Monday, 2 May 2011

La stanza stregata (tratto da una storia vera) - 2


“Ragà, facciamo una seduta spiritica?”
Ricordo bene l’espressione di tutti noi – dubbiosa, scettica, finanche seccata, ma dopo pochi secondi:
“Sì, dai”
Lo dicemmo quasi in coro.
Finito di mangiare i nostri panini, saltammo in sella ai motorini (rigorosamente senza casco) diretti verso casa di mia madre. All’epoca non sapevamo neppure cosa fossero i caschi, se non quelli di banane. Io con Bum sul mio Sì verde metallizzato, Enzo con Diego sull’ RX del primo, e Marco per i fatti suoi sul Ciao di suo zio Giuseppe.

“Pulitevi i piedi e le ciabatte, se no mia madre mi uccide”.
Così, sulla soglia di casa, buttammo tutti a terra le tovaglie da mare irrigidite dal sale e ci saltammo su a piedi scalzi per nettarci della sabbia.
Io finii per primo. Quindi mi fiondai in casa.
“Inizio ad abbassare le tapparelle?”
“Assolutamente” disse Enzo rivolgendomi uno sguardo invasato “E prendi pure una candela. Ce lài?”
Feci segno di sì con la testa. E Diego aggiunse:
“Oh, ce lài anche un foglio grande, o un cartone per fare la tavoletta ouija?”
“Mo vediamo. Dai, entrate”.
Uno per volta invasero l’ingresso per rimanere dubbiosi con gli occhi puntati su di me, in attesa di istruzioni.
“Che è?” domandai.
“Dove ci mettiamo?”
“In cucina. C’è un tavolo grande. Vinz, prendi una sedia in più dal tavolo della sala, per piacere?” chiesi.
Bum obbedì in silenzio, muovendosi a passi lenti, come in trance. In quel momento avrei potuto rendermi conto che non tutti fra noi erano del tutto sereni all’ idea di tentare un approccio con l’ al di là. Eppure non dissi nulla. Egoisticamente non mi preoccupai di indagare oltre, di assicurarmi che nessuno avesse cambiato idea.
Quando finalmente arrivai in cucina con un foglio strappato dall’ album di disegno tecnico e un pennarello nero, li trovai già tutti belli che spaparanzati intorno al tavolo. Le spalle foderate dalla penombra bluastra spremuta nella stanza dalle avvolgibili semichiuse e, di contro, le grinze dei volti innocenti, sorridenti per l’emozione evidenziati dalla fiamma color ocra ardente della candela in mezzo a loro.
“La tavoletta? Chi la sa fare?”
“Basta scrivere l’alfabeto”.
“E pure i numeri”.
“No! bisogna scrivere anche Sì, No e Ciao…”
“Vero, vero! Cià ragione Diego. Ci vuole pure il Ciao… Ma l’alfabeto deve essere quello inglese? Metti che arriva uno spirito straniero?”
Bum si alzò da tavola, ancora una volta senza proferire parola. Si guardò attorno.
“Vinz, dimmi, che cerchi?”
“Mi dai un bicchiere d’acqua, per piacere?”
Posai carta e pennarello sul tavolo e Marco se ne impossessò subito, iniziando a scriverci sopra a chiare lettere, in stampatello: A, B, C, D, E, F, G, H…
“Dopo la acca ci va la gei o la i?”
E scoppiammo a ridere (“Jàmu bonu, guagliò! Altro che spirito inglese!”).
“A proposito, ci vuole il bicchiere, no?” domandai, facendo capolino da dietro lo sportello della credenza.
“Ci vorrebbe un puntatore…” azzardò Enzo.
“’U puntatore ‘e mammàta. Dove cazzo lo prendiamo un puntatore? È arrivata Maga Magò...!”
“No, dai. Basta un tappo di bottiglia” fece Diego.
“No, il tappo no. È troppo leggero. Poi come facciamo a sapere se è qualcuno di noi che lo muove?”
“Vabbuò. Prendo uno sciannachèddu” decisi per tutti, afferrando un bicchierino rotondo da liquore.
“Mi dai l’acqua, per piacere?” sentii alle mie spalle, e mi voltai.
Bum aspettava con aria per metà spazientita per metà supplichevole.
“Adesso mi dice che deve andare via” pensai.
Me lo aspettavo; da un momento all’ altro mi aspettavo che dicesse qualcosa del genere per andarsene e lasciarci ai nostri giochi infantili. Questo oggi mi fa capire che non ho scuse, che per quante giustificazioni possa trovare per allontanare da me una qualsiasi colpa per ciò che accadde di poi, in verità avevo ben intuito la paura del mio amico, eppure la ignorai.
“Ragà, mi raccomando,” sentenziò Diego in un tono inaspettatamente grave “da mo in avanti basta risate. Lo sapete, no?, quello che può succedere se non la prendete sul serio?”
Ci guardammo l’un altro nello sforzo di trattenere una grassa risata, concordando tacitamente che fosse giusto farla bene fino in fondo, quindi che bisognasse creare l’atmosfera adatta. Solo Bum, in piedi, rimase in disparte col suo bicchiere d’acqua in mano e se ne uscì domandando con voce rotta:
“No, perché? C-uhm!-che he può succedere?”
(continua…)

1 comment:

Anonymous said...

b2?