Monday, 31 October 2011

L'amore razionale ai tempi della crisi

Continuo ad ascoltare giorno dopo giorno avventure di ogni genere raccontate da amiche e amici che continuano a incappare inesorabilmente in schiere di piscivrachetti.
Ho notato che ciò comporta una conseguenza comune e del tutto indipendente dal loro genere, età e orientamento – la tendenza ad analizzare in maniera pressoché razionale gl’incontri successivi all’ultima débâcle amorosa ("Secondo me questo qui devo evitarlo. L'ho capito subito che è pericoloso" "Secondo me con questo tizio è meglio non essere troppo presente" etc...).
Si cerca sempre di più di analizzare e, quindi, di guidare in maniera ossessiva lo sviluppo di una relazione, ossia non si sopporta più l’idea dell’imprevisto, ma si vuole a tutti i costi il controllo della situazione e anche della persona.

È normale se pensiamo che, per esempio, studi di psichiatria Indiana sulla somministrazione di psicofarmaci a un gruppo di donne reduci da matrimoni falliti hanno dimostrato che amore e “follia” sono strettamente correlati. Insomma – chi non vorrebbe difendere la propria integrità mentale?

L’amore, conosciuto forse come l’espressione dell’irrazionale per antonomasia, grazie alle sofferenze che comporta è divenuto lo strumento che può aiutarci davvero a sviluppare modi razionali di agire. Anche le relazioni più romantiche ed erotiche - ritenute irrazionali a priori – ci permettono di acuire la razionalità finalizzata al raggiungimento dell’oggetto del nostro amore, facendoci percepire la realtà in modo più acuto.

Tutto questo astrologare sull’amore deriva dal fatto che molti di noi tendono a voler decifrare nell’altro i segnali di un possibile innamoramento, non capendo che quando una persona è innamorata lo dice – punto. O quanto meno lo fa capire molto chiaramente.

Chi prende tempo, o svicola, non è interessato.
Ci hanno fatto anche un film derivato da una battuta del telefilm “Sex and the City”: “La verità è che non gli piaci abbastanza”. Eppure la gente ancora non capisce. Perché? Che fine fa la proclamata razionalità che l’amore farebbe sviluppare? A eccezione dei casi patologici, come per i vampiri affettivi di cui parleremo un’altra volta, esiste o non esiste l’amore razionale?

Io mi sono sempre ritenuto molto impulsivo in amore, eppure tutti/e i/le mie/i EX mi hanno sempre rimproverato un eccessivo autocontrollo, cosa che non sono mai riuscito a spiegarmi fino in fondo dato che molti altri mi hanno spesso rimproverato, sì, proprio rimproverato per i “gesti eclatanti” di cui sarei stato capace.

Alcuni ricercatori statunitensi hanno condotto degli studi con cui hanno dimostrato, fra le altre cose, che gli uomini sono i primi a pronunciare le parole “TI AMO” (rispetto alle donne). Pare che gli uomini si innamorino più velocemente e, quando ciò succede, che siano pronti a dirlo senza remore di sorta. Non se lo sanno tenere – diciamo così.

Lo ha detto lo psicologo Marissa Harrison della “Pennsylvania State University” che ha intervistato 172 studenti universitari. Il risultato dello studio è stato pubblicato sul “Journal of Social Psychology” e ha dimostrato che gli uomini “hanno più probabilità di innamorarsi in poche settimane, mentre la maggior parte delle donne c’impiega diversi mesi”.

Come molti di voi staranno già pensando, la dottoressa ha specificato che nello studio non si fa riferimento al desiderio sessuale. Molti, infatti, potrebbero sostenere che l’amore del maschio, ossia ciò che gli uomini dichiarano come amore dopo così poco tempo, altro non è che un sottoprodotto del desiderio.
Insomma, è vero che le nuove generazioni di maschi sono molto più inclini a esprimere i propri sentimenti e che di razionale il loro amore avrebbe davvero poco, o niente?

Ho trovato molto interessante il lavoro di John Bender: "Rational Choice in Love".
Il professor Bender ha esaminato la giustapposizione fra amore e scelta razionale nel romanzo di Choderlos de Laclosm, domandandosi se la scelta razionale può essere compromessa (o resa impossibile) dalle emozioni; oppure se le due cose possono agire di concerto, ricordando che Schelling fu l’unico fra i primi analisti della questione a sostenere che la scelta razionale sia intimamente correlata all’irrazionalità, introducendo quindi il concetto di uso razionale dell’irrazionalità.

Rilevante, secondo Bender, fu anche il lavoro di Kahneman, Slovic, and Tversky dal titolo “Judgment Under Uncertainty”, che documenterebbe una varietà di esperimenti volti a dimostrare che spesso gli esseri umani fanno scelte del tutto irrazionali perché guidati da un comune senso euristico ritenuto ragionevole. Queste scelte includono: (1) la fiducia nella sequenza causa-effetto, (2) lo “sciocco” calcolo delle probabilità, (3) predizione degli eventi sulla base della propria militata esperienza di vita, o (4) l’errata percezione della capacità di controllare gli eventi.

Consiglio di dare una lettura al lavoro di Bender che analizza la razionalità/irrazionalità delle scelte, servendosi anche di uno studio accurato del romanzo (quindi del film) “Le ralazioni pericolose”.

Ma di questi tempi ci sono anche altri elementi che è bene non sottovalutare per la loro importanza sulla razionalizzazione delle nostre relazioni. Uno fra tutti – la crisi economica che ci sta affliggendo, che sta distruggendo più matrimoni, convivenze e relazioni a distanza di quanto possiamo immaginare.
Le relazioni a distanza sono minacciate non poco dagli effetti crisi. Facile immaginare come due cuori lontani (non solo giovani) possano avere sempre più problemi nell'incontrarsi. Gli appuntamenti a metà strada diminuiscono, ci si muove a turno e i tempi di viaggio si allungano perché si sceglie i mezzi di trasporto più economici – quando è possibile farvi affidamento. Ci si incazza quando, per esempio, un romano deve spostarsi a Milano ed è costretto a pagare più di 90 euro di biglietto perché ormai sembra che abbiano eliminato i treni che non siano pendolini.
Ancora, ci si pone sicuramente più problemi prima di chiedere un giorno di ferie. Meglio non sfidare la sorte che ha già tolto il lavoro al nostro vicino di scrivania.
E come far capire al partner che non è che non vogliamo vederlo, ma che proprio non ce la facciamo, che se facciamo ancora un biglietto di treno ce ne andiamo in rosso?
«Eh, ma se vuoi il modo di vedersi si trova!» sento dire a uno.
«Ah sì? Del tipo che il biglietto me lo paga tuo padre, oppure che mi paga la prossima bolletta?» sento rispondere l’altro.
Così nascono le discussioni… ma così si aguzza anche l’ingegno.
Alcuni amori diventano razionali nel peggiore dei sensi – si sceglie il compagno in base al suo portafogli.
Nel migliore dei modi - per esempio ci s’inventa un sito internet: www.alongdistancelove.com – “Come portare avanti una relazione a distanza in tempo di crisi”.
Io pure ‘sto mese non vi nascondo che sono sull’orlo del rosso e – so che è stupido – non sapete come mi sento in colpa quando Warm Mayor mi chiede «Che facciamo per il ponte?» e devo rispondere «Faccio che vado a pagare la rata di condominio arretrata e poi mi chiudo in casa per non spendere».
Ma le convivenze e i matrimoni, all’apparenza più solidi, non crediate che siano fuori pericolo.
Infatti, ovunque ci sono due persone che interagiscono c’entra sempre il fattore economico e così, per esempio, già negli anni ’40, durante la grande depressione, ci fu uno studio (American Sociological Review © 1983) condotto sulle perdite finanziarie e la loro influenza nelle relazioni famigliari, attraverso l’analisi di 111 coppie. È facile immaginare come la crisi economica implichi un calo della qualità anche della vita coniugale che diviene sempre più frustrata e frustrante. Crescono le discordie che per forza di cose costringono i partner ad adattarsi alle nuove dimensioni e reciproche esigenze. Di positivo c’è, come si suol dire, che ciò che on uccide fortifica…
La verità è che la crisi economica sta mettendo a dura prova qualsiasi tipo di relazione; la rabbia crescente per il denaro – che manca - offusca tutte le sfere della nostra vita individuale e non. Il panico, l’apprensione, fanno si che si rinviino le convivenze, la messa al mondo di figli, investimenti e mutui per una vita felice insieme come la si era sempre sognata.
Allora, decidiamo di razionalizzare e di non farci prendere dal panico. In un modo o nell’altro se ne esce e, forse, l’amore che troveremo in questi giorni difficili sarà proprio l’amore della nostra vita.


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Monday, 24 October 2011

Amore da morire

Il 20 ottobre scorso a Padova si è consumata una tragedia.

Un uomo di 54 anni «non ha retto al dolore della perdita del compagno e ha deciso di farla finita scegliendo di morire proprio sulla sua tomba nel giorno del suo compleanno. L'uomo, 54 anni, e' stato trovato stamane nel cimitero di Piazzola sul Brenta (Padova), riverso sul tumulo di terra dove e' sepolto il suo ex convivente, anche lui morto suicida il 15 agosto scorso. In testa un sacchetto di nylon fissato al collo con del nastro da pacchi girato stretto; in tasca i documenti ma nessun messaggio» [ANSA].

All'indomani della morte violenta e tragica di Marco Simoncelli qualcuno oggi potrebbe pensare che chi si toglie la vita non la meritava. È così?
Si è sentito spesso, in passato, di suicidi per amore (o tentati suicidi, o ancora omicidi suicidi), ma spesso e volentieri si è trattato di ragazzini (inteso: ragazzi e ragazze etero), o coppie etero adulte.
Su questo stesso sito abbiamo letto più di una notizia di suicidio di ragazzi gay vittime di bullismo. E infatti notizie di suicidi di gay sono più che altro riferiti a singoli che vogliono sfuggire a condizioni di crisi derivanti da “rapporti sociali distorti” o, come ricorda ancora Roberto Garavaglia, docente presso l’Università di Chieti-Pescara, nella sua “Breve storia del suicidio“: che sono «il risultato estremo di una condizione di crisi esistenziale», rifacendosi alle parole dell’intellettuale ebreo austriaco Hans Meier, noto con lo pseudonimo di Jean Améry nel suo libro “Levar la mano su di sé”.
Seguendo l’excursus del professor Garavaglia sul suicidio nella Grecia antica e nella Roma repubblicana e le relative causae moriendi, quella che maggiormente potrebbe ricondursi al gesto del 54enne padovano dovrebbe essere la «fides: lealtà verso il comandante, o il marito».

Suicidio non solo per lealtà, ma, ribadisco, per amore, proprio come in una pièce inglese seicentesca - “Romeo e Romeo”, direi.
L’opera di Shakespeare conta 16 suicidi e solo uno «quello di Ofelia in Amleto (il meno premeditato di tutti) riceve una condanna ecclesiastica, mentre non vengono condannati né i suicidi di Romeo e Giulietta né quello di Otello».

Morire per amore, dare la propria vita per l’altro.

Ne ho parlato con Ms Erection che prima ha commentato «Un uomo?», con una meraviglia che ha subito dissimulato, e che poi ha aggiunto «A ogni modo, ci vuole coraggio. Io credo che darei la vita solo per un figlio».
Non è così.

È questo il significato della frase «Ti amo da morire» che oggi suona così scontato quando la pronunciamo.
Fabio e Andrea avevano gestito insieme per anni una discoteca a Padova, ma il 13 marzo dell'anno scorso il locale era stato perquisito dai carabinieri che avevano trovato decine di pastiglie di ecstasy e flaconi di Gbl, (per cui era stato arrestato per spaccio un padovano di 40 anni) e di lì a poco la storia tra i due era finita. Così Andrea, era caduto in crisi e si era impiccato nell'appartamento dove aveva vissuto con l'ex compagno. Appresa la notizia, Fabio aveva tentato di tagliarsi le vene nello stesso appartamento, ma si era salvato [Cfr.: “Leggo” dtd 20/0tt]. È riuscito ad uccidersi quattro giorni fa, il giorno del compleanno di Andrea.
Una storia che rimanda a quella di Agostino e Giuseppe che nel 1994 hanno fatto la stessa scelta per non essere divisi.

Ed ecco che ancora una volta abbiamo la dimostrazione concreta dell’universalità del sentimento d’amore.
A me è capitato spesso di pensare “Per chi darei la mia vita?”. Senza dubbio darei la mia vita per la famiglia, per tutte le persone non solo che amo oggi, ma che ho amato in passato. Gianna Nannini canta in “Suicidio d’amore”: «Abbracciami/niente ci può sciogliere/ancora i tuoi sospiri le notti a ridere/lascia che sia la sera a farci illudere/prima che passi questa notte invano/Ci troverà la sera/ci troverà insieme».

Purtroppo oggi ci sono ancora uomini e donne ignoranti che nascondono a stento una risata (forse provano vergogna per se stessi? Fanno bene!) quando sentono di questi episodi, forse paragonandoli alla storia di Encolpio e Gitone.
Ridono, mentre altri uomini e donne continuano a morire d’amore comunque nella certezza di non dover dimostrare niente a nessuno, perché per loro solo l’amore conta.

Thursday, 20 October 2011

Il pretesto: Fuga

Lo trovi anche qui: 

Fuga: un pretesto per non ammettere che è l'ora di cambiare


Credo che ciò che mi ha sempre attirato della penna di C. Magris, di P. Citati, di M.F. Minervino, di Matveevič & Co. è sempre stata la loro costante attenzione al tema della fuga, tanto nella letteratura quanto - o forse sarebbe meglio dire: quindi, nella realtà. La fuga come filo conduttore, minimo comune denominatore di situazioni sgradevoli; come sinonimo di ricerca disperata dei perseguitati (che diventano subito reietti, paria) di un luogo migliore, di una situazione comunque più favorevole. Gli ebrei, i ceceni, i libanesi e i tunisini – i froci!

Lo scorso anno è apparso sul Corriere della Sera un articolo di Magris, per l’appunto, dedicato all’ultimo lavoro di Alberto Cavallari che racconta la fuga da casa di L. Tolstolj pochi giorni prima di morire. Magris ha citato Svevo ricordandone la frase «la vita è originale» e, quindi, sottolineando l’«imprevedibile creatività, in bene e in male, del reale e della difficoltà di rappresentarlo». Infatti, del tutto originale è la situazione in cui si venne a trovare il conte Tolstoj, padre di Anna Karenina, all’età di 82 anni. «[…] Fugge da casa, dalla famiglia, … per trovare quella vita vera, autentica […]. Bloccato dalla febbre alta alla stazione di Astàpovo, vi muore sei giorni dopo, la mattina del 7 novembre». Magris mette in luce la «curiosità per l' esistenza» e il desiderio di fuga di Cavallari che ha dato proprio il titolo “La fuga di Tolstoj” alla sua opera.

Ripensavo a tutto ciò qualche sera addietro, rileggendo la lettera di Logan, il ragazzo che all’età di sette anni – oggi è quasi maggiorenne - s’è trasferito con la famiglia da NYC in un paesino della Calabria dove si sente soffocare, perché non riesce a vivere liberamente la propria omosessualità.

Ho riflettuto sul fatto che il filo conduttore non è tanto la l’atto della fuga in sé, ma la valenza universale delle emozioni che essa genera in chi fugge. Anche Barbara Alberti ha scritto un libro, “Sonata a Tolstoj”, dedicato all’ultimo periodo dello scrittore russo, e intitolando un capitolo “Fuga”, un altro “Notizie del fuggitivo”, etc… Nella sua opera, l’Alberti chiarisce attraverso l’analisi dei diari dei famigliari di Tolstoj, come dietro la sua fuga si nascondesse la voglia di rimanere da solo con il suo Čertkov, l’ «allievo-padrone» come lo chiama lei, a cui si era sempre sottomesso e di cui era innamorato.

«Malgrado la febbre, per la gioia di rivedere Čertkov il Padre aveva ripreso le forze, scherzava perfino […]. Rideva così di buon cuore…»

Alla fine non importa che Tolstoj sia fuggito da una situazione famigliare non gradita, o per raggiungere il suo amato; non importa se si scappa come Anna Karenina da un matrimonio fallito; o se si scappa dalla propria città come Roy Vegas, il personaggio di “Rossa” di Scerbanenco, per non uccidere il proprio nemico di una vita. Non importa ciò che ha spinto Kerouac a lanciarsi nel suo “On the Road”… Ciò che importa è il malessere spaventoso che attanaglia sia i “fuggiandi” (si può dire? Sì, insomma, quelli in procinto di) sia i fuggitivi, nonché la gioia e la pace che li risolleva quando raggiungono la meta tanto agognata.

Io sono del parere che il destino si compie sempre, certo; ma non dimentichiamo che tutti abbiamo sempre e comunque una parte di responsabilità, perché spesso – non sempre - una persona che fugge è una vittima – quantomeno si ritiene tale -, e che dove c’è una vittima c’è un «prevaricatore» (Tolstoj si considerava vittima della moglie, Sonja Tolstaja si considerava vittima del marito).

Da una parte penso all’ironia della sorte: da una parte a Logan che si “strazza le vesti” e probabilmente finirà anche lui col fuggire dalla Calabria per poter amare liberamente, e dall’altra a Duane e il suo compagno, due amici di Padova che hanno comprato casa in un paesino in provincia di Siracusa – il luogo ideale in cui vivere insieme felici, hanno detto…! Ripenso a Mr T-Fish, da una parte, che per lavoro si è ritrovato a Singapore e «io qua ci resto, altroché!», mi ha confessato, e dall’altra a Shighe (Shigheyoshi), un amico giapponese che dall’ordinata, linda e luccicante Tokyo si è trasferito a Roma dove manifestano i Black Block, la metropolitana fa piangere per quant’è sporca e per fare dieci metri in auto ci impieghi una vita. Ripenso a quand’ero piccolo, a mio padre che diceva «Dovete studiare e scappare appena potete, ma non da questo paese - dall’Italia! Lontano, ve ne dovete andare!» (eppure oggi ci chiama, a noi figli, e chiede «Quando tornate?»). Ripenso al Professore Mauro Minervino in una macchina che «sembra risucchiata dal vento», sulla sua “Statale 18” e che ogni giorno va «avanti come un pazzo sulla strada piena di spacchi» di una Calabria «dove si parla ancora il provenzale, la lingua d’Oc»; e a tutti gli altri calabresi che vanno sulla SS106 e che si sentono fuggiandi, ma che non diventeranno mai fuggitivi; e a quei comuni della Calabria che erogano le borse di studio per corsi di lingue straniere, per «un più facile inserimento nel mondo del lavoro» in Italia e all’estero…

Ma che lingue! Certo, quelle ci vogliono (io ho studiato lingue), ma come diceva mia nonna (veneta trasferitasi anche lei in calabria, ahilei!) "con la lingua in bocca si va dappertuto". Quindi, la mente. La volontà. La nostra mente. È lì che sta la chiave di tutto. Finché non accetteremo di cambiare ciò che si deve cambiare continueremo a fuggire. Per un motivo o per l’altro. A sentirci, tutti vogliamo cambiare. A vederci, tutti aspettiamo che siano gli altri a cominciare, perché sono sempre gli altri che sbagliano. «Io per adesso vado bene così» ci diciamo. Anzi, ci mentiamo.

Evvabbuò, va bene così.

Thursday, 13 October 2011

Quando i piedi parlano

Dopo gli articoli che già in molti di voi hanno criticato alacremente su come individuare l’anima gemella da come veste, da cosa legge, da cosa ci regala e dalle mani, oggi torniamo alla carica con un articolo dedicato ai piedi, facendo riferimento a quanto scritto da Frances Childs del “Daily Mail” e dagli esperti di footreading.com.
L’articolo della Childs s’intitola “Never marry a man who can wiggle his little toe... or how your feet reveal the secrets of your character”, ossia “Non sposare mai un uomo che riesce a muovere il quinto dito del piede… ovvero: come i piedi rivelano il nostro carattere”.
So già che il mio dolce Mayor condividerà in toto quanto andremo a esporre, lui che ha fatto dell’ayurveda un caposaldo della propria gnosi.
«La lettura del piede è stata praticata in India e in Cina per più di 5000 anni. Essa deriva dalla convinzione che i piedi rispecchino la salute e la natura anche del resto del corpo». I piedi specchio dell’anima proprio come gli occhi.
I piedi e la mente sarebbero legati indissolubilmente. Secondo la bionda Jane Sheehan, nota riflessologia e autrice di “The Foot Reading Coach”, dai piedi si capisce ad esempio come lavora il nostro apparato digerente e come ci relazioniamo con gli altri.
«Levati le calze e saprò dirti se sei un tipo che ama l’avventura, un creativo, etc…» ha detto.*
Riassumo brevemente alcuni metodi di lettura:
• Alluce: se molto più lungo delle altre dita allora la persona in questione è creativa e intelligente. Se piccolo, allora è superba e in grado di svolgere più mansioni contemporaneamente.
• Secondo dito: se lungo, la persona in questione è tendenzialmente un leader, dinamica e intraprendente, ma anche prepotente. O si fa a modo suo, o nulla. Al contrario, la persona è paziente e quieta.
• Terzo dito: se lungo, la persona in questione è energica e piena di risorse, soprattutto sul posto di lavoro. Determinato e perfezionista, tende a mettere da parte la famiglia e l’amore. Se a punta corta, invece, ama godersi la vita.
• Quarto dito: se la punta è bella dritta, ecco che la persona in questione mette al primo posto la famiglia e se le relazioni con i propri cari non vanno bene, ecco che il dito tende ad arricciarsi. Queste persone fanno fatica a infischiarsene dei problemi degli altri, facendosi coinvolgere oltre misura. Se il dito è corto, la vostra attenzione allora non è affatto incentrata sulla famiglia.
• Quinto dito: chi riesce a muoverlo con facilità è impulsivo, avventuroso, affascinante e amante dei flirt. Chi non ci riesce è più prevedibile e leale. Scegliete il primo se volete per voi un pazzo frenetico, ma non se il vostro fine è il matrimonio, o di una relazione stabile.
Se ogni dito è più lungo del successivo, creando una scala armonica, allora la persona in questione è metodica, precisa e pratica – non è il mio caso. E così via… la studiosa continua con l’interpretazione della forma (lunga e stretta, o tozza; se il piede è arcuato; se la pelle e squamata, eccetera…)
I miei piedi non sono proprio l’ideale: secondo dito più lungo, mignolino con unghia a forma di artiglio di cane («Ehi, attento! Potresti sgozzarmi con quel coso» mi ripete sempre Mayor a letto), leggermente piatto, ma lungo e stretto, tipo egizio. Per esperienza, però, posso dirvi che, che muovano il quinto dito o no, le persone che li sanno massaggiare, i piedi, sono le migliori. Non c’è niente di più rilassante – ed erotico - che un bel massaggio plantare.

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* Cfr.: F. Childs “Never marry a man who can wiggle his little toe... or how your feet reveal the secrets of your character”, Daily Mail, 12/10/2011

Tuesday, 4 October 2011

L'uomo che scambia la chat per l'empatia


Gli scienziati dell’Università del Missouri hanno condotto alcuni test su un gruppo di ragazze adolescenti e hanno scoperto come «la propensione a parlare dei loro problemi non faccia altro che ingigantire le loro preoccupazioni. Soffermarsi sui problemi le tiene bloccate in schemi mentali negativi, mettendole a rischio depressione e stress». Amanda Rose, Professore Associato di Scienze Psicologiche all’Università del Missouri College of Arts and Science e che ha condotto la ricerca, sostiene addirittura che condividere i nostri problemi ci fa sentire bene solo all’inizio («Le chiacchiere producono nel cervello delle ragazze una sostanza che dà lo stesso effetto della droga sugli eroinomani»), ma parlarne in continuazione può causare addirittura depressione.
La psicologa Linda Papadopoulos[1] dice che «parlare dei propri problemi con gli amici è una gran cosa, ma se ci si limita a rimuginare sul  problema senza cercare una soluzione, non si fa altro che aumentare l’ansia. […] A volte, così facendo si perde la giusta prospettiva, soprattutto se i nostri amici stanno vivendo il nostro stesso problema».
Così il problema s’ingigantisce e ci sommerge. Si tratta del fenomeno del cosiddetto “contagio emozionale”, per cui i pensieri negativi di una persona finiscono per influenzare gli altri. La condivisione di un problema - sottolinea Marianne Potenza del “Daily Mail”[2] – serve a rafforzare un legame; infatti non c’è nulla di più lusinghiero del sapere che una persona si fida di noi al punto d’aprirci totalmente il suo cuore, ma secondo la dottoressa Jane Mc Cartney(Psychologist & Media Expert) [3] è anche vero che, soprattutto negli ultimi anni, il “problem-sharing” è diventato un modo come un altro di conversare. Il “problem-sharing” dovrebbe essere finalizzato alla ricerca di una soluzione del problema, invece oggi si rischia d’inventare dei problemi se non si ha nient’altro di cui parlare.
«Qualunque sia il problema» ha detto Jane Mc Cartney «bisogna darsi un limite in termini di tempo nel parlarne, del tipo: ne parliamo solo per dieci minuti, poi passiamo ad altro…»
Quindi pare che ci siano una serie di “condivisioni buone” e una di “condivisioni cattive”, proprio come il colesterolo. Mi permetto questo paragone, forse azzardato: proprio come le lipoproteine sono necessarie per distribuire il colesterolo alle cellule, così il problem-sharing (che indico da ora come PS) è fondamentale per fornire alla nostra salute mentale il giusto equilibrio. Guai se mancassimo di parlare dei nostri problemi con qualcuno! Tuttavia, il PS praticato in maniera eccessiva sembrerebbe causare modificazioni dell’umore, depositarsi nella nostra mente che continuerebbe a rielaborarli in continuazione senza giungere a una conclusione, anzi generando una moltiplicazione delle difficoltà, un ingigantimento del problema stesso.
Alla luce di ciò, farebbero parte delle condivisioni buone il Car-Sharing e il Book-sharing, che generano un effetto positivo per la comunità intera. Fanno parte delle cattive, invece, il Bed-sharing (pare faccia male a un non fumatore dormire di fianco a fumatore)  e il PS. È davvero così, cioè  che sparliamo dei problemi “tanto per” e senza capire fino in fondo cosa vuol dirci l’altro, o addirittura cosa vogliamo noi da lui? Così stando le cose, direi che la condivisione cattiva di un problema non è affatto tale, nel senso che non c'è empatia e, quindi, chi pensa che parlando dei cazzi suoi sta condividendo qualcosa, in relatà sta scambiando solo una chiacchiera con l'empatia.
Psicologi-psicoterapeuti.it (un sito di psicologi e psicoterapeuti, psicoanalisti, liberi professionisti e dipendenti pubblici e privati iscritti all’Albo degli Psicologi o all’Ordine dei Medici) ha edito on-line un test per misurare la propria empatia[4] .
Quello che è certo, è che le ragazze (le femmine) sono in generale più empatiche dei ragazzi (i maschi). Ma non in ultimo, l’educazione data dai genitori è fondamentale. Ci lamentiamo molto dell’educazione che i genitori del nuovo millennio impartiscono ai figli (tutti i miei amici insegnanti se ne lamentano), ma cosa facciamo per cambiare le cose?
Concludo menzionando una ricerca durata 20 anni a opera di due sociologi dell’Università della California, secondo cui «i figli di genitori gay e lesbiche mostrerebbero maggiore empatia per la diversità sociale, sarebbero meno limitati da stereotipi di genere e più propensi a esplorare l’attività omosessuale».
L’articolo è apparso sulla “American Sociological Review”[5], e Judith Stacey[6], professore di Studi di Genere e co-autrice dello studio, ha addirittura affermato che, per esempio, in una famiglia in cui siano dati due genitori donne si è riscontrata maggiore armonia.
Mi domando se perdere l’empatia non sia un po’ come perdere l’anima, se ci rendiamo conto davvero che oggi siamo tutti sempre meno empatici e, soprattutto, se ciò sia un bene. Gay o no, lesbiche o meno, a me sembra piuttosto che anche i gay e le lesbiche più giovani oggi si preoccupino sempre meno di capire fino in fondo cosa provi “l’altro”.
Credo che quasi tutti almeno una volta nella vita ci siamo detti: «Dovrei imparare a fottermene!» Be’ che, pare ci stiamo riuscendo finalmente. Ce ne fottiamo addirittura dei nostri, di problemi. Basta parlarne per esorcizzarli. Suona come un controsenso?
Ricordo un passo del famoso racconto di Sacks “L’uomo che aveva scambiato sua moglie per un cappello”. Facendo un paragone fra il proprio paziente, il sig. P., che non sapeva di essere affetto da agnosia e un paziente del dottor Lurija, il sig. Zasetskij, che invece n’era cosciente e faceva di tutto per riacquistare le facoltà perdute, Sacks si domanda: «Chi era maggiormente anima perduta: l’uomo che sapeva, o l’uomo che non sapeva?»

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[1] http://www.drlinda.co.uk/
[2]M. Potenza, “Girly chats don't work: Experts warn that sharing your woes may make them worse”, Daily Mail, 28/09/2011
[3]http://www.janemccartney.co.uk/
[4]http://www.psicologi-psicoterapeuti.it/test/empatia/
[5]Los Angeles Times, 27/04/2001
[6] Già autirce con T. Biblarz di "Research Suports Gay Parents", 19/03/2010 su "Politics and Society"