Saturday, 25 June 2011

Friday, 17 June 2011

Il mio amico "Beach"

È forse lo sport che amo in assoluto.
Sembra che il beach volley sia nato alle Hawaii nel 1915 grazie alla Outrigger Beach e al Canoe Club, ma la maggior parte delle persone insiste nel dire che le origini siano da trovarsi a Santa Monica, in California, circa 25 anni dopo.
Ricordo d’infanzia, quando l’estate trascorrevo giornate intere in spiaggia, sotto il sole cocente anche all’una, alle due, quando intorno al campo c’era il deserto e si sentivano solo gli sbuffi della fatica di noi giocatori e in sottofondo la risacca minima del mare piatto come una tavola, e quando diventavo così nero che neppure l’inverno la pelle si sbiancava (o certo non come si è candeggiata da quando vivo a Milano); gioco di squadra che connette modi di pensare, di agire e d’intendere la gara in modi a volte del tutto contrapposti, quindi che smussa, rende compatibili insegnando che i contrasti possono essere superati, che il compromesso finalizzato al bene comune è sempre possibile.
E infatti il beach era inizialmente uno sport per famiglie, solo astuzia e agilità senza scontro fisico, per divertirsi durante le gite al mare. Per lo stesso motivo ha riscosso un grande successo proprio durante gli anni della Grande Depressione, quando gli americani affollavano le spiagge per giocare “a quello che era praticamente l’unico passatempo e intrattenimento gratuito”.


E così che, a differenza dei così detti “Sport Maggiori” quali il ciclismo e il calcio, il beach volley, anche solo “Beach” per gli amici, rimane un GIOco e in quanto tale regala GIOia tanto a chi lo pratica quanto a chi lo guarda.
Bruciarsi i piedi sulla sabbia rovente, sudare secchiate d’acqua (non è mica così semplice spingersi in alto per colpire la palla che vola, mentre i piedi non trovano un appoggio sicuro) pur mantenendo l’attenzione costante per difendere la propria metà del campo… Ah!
Che nostalgia, cara Logan!

Complimenti alla nostra nazionale.

In fine, solo quattro parole: la terza è mia…

Monday, 13 June 2011

Speciale Euro Pride 2011


Sono felice perché se solo ripenso a quanto scritto poco più di un anno fa…
Sono felice perché è stato un fine settimana all’insegna dell’orgoglio, perché buona parte dei cittadini italiani, tra referendum ed Europride, ha manifestato di buon grado d’intendere i propri diritti e doveri. Sembra che ci sia una coscienza sempre maggiore, e ciò vuol dire anche che c’è volontà di cambiamento.


A dispetto del tempo per nulla clemente in buona parte d’Italia (tranne che a Roma), la nebbia strisciante, il fumo della mente che crea quell’atmosfera indefinita, frammentata e annoiata, soporifera e a tratti avvinazzata, sembra svaporarsi.
All’orizzonte - un bagliore di cambiamento, seppure ancora troppo minimo rispetto a un anno fa, quando avevamo la sensazione di essere rinchiusi in un racconto quale è “A casa del diavolo”, di essere noi Andrej Ivanič, Nečesa, Tichmen’ & Co., i personaggi che Zamjatin faceva “camminare all’indietro” verso la condizione primitiva di una società senza leggi e rispetto, anzi, di una società dotata di una legge fittizia, sempre più dominio del terrore e invasa da ciò che i russi definiscono con il termine “pošlost’”, ossia volgarità, “ma anche mancanza di un gusto esteriore, di dettami morali e di una struttura ideale”.


Se in “A casa del diavolo” Zamjatin fa condurre a Andrej Ivanyč una battaglia personale che termina in una clamorosa sconfitta perché la sua è una lotta individuale, di un ribelle isolato che non appartiene a nessun gruppo, sabato scorso a Roma e ieri e oggi in tutta Italia i nuovi italiani hanno dato un calcio all’individualità, hanno stracciato la cortina che li avvolgeva e li teneva isolati, oppressi.
Certo, siamo ancora lontani anni luce dal poter dire che abbiamo vinto. Ma la minima speranza vale non poco.
Traspare la volontà di riprendersi dall’immobilità entropica che ci ha attanagliato finora, s’intuisce che abbiamo ancora energia a sufficienza per muoverci e andare avanti, che siamo ancora radicati alla vita e soprattutto che anche noi abbiamo la nostra “novità della maniera” nell’esprimerci, perché quest'anno come non mai le novità sono state tante e tutte bellissime.


Avevo letto on-line di propositi magnifici, eppure ho visto poco sul campo. Alla luce delle parole del collettivo universitario “Decidiamo di partecipare, anche noi, insieme ad altre realtà, a quello che vuole essere un movimento che svecchi la Calabria, da sempre considerata fanalino di coda d'Italia per più cose, e per questa in particolare. Da sempre contro cose quali il razzismo, il sessismo e l'omofobia, anche noi come collettivo universitario appoggiamo le diverse campagne di sensibilizzazione che stanno avendo luogo in tutta la penisola, affiancandoci e appoggiando anche il movimento reggino dell'Arcigay” mi aspettavo di più.


I giornali parlano di Lady Gaga – per carità, è stata bravissa –, ma la pop-star ha solo chiuso una giornata di per sé memorabile, in cui i nostri cugini europei, etero, gay e lesbiche che godono già del diritto di sposare e di adottare, sono venuti a sostenere la causa della povera Italia.
Ho incontrato gay e lesbiche di Mosca, di Parigi, leghisti padani (?!) ma pochi conterranei. Qualcuno di Paola, qualcuno di Reggio. Spero di sbagliare alla grande.


Spero che la mia sia stata solo una svista giustificabile con l’impossibilità di essere fisicamente ovunque, quel giorno; di non aver potuto incontrare tutti i partecipanti meridionali perché spersi fra le migliaia di persone che tutt’intorno ballavano e gioivano nel sentirsi liberi.
I giornali continuano a dare fiato a coloro che ignorano gli episodi di violenza che, da nord a sud, anche quest’anno hanno infangato l’immagine del nostro Paese; che si domandano sul perché della manifestazione (“Che motivo c’è di manifestare? Orgoglio di cosa? Mica esiste un Etero-Pride!”) e non si rendono ancora conto di far parte loro, orami, di una minoranza e che non colgono l’importanza di una battaglia (purtroppo quest’anno più sobria che mai) che tutta l’Europa porta avanti anche a nome dei futuri figli e nipoti gay e lesbiche di chi contesta, perché ci siano delle leggi che li tuteli quando saranno loro a prenderle di santa ragione, o quando sarà negato proprio a loro di poter rimanere vicino alla persona che avranno scelto di amare.

Un grazie enorme alla Norvegia, al Portogallo, alla Spagna, agli USA (!!), a tutti i genitori di gay e genitori gay che erano presenti e hanno cosparso l’aria di Roma con il loro ottimismo, il loro buon umore e amore che sempre meno sono la stupefazione di chi si è aggiunto strada facendo, perché si sa che l’amore, come il dolore, non ha senso se non è condiviso.



Sarei felicissimo di ricevere via mail (l'indirizzo è quello sotto) le foto di quei miei conterranei che non ho incontrato e che, come me, possono dire oggi "Io c'ero!".

Wednesday, 8 June 2011

I Bronzi di... chi?



Si lamentano che la nuova campagna pubblicitaria per la Regione Calabria “ci danneggia!” trasformando due opere d’arte in “giovanottoni volgarissimi”. Ma si può parlare davvero di “uso irrispettoso e volgare dei Bronzi” e dire che “la Calabria non li merita”?

A me sembra che qui stiamo rasentando il ridicolo e che l’Italia, ancora una volta, emerge in tutto il suo bigottismo cattolico (i bronzi sono nudi!!). Infatti, il "Corriere" sottolinea come, a detta di Battista Sangineto, nello spot i nobili bronzi assomiglino «nel tratto grafico e nell'ispirazione vagamente omoerotica, ad alcuni fumetti pornografici che, negli anni 70, avevano come protagonisti proprio i due Bronzi, all'epoca più famosi della Gioconda del Louvre».

Per carità, è vero che la “la nave che portava i Bronzi […] affondò casualmente davanti a Riace ma avrebbe potuto affondare da qualsiasi altra parte”, ma basta riflettere un attimo per ricordare che molti dei reperti custoditi nei nostri musei non sono propriamente di manifattura calabrese.
Mi sembra elementare ricordarlo – eppure pare ce ne sia davvero bisogno –, ma la grandezza della nostra regione deriva proprio dal fatto di aver costituito buona parte della Magna Grecia, il che vuol dire, appunto, che della Grecia è stata una colonia, che intere città sono state fondate dai greci (Metaponto ad esempio) grazie ai quali la Calabria ha vissuto il suo periodo di massima ricchezza economica, culturale e artistica.

Allo stesso modo la popolazione calabra si è posta al centro dei traffici commerciali che si svolgevano nel Mediterraneo grazie alle comunità ebraiche (molte città calabresi vantano un quartiere detto della “iudeca”), e così molto dobbiamo anche ai normanni, eccetera eccetera. Insomma che ognuna di tutte le civiltà che ci hanno dominato nel bene e nel male ci ha lasciato qualcosa. E allora? I Bronzi saranno anche di proprietà dello stato, ma - scusate il linguaggio - resta il fatto che per vederli i turisti devono spezzarsi le gammuzze fino a Reggio di Calabria, e anche che se nessuno glielo dice che ci stanno 'sti Bronzi, ecco che possono rimanerci a fare i pappici, nel museo (infatti ci metto la mano sul fuoco che molti dei ragazzi di oggi neppure lo sanno chi, anzi cosa sono i Bronzi di Riace)

Dicono che la maggior parte delle persone che avevano visto lo spot in anteprima lo avevano giudicato inappropriato, eppure i commenti dei lettori sul "Corriere" di oggi sono:

“Io sono calabrese, trovo lo spot molto carino e per niente offensivo. Le critiche avanzate mi sembrano alquanto forzate e prive di fondamento. I bronzi sono nudi di fatto, perché scandalizzarsi se lo sono anche nello spot? Sono "abbronzati" perché sono di bronzo. Ahah! Mi viene solo da ridere nel leggere tutto questo polverone sollevato dai soliti critici e pseudospecialisti del "settore". Che tristezza. In Calabria ci sono ben altre cose di cui scandalizzarsi e questa non è certo una di quelle. ClaudiaM.” ; “bellissima pubblicità! sono archeologa e trovo che lo spot dia risalto ai beni conservati nella regione in maniera spiritosa simpatica e intelligente! bravi”.

Io sono d’accordo con loro nel dire che finalmente è stata data una visione della Calabria che non sia vecchia, bigotta, mafiosa e preclusa, ma finalmente spiritosa, smart e sprint.

Fosse per me, la pubblicità vedrebbe i Bronzi scambiarsi le fedi e i voti nella cattolica di Stilo, o nella nostra Panaghia, stile Ikea, del tipo: “Sono benvenute tutte le famiglie del mondo”.