Tuesday, 5 June 2012

Un taglio alla gola per ricominciare

Sono passati... be’, vediamo un po': un romanzo breve che non s’è inculato nessuno ("Le rétroviseur", il seguito di "Volevo essere Miranda Hobbes"); una raccolta di racconti ("Prugne secche", tutt'ora in gara per il concorso dedicato alla scoperta di nuovi talenti e consultabile on-line – votate!); 4 mesi di "basta sigarette"; non si sa più quanti terremoti e tante, tante nuove letture. Titoli italiani e non sono passati affianco al mio letto di casa vecchia prima, e di casa nuova da 2 settimane a questa parte.
Non in ultimo: è passato più di un anno e mezzo con Warm Mayor, nel senso che sono 18 mesi che stiamo insieme.

Ciò vuol dire che nel buco nero di questo Blog sono ac-caduti anche un trasloco ("which is still in progress" in verità) e una vita con il mio compagno che è diventata sempre più una co-abitazione, o convivenza – forse suona meglio – anche se lui non ha ancora intenzione di abbandonare per sempre le rive del lago di Como, così come io non ci penso nemmeno a lasciare la città (e la mia casa nuova!!)

A ogni modo, sono tornato. E da oggi potrete seguirmi anche con la funzione "Follow by Email"
Vi scrivo appoggiato al mio nuovo tavolo di legno e acciaio (Utby) dell’Ikea, seduto sul mio nuovo sgabello in ecopelle bianco e acciao dell’ “Outlet del Kasalingo” nella mia nuova cucina bianca e rossa con in sottofondo un “Nightride” di Haffner tutto verde.
Nuovo look per il mio blog (spero vi piaccia) e per nuove discussioni e riflessioni da condividere.
La prima: perché sparire per poi ritornare?

In verità mi ero ripromesso che mi sarei soffocato, piuttosto che tornare all'attacco sul web. Non dovevo smuovermi dal buio pesto in cui mi ero, e a tratti mi sento tutt'ora conficcato fino al collo, ma alla fine rieccomi – il bello e il cattivo tempo della mia mente dimostrano giustappunto che sono degno dell’attributo di membro della Generazione X(anax).

Ero scappato a causa della grafomania imperante – writing anywhere, at any time!
Basti pensare che adesso hanno iniziato a scrivere anche libri su come fare per non scrivere più: “Inchiostro antipatico” (Bietti) di Paolo Bianchi è l’opera che dissuade gli aspiranti scrittori dall’intraprendere questa carriera. Il libro è stato presentato proprio il primo giugno alla Libreria Odradek. Chi se lo compra?

Prima della presentazione al Salone Internazionale del Libro di Torino di quest'anno, dopo aver riso della conferenza dedicata ai proctoliti (le merde fossili) dal titolo "Come le cacche ci restarono di sasso", il mio vecchio Mr Tiger-Fish mi ha domandato: "Non credi che sia vero che ormai si scrive un po' troppo?"

Sì, lo credo. L’ho pensato e l’ho detto.
Mi viene in mente quella pubblicità della “Cargo” che riporta un vecchio adagio veneziano: “Viagiar descanta, ma chi parte mona mona torna.”
L’importante è ciò che vale davvero.

Perché sono tornato, quindi?

Lo dicevo ieri notte a Warm Mayor mentre andavamo a letto: ho voglia di scrivere, non posso farci nulla. L’idea di tornare al mio primo amore, alla pittura, non la lascio, ma la scrittura mi manca troppo.
“Perché? Stai male?” mi ha chiesto, poverino. Lo sa che scrivo per lo più quando non sono al top. Ma credo che si sia dato una risposta nel momento stesso in cui poneva la domanda. Vero, Mayor?
Figurarsi che a volte ho paura che si senta ingannato. Ho paura che pensi che i sorrisi che mi ha visto versare sulla pista da ballo la sera che ci siamo conosciuti non torneranno più. E invece, adesso sorrido e, da solo col mio taccuino e il mio pc nella mia nuova casa, riesco a godermi anche la terza traccia del CD: Ismel Diallo con “Gran Canaria” che mi dice che il tempo scorre e non me ne accorgo.

La scrittura nasce dal dolore (spesso immotivato) come una margherita dal letame, e subito mi fa lieto come la margherita profuma appena si schiude. Non saprei come altro spiegarglielo. Il premio nobel Toni Morrison (che oggi in un articolo della Farkas sul “Corriere” scopro essere del tutto contro i social network ritenuti sinonimo di “effimero” e “triviale”) disse in un’intervista che “quello che mi fa pensare di appartenere a questo mondo non è il ruolo di insegnante, non quello di madre, o amante, ma è quello che accade nella mia mente quando scrivo.”

Ho l’impressione che oggi uno scrittore abbia più possibilità di vendere - non solo in Italia - se nel titolo c’è almeno una parola riferita a un ingrediente esotico, o a una spezia, o semplicemente a qualcosa di commestibile. E anche qualora il titolo in realtà non preveda nulla del genere, non c’è problema, tutto si aggiusta. È il caso del romanzo tradotto in italiano col titolo “Amore zucchero e cannella” edito da Newton Compton. Il titolo originale “The Girls' Guide to Homemaking”, (mi domando se l’ha scelto davvero Amy Bratley, o il suo editore) significa infatti “La guida delle ragazze ai lavori di casa”. Quando si dice “un genio di traduttore”. Nessuno avrebbe comprato, qui da noi, un libro con un titolo simile! Vengono da sé “Days of honey” di Ciezadlo Annia (in Italia “Giorni di miele e zenzero”), e “Unter dem Safranmond” di Nicole Vosseler (titolo italiano: “La luna color zafferano”); e così via…
È ovvio che scrivo guidato anche dall’invidia. Chi non vorrebbe vendere milioni di copie al di fuori dei circuiti di self-publishing, di “vanity press” seppure a costo di spolverare il proprio scritto con un po’ di noce moscata? La noce moscata in particolare perché a me personalmente fa venire il volta stomaco, ma sarei lieto di metterla sulla mia ultima raccolta di racconti se potesse servire a farmi avere un grosso consenso; per questo l’ho ironicamente intitolata “Prugne secche” e forse è per questo che alla mia ultima storia avevo dato inconsciamente il titolo “7 foglie di malva”. Oggi lo aborro...
Ma se è davvero così, allora vuol dire che l’amore, la fantasia sono strettamente legate alle spezie, o più in generale al cibo.
Ricordo un mio vecchio post che ho scritto tempo fa per questo blog e intitolato “Pestilent Elder Bread” – tutto dedicato a quel vecchio grande amore che mi aveva sommerso. Amore non corrisposto. Oggi potrei definirlo precursore di questa moda mangereccia e ciò mi risolleva.

Un secondo motivo per cui torno è perché, scrivendo in tutti questi anni, ho capito che la forma breve è quella che mi si addice di più e buttando giù questi post sviluppo idee, sentenze e costruzioni che sono state, sono e saranno utili per i miei prossimi racconti. Scrivere è una liberazione cui non posso sottrarmi. Ogni racconto, anche se rimarrà qui, al mio fianco, anche se mi sarà rubato da chi ormai si è affermato ed è passato qui solo per caso, me lo sarò somministrato con metodo; con una certa sistematicità mi sarò seduto davanti al PC proprio come un diabetico prima di pranzo si ritira discretamente in bagno, con la sua siringa d’insulina, o come ogni cinque ore si assume l’antibiotico. Perché ce n’è bisogno, ne ho bisogno per stare bene anche se so che non guarirò mai.

L’ultimo motivo è che la scrittura è quantomeno ambigua. E io, ormai vecchio gay nel mezzo del cammin della propria vita, adoro tutto ciò che è ambiguo. La scrittura è un modo di “viagiar” che posso gestire come più desidero. La scrittura è proprio come le prugne della mia ultima raccolta di racconti. Come scrisse M. Montanari in “Prugne/susine: doppio nome dalle misteriose radici” su “La Repubblica.it” lo scorso 8/09/2009: la prugna “in diverse lingue europee, sia di ceppo latino (come il francese) che germanico (come l´inglese), […] non è semplicemente una prugna secca […] ma assume un altro nome, diverso, specifico. Le “prunes” diventano pruneaux, le “plums” diventano prunes, come se la trasformazione avesse modificato la sostanza, la natura stessa del frutto. In questo caso almeno, il doppio nome rivela una doppia identità.”

Ecco perché sono tornato: perché non me ne sono mai andato. Ci sarò anche quando sarò sparito. Forse presto, forse mai più. Perché, come disse quel bastardo maschilista di W. Faulkner a J. Stein, “l’artista non smette mai di lavorare, provare e riprovare. […] se ce la facesse, se riuscisse davvero a portare l’opera all’altezza […] del sogno, non gli resterebbe altro che tagliarsi la gola […]” e “quelli che vogliono scrivere non hanno tempo di leggere le recensioni.”

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