Saturday, 22 September 2012

L'amore tradotto II

(...segue)  
  Se nell'amore come nella traduzione è fondamentale un certo grado di negoziazione (a meno che non si tratti di uno di quegli amori prescolari e, quindi, della traduzione di una semplice frase di tre paroline la cui reversibilità è impossibile ostacolare, del tipo "Renzo ama Lucia") la vita mi ha insegnato che in entrambe c'è la possibilità di subire finanche delle perdite che tuttavia ci arricchiscono e che non per forza devono significare la fine. 
  Nella sua intervista con Lea Golda Holterman, la regista israeliana Rama Burshtein ha detto a proposito del suo film presentato a Venezia che il tema centrale è la riflessione sul funzionamento del matrimonio ebraico e su come sia l'amore fra ebrei ortodossi: 
  "Per esempio non esiste il contatto fisico per valutare la compatibilità; accade solo dopo [...] il matrimonio. I motivi e il tipo di amore sono diversi - dice -. [...] L'intimità è prima basata esclusivamente sulla comprensione spirituale", insomma un po' com'era per i nostri avi circa mezzo secolo fa. Continua la Holterman: 
  "Nella vita ebraica Dio è sovrano dei nostri cuori. Il cuore non appartiene veramente a noi; la domanda è quanto sei disposto ad ammetterlo. Quando l'amore fa male e vuoi che finisca e non puoi farlo, e vice versa. I primi sentimenti sono fuori dal nostro controllo, solo la decisione di cosa farne è nostra." 

  Ho riflettuto su quel "il cuore non appartiene veramente a noi; la domanda è quanto sei disposto ad ammetterlo" ed è venuto fuori un nuovo parallelismo fra l'amore (inteso come i meccanismi che regolano le nostre storie) e l'attività di traduzione, tanto che il meccanismo dell'uno può aiutarci a capire l'altra e viceversa. 
  Quando viviamo l'amore, quindi quando facciamo del nostro meglio per manifestarlo nella vita di tutti i giorni, dobbiamo essere disposti anche a perdere qualcosa in via del tutto definitiva, proprio come nella traduzione (ricorda Eco citando Gadamer) se vogliamo dar risalto a un aspetto del testo originale a volte ciò è possibile solo "a patto di lasciare in secondo piano, quando non eliminare altri aspetti presenti". 
  Il nostro cuore non ci appartiene, appunto, così come il testo fonte non appartiene al traduttore che vuole renderlo in un'altra lingua; se non capiamo questo rischiamo di calpestare la persona che pretendiamo di amare, proprio come il traduttore rischia di calpestare la sensibilità dell'unico vero autore di un'opera letteraria (questo ciò che sarebbe capitato a me nella traduzione di Zamjatin, secondo l'unica vera mia critica). 
  Ci sono casi in cui davvero l'amore fa male e vorremmo che finisse, oppure che continuasse, ma non è possibile. Allora bisogna capire quanto siamo disposti a sottometterci all'ortodossia di certe regole che dettano le nostre relazioni, quanto e cosa siamo disposti a perdere per amore. 
  Forse i nostri avi e gli ebrei ortodossi avevano già trovato in una certa rigidità (squinternata e sconvolta dai nostri genitori prima di noi) la soluzione alle sofferenze derivanti dalle storie d'amore. Nel lavoro del traduttore - dice U. Eco - ci sono casi in cui non è possibile tradurre, come nell'eventualità di giochi di parole, e quando casi del genere intervengono il traduttore ricorre all'ultima ratio: la nota a pie' di pagina che ratificherebbe [cito] "la sua sconfitta". 

 Mi chiedo se la parola "sconfitta" sia davvero la più adatta. 
 Ma se anche così fosse, bisogna riconoscere l'amore di chi traduce nutre per il testo originale, al punto che pur di renderlo fruibile all'altro è disposto a inserire quella nota che lo dichiara "sconfitto" agli occhi del mondo. 
 Quanti di noi sono disposti, invece, a inserire una nota a pie' di pagina nella propria relazione?

Monday, 17 September 2012

L'amore tradotto

Ho riflettuto molto dopo aver letto la ferrea quanto sincera critica della dottoressa Valentina Parisi alla mia traduzione di Zamjatin edita da MUP.

In effetti non ho molto da ribattere, se non che le espressioni (cito) di "rara bruttezza" come "'all'improvviso iniziò a far le bolle, a ribollire' detto del volto del generale, là dove nell'originale russo non v'è traccia di ripetizioni della radice etimologica", cui si fa riferimento nell'articolo apparso su Alias ("Lo skaz per colpire gli ufficiali dello zar", dtd 02/09/2012), in realtà sono dei refusi.

Infatti, durante la stesura della traduzione ero indeciso se tradurre il verbo russo originale con quell'espressione raramente brutta quale sarebbe "iniziò a far le bolle" oppure con l'altrettanto orrendo "ribollire"; così le avevo lasciate entrambe ripromettendomi di tornarci su più in là e di decidere definitivamente fra le due al momento del visto si stampi; ma, ahimè, così non è stato unicamente a causa di una mia svista.

C'è da dire anche che "A casa del diavolo" è stato il mio primo "lavoro serio" di traduzione dal russo, benché la prima stesura risalga al 2002 (anno della mia tesi di laurea) e non l'abbia mai abbandonata del tutto, fino ad affrontarla ancora coscienziosamente solo nel 2011, quindi dopo 9 anni.

Ma non sono qui per dar conto del lavoro svolto. Anzi, sono grato per tutte le critiche giunte finora da più parti che mi hanno convinto a riprendere in mano nuovi saggi, ma anche i più vecchi dedicati al lavoro di traduzione e alle sue "regole", gli stessi di cui mi ero nutrito ai tempi de "La Sapienza" e che ormai non solo avevo meccanicamente e chimicamente digerito, ma che ero sul punto di cacciar fuori pericolosamente, trattenendo soltanto quel lontano sapore di divertissement che, forse (come avrebbe temuto Pascal), stava finendo per allontanarmi dalla mia reale condizione umana, facendo che accantonassi finalmente la fatica alla quale l'attività del tradurre solitamente si accompagna.

E stato così che ho riscoperto le analogie fra la traduzione e l'amore, tanto da chiedermi: come si traduce nella realtà il sentimento d'amore che ci portiamo dentro per una persona? Cosa gli accade quando cerchiamo di trasporlo, di cambiarlo in atti concreti e reali sforzandoci di mantenerne il significato originale?

Per esempio, a proposito del tradurre, U. Eco scrive nel suo "Dire quasi la stessa cosa" edito da Bompiani che "Quindi, anche quando - in linea di diritto - si sostenga l'impossibilità della traduzione, in pratica ci si trova sempre di fronte al paradosso di Achille e della tartaruga: in teoria Achille non dovrebbe mai raggiungere la tartaruga, ma di fatto [...] la supera. Forse la teoria aspira a una purezza di cui l'esperienza può fare a meno, ma il problema interessante è quanto e di che cosa l'esperienza possa fare a meno. Di qui l'idea che la traduzione si fondi su alcuni processi di negoziazione, la negoziazione essendo appunto un processo in base al quale, per ottenere qualcosa, si rinuncia a qualcosa d'altro - e alla fine le parti in gioco dovrebbero uscirne con un senso di ragionevole e reciproca soddisfazione alla luce dell'aureo principio per cui non si può avere tutto."

Allora ho pensato che così è anche per l'amore, anche per chi dice che ancora l'amore non l'ha trovato, oppure che non esiste. Forse, chi cerca l'Amore aspira a una purezza di cui non c'è bisogno nella realtà di tutti i giorni e, anzi, anche in questo campo i processi di negoziazione sono indispensabili non solo per la nostra felicità, ma anche per la felicità della persona che vorremmo ricambiasse il nostro amore. No?

Allo stesso modo, Eco ha scritto che secondo lui "[...] per fare osservazioni teoriche sul tradurre, non sia inutile avere avuto esperienza attiva o passiva della traduzione [...] Nel corso delle mie esperienze di autore tradotto, ero continuamente combattuto tra il bisogno che la versione fosse "fedele" a quanto avevo scritto e la scoperta eccitante di come il mio testo potesse [...] trasformarsi nel momento in cui veniva ridetto in altra lingua."

Beh, in proposito posso dire che non ho alcuna esperienza di autore tradotto (immagino che non contino le traduzioni dei miei scritti che a volte curo personalmente per una sorta d'allenamento e che conferirebbero al tutto quel je-ne-sais-quoi di onanistico), ma la cosa non m'impensierisce più di tanto dato che sono la maggior parte i traduttori letterari che non hanno mai edito un'opera propria e, quindi, non sono stati mai tradotti. Però può servire riflettere sul fatto che, invece, nella mia esperienza di amante è questo ciò che spesso ho fatto: pretendere che il mio sentimento tradotto in parole e gesti per l'altro fosse fedele in toto a quanto mi portavo dentro, per poi scoprire che non sempre ciò era possibile, anzi, che per riuscirci avrei potuto, o meglio dovuto trasformarlo.

Ed ecco che, se dopo aver letto la prima volta la conclusione critica della dottoressa Parisi al testo tradotto ("Una maggior inventiva sarebbe stata auspicabile") ho subito pensato "Ma quale maggiore inventiva? È implicito che se è una traduzione non c'è nulla da inventare!", adesso mi ricredo, faccio autocritica e mi chiedo se ciò significhi che devo far di meglio anche in amore, darmi più da fare, inventarmi qualcosa per far giungere il mio amore all'altro.
Per quanto siamo armati delle migliori intenzioni nel tradurre il nostro amore, non è detto che il prodotto finale sia sempre soddisfacente.

Forse anche l'amore (da che mondo e mondo spontaneo e incondizionato) ha bisogno di un esercizio costante.

(continua...)

Tuesday, 4 September 2012

Che ci faccio qui

Per noi meridionali è… anzi era automatico dopo gli studi dell'obbligo fare i bagagli e partire per il nord, quando non per l'estero, in cerca di fortuna. Anche chi non aveva i mezzi si arrischiava e dava il via all'avventura in una nuova città più ricca.
Oggi che la crisi economica impera anche al sud, assisto al fenomeno per cui molti meridionali decidono di tornare al sud, a casa. Già tre amici hanno lasciato Milano per ritornare in Calabria, o in Campania, o in Puglia. Pare che non valga più la pena di tentare una fortuna che non si trova più da nessuna parte, tantomeno all'estero (la prima tappa di chi decideva di partire nel corso degli ultimi anni era la Spagna).
Allo stesso modo, sento di molti giovani meridionali che hanno da poco finito gli studi e che hanno abbandonato in partenza l'idea di trasferirsi altrove.

Due giorni fa andavo al lavoro e, all'uscita della metropolitana, ho incontrato un ragazzo che mi capita spesso d'incrociare sul treno. Infatti alla fine si sa, la popolazione dei pendolari è uniforme come il paesaggio metropolitano che li circonda. Non solo incontri ogni giorno le stesse persone alla stessa ora, ma nel mio caso ho notato che le stesse persone tendono a salire ogni giorno sulla stessa carrozza. Io per esempio salgo sempre sull’ultima. Insomma io e il raazzo in questione non abbiamo mai parlato fino ad allora perché io ero sempre col libro incollato al naso, lui sempre con la testa ciondoloni nella sua divisa da guardia giurata con tanto di pistola.

Ma una volta sulle scale mobili, per puro caso l'uno davanti all'altro, dopo che ho conservato nella borsa il libro e lui si era ormai svegliato del tutto, ci siamo scambiati un'occhiata e mi è venuto naturale salutarlo:
"Com'è? Ferie finite?"
"Ferie?" mi ha chiesto caricando la "F" con un chiaro accento meridionale "E chi le ha fatte? Io non vedo l’ora di tornarmene giù! Faccio un lavoro che non piace e quasi ringrazio il cielo che adesso mi lasciano a casa. E chi me la fa fare? Io voglio farmi una famiglia!”
Già, chi gliela fa fare?
Mia nonna che ho ricordato più volte su questo blog era solita dire che "Adduvi c’è ra fatiga, dà c’è ra casa".
È ancora così oggi che di lavoro non se ne trova da nessuna parte?
Io vivo a Milano ormai da 8 anni eppure non mi sento milanese nemmeno un po’, ma mi guardo bene dal denigrare una città che mi offre tutto. Però mi domando se è ancora valido ciò che pensavo fino a poco tempo fa, ossia che davvero tutte le persone che si sono trasferite qui dalla provincia, come in qualsiasi altra grande città, sarebbero rimaste volentieri nei loro paeselli se non fosse stato che fuori hanno trovato un lavoro.
Domenica scorsa ho avuto a pranzo una giovane coppia della provincia di Lecco con prole al seguito. Mi ha colpito un’affermazione di lei:
«Però che bello qui! – “qui” starebbe per Corvetto, dove vivo e dove è famoso il detto “Corvetto: un pugno per la vita!”Sto rivalutando Milano».
Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che, probabilmente, se questi amici avessero trovato lavoro a Milano oggi non avrebbero la bellissima famiglia che si ritrovano (e che un po’ invidio loro).
La rande città sembra in contrasto con una vita famigliare serena, a meno che non hai un botto di soldi, oppure ti accontenti di crescere i tuoi figli in un tugurio.
La maggior parte delle persone che conosco e facenti parte del ceto medio che vivono in città sono single, o non hanno figli e, naturalmente, fosse anche solo per riempire una giornata vuota non fanno altro che parlare degli eventi che la città offre (me compreso), come ad esempio il Vogue Fashion Night Out che avrà inizio dal prossimo 6 settembre.
Ho pensato ancora ad altri amici e conoscenti che hanno scelto di rimanere al paese e le loro motivazioni: chi è figlio unico e non se la sente di abbandonare i genitori anziani; chi vuole provare di tutto a fare ripartire l’economia del posto in cui è nato, dare insomma il proprio contributo per cambiare le cose, etc… Insomma, tutte motivazioni che mi paiono più valide della settimana della moda, della discoteca gay più famosa, oppure del grattacielo più alto d’Italia e de La Rinascente.
Direi che sono queste le scelte mature.
E alla luce di tutto ciò, ecco che mi domando se è vero che la crisi ci riporta ai vecchi valori persi da tempo immemore e se alla fine, oggi come oggi, la scelta del posto in cui viviamo può essere davvero indice di maturità o, vice versa, una manifestazione d’infantilismo, della voglia di non costruire nulla e tirare avanti a campare facendo il minimo indispensabile per guadagnare quel tanto che ci permette di sentirci fighi fra i fighi.
Oppure è tutto il contrario e come Corrado, il protagonista di "Una casa in collina" di Pavese, chi sceglie di stare in provincia vive questo periodo difficile con indifferenza e apatia e e cerca rifugio presso il nido materno, in un luogo tranquillo, per quanto possibile al riparo dalle preoccupazioni di una vita lontano?
Chi si domanda davvero: che ci faccio qui?