Friday, 22 June 2012

Il giogo dell'amore e la foresta degli addii

Il mese scorso stavo parlando con un’amica che ha una figlia, è separata in fase di divorzio ed è alle prese con una nuova relazione con un uomo più giovane di lei e con cui, mi ha confessato in tono leggermente vergognoso, non vede l’ora di andare a convivere. Io le ho fatto presente che forse è ancora troppo presto, ma lei mi ha risposto che la convivenza è la prova del 9 e che, quindi, conta di farlo quanto prima; anzi, si è meravigliata com’è possibile che continuiamo a stare insieme Mayor io se viviamo separati.
In verità chi mi legge con regolarità sa che ho sempre puntato alla convivenza (quando non al matrimonio) ma ciò non vuol dire che non si tratti di un passo che va ragionato, o sbaglio?
Confesso che non ho neppure troppe ragioni per rifuggire un’eventuale convivenza con Mayor perché, al di là del sentirmi pronto che non è in discussione, sono certo che non sarebbe neppure troppo difficile vivere con lui (se non per il fatto che non è in grado di cucinare ed è disordinato).
In effetti, ciò che mi ha colpito di Warm Mayor praticamente dal primo giorno che l’ho conosciuto è stata la remissività a certe “condizioni” che, mi rendo conto, non è da tutti accettare con tanta pace. Del tipo: fumi? Beh, a me non dà fastidio; quando dormi russi come un trattore? Beh, a me non dà fastidio. Non fai sport e tendi a ingrassare come un maiale? Beh, mi piaci lo stesso…
La prima volta mi sono chiesto: dove sta il trucco, dove vuole arrivare questo qui? Poi mi sono detto: ci deve per forza essere un trucco?
Forse (e credo – spero - che sia questo il caso di Mayor) alcuni di noi hanno ancora una visione della vita di coppia come forse solo Nonna Seseman ce l’aveva.
A pensarci bene, mi è tornato in mente uno dei romanzi in cui W. Siti ricorda come non a caso con il termine coniugi prima si indicassero «gli animali legati allo stesso giogo».
Per quel poco che ho conosciuto Mayor (un anno e mezzo non è poi così tanto per quanto possiamo avere la sensazione di conoscere una persona da una vita), immagino che la sua risposta a questa affermazione possa essere: «Che c’entra? Io le cose le faccio con piacere, perché mi va di farle e punto!»
È vero, andare sotto lo stesso giogo dovrebbe essere un piacere, ma siamo sinceri: non sempre lo è, perché è naturale che non lo sia e non c’è niente di male a dirlo. Se no perché gli stessi sposi userebbero l’espressione “cappio al collo” per indicare la loro unione?
Le statistiche inoltre danno un quadro preciso dell’andamento delle unioni: che siano etero o gay i matrimoni sono diminuiti.
Come se non bastasse, alcune coppie già sposate si separano per motivi futili come il non riuscire a dormire insieme, ed il dott. Beth Malow, specialista del sonno presso L’università del Michigan, ha detto che effettivamente le coppie sposate spendono quasi un terzo della loro vita a letto insieme, che dormire bene insieme è fondamentale per la buona riuscita di un matrimonio e che la migliore soluzione (anche) per dormire bene insieme è scendere a compromessi (per esempio sulla posizione, il lato del letto, etc…), ma che quando tutto va male si possono sempre dividere i letti. Hanno salvato più matrimoni i letti singoli che le terapie di coppia.
Insomma, è come se oggigiorno le coppie volessero un nuovo tipo di matrimonio, una nuova unione che comporti soltanto cose piacevoli, lasciando fuori della porta di casa quelle meno gradite. Come a dire che la formula matrimoniale oggi dovrebbe recitare: «Vuoi tu nella buona e… nella buona sorte?» Stop. Vi pare?
È giusto pretendere di voler stare con una persona solo finché le cosa vanno bene? se no, perché?
Adesso che sto lavorando su un romanzo che parla anche di vita matrimoniale - naturalmente perché sto iniziando a immaginare il mio, di matrimonio - mi interrogo anche sulle fasi della vita insieme, se è vero che ce ne sono. Non mi illudo che l'amore basti per andare avanti, ma ho paura che l’amore “segua le grandi leggi della vita. Tutto quello che comincia finisce.”
C’è da dire che l’inizio di una vita con una certa persona piuttosto che un’altra lo determiniamo noi (si suppone), mentre quando si nasce ci si trova “coinvolti in un mondo già cominciato […]. È in nostro potere soltanto cercare di non legarsi troppo alle persone, agli animali, agli oggetti […] per sentirne meno la mancanza nel momento di doversene separare, perché nella vita gli addii sono inevitabili” *.
Davvero “l’arte di vivere è imparare ad attraversare la foresta degli addii”? Questa foresta può forse terrorizzarci fino alla paralisi, fino a far dubitare di noi chi ci sta accanto? 
Sicuramente in questo caso otterremmo il nostro temuto addio ancora prima di iniziare il viaggio.   

*G.Severini, A cosa servono gli amori infelici, Playground, 2011.

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