Thursday, 20 October 2011

Il pretesto: Fuga

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Fuga: un pretesto per non ammettere che è l'ora di cambiare


Credo che ciò che mi ha sempre attirato della penna di C. Magris, di P. Citati, di M.F. Minervino, di Matveevič & Co. è sempre stata la loro costante attenzione al tema della fuga, tanto nella letteratura quanto - o forse sarebbe meglio dire: quindi, nella realtà. La fuga come filo conduttore, minimo comune denominatore di situazioni sgradevoli; come sinonimo di ricerca disperata dei perseguitati (che diventano subito reietti, paria) di un luogo migliore, di una situazione comunque più favorevole. Gli ebrei, i ceceni, i libanesi e i tunisini – i froci!

Lo scorso anno è apparso sul Corriere della Sera un articolo di Magris, per l’appunto, dedicato all’ultimo lavoro di Alberto Cavallari che racconta la fuga da casa di L. Tolstolj pochi giorni prima di morire. Magris ha citato Svevo ricordandone la frase «la vita è originale» e, quindi, sottolineando l’«imprevedibile creatività, in bene e in male, del reale e della difficoltà di rappresentarlo». Infatti, del tutto originale è la situazione in cui si venne a trovare il conte Tolstoj, padre di Anna Karenina, all’età di 82 anni. «[…] Fugge da casa, dalla famiglia, … per trovare quella vita vera, autentica […]. Bloccato dalla febbre alta alla stazione di Astàpovo, vi muore sei giorni dopo, la mattina del 7 novembre». Magris mette in luce la «curiosità per l' esistenza» e il desiderio di fuga di Cavallari che ha dato proprio il titolo “La fuga di Tolstoj” alla sua opera.

Ripensavo a tutto ciò qualche sera addietro, rileggendo la lettera di Logan, il ragazzo che all’età di sette anni – oggi è quasi maggiorenne - s’è trasferito con la famiglia da NYC in un paesino della Calabria dove si sente soffocare, perché non riesce a vivere liberamente la propria omosessualità.

Ho riflettuto sul fatto che il filo conduttore non è tanto la l’atto della fuga in sé, ma la valenza universale delle emozioni che essa genera in chi fugge. Anche Barbara Alberti ha scritto un libro, “Sonata a Tolstoj”, dedicato all’ultimo periodo dello scrittore russo, e intitolando un capitolo “Fuga”, un altro “Notizie del fuggitivo”, etc… Nella sua opera, l’Alberti chiarisce attraverso l’analisi dei diari dei famigliari di Tolstoj, come dietro la sua fuga si nascondesse la voglia di rimanere da solo con il suo Čertkov, l’ «allievo-padrone» come lo chiama lei, a cui si era sempre sottomesso e di cui era innamorato.

«Malgrado la febbre, per la gioia di rivedere Čertkov il Padre aveva ripreso le forze, scherzava perfino […]. Rideva così di buon cuore…»

Alla fine non importa che Tolstoj sia fuggito da una situazione famigliare non gradita, o per raggiungere il suo amato; non importa se si scappa come Anna Karenina da un matrimonio fallito; o se si scappa dalla propria città come Roy Vegas, il personaggio di “Rossa” di Scerbanenco, per non uccidere il proprio nemico di una vita. Non importa ciò che ha spinto Kerouac a lanciarsi nel suo “On the Road”… Ciò che importa è il malessere spaventoso che attanaglia sia i “fuggiandi” (si può dire? Sì, insomma, quelli in procinto di) sia i fuggitivi, nonché la gioia e la pace che li risolleva quando raggiungono la meta tanto agognata.

Io sono del parere che il destino si compie sempre, certo; ma non dimentichiamo che tutti abbiamo sempre e comunque una parte di responsabilità, perché spesso – non sempre - una persona che fugge è una vittima – quantomeno si ritiene tale -, e che dove c’è una vittima c’è un «prevaricatore» (Tolstoj si considerava vittima della moglie, Sonja Tolstaja si considerava vittima del marito).

Da una parte penso all’ironia della sorte: da una parte a Logan che si “strazza le vesti” e probabilmente finirà anche lui col fuggire dalla Calabria per poter amare liberamente, e dall’altra a Duane e il suo compagno, due amici di Padova che hanno comprato casa in un paesino in provincia di Siracusa – il luogo ideale in cui vivere insieme felici, hanno detto…! Ripenso a Mr T-Fish, da una parte, che per lavoro si è ritrovato a Singapore e «io qua ci resto, altroché!», mi ha confessato, e dall’altra a Shighe (Shigheyoshi), un amico giapponese che dall’ordinata, linda e luccicante Tokyo si è trasferito a Roma dove manifestano i Black Block, la metropolitana fa piangere per quant’è sporca e per fare dieci metri in auto ci impieghi una vita. Ripenso a quand’ero piccolo, a mio padre che diceva «Dovete studiare e scappare appena potete, ma non da questo paese - dall’Italia! Lontano, ve ne dovete andare!» (eppure oggi ci chiama, a noi figli, e chiede «Quando tornate?»). Ripenso al Professore Mauro Minervino in una macchina che «sembra risucchiata dal vento», sulla sua “Statale 18” e che ogni giorno va «avanti come un pazzo sulla strada piena di spacchi» di una Calabria «dove si parla ancora il provenzale, la lingua d’Oc»; e a tutti gli altri calabresi che vanno sulla SS106 e che si sentono fuggiandi, ma che non diventeranno mai fuggitivi; e a quei comuni della Calabria che erogano le borse di studio per corsi di lingue straniere, per «un più facile inserimento nel mondo del lavoro» in Italia e all’estero…

Ma che lingue! Certo, quelle ci vogliono (io ho studiato lingue), ma come diceva mia nonna (veneta trasferitasi anche lei in calabria, ahilei!) "con la lingua in bocca si va dappertuto". Quindi, la mente. La volontà. La nostra mente. È lì che sta la chiave di tutto. Finché non accetteremo di cambiare ciò che si deve cambiare continueremo a fuggire. Per un motivo o per l’altro. A sentirci, tutti vogliamo cambiare. A vederci, tutti aspettiamo che siano gli altri a cominciare, perché sono sempre gli altri che sbagliano. «Io per adesso vado bene così» ci diciamo. Anzi, ci mentiamo.

Evvabbuò, va bene così.

3 comments:

Plasma Solitario said...

"...dove c’è una vittima c’è un «prevaricatore»".

Non posso che essere d'accordo, però facciamo un discorso un po' meno ideologico ed un po' più pragmatico. In Italia, e lo sappiamo tutti, vige la brutale supremazia della maggioranza e, nel caso del riconoscimento delle nostre unioni, se la maggioranza parlamentare che ci rema contro è così schiacciante (ed è stata, purtroppo, democraticamente eletta), cosa rimane da fare? Lottare per poi avere una leggina mediocre stile DiCO e far sì che la propria libertà venga minata? Non sarebbe meglio emigrare dove la tua felicità è riconosciuta e tutelata?

Senza contare che, se proprio vogliam parlare di sconfitti, per ogni persona che lascia l'Italia, questa ultima perde capitale umano; quindi, chi ci rimette è la Nazione, non il singolo.

Discorso estremista? Forse, ma lo trovo piuttosto efficace.

Rf said...

In linea di massima sono d’accordo con te. Ma non sarebbe brutto lavorare tutti insieme per contribuire a camabiare le cose nel nostro paese, no?

Plasma Solitario said...

Sarebbe bellissimo, altroché. Ma come si fa a superare il muro di pietra che le istituzioni oggi formano contro di noi? Benché è verissimo che la società stia cambiando e che sia sempre più lontana da quelli che abitano "il palazzo", riusciremo a formare un movimento omogeneo e compatto che faccia sì che chi di dovere ascolti le nostre istanze? E, soprattutto, come dimostrare (ammesso sia vero) che la maggior parte degli italiani sono favorevoli a che le nostre unioni vengano regolamentate, possibilmente in modo decente?