora arrivato e io avevo disperato bisogno di caffeina per riprendermi. Potevo tentare di tornare dabbasso, al bar, e rimediare. Mi sentivo sempre di più io l’esaurito della situation e siccome avevo visto aggirarsi per gli uffici solo l’incaricato che durante il giorno sbattiamo in giro per le consegne di plichi urgenti e che non ha le chiavi, volevo avvisarlo che sarei sceso da W&F a prendere una delle loro ciofeche (incredibile a dirsi, ma il caffè del bar di W&F da un po’ di tempo fa più schifo di quello del distributore del mio ufficio). Non trovandolo (forse s’era chiuso nel cesso come al suo solito a quell'ora), ma non potendo lasciare l’ufficio aperto ho deciso di chiuderlo dentro a chiave.
Tutta quell’agitazione unita al bruciore dell’ulcera per l’alcol che mi sono scolato durante il fine settimana insieme alla salsiccia piccante mi avevano gonfiato l’intestino, così appena messo piede in ascensore e prima che potessi rendermene conto ho mollato una scorreggia da fare tremare il palazzo.
Ho pensato che se non avessi raggiunto il pian terreno entro pochi secondi sarei morto asfissiato dal mio stesso fetore, ma per fortuna in quel preciso momento si sono aperte le porte… Secondo piano! Il panico si è spalmato sul mio volto quando ho visto di fronte a me la solita vecchia scassaminchia che va a spasso con una borsa a tracolla in cui tiene il suo cazzabubbolo di cane affetto da disturbi passivo-compulsivi (ringhia sempre e abbia a chiunque come un pazzo, minacciando di mordere). Lei non ha proferito parola in merito alla puzza che la stava avvolgendo, ma era chiaro che era disgustata, sicché ho pensato che ben le stava e che, quasi quasi, gliene speravo un’altra. Peccato solo che ormai mi ero liberato completamente.
Quando sono entrato nel bar ho chiesto un cornetto alla crema e il mio caffè tanto sospirato. Ero sul punto di godermelo quando ho dato un morso alla brioche. S’è mai vista una brioche con la crema liquida (mi spiace, ma di W&F a questo punto boccio pure le brioches, che sono pure fredde) ?? Beh che, appena l’ho dilaniata ho sentito una sensazione di umido sulla barba del mento e qualcosa di viscido e dolciastro colarmi sulle dita, quindi sul pavimento. Ho afferrato subito uno di quei tovagliolini inutili e idrorepellenti che hanno solo nei bar (a che cazzo servono, mi domando?) e mi sono chinato per pulirmi e per pulire in terra prima che qualcuno scivolasse, ma piegandomi col culo ho urtato qualcuno. Mi sono voltato per chiedere scusa e mi sono ritrovato davanti Lui! Il Superfigo che ogni mattina mi sfreccia di fianco in bici e che ho sempre sognato di fermare per chiedergli tutto e niente in particolare (…fai di me ciò che vuoi).
Per la seconda volta in meno di quindici minuti ho visto dipinto sul viso di una persona lo schifo per lo spettacolo che stavo dando.
Nello specifico, a questo giro me ne stavo imbambolato, piegato a 90° e incantato di fronte alla bellezza del Superfigo con la crema che il cornetto mi aveva schizzato dappertutto che mi colava fra i peli del mento.
Se mi avesse visto Lukas Kazan mi avrebbe preso subito per il suo prossimo film porno-gay.
Basta. Non vi racconto com’è proseguita la giornata. Ringrazio solo che sia finita.
Amen.

Wednesday, 26 January 2011

Ti presento ai miei

In tutti questi anni ho conosciuto un sacco di gente che mi ha detto di non voler più presentare il proprio compagno/a ai propri famigliari, o agli amici più intimi, perché:
«Poi si affezionano, e quando la storia finisce è un dramma. A volte più per loro che per me».
Il punto di partenza, quindi, è sempre lo stesso. Le storie hanno una scadenza.
A parte ciò, devo ammettere che una volta m’è anche capitato di sentire uscire quasi le stesse parole dalle labbra della madre di un mio amico, che ha ammesso chiaramente:
«Spero che non mi porti in casa più nessun ragazzo, a meno che non sia quello definitivo. Perché sono stanca. E quindi adesso basta».
A essere sincero, non capivo fino in fondo di cosa parlassero tutti. Invece oggi, dopo tre storie importanti finite male (ma forse meglio dire semplicemente finite), anche io inizio a notare come i miei storcano il naso quando inizio un discorso con la frase:
«Sai, ho conosciuto un tipo…»
E vedere quella smorfia dà una sensazione affatto piacevole. A volte noto che alla parola “tipo” la mia controparte distoglie subito lo sguardo, come a ridurre l’intimità fra noi, quella stessa intimità che per anni ci ha unito ma che, all’improvviso, è sentita come una minaccia, pericolosa. Davvero è come se volessero difendersi da una possibile sofferenza.
Da un po’ di tempo noto che anche mia madre simula disinteresse di fronte alle mie confidenze. L’ultima volta m’è sembrata provata al punto da cambiare discorso. Eppure io non ho mai portato nessuno a casa, se non Stella prima, e Mr. T-Fish poi. Mia sorella, al contrario, annuisce ancora. Anzi, a volte è proprio lei a chiedermi conto della vita sentimentale, ma se guarda caso ho davvero qualcosa da raccontare perché mi becca in un periodo di vacche grasse (raro), proprio come Trilly e mio fratello anche lei passa al contrattacco:
«Ah sì, e questo tipo stavolta cosa fa?»; oppure: «Davvero? E dove l’hai conosciuto, chi sarebbe?»
Come a presupporre che io abbia raccattato il primo che passava davanti al portone di casa.
Non ci siamo. No davvero.
Ed ecco che, alla fine, la domanda nasce spontanea – quando presentarlo?
Personalmente, sto imparando a evitare le presentazioni quando sono ancora a due-tre settimane di frequentazione. Meglio capire a fondo cosa, anzi chi sarà lui per me.
Ho iniziato a temere il giudizio delle persone che amo. I miei amici sono impietosi; me li bocciano tutti e, quasi sempre, a esame concluso ho dovuto riconoscere loro la ragione. Al punto che, forse, oggi ricorro a loro come a una sorta di ufficio “Dismissed Attestation”. Basta un’occhiata, quell’occhiata che sento cadere con il colpo sordo di timbro sulla faccia di chi mi sta a fianco – CASO CHIUSO.
E va bene.In proposito la signora Lori Yusishen, definita come “qualified, registered and experienced professional counsellor” di Winnipeg, Canada, suggerisce di prendere in considerazione alcuni punti essenziali prima di presentarsi in pubblico con una nuova fiamma.
1. Chiedetevi perché sentite il bisogno di farlo conoscere alle persone cui tenete di più: siete in cerca della loro approvazione; avete l’ansia di rispondere a chi continua a chiedervi «Ma quando metti la testa a posto e ti sistemi una volta per tutte?»; oppure sentite davvero che si tratta di una persona speciale, per cui è importante condividere la vostra ritrovata felicità con le persone che amate di più?
2. Non esiste nulla di più offensivo per la persona che vi siete portati a letto durante le ultime due settimane – continua la Yusishen – che presentarla ai vostri amici come il/la nostro/a amico/a. Non è neppure molto carino uscirsene con frasi del tipo: «Vi presento…» e poi fare una lunga pausa per concludere dicendo il nome «…Cicciopuzzo» (tanto per farne uno). È per questo che dobbiamo riflettere bene su come vogliamo presentare la persona a cui ci accompagniamo. In realtà, se ce lo domandiamo, cioè se ci fermiamo a riflettere su come presentarla e ci accorgiamo che abbiamo ancora difficoltà a definire la nostra relazione per cui la lingua non si muove su e giù fino a pronunciare le parole «Ti presento il mio compagno» (o fidanzato, ragazzo che dir si voglia), allora forse è meglio lasciar perdere.
3. Se proprio decidete di presentarlo ai vostri, almeno chiarite di chi si tratta. Almeno così tutti sanno come comportarsi. Eviterete così situazioni del tipo: «Papà, questo è Cicciopuzzo» «Ah, chissà perché ero convinto che il tuo ragazzo si chiamasse Cicciaminchia».
4. Siate onesti con voi stessi e con l’altro. Se sentite che non è ancora il momento di fare venire allo scoperto la vostra nuova fiamma, fate l'unica cosa possibile: tagliatelo fuori. Le presentazioni non sono sempre necessarie e non sempre la controparte ha certe aspettative.

Sunday, 23 January 2011

Culo a ponte

L’ultimo numero di “Nuovi Argomenti”, il n° 52, riserva davvero alcune belle sorprese.
Inizierei dalla penna del critico e scrittore Walter Siti.
Quando leggo qualcosa di Siti per me vale la stessa regola che di solito coordina le mie reazioni agli scritti di White. Li adoro e, seppure non riesco a smettere di leggerli, a volte proprio non li capisco.
Walter Siti, curatore delle opere di Pasolini e autore de “Il canto del diavolo”, apre quest’ultimo numero di “Nuovi Argomenti” con la sezione “Diari 2010” annotando in “Estate 2010- Luglio” alcune considerazioni sul Presidente del Consiglio finalizzate a renderne un’immagine di ruffiana-maitresse-magnaccia che riesce sempre e comunque ad accattivarsi la simpatia del pubblico, o meglio di una sorta di camaleonte che sa adattarsi a qualsiasi ruolo:

«Nel sesso tra maschi prevale il dato etologico: il maschio che porge il deretano è quello che si confessa sconfitto. Nelle battaglie eterosessuali, spesso la donna è per l’uomo un modo semplice di marcare il territorio; non si compete con una donna, vi si pianta lo stendardo».

Siti si ripara dalle sue stesse affermazioni con scudi polivalenti quale il termine “prevale” e indistinti quale il termine “etologico”, per la serie: «L’ho scritto, ma non lo penso».
Le sue parole mi hanno portato alla mente, appunto, quelle più vecchie di E. White:
«Penso che un gay non sia competitivo quanto un etero; non è casuale che i gay pratichino soprattutto sport individuali e non di squadra. Tra l’altro i gay non riveriscono e neppure adorano i propri padri. […] Noi gay non desideriamo provare senso di appartenenza, non vogliamo giocare a pallone: non siamo per gli sport di squadra, e quindi perché dovremmo accettare di inchinarci di fronte a qualcuno che intende giudicarci? Preferiamo perdere, abbandonare il campo da gioco: disertare. […] Quella specie di resa è il nostro modo di vincere».

Davvero stento nella comprensione di certe frasi.
Perché non divulgare il verbo per cui chi porge il culo affinché qualcuno vi pianti lo stendardo ha voglia di cazzi a staccionata, tanto quanto chi è solito piantare il pennone perde la ragione alla vista del buco-base di fissaggio? Perché stentare ad accettare l’idea che alle donne piace scopare tanto quanto agli uomini e che, spesso, sono le donne, sono i cosiddetti “passivi” a scoparsi un uccello duro, piuttosto che il contrario?
Resiste un’idea della “resa” che, sinceramente, non mi pare appropriata come, forse, poteva esserlo tanti anni fa. Questo voglio proprio annotarlo.

La seconda sorpresa dell’ultimo numero di “Nuovi Argomenti” è la penna di Daniele Bettella (già autore di “Open Space”) che presenta le prime pagine del romanzo a cui sta lavorando: “Upgrade Club”. Una serie sferzante di pensieri di un giovanissimo fucker della Milano di oggi che, come già nel racconto “Blinde Date”, è quella dal “cielo azzurro viagra”, tutta da spipare e fottere fino a raggiungere la cima più alta. Personaggi sempre e comunque piacevolmente tormentati dalle vibrazioni del nostro comune “miglior amico” - Blackberry.
Resta il dubbio su chi siano i veri fottitori di oggi. Nel senso, spesso chi si mette culo a ponte è colui che fotte l'altro.

Thursday, 20 January 2011

Ti fazz' u culu tantu!


L’altra sera, mentre facevo la cacca, guardavo l’accappatoio che avevo lasciato in terra al mattino prima di uscire e pensavo che, di solito, in una coppia di conviventi le discussioni più comuni vertono proprio intorno all’asse del cesso (su o giù?), oppure alla carta igienica (strappo dall’alto o dal basso?). Certo, ci sono anche le scarpe all’ingresso o le mutande a terra, in bagno, e lo zapping, etc… etc…

Così, dopo una breve indagine, ho scoperto che secondo alcuni ricercatori britannici gli argomenti di discussione – almeno fra i cugini d’oltremanica - sono ben 312 e, di solito, il momento in cui si litiga è il giovedì sera. Inoltre, pare che le donne tendano a essere più frustrate degli uomini a causa delle (cattive) abitudini dei loro partner.
Da uno studio su un campione di 3.000 adulti (www.betterbathrooms.com) è emerso che il campo di battaglia prediletto è la cucina, dove le discussioni vertono soprattutto sulla pulizia (o sporcizia). Solo un quinto dei britannici non ha mai preso nemmeno in considerazione la separazione dal proprio partner a causa delle sue abitudini fastidiose. Ancora, le coppie gallesi si sono rivelate come quelle più polemiche, mentre gli scozzesi si sono rivelati molto rilassati e meno propensi al litigio.
Alla luce di quanto sopra ho condotto anch’io un sondaggio anche se su un campione molto più ridotto per cui, se vi va, potrete confermare e/o smentire:
Le coppie settentrionali (etero e gay) litigano di meno delle coppie meridionali, poiché si vedono di meno (per lo più la sera, per un aperitivo insieme, o a casa quando sono già stanchi morti) e tendono a troncare direttamente la relazione piuttosto che cercare il confronto, ma quando litigano lo fanno per lo più il mercoledì e il sabato per questioni di danaro o di organizzazione del tempo libero, per l’ordine in casa a causa dello spazio ridotto da condividere e, NON IN ULTIMO, per ragioni di politica.
Le coppie meridionali (etero e… etero?), invece, litigano quasi ogni giorno e per lo più a ora di pranzo e a ora di cena e a causa o dei suoceri, o per ragioni di gelosia/corna (ebbene sì! Pare siamo ancora i più gelosi), oppure anche loro a causa dei soldi e, NON IN ULTIMO, delle convinzioni politiche e della scelta dei programmi da vedere in TV. Raramente tendono a interrompere una relazione, piuttosto ne portano avanti diverse contemporaneamente.
Le ragioni di pulizia, ordine e simili che affliggono la popolazione britannica sembrano quindi per lo più superate e sostituite con altre più “nobili”. D’altronde gli inglesi non hanno ancora un corrispettivo del nostro Berlusca a impegnarli intellettualmente e moralemente.
A differenza delle coppie inglese, poi, la maggior parte di quelle italiane non convive ancora. Eppure questa non è una ragione in meno per litigare, come qualcuno potrebbe immaginare. Infatti in base alle testimonianze che ho raccolto ho individuato un filo rosso che rende le coppie (e le liti) tutte simili fra loro:
le coppie che vivono separatamente, magari a distanza (inteso come in città diverse), com’è logico s’incontrano solitamente durante il fine settimana, ma su tre giorni che stanno insieme litigano praticamente due volte: la sera del ricongiungimento e la sera della separazione, prima che l’uno accompagni l’altro/a in stazione e/o in aeroporto.
C’è chi attribuisce queste liti allo stress da separazione, c’è chi lo attribuisce alla volontà di chiarire incomprensioni accumulate durante il tempo trascorso lontani l’uno dall’altro, fatto sta che questo è.
Io per fortuna non più nessuno da prendere a calci e posso lasciare le mutande a terra, in bagno, a prendere pappici.

Tuesday, 18 January 2011

Pisciazza misto peri


Colore chiaro, odore acidognolo… sembra essere la nuova fragranza dell’anno – pisciazza misto peri (piscio misto piedi).
Chi vive a Milano avrà notato che ultimamente la puzza di vomito e fogna che pervadeva la Feltrinelli di piazza Duomo s’è tramutata in un forte odore di pipì misto a sudore.
Allo stesso modo, appena si sale su uno qualsiasi dei tramvai si viene travolti non solo da una vampata di aria calda che pare fatto a posta per farci cadere malati a tutti (e fare guadagnare un bel gruzzoletto alle case farmaceutiche produttrici di vaccino contro l’H1M1), ma altresì da una zaffata di urina misto piedi appena sfornati da un paio di “Superga” dopo un allenamento intensivo (e possibilmente infette da “piede d’atleta”, o qualsiasi altra micosi che causi vescicole ed eruzioni purulente).
Credo si tratti di un odore molte forte dato che disgusta anche me (ma così tanto che oggi quasi mi veniva il rovescio) che non solo sono ai limiti dell’anosmia, ma che mi ritengo generalmente abbastanza zarro e fitùso da non schifiàrmi per un semplice cattivo odore.
Sarà colpa della crisi, sarà che la gente è più attenta ai consumi e l’acqua è diventata troppo preziosa perché si possa affrontare una doccia al dì, ma se siamo messi così male ora che è pieno inverno, di che morte dovremo morire il prossimo giugno quando ci saranno 40°c all’ombra?
Cosa proponete?

Friday, 14 January 2011

Se l'abitudine allegerisce la fatica


Poiché sono un abitudinario paranoico (crolli il mondo: sveglia alle 6.15, colazione tè e McVities d’inverno e yogurt d’estate, due flessioni e no. 1 addominali, cacca, doccia, barba e spazzatura, metro – sempre l’ultima carrozza -, lavoro, etc…) è normale che alla fine io incontri ogni giorno sempre le stesse facce. Ormai tutti sanno quello che leggo, conoscono a memoria il mio guardaroba, proprio come io conosco il loro.
Quando scendo in metropolitana (crolli il mondo: 7.05-7.15 h., tanto per dare un senso al Mutabon) ecco che mi ritrovo davanti il primo di una coppia di soggetti che pensano di battermi in termini di maniacalità. Lo si sente arrivare da lontano – TOC! TOC! TOC! …È un incedere le-e-e-nto, cadenzato dal buio e dalla nebbia mattutini, come in un film dell’orrore se non fosse per il dispiacere che coglie nello scorgere, alla fine, un bastone di legno che sostiene un uomo probabilmente vittima di un ictus. Curvo, muove passettini calibrati, trimpella sempre sotto lo stesso cappello verde a falda larga, dando l’impressione di cadere da un momento all’altro. Quando nevica e le scale sono ghiacciate, o quando c’è vento lo seguo con lo sguardo trattenendo il fiato. Eppure è sempre lì, ogni giorno alla stessa ora.
Il secondo è un ragazzo non vedente. Arriva dall’ingresso opposto e anche lui è preceduto dal picchiettare del bastone, quello bianco canadese.
Entrambi seguono ogni giorno lo stesso percorso, calpestando le stesse mattonelle, varcando sempre lo stesso tornello a battente.
Fino a stamani.
Mi ha preso il panico quando ho scorto in lontananza un cartello di plastica che segnalava lavori del personale ATM in corso.
Ho lanciato sguardi angosciati all’uno, che mi precedeva (ma che comunque sarebbe stato in grado di individuare in tempo il pericolo), e all’altro che arrivava seguendo col bastone la striscia di pavimento in gomma a bolli.
Per fortuna anche il ragazzo cieco s’è accorto dell’ostacolo, se non che, per evitarlo, ha virato di colpo ritrovandosi così sulla traiettoria del mio vicino che ha manifestato immediatamente la sua difficoltà a frenarsi iniziando a emettere gemiti strani…

Dalla penna di Claudio Magris:
«Tutti — persone, culture — siamo diversi e proprio perciò è vacuo ripetere come pappagalli questa parola. Inoltre la diversità, la particolarità non è ancora di per sé un valore; è un dato, un'identità […] sulla cui base si possono costruire dei valori, che tuttavia sempre la trascendono […] è un dato di fatto che va rispettato e tutelato contro chi non lo rispetta»*

…E così, in maniera “diversamente abile” l’imminente tragedia è scampata.
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* C. Magris, La nostra vera malattia, Corriere della Sera, 26/05/2008

Tuesday, 11 January 2011

Stop & Go – La fine di una storia può anche essere l’inizio di un’altra

(segue…)
È naturale che in vista del primo appuntamento ognuno di noi sia influenzato dalle proprie esperienze pregresse.
Come scrivevo l’ultima volta (e come oramai sapete bene) il mio timore più grande al primo appuntamento è quello di trovarmi di fronte a una persona non sincera che:
1. Possa nascondere di essere già occupata
2. Che se pur non ha alcun impegno concreto, è comunque ancora emotivamente legata a una storia precedente che magari si è conclusa da troppo poco tempo per averne metabolizzato la probabile agonia che, inevitabilmente, andrebbe a incidere e/o influire su ogni possibilità di sviluppo di qualsivoglia relazione a venire
Non escludo la possibilità che “La Storia” possa nascere dall’incontro con una persona che ha appena terminato una relazione che durava da anni (o con una già occupata). Io stesso ci ho creduto fermamente in più di un’occasione, ma, ahime, l’esito è sempre stato negativo. Rimane il fatto che, single o no (sia noi che l’altro), se incappiamo in qualcuno che ci attizza oltremisura (intellettualmente e non), se avvertiamo in noi quella sicurezza (infondata?) di aver scovato quello giusto, cioè l’unico che pare non provenire dal pianeta dei maledetti “piscivrachetta” allora non ci sono legami o avvertimenti che tengono. No? Dunque, ciò che ho imparato andando contro la mia natura è: non avere fretta. Lasciarsi conoscere e conoscere l’altro quanto più possibile prima di iniziare a sognare.
Ma a parte le mie personali paure, da un piccolo report di uno scrittore giapponese risulta che appartiene ai più il timore di non essere l’unico pretendente; al primo appuntamento ci si sente, per così dire, come parte di una moltitudine di pellegrini che hanno l’obiettivo comune di penetrare quel “piccolo tempio peloso dell’amore” che d’improvviso ci siamo trovati innanzi.
Steve Nakamoto, l’esperto giapponese di cui sopra e autore del libro “Gli uomini sono pesci” (una variante orientale della teoria delle mie amiche Regina & Trilly: "gli uomini sono minchiuni"!), dice che gli appuntamenti sono come una sessione di shopping. Nakamoto afferma che gli uomini abboccano facilmente, ma per pescare quello giusto ci sono delle regole base da seguire.
…E siamo torna punto e a capo, cazzu cazzu!
«Quando, dopo l’ennesima delusione ci ritroviamo a considerare seriamente la soluzione dell’overdose da Nutella, è il momento di […] prendere in prestito le dritte dei migliori pescatori: come preparare l’esca, trovare i punti più pescosi, cogliere l’attimo giusto per lanciare la lenza. Lo sappiamo bene, c’è un mare di uomini là fuori pronti a farsi prendere all’amo, ma il problema è proprio quello di evitare i pescetti buoni solo per un banale piatto di frittura e di concentrarsi invece sul pesce grosso, ovvero quello che fa davvero per noi». Inutile porre l’accento sull’espressione “pesce grosso”…
Sembra che Nakamoto fornisca suggerimenti utili alla nostra rovina, ma non è detto che là fuori ci sia anche qualcuno che deciderà di ricorrere ai suoi consigli per qualcosa di buono.
Se i poveri pesci ansiosi di essere intrappolati nella rete hanno paura della concorrenza, allora è dovere dell’altro/a fare il necessario per rassicurarli invece di sparire (Vado via son certo che sentirai nostalgia/E adesso chissà quanti castelli crolleranno giù), di far capire loro che è veramente interessato, magari commentando ciò che sta dicendo chi siede dall’altra parte del tavolo durante quel primo appuntamento, senza buttare lo sguardo a destra e a sinistra dando l’impressione di aver visto passere Gesù in persona (io a volte lo faccio).
Un’altra paura da primo appuntamento è quella di tentare troppo presto un contatto fisico. È la solita storia della prima, seconda e terza base. Glielo do? Glielo prendo? Etc, etc… Cosa può fare l’altro in questo caso? Lo psichiatra Paul Dobranksy, autore di diversi libri sull’innamoramento, sostiene che basterebbe muovere una gamba verso l’altro per incoraggiarlo, con la sua sfiorare leggermente quella dell’altro, poggiargli una mano sul braccio, come per caso, mentre si allunga a prendere una fetta di pane sul tavolo o la saliera.
In fine, la terza paura più diffusa al primo appuntamento riguarda il secondo, o meglio che non ci sarà nessun secondo appuntamento dopo i saluti di rito. Ma se la controparte è davvero interessata – dice Nakamoto - potrebbe bastare che menzionasse un nuovo ristorante, o un bar o chi sa cosa che, oppure che dicesse che c’è un film che sarebbe proprio il caso di vedere insieme qualche volta. In questo modo farebbe capire che sta già pensando al secondo incontro, ma lascerebbe all’altro l’illusione di essere lui a fare la prima mossa… sadness!
Ragà, insomma che, parlando fuori dai denti, proprio mentre nei giorni scorsi scrivevo che non so cosa mi riserva la vita, ecco che ho conosciuto uno, forse due che m’intrippano; non nel senso che mi prendono a panciate, ma che mi prendono e basta. Cioè, non nel senso che mi “prendono” come la intendete voi, ma che mi interessano. Entrambi carini, entrambi molto svegli… Maledizione - entrambi sono scomparsi!

Sunday, 9 January 2011

Stop & Go - La fine di una storia non sempre è l'inizio di un'altra

Qualche giorno fa Big-Lo, dopo aver letto “Volevo essere Miranda Hobbes”, per prendermi in giro mi ha scritto: «E se fossimo deviati da una barbara “idea” di eccellenza della verginità? Il primo amore non si scorda mai... Quanti sono gli elementi, fuori e dentro di noi, che rendono irripetibile proprio quell’amore lì? ...Eallora quali altri elementi ne renderanno irripetibile un altro e non lo sappiamo?»
Alcuni di voi sanno bene che ormai sono circa tre anni che me lo domando, e nemmeno io ricordo più in quanti post ho affrontanto l’argomento. Come ho scritto l’ultima volta, adesso sono in pace. Non so cosa mi toccherà in sorte, se sarò capace di amare ancora, o quante volte ancora dovrò infatuarmi come un cretino bavoso. E non mi interessa. So che mi aspettano un sacco di cose da fare che mi sottrarranno tempo (e denaro – i due concetti vanno sempre di pari passo) e so che ho promesso a me stesso che avrei ricominciato a fare di tutto per non farmi più controllare dal passato come al mio solito.
Allora sì, se riuscirò a farlo potrò anche pensare di nuovo seriamente di mettere su una vera famiglia. A ogni modo, il giorno dopo essermi confrontato con Big-Lo il caso ha voluto che leggessi un articolo che mi ha mandato Sirviuzza. Il titolo è: «Ciencia revela dificil olvidar amor» per la penna di Gisele Sousa Dias che, sempre sulla rivista Clarin, aveva già scritto «Ser “single” está de moda: la mitad de los porteños no tiene pareja» («Essere single è di moda: metà Buenos Aires non ha un partner»).
Scrive la Dias che «studi di neurobiologia dimostrano che una relazione d’amore intensa crea impressioni residuali nel cervello che possono essere riattivate facilmente. Quante più informazioni si registrano, più vivi sono i ricordi».
La scienza, in questo caso rappresentata da Antoine Bechara, un noto neurobiologo per la ricerca sulle funzioni cerebrali coinvolte nel processo decisionale, ha spiegato perché è così difficile dimenticare un grande amore.
Da un punto di vista neurologico starsene in solitudine non aiuta a superare la fine di un rapporto, così come non serve a niente la tecnica del “chiodo scaccia chiodo” perché, che lo vogliamo o no, il nostro cervello continuerebbe a portarne a galla i ricordi. Si tratta del così detto “conflitto cerebrale” per cui da un lato c’è la relazione che finisce, e dall’altro il cervello (perverso e perfido) che continua a spararne le immagini e tutta una serie di reazioni fisiche che si possono analizzare con una risonanza magnetica funzionale, una tecnica che consente di determinare quali aree del cervello svolgono determinate funzioni (come per esempio: parlare, muoversi, emozionarsi). E quindi, ecco spiegato come mai non riusciamo a liberarci di certe emozioni e ricordi legati al primo amore che, in certi casi, fanno da sigillo non solo al nostro cuore, ma anche al nostro “piccolo tempio dell’amore”, non permettendo di fare entrare neppure un povero pellegrino e devoto di san Chiavone.
Ignacio Brusco, direttore del “Center for Behavioral Neurologia e Neuropsichiatria UBA” dice che è tutta colpa di due strutture cerebrali site nel lobo temporale - l'ippocampo, attraverso cui passa la “memoria dichiarativa”, cioè quella parte della memoria che ci permette di ricordare informazioni del tipo che giorno è oggi, il volto di un partner, etc… ; e l'amigdala, che contiene la “memoria emotiva”. Perché la memoria dichiarativa passi attraverso l'ippocampo e sia distribuita nel cervello è necessario un contesto emotivo. «Quando l'amigdala rileva il contesto emotivo invia dei neurotrasmettitori all'ippocampo, fissandosi nella memoria. È il fenomeno di fissazione». Insomma che le immagini, le sensazioni e persino gli odori di una storia che il nostro cervello continua a generare a distanza di tanto tempo ch’essa si è conclusa, non sono altro che reazioni del nostro corpo, al pari del mal di stomaco o delle palpitazioni, e dovute all’amigdala che le genera in qualità di risposta emotiva. È per questo che il dott. Antonio Damasio, un altro prestigioso ricercatore nel campo delle neuroscienze, ha elaborato l’ipotesi dei “marker somatici”. Secondo lui ci sono esperienze con il potere di attivare nel nostro corpo segnali chimici. Una teoria, questa, che ci rende in grado di capire perché alcune emozioni, positive o negative che siano, sopravvivono e persistono in noi se continuiamo a “esporci” alla persona che ce le ha suscitate. Per fortuna ciò non significa che siamo condannati a vivere nel ricordo del primo grande amore. Come diceva mio nonno che pur non era un neurologo al pari di Claudio Waisburg della Fondazione Favaloro: «Il tempo è galantuomo».
E ancora una volta la saggezza popolare trova fondamento nella scienza.
«Col tempo, le connessioni cerebrali che facilitano la revisione di situazioni critiche e di emozioni negative si saturano, allorché possono subire quello che viene chiamato “Down Regualtion”, ossia una diminuzione di neurotrasmettitori nello scambio neuronale. Cosa che spiega perché i ricordi legati a qualcuno di importante perdono peso col tempo».
Insomma lasciatemelo dire: povero chi capita dopo! Povero chi si trova a frequentare qualcuno che è appena uscito da una storia importante (vogliaddio che se ne innamori pure!). Io l’ho notato lo sguardo degli uomini venuti dopo il mio Mr. T-Fish e dopo l’Ignoto. Ho letto nei loro occhi che erano delusi da me perché non riuscivo ad amarli come loro iniziavano ad amare me, eppure non volevano smettere di sperare. Certo, mi sono trovato anch’io nella loro stessa situazione, cioè a corteggiare e sperare in qualcuno che purtroppo viveva ancora intrappolato in una vecchia storia… Ma alla fine no, ho capito che non fanno per me neanche questi uomini, quelli che chiamo “i reduci”. Meglio che stia loro lontano.
Ed è per questo che, personalmente, quando mi ritrovo a un primo appuntamento e non conosco il vissuto emotivo di chi ho davanti, ecco che mi monta l’ansia e sono sempre pronto a scappare di nuovo a gambe levate. Sì, mi sento proprio di dire che questa è la mia prima paura. La prima di una lunga lista che possiamo scrivere insieme; le paure con il potere di sabotare il primo appuntamento che abbiamo ottenuto con tanto sforzo e bruciore di occhi dopo ore e ore di chat o di battuage in discoteca.
(continua…)

Friday, 7 January 2011

La casa dei sogni, la casa stregata


È sempre la stessa storia: o ci rassegniamo all’idea di un destino prescritto, oppure ci diamo da fare per costruircelo noi, ‘sto destino tanto desiderato.
Comunque sia, credo che più o meno tutti sogniamo una casa tutta nostra. E tutti ce la immaginiamo arredata in un modo ben preciso, con una pianta esatta, che sia a croce greca o a forma di nido di rondine, o di fortezza medievale.
Dopo tredici anni di convivenza fra Roma e Milano, pur ringraziando il fato di aver incontrato sempre ragazzi magnifici che poi sono divenuti amici del cuore, è normale che arrivi quel momento della vita in cui si sente il bisogno di avere uno spazio proprio che sia in condivisibile, per cui se ci gira male siamo anche in potere di sbraitare: «Fuori di qui! Fuori da CASA MIA!»
Non so se il mio destino preveda che mi innamorerò mai di nuovo e che avrò dei figli (non riesco ancora a rassegnarmi del tutto all’idea che non sarò padre) e per questo (cioè poiché il tempo passa inesorabilmente) obtorto collo ho dovuto decidermi. Quando mio padre mi ha sentito così restio nel momento di concludere l’acquisto della prima casa, pensando che fosse solo una questione di denaro (se non ci fosse stato lui a coprirmi le spalle probabilmente il mio progetto non si sarebbe mai realizzato) ecco che per incoraggiarmi mi ha detto: «La casa è sempre stato il punto di arrivo della vita».
È che nel mio immaginario la prima casa l’ho sempre associata al nido d’amore, cioè un luogo in cui sarei andato a vivere con la persona amata, in cui avrei dato forma e vita alla mia propria famiglia, con o senza figli e, quindi, questo scombussolamento di piani mi ha preso contropiede. Forse il mio era solo un prender tempo per non dover affrontare la realtà di una vita imminente completamente da solo. Per questo da che non vedevo l’ora di avere il mio spazio ho pensato che, forse, la condivisione di un appartamento ha anche i suoi lati positivi.
Ma come ho ricordato più volte: tempus edax rerum. Quindi - ora o mai più. Non valeva la pena rimandare ancora, nonostante la paura che la solitudine completa mi renderà meno empatico, sofferente (e meno male che sono allergico, se no ci sarebbe stato il pericolo di trasformarmi pure nella “gattara” de “I Simpson”).
Come per gli abiti (vd.: “Mostrami il cassetto e ti dirò chi sei”) e come per le librerie (vd.: “Lui e la sua libreria”), dicono che anche la casa rispecchi la personalità del proprietario e credo che sia vero.
Dunque la casa che ho scelto, seppure in città è un po’ isolata, ancora vuota e arida, trascurata. Insomma c'è da lavorarci un po'. Perciò riflettendoci mi domando: se io sono anche la mia casa cosa significa tutto ciò? Non si tratta forse di una sfida entusiasmante, oppure non è che invece di ritrovarmi nella casa dei sogni sto andando a finire in una casa stregata?
Poi ho deciso che no, non voglio saperlo, e per questo ho iniziato a cogliere qualche spunto per cercare almeno di indirizzarlo, il mio destino.
La mia casa la immagino con uno spazio in cui appenderò un sacco da box per i momenti di sfogo, dove ci sarà anche una libreria enorme da riempire pian piano, un tappeto iraniano e una scrivania cui potere sedermi per lavorare con calma. La immagino possibilmente arredata con un mix di mobili d’epoca (chessò, un’antica madia di famiglia) e moderni (una poltrona allungabile), vuota di tutti quei ninnoli e cianfrusaglie che si accumulano nel corso del tempo.
Il che corrisponde solo in parte a ciò che ho leggiucchiato.
Secondo “Social perspectives in lesbian and gay studies: a reader” di Peter M. Nardi, Beth e E. Schneider i gay tendono a fare tutto nel loro tipico stile (gay appunto) che si tratti di casa (in quartiere gay), di abbigliamento (da Zara?) o di spesa alimentare (Naturasì?).
È davvero così?
Sembra che in fatto di arredamento i gay preferiscano il bianco (e qui mi ci ritrovo un po’) e che le loro case siano sempre lussuose, ricche di oggetti fighissimi di design, spesso anche inutili (vasi di Venini, porcellane inglesi che si rompono solo a guardarle e quadri d’autore). Spesso sono piene anche di piante rigogliose e fiori stupendi come orchidee, ibischi e rose, perché è risaputo che i gay hanno tutti il pollice verde. Di certo non può mancare una stanza degli armadi e, quando non è possibile avere a disposizione una stanza intera, si sottrae spazio alla camera da letto per erigere una cabina armadio. Stereo & co. sono sempre di ultima generazione mentre il personal computer è di solito un “Apple”.
Beh che, se casa mia verrà fuori così di certo non avrò il coraggio di lamentarmi.

Tuesday, 4 January 2011

La filosofia della saponetta

Pochi giorni fa Claudio Magris ha scritto in merito al diritto di morte e di vita: «Quando ci innamoriamo, votiamo, preghiamo, lavoriamo, ci divertiamo, possiamo e dobbiamo cercare di essere liberi nel nostro agire, ma senza alcuna presunzione di essere proprietari della vita, neanche della nostra, perché in quel caso saremmo come quei padroni delle commedie, cui i servi rubano tutto sotto il naso».
Eppure i nostri esperti non fanno altro che sperimentare come condizionare la nostra psiche, che si tratti di voto, preghiera o - tanto per cambiare – di innamoramento.

Ed ecco che stavolta tocca ai cugini d’oltralpe, secondo i cui studi le donne hanno il doppio di probabilità di accettare l’appuntamento con uno sconosciuto se prima dell’invito ascoltano una canzone romantica. Nello specifico, lo psicologo francese Nicolas Gueguen racconta di aver reclutato 183 studentesse di età compresa tra i 18 e i 20 anni, dicendo loro che avrebbero preso parte a una ricerca di mercato affrontando un breve colloquio con un esperto. Quindi le ha fatte accomodare in una saletta e, seguendo un copione prestabilito, ha detto loro che la persona che avrebbe dovuto occuparsi della ricerca era in ritardo. Alcune fra le donzelle sono rimaste in attesa, da sole, in una stanza dove veniva mandata in onda una canzone d'amore; altre hanno aspettato in una stanza dove si sentiva una canzone pop e per nulla romantica. Al termine del brano musicale le donne sono state condotte in una sala diversa dov’era già accomodato un ragazzo loro coetaneo – in realtà un attore che recitava anche lui un copione. Entrambi hanno trascorso cinque minuti con il ricercatore, discutendo dei prodotti su cui si conduceva la ricerca di mercato e, dopo che l’intervistatore ha lasciato la stanza con una scusa banale, il ragazzo ha chiesto un appuntamento alla cavia ignara.
Secondo la rivista “Psychology of Music” il risultato è stato che circa il 52% delle donne che aveva ascoltato musica romantica durante l’attesa ha lasciato il proprio numero di telefono al ragazzo intraprendente, contro il 28% delle ragazze che avevano ascoltato musica pop non romantica. Ancora, il Prof. Adrian North, uno psicologo della “Heriot Watt University”, ha detto che l'influenza della musica sui processi d’innamoramento sarebbe stata più difficile da studiare sugli uomini in quanto: «Facendo lo stesso esperimento con dei maschi, ci sarebbe stato il pericolo che questi rispondessero “sì” sempre e comunque».
Leggendo di questa ricerca, a chi ha voglia di innamorarsi ma non riesce a lasciarsi andare viene la tentazione di chiudersi in una stanza buia per 10 ore al giorno con la “My Heart Will Go On” sparata a palla.

Eccoli, dunque, i “padroni delle commedie” – siamo noi. Tutti noi che ci interessiamo ai risultati di queste ricerche, che le commissioniamo e persino gliele paghiamo, ai nostri servi che ce la fanno sotto il naso. Io stesso – impunito, come direbbero a Roma – nonostante i buoni propositi per il nuovo anno, ieri ero in procinto di ultimare l’ennesimo articolo destinato ai single come me e incentrato sulle nuove regole cui attenersi per un 2011 di successo in amore, regole che ho testato personalmente la scorsa domenica in discoteca e di alcune delle quali posso confermare l’efficienza. Alla fine l’articolo l’ho lasciato lì. Incompiuto. Ho riflettuto su come ci faccia sentire davvero liberi e padroni della nostra vita l’assumere specifici atteggiamenti, il seguire regole e “trucchetti”, perché riusciamo a ottenere ciò che vogliamo - costi quel costi. Vale a dire che spesso sacrifichiamo non solo il rispetto per gli altri, ma prima ancora il rispetto per noi stessi.
Così mi è tornata in mente una storia che ho letto durante alcune ricerche. La storia di Origene di Alessandria che si autoevirò (secondo alcuni per il troppo rigore ascetico e in seguito alla lettura del passo di Matteo che recita «e vi sono eunuchi che si sono fatti eunuchi da se stessi, per il regno dei cieli»), giocandosi per sempre l’ordine a sacerdote che gli fu negato dal vescovo Demetrio. E siccome fin dai primordi della civiltà cristiana il rapporto dell’uomo con la realtà sensibile è stato rappresentato per lo più dalla sessualità, ecco che nel caso di Origene «la castrazione […] biologicamente ha la funzione di addomesticamento, ma psicologicamente […] introduce […] nuove possibilità di sviluppo dello spirito». Cercò di ottenere con l'autoevirazione "l'accesso al meraviglioso mondo delle idee".

Sarà… Di fronte a tutte queste storie, dati, regole e ricerche alzo le mani, oltre che le spalle. Mi si arrovella il cervello e, quindi, adesso la racconto io una storia: quand’ero piccolino mio padre mi portava di frequente con sé in ospedale quando lo chiamavano per una reperibilità. Mentre lui operava oppure sagomava gessi, io mi sedevo alla scrivania bianca e acciaio dell’ufficio della caposala e scarabocchiavo ricettari. Fra madonne e crocifissi, santi protettori, “capedipezza” in abito grigio e chi più ne ha più ne metta, l’infermiera di mio padre ogni tanto mi teneva compagnia raccontando aneddoti, e quando non stava con me la sentivo comunque urlare nei corridoi. Aveva una risata sguaiata come poche altre mi è capitato di sentirne da allora, ma almeno portava un po’ di allegria in quel posto triste. Fu lei che un giorno (ricordo che avevo circa nove anni perché alcuni amici più grandi mi avevano insegnato da poco cos’erano le “pugnettedde”) a proposito di alcuni discorsi tipici da corsia espose a mio padre la filosofia “della saponetta” che oggi sembra rispondere in parte agli studi francesi e al bisogno delle donne d'essere incoraggiate ad accettare un appuntamento e si presenta in veste del tutto pagana in contrasto alle idee di Origene, come già il precristiano Antistene che prendeva per il culo Platone e il suo mondo delle idee soprannominandolo "Sàthon" (ossia pene) e che vedeva nel fallo "il simbolo della percezione sensibile".
L'infermiera disse: pochi scrupoli di fronte a ciò che ci reca piacere; le donne e gli uomini sono uguali, sicché traggono il medesimo piacere dal fare l’amore. E anche quando così non fosse… mica è una saponetta che si consuma con lo “stricamento”!
Altro che diritto alla vita!
Mi domando: se la vagina non è paragonabile a un classico sapone, d’altra parte il pene è paragonabile a un dispenser?