Friday, 14 January 2011

Se l'abitudine allegerisce la fatica


Poiché sono un abitudinario paranoico (crolli il mondo: sveglia alle 6.15, colazione tè e McVities d’inverno e yogurt d’estate, due flessioni e no. 1 addominali, cacca, doccia, barba e spazzatura, metro – sempre l’ultima carrozza -, lavoro, etc…) è normale che alla fine io incontri ogni giorno sempre le stesse facce. Ormai tutti sanno quello che leggo, conoscono a memoria il mio guardaroba, proprio come io conosco il loro.
Quando scendo in metropolitana (crolli il mondo: 7.05-7.15 h., tanto per dare un senso al Mutabon) ecco che mi ritrovo davanti il primo di una coppia di soggetti che pensano di battermi in termini di maniacalità. Lo si sente arrivare da lontano – TOC! TOC! TOC! …È un incedere le-e-e-nto, cadenzato dal buio e dalla nebbia mattutini, come in un film dell’orrore se non fosse per il dispiacere che coglie nello scorgere, alla fine, un bastone di legno che sostiene un uomo probabilmente vittima di un ictus. Curvo, muove passettini calibrati, trimpella sempre sotto lo stesso cappello verde a falda larga, dando l’impressione di cadere da un momento all’altro. Quando nevica e le scale sono ghiacciate, o quando c’è vento lo seguo con lo sguardo trattenendo il fiato. Eppure è sempre lì, ogni giorno alla stessa ora.
Il secondo è un ragazzo non vedente. Arriva dall’ingresso opposto e anche lui è preceduto dal picchiettare del bastone, quello bianco canadese.
Entrambi seguono ogni giorno lo stesso percorso, calpestando le stesse mattonelle, varcando sempre lo stesso tornello a battente.
Fino a stamani.
Mi ha preso il panico quando ho scorto in lontananza un cartello di plastica che segnalava lavori del personale ATM in corso.
Ho lanciato sguardi angosciati all’uno, che mi precedeva (ma che comunque sarebbe stato in grado di individuare in tempo il pericolo), e all’altro che arrivava seguendo col bastone la striscia di pavimento in gomma a bolli.
Per fortuna anche il ragazzo cieco s’è accorto dell’ostacolo, se non che, per evitarlo, ha virato di colpo ritrovandosi così sulla traiettoria del mio vicino che ha manifestato immediatamente la sua difficoltà a frenarsi iniziando a emettere gemiti strani…

Dalla penna di Claudio Magris:
«Tutti — persone, culture — siamo diversi e proprio perciò è vacuo ripetere come pappagalli questa parola. Inoltre la diversità, la particolarità non è ancora di per sé un valore; è un dato, un'identità […] sulla cui base si possono costruire dei valori, che tuttavia sempre la trascendono […] è un dato di fatto che va rispettato e tutelato contro chi non lo rispetta»*

…E così, in maniera “diversamente abile” l’imminente tragedia è scampata.
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* C. Magris, La nostra vera malattia, Corriere della Sera, 26/05/2008

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