Monday, 26 November 2012

Avoid Tragedy in Uganda (post da All Out)



Uganda's infamous "Kill the Gays" bill is back. If it passes, this horrific law would allow the death penalty for lesbian and gay Ugandans. It could pass at any moment. 
President Museveni once promised to veto this heinous bill. But Uganda's politicians are desperate to pass the bill and they're pressuring Museveni to give in. The Speaker of the Parliament is actually calling it a "Christmas gift" to Uganda!
Last May, millions of us stood up with activists from across Uganda to stop this very same law - and it worked.  Now we have to do it again.  We need to take action and share this far and wide.  We need every voice to build a massive outcry that the media and world leaders can't ignore.  The pressure could be enough to stop this bill in its tracks:
According to our partners, the bill is now up for debate and can be voted on at any moment.  As Ugandan politicians work to finalize the the text of the bill, one thing is clear - if passed, it will force lesbian, gay, bi and trans Ugandans into the shadows.  Despite global opposition, some politicians in Uganda refuse to give up the bill and one is even calling for a new regional law, that would send every gay person in Africa to jail – for life.
If this bill passes in Uganda, it wouldn't just mean tragedy for gay and lesbian Ugandans – it could set off a domino effect across the continent. Will you add your name and ask your friends to sign with you now?
These politicians are using homophobia to distract Ugandans  and the world  from the very real problems they're supposed to be addressing at home, from corruption to freedom of the media. They're playing political games with people's very lives and lesbian, gay, bisexual and trans Ugandans will pay a steep price if they win.
With millions of us together, we helped knocked this bill off course once before. Our friends in Uganda need to know we still have their backs.  Sign now and then ask your friends to get on board  there's no time to lose!
This global movement for the simple right to live and love freely is unstoppable. But, as this hateful bill shows, there are still many hurdles in the historic battle for human rights and full equality. This is one of those milestone moments, and by raising your voice you are making a huge difference.
Thanks for going All Out.

Saturday, 22 September 2012

L'amore tradotto II

(...segue)  
  Se nell'amore come nella traduzione è fondamentale un certo grado di negoziazione (a meno che non si tratti di uno di quegli amori prescolari e, quindi, della traduzione di una semplice frase di tre paroline la cui reversibilità è impossibile ostacolare, del tipo "Renzo ama Lucia") la vita mi ha insegnato che in entrambe c'è la possibilità di subire finanche delle perdite che tuttavia ci arricchiscono e che non per forza devono significare la fine. 
  Nella sua intervista con Lea Golda Holterman, la regista israeliana Rama Burshtein ha detto a proposito del suo film presentato a Venezia che il tema centrale è la riflessione sul funzionamento del matrimonio ebraico e su come sia l'amore fra ebrei ortodossi: 
  "Per esempio non esiste il contatto fisico per valutare la compatibilità; accade solo dopo [...] il matrimonio. I motivi e il tipo di amore sono diversi - dice -. [...] L'intimità è prima basata esclusivamente sulla comprensione spirituale", insomma un po' com'era per i nostri avi circa mezzo secolo fa. Continua la Holterman: 
  "Nella vita ebraica Dio è sovrano dei nostri cuori. Il cuore non appartiene veramente a noi; la domanda è quanto sei disposto ad ammetterlo. Quando l'amore fa male e vuoi che finisca e non puoi farlo, e vice versa. I primi sentimenti sono fuori dal nostro controllo, solo la decisione di cosa farne è nostra." 

  Ho riflettuto su quel "il cuore non appartiene veramente a noi; la domanda è quanto sei disposto ad ammetterlo" ed è venuto fuori un nuovo parallelismo fra l'amore (inteso come i meccanismi che regolano le nostre storie) e l'attività di traduzione, tanto che il meccanismo dell'uno può aiutarci a capire l'altra e viceversa. 
  Quando viviamo l'amore, quindi quando facciamo del nostro meglio per manifestarlo nella vita di tutti i giorni, dobbiamo essere disposti anche a perdere qualcosa in via del tutto definitiva, proprio come nella traduzione (ricorda Eco citando Gadamer) se vogliamo dar risalto a un aspetto del testo originale a volte ciò è possibile solo "a patto di lasciare in secondo piano, quando non eliminare altri aspetti presenti". 
  Il nostro cuore non ci appartiene, appunto, così come il testo fonte non appartiene al traduttore che vuole renderlo in un'altra lingua; se non capiamo questo rischiamo di calpestare la persona che pretendiamo di amare, proprio come il traduttore rischia di calpestare la sensibilità dell'unico vero autore di un'opera letteraria (questo ciò che sarebbe capitato a me nella traduzione di Zamjatin, secondo l'unica vera mia critica). 
  Ci sono casi in cui davvero l'amore fa male e vorremmo che finisse, oppure che continuasse, ma non è possibile. Allora bisogna capire quanto siamo disposti a sottometterci all'ortodossia di certe regole che dettano le nostre relazioni, quanto e cosa siamo disposti a perdere per amore. 
  Forse i nostri avi e gli ebrei ortodossi avevano già trovato in una certa rigidità (squinternata e sconvolta dai nostri genitori prima di noi) la soluzione alle sofferenze derivanti dalle storie d'amore. Nel lavoro del traduttore - dice U. Eco - ci sono casi in cui non è possibile tradurre, come nell'eventualità di giochi di parole, e quando casi del genere intervengono il traduttore ricorre all'ultima ratio: la nota a pie' di pagina che ratificherebbe [cito] "la sua sconfitta". 

 Mi chiedo se la parola "sconfitta" sia davvero la più adatta. 
 Ma se anche così fosse, bisogna riconoscere l'amore di chi traduce nutre per il testo originale, al punto che pur di renderlo fruibile all'altro è disposto a inserire quella nota che lo dichiara "sconfitto" agli occhi del mondo. 
 Quanti di noi sono disposti, invece, a inserire una nota a pie' di pagina nella propria relazione?

Monday, 17 September 2012

L'amore tradotto

Ho riflettuto molto dopo aver letto la ferrea quanto sincera critica della dottoressa Valentina Parisi alla mia traduzione di Zamjatin edita da MUP.

In effetti non ho molto da ribattere, se non che le espressioni (cito) di "rara bruttezza" come "'all'improvviso iniziò a far le bolle, a ribollire' detto del volto del generale, là dove nell'originale russo non v'è traccia di ripetizioni della radice etimologica", cui si fa riferimento nell'articolo apparso su Alias ("Lo skaz per colpire gli ufficiali dello zar", dtd 02/09/2012), in realtà sono dei refusi.

Infatti, durante la stesura della traduzione ero indeciso se tradurre il verbo russo originale con quell'espressione raramente brutta quale sarebbe "iniziò a far le bolle" oppure con l'altrettanto orrendo "ribollire"; così le avevo lasciate entrambe ripromettendomi di tornarci su più in là e di decidere definitivamente fra le due al momento del visto si stampi; ma, ahimè, così non è stato unicamente a causa di una mia svista.

C'è da dire anche che "A casa del diavolo" è stato il mio primo "lavoro serio" di traduzione dal russo, benché la prima stesura risalga al 2002 (anno della mia tesi di laurea) e non l'abbia mai abbandonata del tutto, fino ad affrontarla ancora coscienziosamente solo nel 2011, quindi dopo 9 anni.

Ma non sono qui per dar conto del lavoro svolto. Anzi, sono grato per tutte le critiche giunte finora da più parti che mi hanno convinto a riprendere in mano nuovi saggi, ma anche i più vecchi dedicati al lavoro di traduzione e alle sue "regole", gli stessi di cui mi ero nutrito ai tempi de "La Sapienza" e che ormai non solo avevo meccanicamente e chimicamente digerito, ma che ero sul punto di cacciar fuori pericolosamente, trattenendo soltanto quel lontano sapore di divertissement che, forse (come avrebbe temuto Pascal), stava finendo per allontanarmi dalla mia reale condizione umana, facendo che accantonassi finalmente la fatica alla quale l'attività del tradurre solitamente si accompagna.

E stato così che ho riscoperto le analogie fra la traduzione e l'amore, tanto da chiedermi: come si traduce nella realtà il sentimento d'amore che ci portiamo dentro per una persona? Cosa gli accade quando cerchiamo di trasporlo, di cambiarlo in atti concreti e reali sforzandoci di mantenerne il significato originale?

Per esempio, a proposito del tradurre, U. Eco scrive nel suo "Dire quasi la stessa cosa" edito da Bompiani che "Quindi, anche quando - in linea di diritto - si sostenga l'impossibilità della traduzione, in pratica ci si trova sempre di fronte al paradosso di Achille e della tartaruga: in teoria Achille non dovrebbe mai raggiungere la tartaruga, ma di fatto [...] la supera. Forse la teoria aspira a una purezza di cui l'esperienza può fare a meno, ma il problema interessante è quanto e di che cosa l'esperienza possa fare a meno. Di qui l'idea che la traduzione si fondi su alcuni processi di negoziazione, la negoziazione essendo appunto un processo in base al quale, per ottenere qualcosa, si rinuncia a qualcosa d'altro - e alla fine le parti in gioco dovrebbero uscirne con un senso di ragionevole e reciproca soddisfazione alla luce dell'aureo principio per cui non si può avere tutto."

Allora ho pensato che così è anche per l'amore, anche per chi dice che ancora l'amore non l'ha trovato, oppure che non esiste. Forse, chi cerca l'Amore aspira a una purezza di cui non c'è bisogno nella realtà di tutti i giorni e, anzi, anche in questo campo i processi di negoziazione sono indispensabili non solo per la nostra felicità, ma anche per la felicità della persona che vorremmo ricambiasse il nostro amore. No?

Allo stesso modo, Eco ha scritto che secondo lui "[...] per fare osservazioni teoriche sul tradurre, non sia inutile avere avuto esperienza attiva o passiva della traduzione [...] Nel corso delle mie esperienze di autore tradotto, ero continuamente combattuto tra il bisogno che la versione fosse "fedele" a quanto avevo scritto e la scoperta eccitante di come il mio testo potesse [...] trasformarsi nel momento in cui veniva ridetto in altra lingua."

Beh, in proposito posso dire che non ho alcuna esperienza di autore tradotto (immagino che non contino le traduzioni dei miei scritti che a volte curo personalmente per una sorta d'allenamento e che conferirebbero al tutto quel je-ne-sais-quoi di onanistico), ma la cosa non m'impensierisce più di tanto dato che sono la maggior parte i traduttori letterari che non hanno mai edito un'opera propria e, quindi, non sono stati mai tradotti. Però può servire riflettere sul fatto che, invece, nella mia esperienza di amante è questo ciò che spesso ho fatto: pretendere che il mio sentimento tradotto in parole e gesti per l'altro fosse fedele in toto a quanto mi portavo dentro, per poi scoprire che non sempre ciò era possibile, anzi, che per riuscirci avrei potuto, o meglio dovuto trasformarlo.

Ed ecco che, se dopo aver letto la prima volta la conclusione critica della dottoressa Parisi al testo tradotto ("Una maggior inventiva sarebbe stata auspicabile") ho subito pensato "Ma quale maggiore inventiva? È implicito che se è una traduzione non c'è nulla da inventare!", adesso mi ricredo, faccio autocritica e mi chiedo se ciò significhi che devo far di meglio anche in amore, darmi più da fare, inventarmi qualcosa per far giungere il mio amore all'altro.
Per quanto siamo armati delle migliori intenzioni nel tradurre il nostro amore, non è detto che il prodotto finale sia sempre soddisfacente.

Forse anche l'amore (da che mondo e mondo spontaneo e incondizionato) ha bisogno di un esercizio costante.

(continua...)

Tuesday, 4 September 2012

Che ci faccio qui

Per noi meridionali è… anzi era automatico dopo gli studi dell'obbligo fare i bagagli e partire per il nord, quando non per l'estero, in cerca di fortuna. Anche chi non aveva i mezzi si arrischiava e dava il via all'avventura in una nuova città più ricca.
Oggi che la crisi economica impera anche al sud, assisto al fenomeno per cui molti meridionali decidono di tornare al sud, a casa. Già tre amici hanno lasciato Milano per ritornare in Calabria, o in Campania, o in Puglia. Pare che non valga più la pena di tentare una fortuna che non si trova più da nessuna parte, tantomeno all'estero (la prima tappa di chi decideva di partire nel corso degli ultimi anni era la Spagna).
Allo stesso modo, sento di molti giovani meridionali che hanno da poco finito gli studi e che hanno abbandonato in partenza l'idea di trasferirsi altrove.

Due giorni fa andavo al lavoro e, all'uscita della metropolitana, ho incontrato un ragazzo che mi capita spesso d'incrociare sul treno. Infatti alla fine si sa, la popolazione dei pendolari è uniforme come il paesaggio metropolitano che li circonda. Non solo incontri ogni giorno le stesse persone alla stessa ora, ma nel mio caso ho notato che le stesse persone tendono a salire ogni giorno sulla stessa carrozza. Io per esempio salgo sempre sull’ultima. Insomma io e il raazzo in questione non abbiamo mai parlato fino ad allora perché io ero sempre col libro incollato al naso, lui sempre con la testa ciondoloni nella sua divisa da guardia giurata con tanto di pistola.

Ma una volta sulle scale mobili, per puro caso l'uno davanti all'altro, dopo che ho conservato nella borsa il libro e lui si era ormai svegliato del tutto, ci siamo scambiati un'occhiata e mi è venuto naturale salutarlo:
"Com'è? Ferie finite?"
"Ferie?" mi ha chiesto caricando la "F" con un chiaro accento meridionale "E chi le ha fatte? Io non vedo l’ora di tornarmene giù! Faccio un lavoro che non piace e quasi ringrazio il cielo che adesso mi lasciano a casa. E chi me la fa fare? Io voglio farmi una famiglia!”
Già, chi gliela fa fare?
Mia nonna che ho ricordato più volte su questo blog era solita dire che "Adduvi c’è ra fatiga, dà c’è ra casa".
È ancora così oggi che di lavoro non se ne trova da nessuna parte?
Io vivo a Milano ormai da 8 anni eppure non mi sento milanese nemmeno un po’, ma mi guardo bene dal denigrare una città che mi offre tutto. Però mi domando se è ancora valido ciò che pensavo fino a poco tempo fa, ossia che davvero tutte le persone che si sono trasferite qui dalla provincia, come in qualsiasi altra grande città, sarebbero rimaste volentieri nei loro paeselli se non fosse stato che fuori hanno trovato un lavoro.
Domenica scorsa ho avuto a pranzo una giovane coppia della provincia di Lecco con prole al seguito. Mi ha colpito un’affermazione di lei:
«Però che bello qui! – “qui” starebbe per Corvetto, dove vivo e dove è famoso il detto “Corvetto: un pugno per la vita!”Sto rivalutando Milano».
Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che, probabilmente, se questi amici avessero trovato lavoro a Milano oggi non avrebbero la bellissima famiglia che si ritrovano (e che un po’ invidio loro).
La rande città sembra in contrasto con una vita famigliare serena, a meno che non hai un botto di soldi, oppure ti accontenti di crescere i tuoi figli in un tugurio.
La maggior parte delle persone che conosco e facenti parte del ceto medio che vivono in città sono single, o non hanno figli e, naturalmente, fosse anche solo per riempire una giornata vuota non fanno altro che parlare degli eventi che la città offre (me compreso), come ad esempio il Vogue Fashion Night Out che avrà inizio dal prossimo 6 settembre.
Ho pensato ancora ad altri amici e conoscenti che hanno scelto di rimanere al paese e le loro motivazioni: chi è figlio unico e non se la sente di abbandonare i genitori anziani; chi vuole provare di tutto a fare ripartire l’economia del posto in cui è nato, dare insomma il proprio contributo per cambiare le cose, etc… Insomma, tutte motivazioni che mi paiono più valide della settimana della moda, della discoteca gay più famosa, oppure del grattacielo più alto d’Italia e de La Rinascente.
Direi che sono queste le scelte mature.
E alla luce di tutto ciò, ecco che mi domando se è vero che la crisi ci riporta ai vecchi valori persi da tempo immemore e se alla fine, oggi come oggi, la scelta del posto in cui viviamo può essere davvero indice di maturità o, vice versa, una manifestazione d’infantilismo, della voglia di non costruire nulla e tirare avanti a campare facendo il minimo indispensabile per guadagnare quel tanto che ci permette di sentirci fighi fra i fighi.
Oppure è tutto il contrario e come Corrado, il protagonista di "Una casa in collina" di Pavese, chi sceglie di stare in provincia vive questo periodo difficile con indifferenza e apatia e e cerca rifugio presso il nido materno, in un luogo tranquillo, per quanto possibile al riparo dalle preoccupazioni di una vita lontano?
Chi si domanda davvero: che ci faccio qui? 

Monday, 27 August 2012

Now A Major Motion Picture

Due giorni fa ho fatto il mio giro di ricognizione settimanale in libreria per scegliere un nuovo titolo.
Una pratica che richiede concentrazione, tempo a disposizione per una scelta consapevole e un consulto accurato con la mia libraia di fiducia, una simpatica signora, bassina, con la crocchia argentata spillata sul capo con le forcine lunghe e marroni di plastica, di quelle che non si vedono più in giro tanto facilmente.

Le ho chiesto ancora una volta dei consigli su alcuni autori inglesi e le ultime uscite di questo mese.

Io davo un'occhiata da me, man mano che lei snocciolava titoli e infilava le mani negli scaffali, sui dorsi già impolverati dei volumi.

Saltando con lo sguardo da una copertina all'altra, ho notato che sono aumentati i libri (soprattutto americani) su cui le rispettive case editrici hanno scritto "Now A Major Motion Picture" a significare che dal libro è stato tratto un adattamento cinematografico.

È strabiliante davvero come la letteratura (per alcuni un termine azzardato da usare per la produzione americana) conviva e interagisca con le altre forme di espressione, come appunto il cinema, ma non solo: anche la musica o la pittura, o meglio ancora (per i miei gusti) il teatro.

Credo sia sbagliato pensare che un adattamento cinematografico sia una sorta di riconoscimento al valore di una qualsiasi opera letteraria, anche perché quasi mai gli adattamenti cinematografici riescono a rendere la bellezza e la drammaticità di un romanzo.

Con una piccola ricerca ho scoperto anche che già 5 anni fa Christine Geraghty pubblicò un libro dal titolo "Now A Major Motion Picture: Film Adaptations of Literature and Drama" (Lanham, MD: Rowman and Littlefield, 2007, 232 pp.) con il quale, forse, ha inteso dare alcuni suggerimenti su come adattare un'opera letteraria al grande schermo.

In esso, la scrittrice menziona come esempio l'adattamento di "Orgoglio e pregiudizio", dimostrando come il romanzo di Austen sia stato trasformato in una storia d'amore convenzionale, banale.

Ora, è vero che anche la produzione letteraria italiana non sia 'sto granché, che qui siamo tutti scrittori di 'sto paio di ciufoli, ma possibile che non ci sia davvero nulla sritto da un italiano che possa fare partorire almeno una brevissima fiction Rai o Mediaset, ma che sia diversa dalle nuove proposte annunciate in palinsesto?

"Torneranno con nuove avventure e nuove storie le già amatissime produzioni 'Un passo dal cielo 2', 'Che Dio ci aiuti 2', 'Terra ribelle 2', 'Paura di amare 2', la serie di film per la tv 'Il Commissario Montalbano' e 'Un medico in famiglia', che vede il ritorno nella fiction di Lino Banfi insieme naturalmente a Giulio Scarpati e a tutta la famiglia Martini.[...]" e continuano poi con “Il Commissario Nardone” (la storia del poliziotto leggendario che creò, nella Milano del dopoguerra, la squadra mobile). E “Dove eravamo rimasti?” (Il caso Tortora, una miniserie dedicata al grande giornalista e uomo di spettacolo che nel 1983, proprio all’apice della sua carriera, venne arrestato con la pesante accusa di essere “affiliato” alla Nuova Camorra Organizzata)... e Bla-bla-bla... Per non parlare del Grande Cinema Italiano (vd Maccio Capotondo e il suo "Natale al cesso")

A proposito: il libro in foto qui sopra e il relativo film ve li consiglio entrambi. 

Tuesday, 21 August 2012

Il vento al di là delle tende

Sapete, domenica sera è stata una di quelle serate.
Il tuo amore va via, al lavoro, e tu ti sdrai sul divano davanti alla tv, con il tuo libro, ma fai solo finta di guardare il film o di leggere il libro perché gli occhi volano tutt’intorno: al tavolo nuovo, alle sedie nuove (che non sono piaciute a nessuno, eppure non t’importa), alla nuova tenda bianca da due soldi che pure sembra soffice e sembra un bambino ai primi passi che voglia venirti incontro per gli sbuffi continui del vento caldo che la spingono in avanti e indietro, incerta, ma regolare, quasi la risacca del mare.
È inevitabile che ti fermi a pensare: alla tua famiglia, senza la quale (nel mio caso è così) non avrei mai avuto tutto ciò (non adesso), a tutto quello che è stato fino a poco tempo fa e a come sei arrivato qui, dove il “qui” indica niente di straordinario, anzi!, semplicemente una condizione molto diversa, o comunque inaspettata rispetto a ieri.
Anche se sei ateo, o lo fai credere ali altri, ti chiedi: ci sarà davvero un progetto divino?
Nell’ultima intervista che ho letto a Nathan Englander l’intervistatore gli ha chiesto se credesse in Dio e lui, da maestro qual è, ha risposto “Non lo so, sarei portato a dire di no, se non avessi paura di una sua reazione.”
Ti domandi cosa sarebbe oggi se… se… se… e anche se sei felice, t’interroghi come sarebbe la tua vita oggi se in quel tal giorno, o in quell’altro non ti avessero spezzato il cuore, o se tu non l’avessi spezzato.
Ma eccoti, anche con il cuore spezzato.
Tempo fa ho letto una frase attribuita da FW Kenyon a Lord Byron durante una conversazione con Miss Milbanke, secondo cui a volte “i cuori rotti si possono riparare”, dopo di che si continua a vivere solo per metà.
È davvero così? Ogni amore passato ci porta via un pezzetto di cuore creando quella sorta di disillusione che quasi tutti gli adulti vivono, pur essendo innamorati e felici? Oppure si tratta solo di un pensiero triste?
Ci ho pensato a lungo, e mi sono detto che fino a domenica ci sono arrivato con Mayor. Mi ha accompagnato a comprare le tende, mi ha aiutato a sceglierle e mentre le montavo è rimasto lì a passarmi il trapano e l’asciugamano per asciugarmi il sudore, anche se non ne aveva voglia, o quanto meno avrebbe fatto volentieri dell’altro.
Ma non posso dire non essere arrivato nella mia nuova sala da pranzo anche con Mr T-Fish, o con Biondo, o con Stella, anzi, forse in primis Stella.
Quindi, forse sarebbe meglio dire che i cuori rotti si possono riparare e che ogni amore finito male non porta via, ma aggiunge un pezzetto al cuore, come per formare una specie di callo protettivo che potrebbe dare l’impressione di generare l’incapacità di sognare, quando invece dovrebbe aiutare a riconoscere fra tutti i sogni che hai fatto tuoi fino a oggi l’unica realtà che vuoi vivere e con cui potresti farti male davvero.

Friday, 10 August 2012

Ferragosto e dintorni.

...E quest'anno mi tocca. In ufficio a ferragosto, mentre voi risolverete i vostri cruciverba e indovinelli. Ed ecco come appare la metropolitana in prossimità del periodo più critico per via delle vacanze estive:

Ieri sera ero a letto, immobile per non sudare, e ho approfittato del silenzio di tomba (se non si considera il sottofondo di Mayor che risponde ai post su Fb dal suo Iphone) della serata estiva per leggere il mio libro del momento. L'ho ben puntato sulla mia pancetta che sporge molle sempre di più. Quando il sonno stava per avere la meglio mi sono chinato sul comodino di lato e, prima di spegnere la luce mi sono fermato a guardare.

Ho ripensato a ciò ho sentito spesso raccontare sui comodini, ossia che quando ci svaligiano la casa, soprattutto quando entrano di soppiatto, di notte, è lì che i ladri si dirigono in prima battuta perché è lì che le signore lasciano anelli, orologi e orecchini...

Continuavo a osservare il mio (a Mayor non ne ho ancora fornito uno), che non si può definire proprio un comodino da signora.
Innanzi tutto specifico che ho finito col promuovere a ruolo di comodino un vassoio che usavo per fare colazione a letto durante i primi giorni che mi ero trasferito in casa nuova.
Ed ecco che salta all'occhio la lampada vintage con curiosi ghirigori rosa fu della buonanima che prima viveva in questa casa (e che secondo Mayor c'è ancora e gli fa perdere il sonno); sotto la lampada sono incastrate delle foto di alcuni abiti da sposo fra cui ho intenzione di scegliere il mio e, a salire verso chi guarda, un numero dell'Europeo dedicato alla storia della famiglia Agnelli, un biglietto da visita di uno show room che spesso cura sfilate di moda di stilisti russi (e che fa da vassoio a due cicche masticate e ormai impietrite), gli occhiali e relativa custodia ingiallita e crepata, un fazzolettino di carta per pulire gli occhiali, ma che conservo ancora per pulirmi saltuariamente anche il naso (in mancanza mi pulisco al risvolto delle lenzuola e pare che ciò faccia schifo ai più), la pila che è una new entry, arrivata da quando sono iniziate le scosse di terremoto e utile per eventuali fughe notturne, il telecomando del condizionatore e il romanzo incompiuto (nel senso che non ho ancora finito di leggerlo e non lo finirtò mai) che data la mole conservo solo per le letture serali.

Non ho nominato solo una cosa...

Monday, 30 July 2012

Il triangolo del fuoco

Ho un'amica che aveva un ragazzo che l'ha tradita, una volta le stava per tirare un ceffone. Lei non è stata da meno: l'ultima volta lo ha preso a calci, ha riempito i muri dei palazzi del quartiere di lui con scritte scabrose e offensive. Si odiano davvero. Non ho mai sentito una persona parlare di un'altra in termini così cattivi ed esecrabili.
Ma tutti e due sanno che se si dovessero incontrare ancora per strada, per caso, si scoperebbero ancora come animali per poi tornare a malmenarsi appena bruciata quella magica energia che producono quando stanno insieme.

Mi rendo conto che l'età non c'entra nulla, e non c'entra nulla se lui è il nostro ragazzo, se è nostro marito, o se è uno di cui abbiamo incrociato a malapena lo sguardo in pizzeria.

Ci sono individui che se li metti vicino avvampano. Stop.

Magari se poi si conoscono si odiano dopo due minuti, come quei due appunto, ma finché non sanno di odiarsi non possono fare a meno di flirtare. L'occhio scappa incontrollato, le battute a doppio senso pure. Lei si bagna e a lui gli va in tiro.

È... come dire?, istintivo credo. Ed è per questo che so che non posso arrabbiarmi se ciò dovesse succedere anche al mio Warm Mayor, anche se lui molto probabilmente direbbe: altro che istinto e istinto! Questo si chiama essere zoccola!

Mi chiedo se si può costringere una persona a ricacciare indietro l'istinto così, su due piedi. di certo è una prassi che richiede tempo e pazienza e con l'amore non c'entra. Quando siamo innamorati abbiamo occhi e mente solo per il nostro lui, ma quello che succede nei pantaloni e sotto le gonne e tutt'altra faccenda.

Ho letto di una coppia che dopo 23 anni di matrimonio e un divorzio inevitabile non riesce a smettere di flirtare; marito e moglie dopo gli ultimi incontri in tribunale si sono incontrati a tu per tu per discutere pacificamente della divisione dei beni, ma è finita che sono andati a letto.

Affinità sessuale? No, si va oltre... Questo è in tutto e per tutto territorio dello Xanax.

Fare l'amore - o anche solo desiderare di farlo - pensando che sarà la prima e l'ultima volta secondo alcuni è più "intrigante" e dà più fuoco al rapporto contingente (addirittura, secondo molta più gente di quanto si possa immaginare, alcune coppie sono fatte per stare insieme, ma solo se vivono in case separate, o se dormono in letti separati), ma credo che le cose intriganti abbiano in sé qualcosa di premeditato, mentre il fenomeno di cui parlo non ne ha. È, ripeto, inaspettato.

Tutto ciò mi ha fatto riflettere.
Credo che il vero amore debba essere raffigurato con l'immagine del cerchio, come quello che io e Mayor formiamo incrociando le braccia mentre dormiamo, e non del cuore che dovrebbe raffigurare piuttosto questo istinto. Perché il cuore altro non è che un triangolo capovolto, come nella raffigurazione del triangolo del fuoco: tu vedi lui, lui vede te - BAM! Vortice rosso. BAM! Non vi staccate gli occhi di dosso. Magari poi non succede nulla, magari sì. Resta il desiderio, il fatto che entrambi sapete che se mai doveste superare quel limite... I vostri corpi sono magneti; è questione di chimica - tu il combustibile, lui il comburente - vicini sprigionate radiazioni elettromagnetiche. Resta solo da vedere come si spegnerà questo fuoco, chi dei due, come l'ossigeno, si ridurrà nella combustione prima dell'altro.

Tuesday, 24 July 2012

Olympic Gay

Dall'attesa per i cerchi colorati degli Olimpic Games di Londra, all'attesa per il "Sì" arcobaleno del sindaco di Milano Giuliano Pisapia.

Ho letto pezzi giornalistici secondo cui, in caso del tanto sospirato "Sì" Milano diventerà "l'iridata capitale dei gay".

È facile individuare la parzialità di certa scrittura che dietro parole divertite e divertenti come "iridata" sottende una malsana preoccupazione riguardo alla possibilità che il consiglio comunale possa approvare davvero (FINALMENTE!) l'istituzione del registro delle unioni civili atteso NON SOLO dal movimento gay-lesbico.

Si tratta della tipica preoccupazione bindesca, direi, di finti-addormisciuti come Bersani, dei cattolici in genere e degli attivisti sui temi etici, dei teodem, della Caritas ambrosiana e tutti coloro che non nascondono di non volere un registro delle unioni di fatto che potrebbe diventare "una bandiera con cui richiedere, a livello nazionale, l'equiparazione del matrimonio gay a quello eterosessuale".

Come ho cercato di spiegare a mio padre quest'estate, dopo che ha conosciuto Warm Mayor e quando ha iniziato a favoleggiare di matrimoni milanesi, ma come soprattutto i cattolici sanno bene, "le unioni civili sono materia della legislazione nazionale e quindi non possono essere regolate per via amministrativa e locale", quindi in realtà il futuro registro milanese non avrà un gran valore.

Alcuni giornalisti si preoccupano di fare da megafono alle parole del cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, secondo cui "i registri delle unioni di fatto possono fornire una legittimazione a forme di poligamia praticate dagli immigrati di religione islamica",[nota] col solo fine di creare allarmismo e non capendo soprattutto che, in realtà, Milano invece che diventare una capitale dei gay si riconfermerà l'unica vera città civile e mezzo-europea d'Italia (quale d'altronde è sempre stata, e questo le va riconosciuto).

Per questo rimarrò col fiato sospeso fino a venerdì, quando avremo il risultato di questa gara per i diritti che potrebbe essere definita di diritto "olimpica".
-----------------------------------------------

Monday, 23 July 2012

I regret... (Note estive IV)

L’estate degli altri è il mio sonno disturbato.

Spiriti notturni ostacolano la tranquillità di Mayor, oltre che la mia. La mia casa è abitata dai fantasmi, ormai non ho più dubbi. Per questo ho chiamato in aiuto i miei, di fantasmi. È arrivato finalmente un tavolo costruito con le travi di legno che reggevano il tetto dell’antica chiusa della famiglia di mio padre; di certo hanno assorbito l’anima dei miei avi che da oggi mi difenderanno.

Se ci fosse la crisi la gente lavorerebbe come si deve, questa è la verità!

Le loro ferie sono il mio sonno perso, ecco cosa.

“I read somewhere that people on the street are supposed to look like ants, but that’s not true. They look like little people. And cars look like little cars. And even the buildings look little”
"Ho letto da qualche parte che la gente per strada [vista dall’alto di un palazzo] assomiglia a delle formiche, ma non è vero. Sembra solo un insieme di piccole persone. E le auto sembrano piccole auto. E anche i palazzi sembrano piccoli palazzi."

Thursday, 19 July 2012

I regret... (Note estive III)


«I'm so afraid to lose something I love that I refuse to love anything»
«Ho così tanta paura di perdere qualcosa che amo, che mi rifiuto di amare qualsiasi cosa»

È estate per gli altri e io, qui in ufficio, ho ancora sonno.
Nudi, al mare; nudi sdraiati sul materasso caldo del sole di agosto.
Mayor ha sempre voglia di fare l’amore, una voglia invidiabile.
«Sembri un quadro» mi fa, prendendomelo con pollice e indice a mo’ di pinza e poi continua «Potrei intitolarlo “natura morta”…»
Io scoppio a ridere.
«Per questo ti ho scelto. Perché mi fai ridere» confesso.
«Ah sì?» quasi piccato fissando il corpo morto «Tu invece no. In effetti, io non me lo ricordo perché ti ho scelto…»

Tuesday, 17 July 2012

I regret... (Note estive II)

Adesso è estate per gli altri.

Il sonno continua a picchiarmi in testa, anche se un po' meno rispetto a ieri.

"Babbo, Warm Mayor non mangia pesce. Mi raccomando..."
Manco a dirlo: Mayor arriva a pranzo a casa di mio padre e facciamo le dovute presentazioni suocero-genero.
Quindi mio padre fa:
"Bene, sediamoci a tavola. Mayor, ti piace il piccante?"
Quello fa segno di sì con la testa e poi felice rincara:
"Certo che sì."
"Allora assaggia la sardellina piccante."
Io:
"Papà, Mayor non mangia pesce, ricordi?"
"E che c'entra? La sardellina mica si sente che è pesce!"

A sera siamo con Mayor a cena da mia madre che avevo avvisato con largo anticipo:
"Mamma, Mayor non magia pesce e nemmeno la carne al sangue."
"Ah, va bene, e che mangia?"
"Tutto ciò che rimane."
Manco a dirlo: Mayor arriva da mia madre e facciamo le dovute presentazioni. Quindi lei fa:
"Bene, so che non mangi pesce, Mayor, ma la pasta con le cozze e le vongole la mangi, vero...?"

«[...] There was a single thought in my head: Keep thinking. Thinking would keep me alive. But now I am alive, and thinking is killing me. I think and think and think. I can't stop thinking [...]»
«[...] Avevo solo un pensiero in mente: continuare a pensare. Pensare mi avrebbe tenuto in vita. Ma ora sono vivo, e i pensieri mi stanno uccidendo. Io penso e penso e penso. Non riesco a smettere di pensare [...] »

Monday, 16 July 2012

I regret... (Note estive)


Ferie andate, finite.
Adesso è estate per gli altri. E ho di nuovo tanto sonno.
Il libro di questa estate per me è senza dubbio “Extremely Lodud & Incredibly Close” di J. Safran Foer.


Scrive la nonna al nipote:
«I regret that it takes a life to learn how to live, Oskar. Because if I were able to live my life again, I would do things differently.
I would change my life[…]»


«Mi dispiace che ci vuole tutta una vita per imparare a vivere, Oskar. Perché se fossi in grado di vivere la mia vita da capo, vorrei fare le cose diversamente.
Cambierei la mia vita [...]»


Per vivere, come per la maggior parte delle cose nel corso della vita, ci vuole talento oltre che un allenamento intenso che non ammette troppi errori e ripensamenti.
Io mi sono reso conto subito di non averlo, questo talento. Subito nel senso a nove anni all'incirca.
L’ho riconosciuto in mio padre, così come in mio fratello e ho capito che io non ce l’ho, che mia madre non ce l’ha, e mia sorella ce l’ha solo in parte.
Saper vivere non c’entra con il sapere amare. Almeno credo.
In realtà chi sa vivere ha la stessa percentuale di rischio di sviluppare un forte egotismo di chi non sa vivere.
Chi sa vivere ha le stesse possibilità di servirsi dell’amore di chi non sa vivere, perché entrambi, sia chi sa che chi non sa vivere, potrebbe averne bisogno per arrivare fino in fondo.
L’amore è un’arma e anche un premio.
I regret...

Thursday, 5 July 2012

Lettera aperta al Vice Comandante dell’Arma dei Carabinieri Clemente Gasparri (dal "Corriere della Sera")

Buongiorno, Generale.
Chi le scrive si sente direttamente chiamato in causa dalle sue esternazioni alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri di Roma.
Ma andiamo al dunque,
non so se sono io il “graduato” della Guardia di Finanza a cui si riferisce nel suo discorso che ha “ammesso” (come se si trattasse di una colpa) di essere gay. Forse si o forse no, chissà. In ogni caso, caro Generale, eccomi qua, Appuntato Scelto della Guardia di Finanza Strati Marcello in servizio nel Corpo da 26 anni, attualmente a Como, al Gruppo di Ponte Chiasso , fiero di appartenere alle Fiamme Gialle. Servo il mio Paese con onestà e senso del dovere. Ah, dimenticavo, sono omosessuale.
Sì, come Lei accenna, sono gay su Facebook e su Twitter, sono gay davanti ai miei amici e ai miei colleghi. Ho “ammesso” questa vergogna (perché Lei, Generale, sembra considerarla tale) già da parecchio tempo. In caserma sanno di me da circa 12 anni e, Le sembrerà strano, ma pare che ai colleghi e soprattutto ai miei Superiori gerarchici non interessi proprio nulla del mio orientamento sessuale. E’ per questo che nell’anno del Signore 2012 mi ha fatto impressione leggere certe affermazioni da parte del Vice Comandante di una delle più importanti Istituzione della nostra Repubblica, l’Arma dei Carabinieri.
Cosa vuol dire, come dice in un passaggio del suo discorso, che “ammettere di essere gay non è pertinente allo status di Carabiniere”? Io non vado in giro con un cartello appeso al collo con su scritto “omosessuale” ne quando mi presento dico “piacere, sono l’App.Sc Strati e sono gay”. Io cerco di essere quello che sono davanti a tutti senza dovermi più nascondere e comportandomi con naturalezza, cercando di dimostrare ai colleghi che non c’è nulla di male nell’essere gay, che la vita sessuale di ciascun militare non condiziona in alcun modo l’attività operativa.
Le sue affermazioni ci riportano indietro di decenni. Il suo “consiglio” (e noi militari sappiamo benissimo cosa significa questo termine quando proviene da un Superiore) a non palesare il proprio orientamento sessuale è un macigno che cade in testa a quei militari che magari dopo tanta fatica e sofferenza interiore avevano deciso di uscire alla luce del sole. Di essere e di vivere finalmente la loro vera natura senza dover più fingere di essere quello che non sono. Sperando di essere giudicati non per chi si portano a letto o per chi amano ma solo in quanto buoni militari.
Non so se la conosce, Generale, ma in Italia esiste una associazione a cui sono fiero di appartenere, Polis Aperta, che è composta da appartenenti gay e lesbiche di tutte le Forze dell’Ordine e Forze Armate, inclusa la sua, che vivono serenamente e apertamente la propria condizione di gay in un ambiente militare o militarmente organizzato. Ci conosciamo tutti e siamo sparsi per la Penisola.
Provi a conoscerci, Generale, provi a parlare con un suo militare gay e vedrà che si troverà di fronte ad un Carabiniere come tutti gli altri, con gli stessi pregi e gli stessi difetti. Non impedisca ad un suo militare di amare. Nessuno dovrebbe vergognarsi di quello che è. Io non sono fiero di essere gay, così come non sarei fiero di essere etero. Io sono fiero di essere quello che sono. Punto.
Non so se la Sua posizione sia condivisa dal Comandante Generale dell’Arma ma spero vivamente di no.
Appuntato Scelto Marcello Strati

Tuesday, 3 July 2012

Calabria, noi ci mettiamo il cuore (…e anche la faccia) - 1st Calabria Gay Summer Day!

È stata dura, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Siamo giunti a una conclusione e il termine è vicino.
A ben vedere, a causa della poca disponibilità di liquidi, quest’anno Mayor e io non avevamo molta scelta nella programmazione delle vacanze estive: o una settimana separati, io a casa mia in Calabria e lui in Valtellina (o peggio: da solo a Torre del Lago con i suoi amici!), e poi una settimana insieme a Lecco; o due settimane insieme, che fossero al lago da lui, piuttosto che in Calabria… dai miei!
Quando ho chiesto la prima volta a mia madre se avessi potuto invitare a casa sua Mayor, be’, diciamo che non ha fatto i salti di gioia. Per questo avevo deciso di non insistere. Pensavo fosse una faccenda personale.
La sua reazione l’ho giustificata con il fatto che, in effetti, dopo avermi sentito pronunciare il nome di Stella fino al vomito e avermi visto insieme a lei per tre anni e mezzo, quindi star male; poi fare lo stesso, per altri cinque anni, con Mr. T-Fish, quindi star male di nuovo… adesso forse, ecco che ne ha le scatole piene.
“Ci sta, no?” mi sono detto “Starà pensando: chi è mo ‘sto Mayor?” e invece sbagliavo.
Ho avuto un po’ di remore a parlare di ciò con lui. Ho avuto paura che potesse prendersela, dato che già senza conoscere questi retroscena si autodefiniva “Il reietto” di fronte alla mia famiglia.
Ma invece, come scrivevo, non c’era nulla di tutto ciò dietro la ritrosia di mia madre che alla fine ha accettato di buon grado di ospitare il mio compagno (per mio padre non ci sono mai problemi, se non quando ce ne sono per davvero).
Come Melinda McCollum ne “Il quinto muro”, credo che mia madre abbia pensato per un momento che capirmi, capire il desiderio di avere al mio fianco la persona che amo anche in vacanza, a casa, significasse farsi mia complice. E credo che alla fine, da mamma chioccia innamorata sì, ma di suo figlio, abbia deciso di proposito di essere mia complice, perc - e sia chiaro che lo scrivo con ironia - “essere complice nella propria distruzione fa apparire minore il pericolo.”
Infatti era solo preoccupata per me; aveva lei paura che ne risentirò, io, della reazione della gente del paese. Voleva che ci pensassi due volte, ma solo in via preventiva, per difendermi. Come se finora il paese non avesse avuto occasione di (s)parlare. Perché le voci, che sia chiaro a tutti, mi sono giunte anche se vivo a Milano.
A ogni modo, il 7 luglio Mayor arriverà qui, in Calabria, nel mio paese, quello di cui ho scritto molte volte descrivendo il mio sogno di viverci, un giorno, proprio con colui che sarà il mio compagno nella vita.
E adesso cosa succede? Cosa accade adesso che il sogno sembra prendere le forme della realtà?
Ecco che quando ho detto a Mayor che sarebbe potuto venire a Rossano per trascorrere le vacanze con me e la mia famiglia (ospite a scelta di mia madre, piuttosto che di mio padre), be’ che lui – meschino! - se n’è venuto fuori con una frase di cui, evidentemente, non coglieva la gravità mentre la pronunciava. Mi ha fatto:
“Forse è meglio se prenoto una stanza in albergo, che ne dici?”
Sono sbiancato. “Meno male che non ti ha sentito nessuno dei miei” ho pensato.
Così mi sono detto che dobbiamo iniziare a lavorarci un po’ su, nel senso che c’è poco tempo e c’è da mettere in chiaro alcune regole base da seguire prima che il mio compagno venga dal nord a conoscere la mia famiglia, al sud; o davvero potrebbe essere una catastrofe… perché, a dispetto di mia madre e di mio padre che lo aspettano a braccia aperte, qui pare che a parlare di coppie gay in vacanza persista la dannazione dei demoni di Anne Rice, nel senso che alla gente gli si “rizzano carni e pili canini” perché a dispetto dell’intelletto che cresce a vista d’occhio (anche se non abbstanza da far funzionare il digitale terrestre, le linee telefoniche della Vodafone, e internet), il progresso morale si è concluso ormai da molto tempo.
Se avete un ragazzo calabrese e state per trascorrere le vacanze in Calabria:

Regola 1: bisogna sempre rispondere Sì a qualsiasi invito da parte dei famigliari del vostro fidanzato
Regola 2: ne consegue che NON si deve mai prenotare una stanza d’albergo. Ciò comporterebbe grave offesa
Regola 3: per lo stesso motivo NON si deve mai andare al ristorante quando qualcun altro ha cucinato per voi
Regola 4: mangiare sempre tutto ciò che viene poggiato sulla tavola; NON si deve mai dire NO a: pane di Forello, pesce fresco, piccante, melanzane soffritte, ricotte, caciocavalli e mozzarelle di Croce di Magara, liquore di liquirizia, limoncello e piretta. Anche a costo del vomito.
Regola 5: mai parlare di sesso riferendovi a voi come coppia. Se si parla di sesso, anche in modo scherzoso, bisogna parlare sempre degli altri, come se l’argomento fosse a voi sconosciuto. La regola vale per le coppie etero, ma ancora di più per le coppie gay. I padri e le madri calabresi non vogliono immaginare per niente al mondo una scena di sesso gay, e tanto meno bisogna lasciare intendere, MAI!, chi nella coppia è A e chi è P. i padri calabresi di ragazzi gay danno per scontato che i propri figli siano “i ficcatori”.

Parlandone con Mayor, per sdrammatizzare mi ha detto che non gl'importa, che non vede l'ora di riabbracciarmi  e di fare l’amore con me sulla spiaggia, ma poi ha subito aggiunto che scherzava, che non c’è pericolo, perché non vuole diventare “martire per l’emancipazione della terra Calabra”.
È stato allora che ho pensato: invece perché non fare l’esatto opposto? Perché non organizzare una specie di giornata estiva calabrese gay? Qualcosa che suoni un po’ provocatorio, ma divertente al tempo stesso, del tipo: CA.GA.SU.D., ossia Calabria Gay Summer Day?

Potrei postare con 24 ore di anticipo il nome della spiaggia/lido dove Mayor e io andremo il primo giorno di vacanza, così tutte le coppie di gay e lesbiche (ma anche etero) di Rossano e dintorni potrebbero raggiungerci, potremmo conoscerci e trascorrere insieme una bella giornata all’insegna del sole e del mare, mangiare in spiaggia e giocare a volley… e così dimostreremo che i calabresi ci mettono anche la faccia, oltre che il cuore.

Ho anche cercato di rintracciare i gay residenti in Calabria per rilanciare il progetto;e ho scaricato “Gfindr” chiedendo a Mayor di scaricare a su volta “Grindr” e inserendo il messaggio “Ci vediamo al CAGASUD il 07/07/2012", ma la coppia gay più vicina a Rossano risulta essere a 300 km, in Sicilia. È possibile? Vedremo...
Sono proprio curioso di sapere se saremo l’unica coppia gay in spiaggia in occasione di questo primo “Cagasud.”

Monday, 2 July 2012

Ci sentiamo, Le faremo sapere... (seconda parte)

Giovedì scorso sono andato a vedere la partita Italia-Germania in un locale milanese dove un giovane scozzese organizza regolarmente apertivi per ragazzi e ragazze di tutte le nazionalità che vivono a Milano e sono in cerca di nuove amicizie, creando così nuovi gruppi in questa città con la fama d’essere inospitale e severa con i nuovi arrivati.
A fine partita ero ormai al mio quarto Gin-tonic e, mentre Mayor parlottava con non so chi, mi sono avvicinato all’organizzatore della serata per scambiare quattro chiacchiere prima di andare via, quando l'ho sentito parlare in inglese con una ragazza dal chiaro accento russo.
Il mio amico “Gin” mi ha suggerito subito che non potevo restarmene lì con le mani in mano e che la serata era a una svolta, avrei potuto esercitare la lingua russa a lungo inutilizzata se fossi intervenuto. Così ho fatto: mi sono avvicinato e iniziato a rivolgermi a lei in russo. Abbiamo fatto amicizia e ci siamo scambiati un po’ di informazioni su quanto fosse utile la sua lingua madre nel mondo del lavoro.
Mentre io le illustravo la necessità di donne madrelingua nel settore dei trasporti, lei mi raccontava di un’esperienza nel settore moda (se ricordo bene come insegnante), in cui pare che le donne purtroppo non siano ben viste, al punto che i vertici preferirebbero assumere persone, o meglio dire uomini incompetenti, piuttosto che donne madrelingua.
“Curioso, io feci un colloquio tanti anni fa per la posizione di Area Manager Russia e Turchia proprio per conto di una famosa scuola di moda italiana a Milano…” le ho detto ridendo.
“Ma dai! Mio marito, che come puoi immaginare parla benissimo russo, è stato a lungo Area Manager per la Russia e Turchia per conto di una famosa scuola di moda. Figurati, mi ha raccontato che quando è stato promosso e ha iniziato i colloqui con i candidati che avrebbero dovuto prendere il suo posto, gli sono capitati fra le mani un sacco d’ignoranti. Uno era venuto persino dalla Puglia…”
“Ah sì? Sicura fosse la Puglia e…?”
“…Sì… Puglia, o forse Calabria… Insomma, secondo me stanno ancora cercando qualcuno. Perché non ti candidi e mandi il tuo curriculum?”
“Be’, ecco… Come hai detto che si chiama la scuola dove lavorava tuo marito? E come si chiama lui…?”
Già; avete intuito bene.
Molti anni fa andai a fare un colloquio per la posizione di Area Manager Russia e Turchia per conto di una nota casa di moda meneghina.
Pur non parlando il russo da molto, troppo tempo ormai, vi andai fiducioso che con un po’ di esercizio ce l’avrei fatta. Nel senso: non ero sicuro di me al punto da scrivere sul CV: “Ottima conoscenza orale e scritta”, ma forse… Be’, passai comunque i primi due colloqui e al terzo colloquio in lingua straniera il mio interlocutore avanzò la proposta. Mi disse che aveva avuto una promozione e la new entry avrebbe dovuto prendere il suo posto. Bisognava fare le cose in fretta perché c’erano delle scadenze da rispettare, quindi se ce ne fosse stato bisogno la scuola mi avrebbe pagato anche il preavviso per lasciare immediatamente il mio vecchio lavoro e correre da loro.
“Fra due giorni devo partire per Mosca” ricordo che concluse in questo modo il nostro ultimo colloquio, quello cruciale, durante il quale pronunciò le fatidiche parole… “appena torno ci sentiamo, le faremo sapere i termini del contratto che firmeremo.”
Passarono due, tre settimane durante le quali, naturalmente, sollecitai una risposta, ma nulla… Il Manager di successo era svanito e con lui il mio sogno di tornare a lavorare con il Paese a cui sono così legato da un profondo sentimento di amore-odio. Ma alla fine mi rassegnai.
Alzi la mano chi si è sentito dire almeno una volta la frase “Le faremo sapere” - dopo un colloquio?
Bene. Quanti hanno poi saputo davvero qualcosa? E quanti fra quelli che non hanno più saputo nulla vorrebbero ancora sapere? E quanti, invece, quella frase, “Le faremo sapere”, l’hanno detta?
Quando lavoravo per un’agenzia di lavoro interinale e mi occupavo di screening curricula e colloqui con i candidati ricordo che mai, mai dissi la frase “Le faremo sapere” con l’intento di sottintendere “Mi spiace, non hai avuto il posto”.
Purtroppo, a volte bisogna che le persone siano cattive con noi, per il nostro bene, e che ce lo dicano chiaro: “Mi dispiace, ma per te Miss Italia finisce qui!”
Certo che me ne feci lo stesso una ragione, ma sono felice che il mondo sia così piccolo da avermi portato dopo quasi sei anni sulla strada della moglie dell’uomo che mi intervistò e non mi reputò all’altezza, e che alla fine ha avuto più coraggio di lui quando, dopo esserci chiariti, mi ha detto:
“Be’, allora mi sa che sei davvero tu il ragazzo di cui parlò. Mi spiace, ma è chiaro che non andavi bene."

Friday, 29 June 2012

Ci sentiamo, Le faremo sapere… (prima parte)

Una volta mi è successo che… Vi ho raccontato di quella volta che ho conosciuto il mio primo gay? Accadde su internet, naturalmente. Aveva una voce caldissima al telefono, un figo paura dal vivo. Credo di averlo amato alla follia solo perché fu il primo che mise di fronte… all’evidenza; cioè che mi fece pronunciare quella parola, gay, riferita a me stesso. È stato una sera di “tre case fa” circa; ero sul divano quando pronunciai quella parola, gay, e subito dopo scoppiai a piangere.
A pensarci bene, ho pianto più io che non mia madre quando ho fatto outing. Eppure io avevo una vaga idea di chi ero, pur avendo paura di ammetterlo, mentre mia madre non lo sospettava (dice lei)…
Insomma che, appena l’altro me la sentì, questa parola, appena mi sentì ammettere che sono gay, mi invitò a uscire.
«Mi accompagni a fare shopping in centro dopo il lavoro, domani?»
Detto, fatto.
Oltre che superfigo (alto, muscoloso, occhi azzurri e very, very, “Frendy” (fashion & trendy) era anche very, very, very, rich. Figlio di un noto stilista lombardo.
"Che bello," mi dissi leggendo il nome sulla carta di credito (un jeans e una camicia 700 euro) "deve essere avere quel nome su una gold!" In realtà ero ancora molto ingenuo e certe cose non mi erano chiare abbastanza.
Insomma, come avrei potuto non innamorarmi?
Infatti non potei evitarlo. Ma lui evidentemente sì:
«Dai, allora ci sentiamo» mi disse quando uscimmo dallo show room e rifiutai di andare a casa sua sul lago a trascorrere la notte.
Credo che una volta solo, ingoiò un flacone di “Vanish”. Sparì e di lui non seppi più nulla.
Alzi la mano chi si è sentito dire almeno una volta “Ci sentiamo” - dopo un colloquio; dopo aver mostrato una casa, o un motorino appena messo in vendita; dopo un appuntamento galante?
Bene, quanti hanno poi sentito davvero quella persona? E quanti fra quelli che non l’hanno più sentita vorrebbero sapere se è ancora viva? E quanti, invece, quella frase, “Ci sentiamo”, l’hanno detta?
Molto tempo fa, andai a fare un colloquio di lavoro per una posizione di prestigio: Area Manager Russia e Turchia per una nota scuola di moda Meneghina. Sapete cosa è successo…?

Thursday, 28 June 2012

Il dopo cruciale

La parola in assoluto più abusata questa settimana è: cruciale.
Le espressioni in assoluto più abusate questa settimana sono: c’è grande attesa, e la tensione è nell’aria.
La parola “cruciale” finisce appunto per essere tale in data di domani 28 febbraio 2012 (cioè oggi, per voi che leggete) più che della fine del mondo attesa a dicembre, secondo quei minorati dei Maya.
Oggi ci sarà il meeting dei Big a Bruxelles sulla Tobin Tax e determineranno, pare, il destino della moneta unica.
Non solo.
Domani sera, stasera cioè, ci sarà la partita dell’Italia, cruciale non solo perché semifinale, ma anche perché ci vede avversari della Germania, il cui inno nazionale che sentiremo è quello che, ci piaccia o no, dà forza - ha dato forza sino a oggi all’Europa.
Monti vs Merkel, Italia vs Deutschland, ieri come oggi.
L’intesa fra Italia e Germania determinerà il destino dell’€uro?
Ha ragione la Poeta quando mi prega di non chiederle se e dove vedrà la partita domani – cioè oggi, perché qui siamo nel Burundi? Anzi, perché siamo in un Paese guidato dalla Chiesa e “Altro che breccia di Porta Pia!”, e che andiamo ai mondiali con una squadra di ignoranti, drogati, truffatori, che rappresentano un Paese, il nostro, che al censimento ha fatto dichiarare lei e il suo compagno come “famiglia unipersonale” (a me non mi ha fatto dichiarare proprio…), lei che viene da una famiglia di 4 fratelli?
Con quale faccia ci presentiamo ai mondiali… e al Consiglio Europeo?
Ancora, oggi, il 28 giugno 2012, è un giorno cruciale non solo perché si chiude il “Festival Mix”, cioè il festival del cinema gay-lesbico-bisex-transgender e finalmente sapremo se ha vinto o no “Eating Out 4”.
Oggi è un giorno cruciale per la gente comune, come mia sorella, anche per tanti altri motivi comuni come, tanto per dirne una, l’arrivo del risultato dell’amniocentesi.
Potremo dire finalmente che sarò zio?
Nell’attesa – appunto - mi fa specie parlare della gravidanza di mia sorella; mi spaventa per via della mia natura meridionale e scaramantica. Mi fa specie pensare come il destino di un altro bambino sarà vincolato alla data cruciale di oggi, costretto a vivere in una Italia che oggi subirà una decisione di un ristretto gruppo di cervelloni.
Secondo me, il succo di tutto è che quando ci troviamo davanti a una data cosiddetta “cruciale” non è vero, come ho sentito dire in questi giorni, che se tutto dovesse andar male si torna indietro, si azzera tutto, si ricomincia da capo. No.
Basta un semplice sforzo della fantasia per figurarsi le conseguenze.
Come studentelli ai tempi dell’università, dopo mesi di studio in vista della sessione estiva, le attese, “le grandi attese”, sono le fasi più crudeli e dolorose, con un'aria carica di tensione. E quando ci si trova doloranti davanti a una porta chiusa, che sia di un’aula o di uno studio medico, o ai cancelli di un campo di calcio vuoto prima del fischio d’inizio, c’è chi è scettico e chi stoico.
Da quando il Presidente del Consiglio Monti ci ha portato a stringere la cinghia (nel migliore dei casi) e la Germania ha iniziato a sentirsi lei l’incompresa, l’unica nel suo genere per la sua crescita controcorrente, mi è tornata in mente una vecchia lettura che mi colpì molto tempo fa (era almeno il 1999).
Nel XVIII secolo Giacomo Casanova - che molti scambiano erroneamente con un qualunque tronista della De Filippi, un puttaniere qualunque - conversando con Voltaire concordava sul fatto che il popolo potesse essere felice solo se oppresso, “calpestato e tenuto a catena”. Parlando di Venezia prospettava un futuro buio come quello che oggi molti prospettano per l’Italia, infatti sosteneva che Venezia stesse languendo e fosse prossima alla fine come Repubblica Indipendente, e che la passata potenza e la memoria del prestigio primevo non fossero più sufficienti a garantirle un futuro di successi.
Col senno di poi, gli studiosi dicono che Casanova - vecchio massone – in alcuni casi era un qualunquista; per esempio quando faceva riferimento al regno di Luigi XV e scriveva che si trattava di uno “Stato indebitato”, dalle finanze in tale “deplorevole” condizione da “portarlo immancabilmente nel precipizio della bancarotta” e per cui il popolo morto di fame si faceva mandare al massacro per arricchire quelli che lo ingannavano.
I cicli della storia rischiano di assumere spesso i connotati delle coincidenze…
Alla luce del senno di poi degli storici, mi domando chi fra noi italiani si senta ingannato, chi un coglione per non essere riuscito a costruire un Paese più forte – e chi si accorge di essere (almeno un po’) responsabile.
Possibile che gli italiani necessitino sempre di una sferzata (tedesca che sia, o no) per riprendere coscienza della situazione in cui versano?
Davvero siamo in tutto e per tutto “a sconto”, per dirla con Massimo Mucchetti del "Corriere", tanto nel pubblico quanto nel privato (in politica e in amore) succubi del “panem at circenses”, masochisti, “punitori di noi stessi”?
Potete essere d’accordo o no, crederci o no, essere stoici o scettici, preoccupati o sbattere in faccia al prossimo la vostra sicurezza come Scweinsteiger in attesa di stasera, ma Casanova insegna che, alla fine, “le sofferenze materiali che affliggono lo stoico non possono certo essere minori di quelle che tormentano l’epicureo, e le disgrazie sono più cocenti per chi le dissimula di quanto lo sono per chi trova un reale sollievo nei lamenti. […] Chi si vanta di un’assoluta imperturbabilità, non è sincero.”
Dopo la sofferenza non si torna mai indietro. Mai. “Crux” indica la croce, il bivio, un cambio di direzione. Questo è ciò che rende, anzi che renderà la giornata di oggi cruciale.

Monday, 25 June 2012

Un'illuminazione... elettrica

Mayor era appena andato al lavoro e io ero qui a casa, calmo, a dipingere in una stanza che per il momento è ancora vuota e che adopero come magazzino; il piccolo Sony acceso dall’altra parte, in cucina. Non so come mi sia venuto di metter su un CD così vecchio – una compilation homemade by Mr T-Fish nel 2004! Il titolo: “You’re Beautiful Compilation”. Fra i titoli, appunto: “Beautiful” dell’Aguilera; “Everything” della Morrisette; “Baby I Love you" della Lopez… und so weiter…
“Che tenero!” mi sono detto “Avevo quasi dimenticato che ci siamo amati…”
Mi sono chiesto se il mio fosse un pensiero sconveniente, ma ho concluso che non lo era, dato che sono sicuro del mio amore, oggi. Anzi che, forse, certe riflessioni mi vengono su dallo stomaco proprio quando sono più tranquillo di me e del mio partner.
Così ho continuato a ricordare i momenti passati con una nota (è il caso di dirlo) di nostalgia, quella di cui può godere solo chi ha alle spalle un distacco di così tanti anni.
Come al solito, col trascorrere del tempo la prospettiva delle cose cambia come mai potevamo figurarcelo prima; già, nemmeno quando ci dicevamo che “tanto fra otto, dieci, vent’anni sarà diverso, vedremo tutto sotto un’altra luce”. La verità è che finché questa luce non si accende ignoriamo l’esistenza di molti dettagli, appunto, chiarificatori.
Dal giorno in cui mi è stato regalato, quante volte l’avrò sentito, cantato io stesso questo CD? Eppure, mentre guardavo la punta piatta del pennello andare su e giù per spalmare il fondo, “Electricity” di Elisa era come se l’ascoltassi - nel vero senso del termine - per la prima volta.
Dopo otto anni mi sono trovato a domandarmi se la scelta di T-Fish di dedicarmi quella canzone fosse stata casuale, o dettata dal ritmo piacevole, oppure dalla voce della cantante che coinvolge e avvolge come la coperta di Linus… oppure dalle parole – dal suo significato generale, ma anche da quelle parole riferite a me e in quel dato momento della vita di Mr Fish.
Preferisco credere nell’ultima ipotesi; nel qual caso, però, dovrei essere io a chiedergli scusa. Scusa se l’ho colto solo ora, dopo otto anni!, scusa se ho capito soltanto oggi che era semplicemente troppo avanti per me. O forse è meglio riconoscere che ero io troppo indietro, tant’è che c’ho messo otto anni a raggiungere il suo pensiero… Ecco perché non eravamo fatti l’uno per l’altro. E poi, quasi sicuramente il messaggio non mi era chiaro ANCHE a causa della mia innata attitudine a fuggire davanti alla puzza acre della sofferenza del cuore.
Adesso lo so davvero; so che anche tu, come me, hai sofferto troppo.
Quando si dice avare l'illuminazione "elettrica".