Monday, 21 February 2011

Che cazzo ti urli?


Leggendo l’ultimo articolo di Rowan Pelling sul “Daily” riguardo ai gemiti fra le lenzuola mi sono tornati alla mente alcuni ricordi.

Il primo è quello del mio vicino di casa, a Milano, quando abitavo ancora con Trilly. Si trattava di un avvocato che aveva la camera da letto confinante con il nostro salotto per cui spesso capitava che, mentre guardavamo le sfide di “Amici” sul 5, invece di sentire la musica dei passi a due tutt’a un tratto sentivamo qualcosa del tipo:


«Su, su… Dai, dai… Su, su… Dai, dai…»


Erano versi che non provenivano dal televisore, certo.

All’inizio non ci facemmo caso più di tanto. Quelle esortazioni perfettamente cadenzate, come se fosse in corso un esercizio ginnico scandito da un metronomo, ci fecero credere che l’avvocato si fosse trovato una personal trainer. Il dubbio sorse solo più tardi, quando alla fine delle manovre sentimmo un distinto «Si-i-i-i… A-a-a-ah!» e, naturalmente, fu del tutto fugato dopo avergli fatto la posta con le orecchie ben piantate sul fondo dei bicchieri che appoggiammo alla parete comunicante.

Così fu possibile distinguere bene il cigolìo del letto, il rintuzzare della testiera contro la parete e, naturalmente, il respiro affannato di lui mentre teneva il ritmo. Ma di lei… nulla. Sì, ogni tanto un «Uh!», oppure «Ah!», ma per il resto – muta.

Il secondo ricordo non è poi così lontano.
Riferirò solo che, appena l’anno scorso, quasi tutti gli inquilini del mio palazzo hanno avuto la tentazione di chiamare la polizia a seguito delle urla da scannatoio della ragazza del quarto piano:


«No-o-o-o-o-o-o-o-o!!»


Eporcamignotta, ma sapete che paura ci siamo presi tutti, alle tre della notte per poi scoprire che la “povera” stava solo godendo come una maiala. Beata lei!

Quante volte ci siamo posti il problema di aver fatto troppo rumore mentre trombavamo?

Avete presente quando siamo in vacanza al mare, in campeggio, o magari ospiti a casa di amici che, anche se il divano letto su cui ci hanno sbattuto non è poi così comodo, non riusciamo a non lasciarci andare alla lussuria (o forse proprio per questo, cioè, perché non riusciamo a dormire a causa delle molle nel sedere che tanto vale aggiungerci anche qualche altra cosa…).

Una volta portai a casa un tizio che, vuoi perché era ubriaco, vuoi perché era proprio primadonna, appena gli sfilai la maglietta iniziò a gemere come una vitella! E chi aveva il coraggio di andare oltre? Già m'immaginavo Ceauşescu (l’inquilino rumeno del piano di sotto) salire infuriato con una mazza ferrata stretta fra le mani.

Così da allora, non conoscendo sempre le abitudini sessuali dei miei “ospiti”, se sono alla mia prima volta adotto la tecnica della mano-bavaglio! È capitato che qualcuno abbia pensato a un gioco perverso. In realtà io volevo solo tappargli la bocca nel vero senso del termine.
Eppure, questa macabra abitudine me la sono fatta passare. Credo che non ci sia nulla di più brutto di quando stai godendo e ti lasci andare, e dall’altra parte senti dirti soltanto:


«Shh!»


Una volta una mia amica mi ha raccontato di essere andata a letto con un superfigo e che, mentre facevano l'amore, lui se n'è uscito ammonendola:


«Che cazzo ti urli?»


E pensare che lei non s'era nemmeno accorta di aver fiatato...

A ogni modo, personalmente quando faccio l'amore sono un tipo tendenzialmente discreto. Certo, molto dipende anche da cosa mi ispira chi ho di fronte...
Ma mi domando cos’è peggio: l’amante che urla fino a svegliare tutto il vicinato, oppure il tipo mummia? Se da una parte può essere imbarazzante l’urlo a sirena, dall’altra non è neppure carino non lasciarsi sfuggire neppure un «mormorio di incoraggiamento per il partner che si adopera per il nostro piacere».

Rowan Pelling ricorda un passo dello scrittore americano Tad Friend quando scrive: «il sesso, come il sonno, dovrebbe essere praticato in silenzio e al buio».

Certo se le parole del pastore protestante suonano un po' esagerate, quel che è vero è che c'è una bella differenza tra l’esprimere il proprio piacere con qualche gemito e le così dette “urla esibizionistiche”.

Wednesday, 16 February 2011

I tuoni della terra - Fadalto


Benché io parli sempre della mia terra di Calabria, molti sanno che, in realtà, sono per metà di origini venete. Precisamente di Fadalto, vicino Vittorio Veneto. Da un paio di mesi la zia ‘Gusteta telefona alle nipoti che oggi vivono in Terronia lamentando il terrore per gli scoppi che, senza alcun preavviso, a qualsiasi ora del giorno e della notte provengono dal sottosuolo. Alcuni vicini di casa avvertono i bicchieri tintinnare nelle cristalliere, e benché lo scorso due febbraio il “Corriere” abbia intitolato «Il mistero degli scoppi che spaventano il Fadalto. “L’acqua spacca le rocce”. Da mesi gli abitanti vengono svegliati da boati inspiegabili. I sismografi non rilevano alcun terremoto, tecnici e studiosi brancolano nel buio. L’ex sindaco-geologo: sono le falde nel cuore delle montagne», dopo gli eventi dell’Aquila la tentazione di fuggire via è forte.
Ed ecco che da quel due di febbraio le cose hanno già preso una piega diversa.
«La Regione sta predisponendo un piano post-sisma individuando gli alberghi sul litorale marino che potrebbero ospitare gli eventuali sfollati di Vittorio Veneto […] Nessun allarme, al momento. Semmai un pre-allarme della Protezione civile».
Oggi sembra che i boati inizino ad accompagnarsi a microscosse «che arrivano da mille metri di profondità, non dai 5 mila o 10 mila dei terremoti tettonici». L’unica cosa che non cambia è la paura della popolazione.

Scrive ancora la “Tribuna di Treviso”:

«Novità sono arrivate dal geologo Gino Luchetta, tra l'altro assessore della Comunità montana. Ha fatto conoscere una cosa fino ad oggi sconosciuta: “il grado delle scosse del 2º grado della scala Richter”. Finora si era parlato di un grado e mezzo, di 1,8 per le vibrazioni dell'altro giorno. “Si tratta di fratture delle rocce a una profondità di 1000 metri - ha ancora precisato Lucchetta - in una zona ben individuata situata al confine tra il Comune di Vittorio Veneto e Farra d'Alpago”. Quindi sotto Sella del Fadalto. “Si tratta […] di masse rocciose in tensione non si sa se per un fenomeno di schiacciamento o di rilassamento”».


Ora dovete sapere che la popolazione di Fadalto non è tutta questa moltitudine di giovani usa alla gazzarra dei rave e dei giri in motorino. La zia ‘Gusteta, per esempio, la rappresenta bene - è in forma senza dubbio e ha circa ottanta anni, e la zia Delfina che abita poco lontano e che si offre di andarla a prendere in qualsiasi momento in via preventiva non ne ha più quindici neanche lei.

Fadalto è un paesello in provincia di Treviso, poco distante anche da Belluno e molto vicino al lago di Santa Croce da una parte e il Lago Morto dall’altra. Lì sono cresciuti i miei nonni materni, lì sono nate le mie zie e zii e cugini. Lì, all’ombra del Monte Millifret c’è ancora una piccola casetta tirata su dalle mani dei miei avi che nei dintorni pascolavano le mucche e le greggi, allevavano conigli (ricordo quando andavamo nella stalla coi miei cugini e ridevamo alle urla delle zie che davano loro da mangiare: «Magna mona-a-a!»).
Tutti sanno che stiamo parlando di una zona sismica e tutti conoscono i trascorsi del territorio circostante, quindi spero davvero che agli eventi in corso si stia dando la giusta importanza, proprio come riferiscono i giornali.

Monday, 14 February 2011

Non sono più un tipo romantico?

È un po’ un controsenso, ne?

Tutti i post passati, le pile di libri dedicati alle più belle lettere d’amore di tutti i tempi – ebbene sì, lo confesso, su cui a volte ho anche pianto - e che ho stivato di là, in sala, perché nella libreria non ci entra più niente… e poi?

Mi domando se ho dimenticato cos’è il romanticismo, se mi sono disabituato a riconoscerlo e ho bisogno di pratica, se invece non lo sarò mai più o, peggio, se non lo sono mai stato (non trovate anche voi che sia romantica l'intimità per cui ci si sente liberi di ruttare insieme dopo un sorso di birra al pub?) e, quindi, ho sempre avuto una percezione distorta del mio essere e sentire. In quest’ultimo caso povero me! Ciò significherebbe che ho sprecato litri d’inchiostro e perso inutilmente diottrie davanti al PC nello sforzo di scrivere scene d’amore per racconti improbabili.

Non ci avevo mai pensato prima. È forse per questo che la maggior parte delle mie storie finisce in un bagno di sangue?

Immaginate(mi): mi porta a cena in una pizzeria di provincia dalle pareti color vinaccia, raccolta e nascosta in un vicolo dal vago sentore medievale che ancora si possono immaginare facilmente scene ancestrali di cavalieri e damigelle. Mi invita per una passeggiata dopo cena sul lungolago e al chiaror di luna, mano nella mano. Segue qualche sguardo furtivo reciproco, ognuno per accertarsi che anche l’altro sia stato bene. Lui come in un telefilm mi domanda se conosco le costellazioni, indicandomi le Pleiadi e i soliti carri, le Orse di tutte le taglie - S, M, L e XL che siano (fra l’altro le uniche che so riconoscere). Io sto bene con lui. Mi fa ridere, mi fa sentire a mio agio. A tratti è politicamente scorretto come me e questo mi piace. Ha un culo mozzafiato e sembra infinitamente dolce.

Quando con un gesto timido estrae dalla tasca un Bacio Perugina:

«Prendi…»

Quasi lo sussurra e io, che ancora ho ancora in bocca il sapore della ricotta e del salame del calzone, gli rispondo:

«No grazie, sono pieno!»

Lui prova a insistere, ma ci manca poco che mi metta a rigurgitare perché se ne convinca.

Ripensandoci, forse c’è un fondo di verità nell’osservazione che mi ha mosso, per cui non sarei il classico romanticone. Mi vedo un po' come il dott. Spok della situazione, quello più strano, col taglio di capelli che farebbe piangere anche Bambi e con le orecchie a punta, mentre lui mi appare come il dolce capitano Kirk. A ogni modo, non è forse ugualmente romantico che nonostante tutto sia seguito il bacio, quello vero, e che lui non abbia desistito, ma che abbia sorriso amabilmente? E non è forse romantico il fatto stesso che io trovi romantico tutto ciò, o è solo che mi sono rincoglionito di botto?

Tuesday, 8 February 2011

Paese che vai, contraddizione che trovi

Sapete che spesso i miei occhi cecati sono puntati sulla Grande Madre Russia. È perché subisco il fascino delle contraddizioni, e la Russia di certo è uno fra i paesi per antonomasia ricco di discordanze. Quasi quanto l’Italia.
Tanto per dirne qualcuna: in Russia spesso organizzano per i gay delle feste belle quasi come quelle che hanno fatto ultimamente a Roma – scippamenti di occhi, spezzamenti di braccia, calci nel culo (se proprio la Nuova Opera Nazionale Balilla è a corto di idee). Eppure da qualche giorno, proprio in Russia, la TV trasmette questa reclame


Ancora, in Russia aumenta la campagna di sensibilizzazione circa il problema dell’alcolismo, come è già accaduto in Italia qualche tempo fa (nonostante qui da noi non faccia quel freddo siberiano da giustificare un fegato a forma di fetta di pompelmo e color rosso Vodka-Aperol come il mio), eppure guardate che b
el cartellone pubblicitario che ti hanno inventato!
Ma l’ultima novità è questa: la “Mилиция” (milizia) da oggi in poi si chiamerà “Полиция” (polizia) come nel resto del mondo, e ai poliziotti ci si dovrà rivolgere con l’appellativo “Г-н полицейский” (Gospodin Polizejskij) ossia “Signor Poliziotto”… Apriti cielo!
I russi stanno impazzendo. Appena udita la notizia la Federazione ha rischiato di essere travolta da una guerra civile. E in effetti, a sentir loro, nella maggior parte dei casi chiamare un poliziotto “signore” sarebbe come pretendere di rivolgersi a una baldracca qualunque con l’appellativo di “signorina escort”. Chi mai lo farebbe? (sia chiaro che personalmente non ho nulla contro la prostituzione, anzi propongo un Fondo Sociale Europeo per l’incremento dell’energia sessuale).

«Положительно относиться к полиции не будет никто. Для начала полицейских будут называть полицаями, то есть продажными тварями, которые служили фашистским оккупантам и уничтожали собственный народ. На сегодняшний день они не будут служить народу, полиция нужна не для этого. Полиция будет защищать правящий класс — всех тех, кого народ ненавидит, от этого самого народа. Собственно, именно для этого полиция и нужна — подавлять народные выступления».

Il risentimento deriva dal fatto che spesso i poliziotti russi fermano gli automobilisti e sequestrano loro i documenti senza alcun motivo valido, se non quello che non vogliono pagare loro una mazzetta. A volte - mi riferiscono amici del posto – possono essere richieste perfino prestazioni sessuali e questo effettivamente ha ben poco di signorile. La conseguenza ultima è che, sì, la prima cosa che fanno oggi i cittadini russi quando scorgono alzarsi una paletta è fermarsi, abbassare il finestrino, salutare «Buongiorno signor poliziotto!» e quindi porgere garbatamente l’intero set di documenti in via preventiva legato al cruscotto con una catena di ferro, di modo che nessuno possa portarglieli via

Sunday, 6 February 2011

Venti di phon – insegnamento per sciocchi vanitosi



Non ho ancora capito come funziona questa faccenda dei peli. Mio padre non è che sia molto peloso, mio fratello neppure. Personalmente ho smesso di depilarmi il petto e la schiena (anche il culetto) già sei anni fa. Troppo impegnativo e troppo costoso in termini di “Idraulico liquido” per sturare gli scarichi. Ogni tanto do ancora un’accorciatina, ma solo sul petto e intorno al mio amico pene. Sul petto perché ogni tanto i bastardi mi s’incastrano nelle trame delle maglie della salute e fanno male. Intorno al cazzo perché non c’è cosa più fastidiosa durante una sessione di sesso orale che ritrovarsi con i propri peli pubici in bocca e doversi interrompere per sputarli. Poco romantico, non c’è che dire.
Ma siccome nell’ultimo periodo l’unico ad avere un incontro ravvicinato col mio uccello è sempre e solo il rubinetto del bidet, anche quelli sono cresciuti forse un po’ troppo, motivo per il quale quando faccio la doccia, ci sono -4°C e in più vado di fretta non mi rimane altro che asciugarmi anche lì e in mezzo alle mele del culo con il phon.
Inteso che mica sto lì a farmi la messa in piega, ma non nascondo che mi piace un casino. Anzi mi piaceva. Solo tre anni fa ho scoperto con gioia di non essere l’unico malato di mente ad asciugarsi i peli del cazzo col phon. Ancora andavo in palestra e, fuori dalle docce, un giorno ho trovato un cartello firmato dalla direzione che leggeva:
«Siete pregati di non usare l’asciugacapelli sulle parti intime».
Mi sono scompisciato dalle risate. Anzi, devo chiedere a mio fratello che ancora frequenta quel bordello se il cartello c’è ancora. Ma in effetti si chiama asciugacapelli e non asciugapelidelcazzo, no? Mi sono chiesto: possibile che c’era qualcuno che mi aveva fregato 100 punti mettendo in pratica questo rito in pubblico?
Ma senza divagare oltre, vi racconto che una sera avevo finalmente un appuntamento galante. Di solito al primo appuntamento è difficile che si vada oltre il bocchino (a meno che il tipo non sia molto affidabile. Ma come stabilire se lo è davvero se poi ti dà il culo dopo cinque minuti che vi siete conosciuti?), quindi anche se c’era solo una possibilità su un milione che il mio amichetto quella sera avrebbe fatto un giro in un nuovo tipo di “Folletto” mi sono preparato ben bene, memore del detto della mia trisavola: «Prima di uscire lavatevi sempre la fissa e i piedi, ché non si sa mai».
E allora: lavatura, improfumatura (sì, me lo improfumo e con una fragranza trovata apposta per Lui) e asciugatura, quando… Vr-r-r-r-r! Ahia!
Avevo avvicinato troppo il phon al pisello e mi ero bruciato! E nemmeno poco. Un dolore matto, ve lo giuro.
“Come cazzo ho fatto? Sarò stupido o no?” mi sono chiesto. Il lato positivo era che poteva andarmi peggio se fossi stato circonciso.
Inutile dire che quella sera il pacchetto rimase ben chiuso in bottega e che da allora ho ricominciato a portare il mio pisello dal barbiere.

Wednesday, 2 February 2011

Mr. Leccness e l'ordine di nascita

[Questo post è un adattamento per il Blog Generazione X(anax) di un estratto da “Ho ucciso Miranda Hobbes (la storia si fa seria)”, continuazione di “Volevo essere Miranda Hobbes (una storia sciocca)”, ed. ilmiolibro.it, 2010]
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Dopo dieci giorni di nebbia, nebbia fitta, nebbia bianca come il latte e condita con aromi di smog, tanta nebbia che credo di averla fin dentro il buco del culo che quasi quasi mi candido come fumogeno naturale per l’Unità Antiterrorismo della Polizia di Stato, finalmente vedo infiltrarsi nella mia vita sentimentale un blando raggio di sole.
Preparatevi, tenetevi forte. Cari maschietti legatevi il prepuzio e voi, donne, trovate qualcosa (o qualcuno) con cui tapparvi per non pisciarvi addosso dall’emozione quando avrete letto che… finalmente ho conosciuto un tipo nuovo! Dove sta la novità? Beh, stavo aspettando prima di raccontarlo perché volevo quel minimo di certezza che almeno lui, al contrario del Biondo, di Mr. Bear e del Boccia che sono seguiti all’Ignoto, non fosse l’ennesimo psicopatico piscivrachetto di merda, il solito traditore pentito o che so io; dall’altra volevo essere certo che anch’io, pur non avendo ancora finito (in realtà neppure iniziato) il ciclo di psicoterapia, almeno stavolta riuscissi a trovare la forza necessaria per non sputtanare tutto come l’ultima, scrivendo un post di Blog insulso (sono sicuro che il feto dell’ultima relazione semiseria è abortito grazie alla doppia combinazione delle mie pochissime righe di un articolo con il carattere di merda dell’uomo che stavo corteggiando - tale Pennacchio - e che l’ha letto), oppure trovando una delle solite scuse del tipo: «Siamo incompatibili sessualmente perché hai il retto come un utero retroverso».
Stavolta lo giuro – ce la sto mettendo tutta. Sì, perché Mr. Leccness sembra promettere bene. Nonostante tutto sono ancora così insicuro di me che continuo a studiare e scrivere articoli su qualunque nuova indagine che abbia a che fare con la ricerca del partner perfetto, non capendo che le suddette indagini non fanno altro che aggiungere altri dubbi alla pila che già mi porto dietro, sbilanciandomi finché non sarò caduto a terra non appena mi sarà passata l’euforia da post-pompino del primo appuntamento.
Ed ecco che, dopo i saggi su come scegliere l’uomo giusto in base alle cozette che indossa, o a come dispone i libri sugli scaffali della sua libreria, gli strizzacervelli sono giunti alla conclusione che per individuare il vero Mr. Right c’è un modo più semplice: chiedergli se è figlio unico, o il primo nato, il mediano o l’ultimo nato di diosolo sa quanti fratelli. Faccio riferimento all’ultimo lavoro di Linda Blair (che non è l’attrice americana de “L’esorcista”, anche se a veder bene in alcune foto sfoggia uno sguardo che la ricorda nella versione posseduta, mentre per il resto ricorda un personaggio di “Melrose Place”), ma è una “Clinical Psycologist”. Quando ho letto il suo anno di nascita mi sono spiegato subito come mai una psicologa si interroghi ancora su qual è l’uomo giusto per noi (o per sé?) – classe X(anax) 1976.
Dunque Linda PossedutaBlair uscirà in tutte le librerie del Regno Unito il prossimo 3 Frebbraio 2011 con “Birth Order: What Your Position In The Family Really Tells You About Your Character”, ed. Piatkus, con cui ci spiega come l’ordine di nascita sia il fattore che c’influenza maggiormente determinando qualsiasi tipo di relazione interpersonale; quindi anche se riusciremo a trovare l’uomo che ci scoperemo per il resto della nostra vita senza scannarci in continuazione.
Ora, dovete sapere che il mio Mr. Leccness s’è dimostrato da subito dolcissimo, premuroso come una balia, il che mi ha fatto sentire soffocare altrettanto in fretta (troppo tempo da single è sempre nocivo all’innaturale condizione monogamica), per cui ha iniziato LUI a manifestare qualche sospetto nei miei confronti quando ho iniziato a rivolgergli le solite domande che ho imparato a fare all’inizio di ogni nuova frequentazione, del tipo:

«Sei fidanzato?»
«Ma ti pare? E sarei qui a ballare con te?»
«E quell’anello?»
«L’ho comprato a una bancarella, alla fiera del mio paese, al lago».
«Da quanto tempo sei single?»
«Sei mesi».
«…»

Punto a sfavore.

«Dopo quanto tempo di fidanzamento?»
«Tre anni e mezzo».
«Ts-s-s-s…»
secondo punto a sfavore, cazzo. Iniziava a piacermi. Che fare?

«Da quanto tempo ti sei lasciato?»
«Sei mesi!»
«No, dico: esattamente da quanto tempo ti sei lasciato?»
«SE-EI MESI-I-I!! Ohù, ma ci sei o ci fai?»


Poverino. Non sa che, spesso, qualcuno prima di lui (leggi il Biondo) dopo la terza volta che l’ho chiesto mi ha risposto:

«Beh, veramente non è che ci siamo proprio lasciati…»

Eppure Mr. Leccness era ammirevole perché non si lasciava scoraggiare e rimaneva lì, di fronte a me, a subire l’interrogatorio.
Piccola parentesi: è questo il problema degli uomini di oggi. Si sono tutti imminchiuniti al punto che non sanno più tradire. Ma dico io: quando è capitato a me di essere fidanzato e di conoscere l’Etrusco che me lo mandava in tiro appena ne sentivo l’odore in ascensore, beh che, sono andato da lui e dopo avere fatto scendere velocemente a compromessi i rimorsi di coscienza con il mio pene impazzito, ci siamo messi d’accordo:

«Tu mi piaci».
«Tu mi arrapi».
«Però io sono fidanzato».
«Però… anche io».
«Bene».


Intendiamoci, non è che vada fiero di questo episodio (è stata l’unica volta che ho tradito in vita mia), ma non è comunque meglio così, che non sommergersi vicendevolmente con una marea di cazzate?
Tornando a noi, per sgamare l’eventuale bastardo truffaldino di turno, non ho molta voglia di aggiungere alla lista delle mie domande anche quella:
«Sei figlio unico, o mediano?»Ve l’immaginate? Ma la dottoressa PossedutaBlair è convinta: l’ordine di nascita determina caratteristiche specifiche di un soggetto.
«I tratti della propria personalità si definiscono prima dei sei/sette anni di età – il periodo in cui il vostro posto in famiglia è un fattore molto importante della vostra vita».

Da una breve anteprima del libro ho appreso quindi che:
1. In linea di massima un primo nato e un ultimo nato vanno d’accordo perché i primogeniti di solito sanno organizzarsi e hanno cura di sé, mentre gli ultimi nati tendono a essere più dipendenti, o comunque fancazzisti e con troppa voglia di divertirsi. Vale la regola della compensazione
2. Due primogeniti non vanno d’accordo perché ci sarebbero due personalità troppo competitive a confronto e ciò potrebbe creare contrasti, a meno che uno dei due non sia disposto a cedere, o sfoghi la sua smania di primeggiare al di fuori della coppia
3. Anche primogeniti e figli unici non vanno d’accordo perché anche loro tendono a primeggiare

Ma siccome io sono il secondo di tre figli, a me non poteva che interessare il caso (ovviamente) strano del mediano:

4. Il mediano avrebbe la fortuna di andare d’accordo con chiunque – primogeniti e figli unici, perché riuscirebbero ad assecondare la loro smania di sovrastare. Tutto ciò grazie al vissuto in famiglia di mediazione/compromesso durante i conflitti fra fratelli maggiori e minori. Il pericolo si profilerebbe solo qualora il mediano si sentisse eccessivamente dominato, non riuscendo ad esprimere il proprio disagio (il mediano è incapace di esprimere a pieno le proprie emozioni). Se invece un mediano facesse coppia con un altro mediano ci sarebbe il rischio d’essere entrambi troppo deferenti nei confronti del partner, determinando così una sostanziale inerzia e incapacità di evolvere la relazione, non riuscendo a prendere neppure le decisioni più semplici.
Perfetto! E così, al nostro secondo appuntamento Mr. Leccness mi ha guardato storto per la seconda volta quando in risposta alla sua mano sulla mia coscia mi è scappato:

«Sarai mica un mediano anche tu?»