Friday, 29 June 2012

Ci sentiamo, Le faremo sapere… (prima parte)

Una volta mi è successo che… Vi ho raccontato di quella volta che ho conosciuto il mio primo gay? Accadde su internet, naturalmente. Aveva una voce caldissima al telefono, un figo paura dal vivo. Credo di averlo amato alla follia solo perché fu il primo che mise di fronte… all’evidenza; cioè che mi fece pronunciare quella parola, gay, riferita a me stesso. È stato una sera di “tre case fa” circa; ero sul divano quando pronunciai quella parola, gay, e subito dopo scoppiai a piangere.
A pensarci bene, ho pianto più io che non mia madre quando ho fatto outing. Eppure io avevo una vaga idea di chi ero, pur avendo paura di ammetterlo, mentre mia madre non lo sospettava (dice lei)…
Insomma che, appena l’altro me la sentì, questa parola, appena mi sentì ammettere che sono gay, mi invitò a uscire.
«Mi accompagni a fare shopping in centro dopo il lavoro, domani?»
Detto, fatto.
Oltre che superfigo (alto, muscoloso, occhi azzurri e very, very, “Frendy” (fashion & trendy) era anche very, very, very, rich. Figlio di un noto stilista lombardo.
"Che bello," mi dissi leggendo il nome sulla carta di credito (un jeans e una camicia 700 euro) "deve essere avere quel nome su una gold!" In realtà ero ancora molto ingenuo e certe cose non mi erano chiare abbastanza.
Insomma, come avrei potuto non innamorarmi?
Infatti non potei evitarlo. Ma lui evidentemente sì:
«Dai, allora ci sentiamo» mi disse quando uscimmo dallo show room e rifiutai di andare a casa sua sul lago a trascorrere la notte.
Credo che una volta solo, ingoiò un flacone di “Vanish”. Sparì e di lui non seppi più nulla.
Alzi la mano chi si è sentito dire almeno una volta “Ci sentiamo” - dopo un colloquio; dopo aver mostrato una casa, o un motorino appena messo in vendita; dopo un appuntamento galante?
Bene, quanti hanno poi sentito davvero quella persona? E quanti fra quelli che non l’hanno più sentita vorrebbero sapere se è ancora viva? E quanti, invece, quella frase, “Ci sentiamo”, l’hanno detta?
Molto tempo fa, andai a fare un colloquio di lavoro per una posizione di prestigio: Area Manager Russia e Turchia per una nota scuola di moda Meneghina. Sapete cosa è successo…?

Thursday, 28 June 2012

Il dopo cruciale

La parola in assoluto più abusata questa settimana è: cruciale.
Le espressioni in assoluto più abusate questa settimana sono: c’è grande attesa, e la tensione è nell’aria.
La parola “cruciale” finisce appunto per essere tale in data di domani 28 febbraio 2012 (cioè oggi, per voi che leggete) più che della fine del mondo attesa a dicembre, secondo quei minorati dei Maya.
Oggi ci sarà il meeting dei Big a Bruxelles sulla Tobin Tax e determineranno, pare, il destino della moneta unica.
Non solo.
Domani sera, stasera cioè, ci sarà la partita dell’Italia, cruciale non solo perché semifinale, ma anche perché ci vede avversari della Germania, il cui inno nazionale che sentiremo è quello che, ci piaccia o no, dà forza - ha dato forza sino a oggi all’Europa.
Monti vs Merkel, Italia vs Deutschland, ieri come oggi.
L’intesa fra Italia e Germania determinerà il destino dell’€uro?
Ha ragione la Poeta quando mi prega di non chiederle se e dove vedrà la partita domani – cioè oggi, perché qui siamo nel Burundi? Anzi, perché siamo in un Paese guidato dalla Chiesa e “Altro che breccia di Porta Pia!”, e che andiamo ai mondiali con una squadra di ignoranti, drogati, truffatori, che rappresentano un Paese, il nostro, che al censimento ha fatto dichiarare lei e il suo compagno come “famiglia unipersonale” (a me non mi ha fatto dichiarare proprio…), lei che viene da una famiglia di 4 fratelli?
Con quale faccia ci presentiamo ai mondiali… e al Consiglio Europeo?
Ancora, oggi, il 28 giugno 2012, è un giorno cruciale non solo perché si chiude il “Festival Mix”, cioè il festival del cinema gay-lesbico-bisex-transgender e finalmente sapremo se ha vinto o no “Eating Out 4”.
Oggi è un giorno cruciale per la gente comune, come mia sorella, anche per tanti altri motivi comuni come, tanto per dirne una, l’arrivo del risultato dell’amniocentesi.
Potremo dire finalmente che sarò zio?
Nell’attesa – appunto - mi fa specie parlare della gravidanza di mia sorella; mi spaventa per via della mia natura meridionale e scaramantica. Mi fa specie pensare come il destino di un altro bambino sarà vincolato alla data cruciale di oggi, costretto a vivere in una Italia che oggi subirà una decisione di un ristretto gruppo di cervelloni.
Secondo me, il succo di tutto è che quando ci troviamo davanti a una data cosiddetta “cruciale” non è vero, come ho sentito dire in questi giorni, che se tutto dovesse andar male si torna indietro, si azzera tutto, si ricomincia da capo. No.
Basta un semplice sforzo della fantasia per figurarsi le conseguenze.
Come studentelli ai tempi dell’università, dopo mesi di studio in vista della sessione estiva, le attese, “le grandi attese”, sono le fasi più crudeli e dolorose, con un'aria carica di tensione. E quando ci si trova doloranti davanti a una porta chiusa, che sia di un’aula o di uno studio medico, o ai cancelli di un campo di calcio vuoto prima del fischio d’inizio, c’è chi è scettico e chi stoico.
Da quando il Presidente del Consiglio Monti ci ha portato a stringere la cinghia (nel migliore dei casi) e la Germania ha iniziato a sentirsi lei l’incompresa, l’unica nel suo genere per la sua crescita controcorrente, mi è tornata in mente una vecchia lettura che mi colpì molto tempo fa (era almeno il 1999).
Nel XVIII secolo Giacomo Casanova - che molti scambiano erroneamente con un qualunque tronista della De Filippi, un puttaniere qualunque - conversando con Voltaire concordava sul fatto che il popolo potesse essere felice solo se oppresso, “calpestato e tenuto a catena”. Parlando di Venezia prospettava un futuro buio come quello che oggi molti prospettano per l’Italia, infatti sosteneva che Venezia stesse languendo e fosse prossima alla fine come Repubblica Indipendente, e che la passata potenza e la memoria del prestigio primevo non fossero più sufficienti a garantirle un futuro di successi.
Col senno di poi, gli studiosi dicono che Casanova - vecchio massone – in alcuni casi era un qualunquista; per esempio quando faceva riferimento al regno di Luigi XV e scriveva che si trattava di uno “Stato indebitato”, dalle finanze in tale “deplorevole” condizione da “portarlo immancabilmente nel precipizio della bancarotta” e per cui il popolo morto di fame si faceva mandare al massacro per arricchire quelli che lo ingannavano.
I cicli della storia rischiano di assumere spesso i connotati delle coincidenze…
Alla luce del senno di poi degli storici, mi domando chi fra noi italiani si senta ingannato, chi un coglione per non essere riuscito a costruire un Paese più forte – e chi si accorge di essere (almeno un po’) responsabile.
Possibile che gli italiani necessitino sempre di una sferzata (tedesca che sia, o no) per riprendere coscienza della situazione in cui versano?
Davvero siamo in tutto e per tutto “a sconto”, per dirla con Massimo Mucchetti del "Corriere", tanto nel pubblico quanto nel privato (in politica e in amore) succubi del “panem at circenses”, masochisti, “punitori di noi stessi”?
Potete essere d’accordo o no, crederci o no, essere stoici o scettici, preoccupati o sbattere in faccia al prossimo la vostra sicurezza come Scweinsteiger in attesa di stasera, ma Casanova insegna che, alla fine, “le sofferenze materiali che affliggono lo stoico non possono certo essere minori di quelle che tormentano l’epicureo, e le disgrazie sono più cocenti per chi le dissimula di quanto lo sono per chi trova un reale sollievo nei lamenti. […] Chi si vanta di un’assoluta imperturbabilità, non è sincero.”
Dopo la sofferenza non si torna mai indietro. Mai. “Crux” indica la croce, il bivio, un cambio di direzione. Questo è ciò che rende, anzi che renderà la giornata di oggi cruciale.

Monday, 25 June 2012

Un'illuminazione... elettrica

Mayor era appena andato al lavoro e io ero qui a casa, calmo, a dipingere in una stanza che per il momento è ancora vuota e che adopero come magazzino; il piccolo Sony acceso dall’altra parte, in cucina. Non so come mi sia venuto di metter su un CD così vecchio – una compilation homemade by Mr T-Fish nel 2004! Il titolo: “You’re Beautiful Compilation”. Fra i titoli, appunto: “Beautiful” dell’Aguilera; “Everything” della Morrisette; “Baby I Love you" della Lopez… und so weiter…
“Che tenero!” mi sono detto “Avevo quasi dimenticato che ci siamo amati…”
Mi sono chiesto se il mio fosse un pensiero sconveniente, ma ho concluso che non lo era, dato che sono sicuro del mio amore, oggi. Anzi che, forse, certe riflessioni mi vengono su dallo stomaco proprio quando sono più tranquillo di me e del mio partner.
Così ho continuato a ricordare i momenti passati con una nota (è il caso di dirlo) di nostalgia, quella di cui può godere solo chi ha alle spalle un distacco di così tanti anni.
Come al solito, col trascorrere del tempo la prospettiva delle cose cambia come mai potevamo figurarcelo prima; già, nemmeno quando ci dicevamo che “tanto fra otto, dieci, vent’anni sarà diverso, vedremo tutto sotto un’altra luce”. La verità è che finché questa luce non si accende ignoriamo l’esistenza di molti dettagli, appunto, chiarificatori.
Dal giorno in cui mi è stato regalato, quante volte l’avrò sentito, cantato io stesso questo CD? Eppure, mentre guardavo la punta piatta del pennello andare su e giù per spalmare il fondo, “Electricity” di Elisa era come se l’ascoltassi - nel vero senso del termine - per la prima volta.
Dopo otto anni mi sono trovato a domandarmi se la scelta di T-Fish di dedicarmi quella canzone fosse stata casuale, o dettata dal ritmo piacevole, oppure dalla voce della cantante che coinvolge e avvolge come la coperta di Linus… oppure dalle parole – dal suo significato generale, ma anche da quelle parole riferite a me e in quel dato momento della vita di Mr Fish.
Preferisco credere nell’ultima ipotesi; nel qual caso, però, dovrei essere io a chiedergli scusa. Scusa se l’ho colto solo ora, dopo otto anni!, scusa se ho capito soltanto oggi che era semplicemente troppo avanti per me. O forse è meglio riconoscere che ero io troppo indietro, tant’è che c’ho messo otto anni a raggiungere il suo pensiero… Ecco perché non eravamo fatti l’uno per l’altro. E poi, quasi sicuramente il messaggio non mi era chiaro ANCHE a causa della mia innata attitudine a fuggire davanti alla puzza acre della sofferenza del cuore.
Adesso lo so davvero; so che anche tu, come me, hai sofferto troppo.
Quando si dice avare l'illuminazione "elettrica".

Friday, 22 June 2012

Il giogo dell'amore e la foresta degli addii

Il mese scorso stavo parlando con un’amica che ha una figlia, è separata in fase di divorzio ed è alle prese con una nuova relazione con un uomo più giovane di lei e con cui, mi ha confessato in tono leggermente vergognoso, non vede l’ora di andare a convivere. Io le ho fatto presente che forse è ancora troppo presto, ma lei mi ha risposto che la convivenza è la prova del 9 e che, quindi, conta di farlo quanto prima; anzi, si è meravigliata com’è possibile che continuiamo a stare insieme Mayor io se viviamo separati.
In verità chi mi legge con regolarità sa che ho sempre puntato alla convivenza (quando non al matrimonio) ma ciò non vuol dire che non si tratti di un passo che va ragionato, o sbaglio?
Confesso che non ho neppure troppe ragioni per rifuggire un’eventuale convivenza con Mayor perché, al di là del sentirmi pronto che non è in discussione, sono certo che non sarebbe neppure troppo difficile vivere con lui (se non per il fatto che non è in grado di cucinare ed è disordinato).
In effetti, ciò che mi ha colpito di Warm Mayor praticamente dal primo giorno che l’ho conosciuto è stata la remissività a certe “condizioni” che, mi rendo conto, non è da tutti accettare con tanta pace. Del tipo: fumi? Beh, a me non dà fastidio; quando dormi russi come un trattore? Beh, a me non dà fastidio. Non fai sport e tendi a ingrassare come un maiale? Beh, mi piaci lo stesso…
La prima volta mi sono chiesto: dove sta il trucco, dove vuole arrivare questo qui? Poi mi sono detto: ci deve per forza essere un trucco?
Forse (e credo – spero - che sia questo il caso di Mayor) alcuni di noi hanno ancora una visione della vita di coppia come forse solo Nonna Seseman ce l’aveva.
A pensarci bene, mi è tornato in mente uno dei romanzi in cui W. Siti ricorda come non a caso con il termine coniugi prima si indicassero «gli animali legati allo stesso giogo».
Per quel poco che ho conosciuto Mayor (un anno e mezzo non è poi così tanto per quanto possiamo avere la sensazione di conoscere una persona da una vita), immagino che la sua risposta a questa affermazione possa essere: «Che c’entra? Io le cose le faccio con piacere, perché mi va di farle e punto!»
È vero, andare sotto lo stesso giogo dovrebbe essere un piacere, ma siamo sinceri: non sempre lo è, perché è naturale che non lo sia e non c’è niente di male a dirlo. Se no perché gli stessi sposi userebbero l’espressione “cappio al collo” per indicare la loro unione?
Le statistiche inoltre danno un quadro preciso dell’andamento delle unioni: che siano etero o gay i matrimoni sono diminuiti.
Come se non bastasse, alcune coppie già sposate si separano per motivi futili come il non riuscire a dormire insieme, ed il dott. Beth Malow, specialista del sonno presso L’università del Michigan, ha detto che effettivamente le coppie sposate spendono quasi un terzo della loro vita a letto insieme, che dormire bene insieme è fondamentale per la buona riuscita di un matrimonio e che la migliore soluzione (anche) per dormire bene insieme è scendere a compromessi (per esempio sulla posizione, il lato del letto, etc…), ma che quando tutto va male si possono sempre dividere i letti. Hanno salvato più matrimoni i letti singoli che le terapie di coppia.
Insomma, è come se oggigiorno le coppie volessero un nuovo tipo di matrimonio, una nuova unione che comporti soltanto cose piacevoli, lasciando fuori della porta di casa quelle meno gradite. Come a dire che la formula matrimoniale oggi dovrebbe recitare: «Vuoi tu nella buona e… nella buona sorte?» Stop. Vi pare?
È giusto pretendere di voler stare con una persona solo finché le cosa vanno bene? se no, perché?
Adesso che sto lavorando su un romanzo che parla anche di vita matrimoniale - naturalmente perché sto iniziando a immaginare il mio, di matrimonio - mi interrogo anche sulle fasi della vita insieme, se è vero che ce ne sono. Non mi illudo che l'amore basti per andare avanti, ma ho paura che l’amore “segua le grandi leggi della vita. Tutto quello che comincia finisce.”
C’è da dire che l’inizio di una vita con una certa persona piuttosto che un’altra lo determiniamo noi (si suppone), mentre quando si nasce ci si trova “coinvolti in un mondo già cominciato […]. È in nostro potere soltanto cercare di non legarsi troppo alle persone, agli animali, agli oggetti […] per sentirne meno la mancanza nel momento di doversene separare, perché nella vita gli addii sono inevitabili” *.
Davvero “l’arte di vivere è imparare ad attraversare la foresta degli addii”? Questa foresta può forse terrorizzarci fino alla paralisi, fino a far dubitare di noi chi ci sta accanto? 
Sicuramente in questo caso otterremmo il nostro temuto addio ancora prima di iniziare il viaggio.   

*G.Severini, A cosa servono gli amori infelici, Playground, 2011.

Wednesday, 20 June 2012

A Menina Grande & i terzi incomodi

Ho sempre tenuto molto alla compagnia dei miei amici e delle mie amiche.
Ogni volta che ho intrapreso una relazione ho sempre fatto del mio meglio per non trascurarli, per cercare di coinvolgerli tutti. Credo sia normale desiderare di avere intorno a sé tutte le persone a cui si vuole più bene, no?

A volte, non nascondo che per paura di mettere da parte le amicizie ho messo direttamente la parola fine ad alcune storie d'amore che, a ben vedere, forse tanto d'amore non erano.

In tutte le relazioni, ho sempre preferito partner pieni d’interessi, insomma che, sì, avessero una scusa ogni tanto per levarsi dalle palle, in modo da avere io del tempo per me, per scrivere in pace, per leggere, o semplicemente per camminare, andare in giro - da solo! Adoro passeggiare per la città da solo, attività questa che spesso non è stata concepita affatto dai miei partners che pensavano mi dedicassi a una sorta di battuage, o semplicemente interpretavano questo bisogno più che altro come l'essermi stufato di loro, o che so io.
Da parte mia, sostanzialmente cerco di fottermene. Anche perché ho notato che se per il bene dell'altro cerco di correggere certi bisogni personali, a lungo andare l'altro va a finire che lo odio davvero e lo mando a cagare.

A ogni modo, posso dire di aver avuto esperienze di ogni tipo nei vari tentativi di questi anni di coniugare vita di coppia e amicizie. Allo stesso modo, quand'ero single sono stato adottato spesso dai miei amici e amiche fidanzati che per non lasciarmi solo mi coinvolgevano nelle loro serate casalinghe a base di pizza e film anni '50. E per questo sono sempre stato loro molto grato. Perché non mi hanno fatto mai sentire come un intruso.
Al contrario, non mi era ancora capitato di coinvolgere un amico nella mia, di vita di coppia, e vederlo scappare a gambe levate lasciandomi la sensazione di averlo prostrato.

“A Menina Grande” l'ho conosciuto tramite Warm Mayor. Come s'intuisce dal nick scelto per lui non è italiano e vive sulle sponde del lario di Como da pochi anni, ma a differenza del nick è un Maschione con la M maiuscola. Non ha più i genitori e, dopo aver lasciato una sorella e una nipote in Sud America, è venuto nel nostro Paese per cercare un lavoro che, per fortuna, ha trovato (anche se non è il lavoro dei sogni, diciamo così).

A Menina Grande spesso ha dato mostra di avere anche "um coração grande", per questo Mayor gli vuole bene, s'è affezionato a lui e cerca spesso di coinvolgerlo nelle nostre iniziative (per quanto scarse a causa mia).
Tipo qualche giorno fa quando a furia di telefonate l’abbiamo quasi costretto a venire con noi a fare un giro, a sdraiarci su un prato qualunque per pranzo.

Ed eccoci: Mayor e me come i due corpi rilassati di quel quadro senza titolo di Giulio Durini del 2004, l’uno con la testa sul petto dell’altro, mentre A Menina Grande pestava l’Iphone con i suoi indici grossi e scuri, forse per scrivere alla sua amica di chiamarlo e fingere quell’urgenza per cui ha dovuto lasciarci suo malgrado (un vecchio trucco che ho adottato anche io tanto tempo fa). Mayor non è convinto, ma secondo me ci ha inflitto la sua cupezza, così come probabilmente noi gl’infliggevamo la nostra calma e gioia di stare insieme; era gentile “in modo standard” nei nostri confronti con quei suoi “Sì, grazie” e “No, grazie”, e mi faceva specie vedere qualcun altro al mio posto nel ruolo dell’oltraggiato, e ritrovare me, invece, nel ruolo di (incosciente) “offensore”.

A Menina Grande emanava quell’aura sempre in agguato che mi sono lasciato alle spalle più di un anno fa quando mi definivo con le parole di Jacobson «nato con il mal d’amore – non corrisposto, ipersensibile, ansiosamente geloso, con un malsano anelito a donare il […] cuore ben prima che ci fosse qualcuno a offrirlo». Quando ci racconta le sue disavventure amorose ripete sempre che la sua unica colpa è essere come una Ferrari, cioè di partire in quarta quando incontra un uomo che con un’occhiata gli fa girare la testa.

Per questo è scappato, non solo mimetizzando la fuga, ma facendoci anche credere che sarebbe tornato (per non ferirci?), facendoci credere che la vista di noi due abbracciati fosse un porto sicuro in cui rifugiarsi quando in realtà era la prigione in cui lo stavamo chiudendo.
Ironia della sorte - nella sua lingua "straniero" e "terzo incomodo" si dicono allo stesso modo: "o estranho"

Sono quasi sicuro che meno sottilmente (anche se per diverse concause) Prof sia scappato anche lui ultimamente, da me e dalla mia vita di coppia.

Questa sicurezza mi deriva, appunto, dalle esperienze precedenti, ossia dal recente passato di fuggitivo, quando a mia volta ero sicuro che non avrei sofferto se fossi fuggito e non avessi assistito a scene di vita di coppie felici.
Oggi mi chiedo: fuggire aiuta chi soffre in amore a proteggersi, oppure li aiuta a scavarsi la fossa nella terra del tanto-non-me-ne-frega-niente-sono-destinato-a-rimanere-da-solo?
Cos’è che ci fa sentire terzi incomodi quando stiamo insieme ai nostri amici fidanzati, “Odd Men Out” (O.M.O.!!)come dicono gli inglesi, e cosa possono fare loro per aiutarci: forse fingere di non essere felici? O incoraggiarci nella ricerca dell’Amore?

Oggi posso dire che per me è valsa la regola del rimettersi in gioco.
E ricordo che, ironia della sorte, mi aiutò a riflettere una “stupida” frase di uno “stupido” telefilm che dice all'incirca che quando sotterriamo l’amore quello non marcisce né muore, ma fa nascere solo altro dolore (o qualcosa del genere).
La scomodità appartiene di più a chi è solo in mezzo alle coppiette, o alle coppiette vicine a chi è da solo?

E quando oggi ho letto l'articolo del "Corriere" dal titolo "Accordo Comune-Regione: Alloggi popolari per 200 single" [che non hanno ancora compiuto 50 anni e "socialmente difficili"] mi sono chiesto se ci sarà qualcuno effettivamente single iscritto alla lista per le case popolari che si sentirà quasi offeso da questa agevolazione e rinuncerà a pretendere il suo alloggio per non vedere ufficializzata la propria condizione di uomo o donna sola. E se dopo aver avuto la casa che spettava loro, questi single trovassero un compagno/a?

Monday, 18 June 2012

Tesoro, ho la cana lella

Io, Mayor... e Pina, in gita al lago, anzi al lario, come lo chiamano da queste parti.
"Oggi siamo la classica coppia frocia" ha commentato Mayor salendo sul treno verso Colico, accarezzando il muso del suo jack russel con una mano e reggendo la ciotolina con l'acqua nell'altra.
Che rispondere? Era vero. Punto. Ma mi piaceva. Sono stato bene così, all'idea di una giornata di ozio con loro due e il nostro zaino pieno di avanzi di spezzatino alla genovese e di crostata alle prugne. Nessun fastidio per i commenti sussurrati (neanche troppo) dai ragazzini al giro fino a tardi, finalmente liberi dalle scuole, vedendoci arrivare abbracciati, e del tipo: "Guarda, una coppia di omosessuali!" che a volte suonava più come una domanda : ma sono due o-mo-ses-sua-li? Anzi che ci hanno fatto sorridere. L'idea di essere promossi da banali ricchioni a omosessuali ci ha sorpreso con piacere.
Che le nuove generazioni stiano crescendo all'insegna della tolleranza? Esiste davvero un lavoro di educazione sessuale che funziona nelle scuole e nelle famiglie italiane? 
Pare di sì!
Ed ecco che gesti prima ostentati per abituare gli etero alla nostra presenza, da oggi nascono in sordina, nel senso che ci si pensa di meno e, come tutti, si segue l'istinto, la necessità - di un bacio, o di una carezza. E solo dopo si coglie la libertà di cui si è goduto.

Tutto è andato per il meglio. Anche "La Pina" ha incontrato altri cani che hanno attirato la sua attenzione. Ma abbiamo capito presto che non le importa che siano più grandi o più piccoli di lei, anch'essi jack russel, o mastini, no... A dispetto del vanto di Warm Mayor, secondo cui Pina era una buongustaia con la passione per i bei piselloni, la regola negli approcci della cana è sembrata essere piuttosto una, e una soltanto: snob con i maschi, ma annusare il culo delle femmine.
"Ops," ha constatato Mayor "mi sa che ho la cana lella" e, facendo svanire l'ombra iniziale di cordoglio, ha aggiunto orgoglioso che però è chiaro: nella coppia lei è quella che ingroppa.

Friday, 15 June 2012

A metà cammino. Chi cresce e chi cala

Da un mese sono nel mezzo del cammino della mia vita e penso che se dovessi ricominciare ad affrontare certi argomenti come: il biondino che sorrideva con insistenza al giropizza e che mi ritrovavo continuamente di fianco, al tavolo, e ogni volta con una vassoio diverso sul palmo della mano a riempirmi il piatto come un maiale – pizza all'insalata di pollo sedano e pomodori, e al tonno, e alla bresaola, e a gorgonzola e pere, eccetera; oppure il ricciolino che lanciava quelle occhiatine in metropolitana, già al mattino presto... ecco che agli occhi di molti inizierei a passare per il bavoso di turno, anche a quelli di chi, come me, piace il flirt innocente perché fondamentalmente piace il consenso.
Dopo una “certa” età “certe” cose sono disdicevoli (e cosa sia il certo è ancora abbastanza incerto).
Così a un uomo fra i 35 e i 40 anni non si addice molto flirtare, o avere un appuntamento – pare; o quantomeno non gli si addice parlarne così apertamente, come un adolescente. D'altro canto mi domando se è vero il contrario, cioè che dopo una certa età il diretto interessato, vale a dire il quarantenne di turno, non ha molta voglia lui stesso di andare a dire in giro che ha un "appuntamento". E' solo questione di terminologia?
Molto più probabilmente, un quarantenne dirà semplicemente che esce con una persona, e vede L'Appuntamento come un  incontro fra due persone che hanno deciso di trascorrere del tempo insieme, per conoscersi, ma senza alcuna ansia, e solo per vedere se poi succede qualcosa.
A 40 anni, secondo molti uomini, non si ha più voglia di perdere tempo e piace essere diretti e chiari. Quantomeno si dovrebbe sapere ciò che si vuole e capire se chi si ha di fronte può accontentarci. 
Questi li chiamerei I Crescenti.
A 40 anni, secondo altri, inizia la fase del rifiuto – non vuoi saperne più nulla di nessuno, perché se un soggetto meritevole non l’hai trovato finora, allora vuol dire che non esiste. Non per te. 
Questi li chiamerei I Calanti.
In realtà le cose non stanno mai o in un modo o in un altro, ma, come me oggi, stanno a metà.
Mi piace moltissimo la riflessione che Severini riporta in “Congedo ordinario” attribuita alla signora Ines e che non so se mi spinge più dalla parte dei calanti che non dei crescenti:
"Anche per lo spirito, pensò, accadeva quello che accade per il corpo. Con il tempo ci viene a noia. Agli slanci dell’amore segue l’indifferenza o il fastidio e, talvolta, una forma di pietà che è il riflesso di quella che proviamo per noi stessi. Se da giovani questo susseguirsi di emozioni è un dramma risolvibile con nuovi incontri, da vecchi è una tragedia irrimediabile. Non ci sarà più un altro amore né una nuova amicizia perché […] viene meno la capacità di auto ingannarsi che è all’origine di tanti entusiasmi."

Credo che fra i 35 e i 40 anni - o giù di lì - si diventi automaticamente più “audaci”; audace può, sì, esserlo anche un giovane d'oggi, ma i quarantenni lo sono in modo non ansioso, bensì pacifico. I quarantenni sono spensierati (o disillusi?) e non hanno voglia di aggiungere altre preoccupazioni del tutto inutili al proprio bagaglio già troppo pieno. 
Mi sono anche chiesto come possa essere collegato tutto ciò all’uso di internet da parte del quarantenne, dato che titoli del tipo “Un terzo delle persone di mezza età hanno trovato il loro partner su siti internet d’incontri” non credo che mi riguardino (non solo come twittano i maligni perché non ho internet a casa nuova, così come non ho la TV,  ma soprattutto perché sono felice con Warm Mayor al mio fianco).
Se ha ragione Severini dicendo che a 40 anni e oltre viene meno la capacità di auto ingannarsi, forse non è detto che venga meno la speranza di essere felici e, forse, è per questo che “più di un terzo delle persone tra i 40 e 69 anni hanno trovato online il loro partner attuale” [secondo il sondaggio condotto dalla Oxford Internet Institute]; così come non è detto che non sia felice chi dice basta.
Alla fine tutto ciò non va contro il detto che la vita inizia a 40 anni, ma gli dà maggiore credito, perché si intuisce l'illusione del tempo, e che si cresca o si cali è di sicuro più facile smettere di avere paura.

Wednesday, 13 June 2012

Cambio residenza, cambio identità?

"Buongiorno, sono il messo comunale per la richiesta di cambio di residenza..."

A quel punto la colonna sonora del film "Lo squalo" nella mia mente. 

Ho avuto una stenosi dell'esofago. Che, forse non credevo che la pratica sarebbe andata avanti? Speravo che la mia mail al comune di Milano andasse persa nell'etere, che colasse via da un cavo ADSL spezzato, che rimanesse a vorticare incessantemente nella scatola nera di plastica del modem?

E invece no. è passato davvero da casa, ha controllato che avessi un fornello, un letto, mi ha stretto la mano e chiesto il documento e "Dovrebbe ancora compilare questo piccolo modulo." "Ecco, fatto." "Perfetto. Vive da solo?" "Sì."
E il gioco è fatto.

Qualche giorno fa scrivevo a un Calabrese con la C maiuscola:

"[...] mi sono stabilito definitivamente a casa nuova. Ceno ancora all’in piedi in attesa di comprare il tavolo, le sedie & co., ma devo dire che sono compiaciuto di com’è venuta [...]. Solo, oggi mi è arrivata conferma dal comune di Milano che hanno ricevuto la mia richiesta del cambio di residenza… Non so perché questa cosa la sto prendendo male. Passare la residenza da Rossano a Milano è come una gacciata nelle gambe. Anche dopo 6 anni di vita a Roma, e ormai 8 anni qui, tagliare definitivamente ogni legame con il mio paese [nemmeno natìo] mi fa sentire scoperto, nudo e in balia della tempesta. Eppure Milano è così efficiente! Basta vedere per il cambio di residenza: tutto on-line, nessun permesso dal lavoro. O ancora: il rimborso da parte del comune quando per colpa delle buche per la strada mi sono scattàte le gomme della macchina! Anche quella volta tutto on-line: ho mandato le foto, la fattura del meccanico e ho ricevuto il risarcimento. Magico no? A Rossano non credo funzionerebbe allo stesso modo.
Quindi cos’è ‘sto tormento? Masochismo?
Buon proseguimento di giornata."

La risposta di consolazione la potete leggere di seguito, nella speranza che non se ne abbia a male chi l’ha scritta (anche se ve la propino in modo anonimo); ma considero le sue parole troppo belle per tenerle nascoste:

"[...] quello che racconti è il demone delle origini, a cui non ci si nega mai (è più potente di ogni ragione). Certi legami, in fondo, non si possono tagliare. Caso mai il tempo fa il suo lavoro, inaridisce, secca, smarrisce. Ma il tempo appunto, mai la volontà di negare. Lo conosco anch'io. È quello lo stesso demone che anche io non riesco a vincere mai del tutto e che mi inchioda ancora ostinatamente qui, nonostante i miei allontanamenti follemente vasti e circolari come inutili volute d'aquila. Il centro è sempre quello. Tu il tuo, di demone, lascalo sfogare, troverà la sua strada e magari dopo un po' sparisce e si secca senza far male. Poi, come vedi tu stesso, il cambio di aria e di casa non fa certo male alla vita civile, al diritto alla nostra sacrosanta cittadinanza: tu ce l'hai perché qualcuno lì te lo riconosce; mi chiedo anch'io perché mai noi qui no? Intanto difendiamo quel che c'è, da qualche parte, almeno."

Mi chiedo se è davvero questo il motivo. Ciò che è certo è che non posso sputare nel piatto in cui mangio. Mi chiedo se sono forse invidioso del fatto che qualcun altro rimanga a combattere nella nostra terra abbandonata non solo da Dio (per chi ci crede) ma anche dalla maggior parte di coloro che la governano. Eppure, pensandoci, quando c'ero non facevo nulla. E quindi ne deduco che, forse, fa male per i sensi di colpa; appunto per ciò che non ho fatto quando potevo, e oggi mi vedo come quell'infido, falso "corvo del Vaticano" di cui in tanti si divertono a scrivere, quel presupposto maggiordomo-traditore dalla doppia cittadinanza, vaticana e italiana, che gli permetteva di muoversi come un agente doppio. Io - allo stesso modo?

Forse no. Forse, semplicemente sono rammaricato di non essere come Tommaso, quel professore del romanzo di Severini. Come lui ho sempre ammirato i ragazzi della mia terra, dei paesini, con quegli "sguardi villani", dalla vitalità vessatoria e litigiosi, "ben nutriti e con muscolatura da palestra", l'aria "pigra e un po' viziosa, lo sguardo duro e le labbra pronunciate" che borbottano e vanno in giro sempre con qualcosa in bocca.
Ma a differenza di Tommaso non ho capito in tempo che "finché si riesce a stupire e a divertire gli altri, ci si può permettere di tutto", e così mi concentravo e cercavo di essere attento in primis che questi stessi ragazzi non svelassero certi segreti che, se per molti erano solo "pettegolezzi di uno stronzo, per me erano l'infamia di chi attentava alla mia vita".
Le stesse infamie che oggi vorrei non fossero temute (e probabilmente non lo sono) da chi si trova nella mia stessa condizione di allora.

Mi sono domandato, come il protagonista, anonimo narratore, che scrive alla sua cara Francesca “che cosa sarebbe stato di me se fossi rimasto qui e mi sono […] sorpreso a provare una nostalgia violenta, il rimpianto persino angoscioso di non appartenere al gruppo superstite dei miei coetanei che hanno messo su famiglia, che lavorano non troppo lontano da casa, […] fanno i viaggi insieme, si vedono una volta a settimana, continuano a chiamarsi con i soprannomi che si sono dati da ragazzi”; mi sono interrogato su quello che, a bene vedere, è il sentimento del festeggiato che arriva in ritardo alla propria festa, come già nel mio “175”, riflettendo alla fine su cosa dovrei scrivere da oggi su questo Blog nella sezione "Chi sono?": "Rf, Rossano"; oppure, come per i giornalisti televisivi vale la formula: "E questo è tutto, per Generazione X(anax), Rf, Milano"?
Facciamo così: per il momento l'elemento “Chi sono” del Blog è stato rimosso.

Monday, 11 June 2012

La mia Corvetto


Avete presente quando ascoltate una canzone e automaticamente vi torna in mente un episodio passato, o una persona che non per forza gli è collegato? Ecco, a me capita anche con i libri, e con gli autori.
Per esempio, la mia nuova casa, il trasloco, i lavori e le peripezie a essa connesse, diciamo pure tutti gli ultimi quattro mesi saranno collegati, tanto per cambiare, a Isak Dinesen, l’autrice de “La mia Africa”. Fenomenale. Dopo aver vissuto 17 anni in Africa (dal 1914 al ’31), dove perse tutti i suoi averi a causa di un cattivo investimento in una piantagione di caffè, chiese al fratello di finanziarla affinché potesse continuare a scrivere (all'epoca scriveva “Sette storie gotiche”), sicura che alla fine ce l’avrebbe fatta. lei sì che ne fece traslochi!!
E mentre raccontava questa sua storia e di come alla fine ce la fece a trionfare, quando in America l’editore Haas decise di pubblicarla, dicevo che mentre raccontava tutto ciò a E. Walter, nel 1956, che l’ha descritta “magra, eretta, elegante, vestita di nero, lunghi guanti neri e un cappello parigino”, seduta con la sua segretaria e compagna di viaggio al tavolo di un ristorante all’aperto in piazza Navona, a Roma, ecco che all'ennesimo invito a bere un caffè rispondeva:
“No, grazie, basta caffè. Fumerò una sigaretta.”
Possibile immaginare una scena più femminile, anzi, passatemi il termine - più frocia di questa?
Con questo si spiega come nessun’altra che la Garbo avrebbe potuto recitare ne “La mia Africa”, il film.
Oltre che per la posa un po’ alla “Vacanze romane” e il contesto d'altri tempi, come il suo titolo (era danese e anche Baronessa Karen ChristentzeBlixen-Finecke) la figura di questa donna di cui ho letto durante le prime notti nella mia nuova casa, ha scatenato di nuovo in me che avevo appena smesso, una voglia pazza di fumare.
La prima volta che smisi di fumare vivevo proprio a Roma. La decisione mi fu imposta dopo aver ricevuto i risultati della gastroscopia – ulcera perforante (origine nervosa, naturalmente). Non fumavo e mangiavo solo riso in bianco. Niente pizza, lieviti di nessun genere, niente caffè, tè, alcolici (Oddio, non posso crederci neppure io di esserci riuscito!!).
Naturalmente, dopo un anno di cure e 21 kg in più mi dissi che ero stato così bravo a resistere che… avrei potuto concedermi una sigaretta soltanto e non sarebbe successo nulla. E così ricominciai: sizze, caffè, tè, pizza etc…
Stavolta la matrice della drastica decisione è di natura pecuniaria.
130 euro al mese iniziano a fare la differenza e per ora non ho ancora voglia di star qui a raccontarvi nello specifico com’è successo tutto, perché mi vergogno per come mi sono ridotto poco tempo addietro, anzi per come ho ridotto mio malgrado il conto in banca…
Insomma, mi sono detto che stavolta avrei smesso di fumare, ma non avrei rinunciato di certo alle mie mega-tazze mattutine di caffè seduto al mio nuovo tavolo da bar… in attesa di ricominciare a fumare.
So ch’è sbagliato ciò che sto per scrivere, ma… già mi gusto la prossima “prima” sigaretta: sarò seduto al tavolo di un caffè in Duomo (ma anche in Corvetto) con il mio libro preferito sulle ginocchia, con un gesto affettato spingerò di lato la mia tazza di caffè per afferrare poi il pacchetto di sigarette, o la pipa, e finalmente dirò: “Basta caffè, adesso mi fumo una bella sigaretta.”
Per il momento mi accontento di incidere la frase, questa sorta di promessa, come sottotitolo del Blog.

Thursday, 7 June 2012

...disperatamente

Mettere su casa dal nulla è impegnativo quanto divertente.
Metterla su da soli, poi, vale quanto una seduta dallo psichiatra, perché arredarla/metterla in ordine/scegliere tanto i colori quanto la posizione del carrellino porta oggetti in bagno implica immancabilmente fare i conti con noi stessi.
Ho capito che se ogni scelta è davvero solo una nostra scelta, alla fine quella non è solo casa nostra... lei è noi! Ciò è male? È bene? Non significa niente?
Posso dire che di sicuro scegliere da soli, senza che ci sia nessuno a darci un consiglio, è divertente e frustrante al tempo stesso per un individuo poco determinato ("Avrò fatto la scelta giusta? Non sarà troppo pacchiano? Troppi fiori? Troppo vuoto? Troppo bianco? Troppo colorato...?")
Quando ho detto a Warm Mayor e alla mia famiglia che il mio bagno sarebbe stato bianco e nero, che la mia cucina avrebbe avuto molto rosso-Ferrari (una parete intera + un calorifero), be' che, hanno storto il naso. Però posso scrivere con altrettanta soddisfazione che quando hanno visto il risultato dal vivo hanno sorriso, soddisfatti come me; forse hanno tirato un sospiro di sollievo perché i loro brutti presagi sulla mia futura abitazione sono rimasti tali - presentimenti infondati. E, a proposito: grazie per la fiducia!
Spassoso quanto frustrante è anche arredarla senza troppi fondi a disposizione. Mi sono spiegato il successo di tutte quelle trasmissioni su RealTime e quella specie di Canale5.
Personalmente, ho scoperto grazie a Warm Mayor che posti in cui non avrei mai messo piede di mia spontanea volontà, tipo "Mondo Convenienza", a volte riservano piacevoli sorprese... come ad esempio il mio bellissimo divano bianco di pelle "rigenerata".
"Chiedo scusa, cosa intende esattamente per rigenerata?" ho chiesto alla commessa (ventidue anni al massimo, viso rotondetto e simpatico. Meno simpatiche le basette ossigenate lungo le guance lunghe come i capelli di mia sorella).
"Be'..."
"Ahi...!"
"S'intende quando si mescolano gli scarti del PVC con gli scarti della pelle e..."
"Gli scarti... con gli scarti...?"
A quel punto è intervenuto Warm Mayor:
"Cioè l'ecopelle! Vero? ...Verooo signorina?"
Si è sentito un po' colpevole, credo, perché sapeva che ero scettico sin dal principio, ma sapeva anche che non avevo molta scelta.
È così che il mio bellissimo divano in ecopelle è entrato nel mio salotto e, a chiunque ci si siede e mi chiede "Bello! Dove l'hai preso?" rispondo con una strizzatina d'occhio "Ti piace? Un'occasione della Frau".

Devo confessare che alcuni momenti durante la ristrutturazione sono stati sconfortanti. Spesso quando aprivo la porta mi tornava in mente quella canzoncina, sapete?, "C'era una casa molto carina, senza soffitto e senza cucina...". Le gabole sono sempre dietro l'angolo. Ancora oggi. Bisogna partire dal fatto che, gira e volta, dove c'è anche solo una parvenza di opportunità, c'è sicuramente un opportunista pronto a mettertelo al culo senza troppi complimenti (...Ho forse sentito un "Magari!"?).

Il bello arriva tutto dopo che sei entrato, cioè che hai varcato la soglia, che hai preso possesso del territorio. Scoprire ogni giorno cosa ti manca, tipo quando cucini il primo piatto di pasta e al momento di scolare ti accorgi che non hai le presine...; o quando con Mayor ci siamo messi a fissare la libreria al muro e abbiamo scoperto che le punte del mio trapano erano quelle da legno...

E poi una sera sei lì, sul tuo nuovo letto a farti mangiare vivo dalle zanzare che non avresti mai creduto capaci di volare fino al 5° piano e a pensare che dovresti baciare a terra perché, mentre tu stai godendoti la tua nuova casa, in Emilia purtroppo c'è chi non ne ha più neppure una vecchia, quando all'improvviso senti una voce lontana, felpata, un lamento obnubilato di fantasma:
"Caroooo! L'hai presa la pillolaaaa?"
Al che salti a sedere sul materasso di ultima generazione, un'imitazione del "Myform" che a sua volta è una specie di "Tempur" (la differenza è che il mio, anche se in negozio mi hanno assicurato che non contiene assolutamente latice, chissà perché con la sua struttura che dovrebbe essere a cellule aperte per assicurare un costante ricambio dell’aria, al contrario mi fa sentire come se fossi su un girarrosto).
Non fai in tempo a pensare:
"È stata la mia immaginazione, oppure in questa stanza è presente ancora lo spirito di una donna, forse la simpatica vecchina di cui conservo ancora la targhetta nominativa sulla porta?"
Al che senti:
"Cooosa?"
"Ho detto: hai preso la pillolaaa?"
E tu, che a quel punto hai capito che non si tratta degli spiriti, ma degli inquilini del piano di sopra:
"Ha chiesto se hai preso 'sta cazzo di pillola!"

Così ho scoperto che, come me, il mio coinquilino preferisce fare l'amore al mattino; che non è sposato; che la sua compagna vede le repliche di "Amici"; che punta la sveglia 15 minuti dopo la mia, alle 6.50... Ecco gli svantaggi di aver vissuto così tanti anni in un sottotetto senza nessuno che ti camminava sulla testa a parte i piccioni.

E così ho scoperto ancora che i miei timori circa una possibile solitudine erano infondati perché, anche quando non c'è Mayor a fare un po' di baccano al mio posto, saprò sempre di essere circondato da una discreta moltitudine.

Tutto ciò mi porta dritto ad argomenti quali: il vicinato; la nuova portiera; la calma e, di contro, il più generale malcontento dilagante da queste parti, in città; quindi alla tazza di caffè e all'accendino che ho scelto come nuovi simboli per questo Blog insieme al sottotitolo "Basta caffè, fumerò una sigaretta".


[Nella foto sopra, a fianco della mia nuova casa, i grattacieli della Fashion City milanese]

Tuesday, 5 June 2012

Un taglio alla gola per ricominciare

Sono passati... be’, vediamo un po': un romanzo breve che non s’è inculato nessuno ("Le rétroviseur", il seguito di "Volevo essere Miranda Hobbes"); una raccolta di racconti ("Prugne secche", tutt'ora in gara per il concorso dedicato alla scoperta di nuovi talenti e consultabile on-line – votate!); 4 mesi di "basta sigarette"; non si sa più quanti terremoti e tante, tante nuove letture. Titoli italiani e non sono passati affianco al mio letto di casa vecchia prima, e di casa nuova da 2 settimane a questa parte.
Non in ultimo: è passato più di un anno e mezzo con Warm Mayor, nel senso che sono 18 mesi che stiamo insieme.

Ciò vuol dire che nel buco nero di questo Blog sono ac-caduti anche un trasloco ("which is still in progress" in verità) e una vita con il mio compagno che è diventata sempre più una co-abitazione, o convivenza – forse suona meglio – anche se lui non ha ancora intenzione di abbandonare per sempre le rive del lago di Como, così come io non ci penso nemmeno a lasciare la città (e la mia casa nuova!!)

A ogni modo, sono tornato. E da oggi potrete seguirmi anche con la funzione "Follow by Email"
Vi scrivo appoggiato al mio nuovo tavolo di legno e acciaio (Utby) dell’Ikea, seduto sul mio nuovo sgabello in ecopelle bianco e acciao dell’ “Outlet del Kasalingo” nella mia nuova cucina bianca e rossa con in sottofondo un “Nightride” di Haffner tutto verde.
Nuovo look per il mio blog (spero vi piaccia) e per nuove discussioni e riflessioni da condividere.
La prima: perché sparire per poi ritornare?

In verità mi ero ripromesso che mi sarei soffocato, piuttosto che tornare all'attacco sul web. Non dovevo smuovermi dal buio pesto in cui mi ero, e a tratti mi sento tutt'ora conficcato fino al collo, ma alla fine rieccomi – il bello e il cattivo tempo della mia mente dimostrano giustappunto che sono degno dell’attributo di membro della Generazione X(anax).

Ero scappato a causa della grafomania imperante – writing anywhere, at any time!
Basti pensare che adesso hanno iniziato a scrivere anche libri su come fare per non scrivere più: “Inchiostro antipatico” (Bietti) di Paolo Bianchi è l’opera che dissuade gli aspiranti scrittori dall’intraprendere questa carriera. Il libro è stato presentato proprio il primo giugno alla Libreria Odradek. Chi se lo compra?

Prima della presentazione al Salone Internazionale del Libro di Torino di quest'anno, dopo aver riso della conferenza dedicata ai proctoliti (le merde fossili) dal titolo "Come le cacche ci restarono di sasso", il mio vecchio Mr Tiger-Fish mi ha domandato: "Non credi che sia vero che ormai si scrive un po' troppo?"

Sì, lo credo. L’ho pensato e l’ho detto.
Mi viene in mente quella pubblicità della “Cargo” che riporta un vecchio adagio veneziano: “Viagiar descanta, ma chi parte mona mona torna.”
L’importante è ciò che vale davvero.

Perché sono tornato, quindi?

Lo dicevo ieri notte a Warm Mayor mentre andavamo a letto: ho voglia di scrivere, non posso farci nulla. L’idea di tornare al mio primo amore, alla pittura, non la lascio, ma la scrittura mi manca troppo.
“Perché? Stai male?” mi ha chiesto, poverino. Lo sa che scrivo per lo più quando non sono al top. Ma credo che si sia dato una risposta nel momento stesso in cui poneva la domanda. Vero, Mayor?
Figurarsi che a volte ho paura che si senta ingannato. Ho paura che pensi che i sorrisi che mi ha visto versare sulla pista da ballo la sera che ci siamo conosciuti non torneranno più. E invece, adesso sorrido e, da solo col mio taccuino e il mio pc nella mia nuova casa, riesco a godermi anche la terza traccia del CD: Ismel Diallo con “Gran Canaria” che mi dice che il tempo scorre e non me ne accorgo.

La scrittura nasce dal dolore (spesso immotivato) come una margherita dal letame, e subito mi fa lieto come la margherita profuma appena si schiude. Non saprei come altro spiegarglielo. Il premio nobel Toni Morrison (che oggi in un articolo della Farkas sul “Corriere” scopro essere del tutto contro i social network ritenuti sinonimo di “effimero” e “triviale”) disse in un’intervista che “quello che mi fa pensare di appartenere a questo mondo non è il ruolo di insegnante, non quello di madre, o amante, ma è quello che accade nella mia mente quando scrivo.”

Ho l’impressione che oggi uno scrittore abbia più possibilità di vendere - non solo in Italia - se nel titolo c’è almeno una parola riferita a un ingrediente esotico, o a una spezia, o semplicemente a qualcosa di commestibile. E anche qualora il titolo in realtà non preveda nulla del genere, non c’è problema, tutto si aggiusta. È il caso del romanzo tradotto in italiano col titolo “Amore zucchero e cannella” edito da Newton Compton. Il titolo originale “The Girls' Guide to Homemaking”, (mi domando se l’ha scelto davvero Amy Bratley, o il suo editore) significa infatti “La guida delle ragazze ai lavori di casa”. Quando si dice “un genio di traduttore”. Nessuno avrebbe comprato, qui da noi, un libro con un titolo simile! Vengono da sé “Days of honey” di Ciezadlo Annia (in Italia “Giorni di miele e zenzero”), e “Unter dem Safranmond” di Nicole Vosseler (titolo italiano: “La luna color zafferano”); e così via…
È ovvio che scrivo guidato anche dall’invidia. Chi non vorrebbe vendere milioni di copie al di fuori dei circuiti di self-publishing, di “vanity press” seppure a costo di spolverare il proprio scritto con un po’ di noce moscata? La noce moscata in particolare perché a me personalmente fa venire il volta stomaco, ma sarei lieto di metterla sulla mia ultima raccolta di racconti se potesse servire a farmi avere un grosso consenso; per questo l’ho ironicamente intitolata “Prugne secche” e forse è per questo che alla mia ultima storia avevo dato inconsciamente il titolo “7 foglie di malva”. Oggi lo aborro...
Ma se è davvero così, allora vuol dire che l’amore, la fantasia sono strettamente legate alle spezie, o più in generale al cibo.
Ricordo un mio vecchio post che ho scritto tempo fa per questo blog e intitolato “Pestilent Elder Bread” – tutto dedicato a quel vecchio grande amore che mi aveva sommerso. Amore non corrisposto. Oggi potrei definirlo precursore di questa moda mangereccia e ciò mi risolleva.

Un secondo motivo per cui torno è perché, scrivendo in tutti questi anni, ho capito che la forma breve è quella che mi si addice di più e buttando giù questi post sviluppo idee, sentenze e costruzioni che sono state, sono e saranno utili per i miei prossimi racconti. Scrivere è una liberazione cui non posso sottrarmi. Ogni racconto, anche se rimarrà qui, al mio fianco, anche se mi sarà rubato da chi ormai si è affermato ed è passato qui solo per caso, me lo sarò somministrato con metodo; con una certa sistematicità mi sarò seduto davanti al PC proprio come un diabetico prima di pranzo si ritira discretamente in bagno, con la sua siringa d’insulina, o come ogni cinque ore si assume l’antibiotico. Perché ce n’è bisogno, ne ho bisogno per stare bene anche se so che non guarirò mai.

L’ultimo motivo è che la scrittura è quantomeno ambigua. E io, ormai vecchio gay nel mezzo del cammin della propria vita, adoro tutto ciò che è ambiguo. La scrittura è un modo di “viagiar” che posso gestire come più desidero. La scrittura è proprio come le prugne della mia ultima raccolta di racconti. Come scrisse M. Montanari in “Prugne/susine: doppio nome dalle misteriose radici” su “La Repubblica.it” lo scorso 8/09/2009: la prugna “in diverse lingue europee, sia di ceppo latino (come il francese) che germanico (come l´inglese), […] non è semplicemente una prugna secca […] ma assume un altro nome, diverso, specifico. Le “prunes” diventano pruneaux, le “plums” diventano prunes, come se la trasformazione avesse modificato la sostanza, la natura stessa del frutto. In questo caso almeno, il doppio nome rivela una doppia identità.”

Ecco perché sono tornato: perché non me ne sono mai andato. Ci sarò anche quando sarò sparito. Forse presto, forse mai più. Perché, come disse quel bastardo maschilista di W. Faulkner a J. Stein, “l’artista non smette mai di lavorare, provare e riprovare. […] se ce la facesse, se riuscisse davvero a portare l’opera all’altezza […] del sogno, non gli resterebbe altro che tagliarsi la gola […]” e “quelli che vogliono scrivere non hanno tempo di leggere le recensioni.”