Tuesday, 4 October 2011

L'uomo che scambia la chat per l'empatia


Gli scienziati dell’Università del Missouri hanno condotto alcuni test su un gruppo di ragazze adolescenti e hanno scoperto come «la propensione a parlare dei loro problemi non faccia altro che ingigantire le loro preoccupazioni. Soffermarsi sui problemi le tiene bloccate in schemi mentali negativi, mettendole a rischio depressione e stress». Amanda Rose, Professore Associato di Scienze Psicologiche all’Università del Missouri College of Arts and Science e che ha condotto la ricerca, sostiene addirittura che condividere i nostri problemi ci fa sentire bene solo all’inizio («Le chiacchiere producono nel cervello delle ragazze una sostanza che dà lo stesso effetto della droga sugli eroinomani»), ma parlarne in continuazione può causare addirittura depressione.
La psicologa Linda Papadopoulos[1] dice che «parlare dei propri problemi con gli amici è una gran cosa, ma se ci si limita a rimuginare sul  problema senza cercare una soluzione, non si fa altro che aumentare l’ansia. […] A volte, così facendo si perde la giusta prospettiva, soprattutto se i nostri amici stanno vivendo il nostro stesso problema».
Così il problema s’ingigantisce e ci sommerge. Si tratta del fenomeno del cosiddetto “contagio emozionale”, per cui i pensieri negativi di una persona finiscono per influenzare gli altri. La condivisione di un problema - sottolinea Marianne Potenza del “Daily Mail”[2] – serve a rafforzare un legame; infatti non c’è nulla di più lusinghiero del sapere che una persona si fida di noi al punto d’aprirci totalmente il suo cuore, ma secondo la dottoressa Jane Mc Cartney(Psychologist & Media Expert) [3] è anche vero che, soprattutto negli ultimi anni, il “problem-sharing” è diventato un modo come un altro di conversare. Il “problem-sharing” dovrebbe essere finalizzato alla ricerca di una soluzione del problema, invece oggi si rischia d’inventare dei problemi se non si ha nient’altro di cui parlare.
«Qualunque sia il problema» ha detto Jane Mc Cartney «bisogna darsi un limite in termini di tempo nel parlarne, del tipo: ne parliamo solo per dieci minuti, poi passiamo ad altro…»
Quindi pare che ci siano una serie di “condivisioni buone” e una di “condivisioni cattive”, proprio come il colesterolo. Mi permetto questo paragone, forse azzardato: proprio come le lipoproteine sono necessarie per distribuire il colesterolo alle cellule, così il problem-sharing (che indico da ora come PS) è fondamentale per fornire alla nostra salute mentale il giusto equilibrio. Guai se mancassimo di parlare dei nostri problemi con qualcuno! Tuttavia, il PS praticato in maniera eccessiva sembrerebbe causare modificazioni dell’umore, depositarsi nella nostra mente che continuerebbe a rielaborarli in continuazione senza giungere a una conclusione, anzi generando una moltiplicazione delle difficoltà, un ingigantimento del problema stesso.
Alla luce di ciò, farebbero parte delle condivisioni buone il Car-Sharing e il Book-sharing, che generano un effetto positivo per la comunità intera. Fanno parte delle cattive, invece, il Bed-sharing (pare faccia male a un non fumatore dormire di fianco a fumatore)  e il PS. È davvero così, cioè  che sparliamo dei problemi “tanto per” e senza capire fino in fondo cosa vuol dirci l’altro, o addirittura cosa vogliamo noi da lui? Così stando le cose, direi che la condivisione cattiva di un problema non è affatto tale, nel senso che non c'è empatia e, quindi, chi pensa che parlando dei cazzi suoi sta condividendo qualcosa, in relatà sta scambiando solo una chiacchiera con l'empatia.
Psicologi-psicoterapeuti.it (un sito di psicologi e psicoterapeuti, psicoanalisti, liberi professionisti e dipendenti pubblici e privati iscritti all’Albo degli Psicologi o all’Ordine dei Medici) ha edito on-line un test per misurare la propria empatia[4] .
Quello che è certo, è che le ragazze (le femmine) sono in generale più empatiche dei ragazzi (i maschi). Ma non in ultimo, l’educazione data dai genitori è fondamentale. Ci lamentiamo molto dell’educazione che i genitori del nuovo millennio impartiscono ai figli (tutti i miei amici insegnanti se ne lamentano), ma cosa facciamo per cambiare le cose?
Concludo menzionando una ricerca durata 20 anni a opera di due sociologi dell’Università della California, secondo cui «i figli di genitori gay e lesbiche mostrerebbero maggiore empatia per la diversità sociale, sarebbero meno limitati da stereotipi di genere e più propensi a esplorare l’attività omosessuale».
L’articolo è apparso sulla “American Sociological Review”[5], e Judith Stacey[6], professore di Studi di Genere e co-autrice dello studio, ha addirittura affermato che, per esempio, in una famiglia in cui siano dati due genitori donne si è riscontrata maggiore armonia.
Mi domando se perdere l’empatia non sia un po’ come perdere l’anima, se ci rendiamo conto davvero che oggi siamo tutti sempre meno empatici e, soprattutto, se ciò sia un bene. Gay o no, lesbiche o meno, a me sembra piuttosto che anche i gay e le lesbiche più giovani oggi si preoccupino sempre meno di capire fino in fondo cosa provi “l’altro”.
Credo che quasi tutti almeno una volta nella vita ci siamo detti: «Dovrei imparare a fottermene!» Be’ che, pare ci stiamo riuscendo finalmente. Ce ne fottiamo addirittura dei nostri, di problemi. Basta parlarne per esorcizzarli. Suona come un controsenso?
Ricordo un passo del famoso racconto di Sacks “L’uomo che aveva scambiato sua moglie per un cappello”. Facendo un paragone fra il proprio paziente, il sig. P., che non sapeva di essere affetto da agnosia e un paziente del dottor Lurija, il sig. Zasetskij, che invece n’era cosciente e faceva di tutto per riacquistare le facoltà perdute, Sacks si domanda: «Chi era maggiormente anima perduta: l’uomo che sapeva, o l’uomo che non sapeva?»

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[1] http://www.drlinda.co.uk/
[2]M. Potenza, “Girly chats don't work: Experts warn that sharing your woes may make them worse”, Daily Mail, 28/09/2011
[3]http://www.janemccartney.co.uk/
[4]http://www.psicologi-psicoterapeuti.it/test/empatia/
[5]Los Angeles Times, 27/04/2001
[6] Già autirce con T. Biblarz di "Research Suports Gay Parents", 19/03/2010 su "Politics and Society"

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