Wednesday, 13 June 2012

Cambio residenza, cambio identità?

"Buongiorno, sono il messo comunale per la richiesta di cambio di residenza..."

A quel punto la colonna sonora del film "Lo squalo" nella mia mente. 

Ho avuto una stenosi dell'esofago. Che, forse non credevo che la pratica sarebbe andata avanti? Speravo che la mia mail al comune di Milano andasse persa nell'etere, che colasse via da un cavo ADSL spezzato, che rimanesse a vorticare incessantemente nella scatola nera di plastica del modem?

E invece no. è passato davvero da casa, ha controllato che avessi un fornello, un letto, mi ha stretto la mano e chiesto il documento e "Dovrebbe ancora compilare questo piccolo modulo." "Ecco, fatto." "Perfetto. Vive da solo?" "Sì."
E il gioco è fatto.

Qualche giorno fa scrivevo a un Calabrese con la C maiuscola:

"[...] mi sono stabilito definitivamente a casa nuova. Ceno ancora all’in piedi in attesa di comprare il tavolo, le sedie & co., ma devo dire che sono compiaciuto di com’è venuta [...]. Solo, oggi mi è arrivata conferma dal comune di Milano che hanno ricevuto la mia richiesta del cambio di residenza… Non so perché questa cosa la sto prendendo male. Passare la residenza da Rossano a Milano è come una gacciata nelle gambe. Anche dopo 6 anni di vita a Roma, e ormai 8 anni qui, tagliare definitivamente ogni legame con il mio paese [nemmeno natìo] mi fa sentire scoperto, nudo e in balia della tempesta. Eppure Milano è così efficiente! Basta vedere per il cambio di residenza: tutto on-line, nessun permesso dal lavoro. O ancora: il rimborso da parte del comune quando per colpa delle buche per la strada mi sono scattàte le gomme della macchina! Anche quella volta tutto on-line: ho mandato le foto, la fattura del meccanico e ho ricevuto il risarcimento. Magico no? A Rossano non credo funzionerebbe allo stesso modo.
Quindi cos’è ‘sto tormento? Masochismo?
Buon proseguimento di giornata."

La risposta di consolazione la potete leggere di seguito, nella speranza che non se ne abbia a male chi l’ha scritta (anche se ve la propino in modo anonimo); ma considero le sue parole troppo belle per tenerle nascoste:

"[...] quello che racconti è il demone delle origini, a cui non ci si nega mai (è più potente di ogni ragione). Certi legami, in fondo, non si possono tagliare. Caso mai il tempo fa il suo lavoro, inaridisce, secca, smarrisce. Ma il tempo appunto, mai la volontà di negare. Lo conosco anch'io. È quello lo stesso demone che anche io non riesco a vincere mai del tutto e che mi inchioda ancora ostinatamente qui, nonostante i miei allontanamenti follemente vasti e circolari come inutili volute d'aquila. Il centro è sempre quello. Tu il tuo, di demone, lascalo sfogare, troverà la sua strada e magari dopo un po' sparisce e si secca senza far male. Poi, come vedi tu stesso, il cambio di aria e di casa non fa certo male alla vita civile, al diritto alla nostra sacrosanta cittadinanza: tu ce l'hai perché qualcuno lì te lo riconosce; mi chiedo anch'io perché mai noi qui no? Intanto difendiamo quel che c'è, da qualche parte, almeno."

Mi chiedo se è davvero questo il motivo. Ciò che è certo è che non posso sputare nel piatto in cui mangio. Mi chiedo se sono forse invidioso del fatto che qualcun altro rimanga a combattere nella nostra terra abbandonata non solo da Dio (per chi ci crede) ma anche dalla maggior parte di coloro che la governano. Eppure, pensandoci, quando c'ero non facevo nulla. E quindi ne deduco che, forse, fa male per i sensi di colpa; appunto per ciò che non ho fatto quando potevo, e oggi mi vedo come quell'infido, falso "corvo del Vaticano" di cui in tanti si divertono a scrivere, quel presupposto maggiordomo-traditore dalla doppia cittadinanza, vaticana e italiana, che gli permetteva di muoversi come un agente doppio. Io - allo stesso modo?

Forse no. Forse, semplicemente sono rammaricato di non essere come Tommaso, quel professore del romanzo di Severini. Come lui ho sempre ammirato i ragazzi della mia terra, dei paesini, con quegli "sguardi villani", dalla vitalità vessatoria e litigiosi, "ben nutriti e con muscolatura da palestra", l'aria "pigra e un po' viziosa, lo sguardo duro e le labbra pronunciate" che borbottano e vanno in giro sempre con qualcosa in bocca.
Ma a differenza di Tommaso non ho capito in tempo che "finché si riesce a stupire e a divertire gli altri, ci si può permettere di tutto", e così mi concentravo e cercavo di essere attento in primis che questi stessi ragazzi non svelassero certi segreti che, se per molti erano solo "pettegolezzi di uno stronzo, per me erano l'infamia di chi attentava alla mia vita".
Le stesse infamie che oggi vorrei non fossero temute (e probabilmente non lo sono) da chi si trova nella mia stessa condizione di allora.

Mi sono domandato, come il protagonista, anonimo narratore, che scrive alla sua cara Francesca “che cosa sarebbe stato di me se fossi rimasto qui e mi sono […] sorpreso a provare una nostalgia violenta, il rimpianto persino angoscioso di non appartenere al gruppo superstite dei miei coetanei che hanno messo su famiglia, che lavorano non troppo lontano da casa, […] fanno i viaggi insieme, si vedono una volta a settimana, continuano a chiamarsi con i soprannomi che si sono dati da ragazzi”; mi sono interrogato su quello che, a bene vedere, è il sentimento del festeggiato che arriva in ritardo alla propria festa, come già nel mio “175”, riflettendo alla fine su cosa dovrei scrivere da oggi su questo Blog nella sezione "Chi sono?": "Rf, Rossano"; oppure, come per i giornalisti televisivi vale la formula: "E questo è tutto, per Generazione X(anax), Rf, Milano"?
Facciamo così: per il momento l'elemento “Chi sono” del Blog è stato rimosso.

1 comment:

Poor Little Rich Girl said...

Succede anche a me. Io ancora non ce l'ho fatta a cambiare residenza dal mio paesello natio alla città. E anch'io provo una nostalgia violenta per chi è rimasto. Per chi non ha abbandonato. La vigliaccheria di chi resta e quella di chi va via