Tuesday, 4 September 2012

Che ci faccio qui

Per noi meridionali è… anzi era automatico dopo gli studi dell'obbligo fare i bagagli e partire per il nord, quando non per l'estero, in cerca di fortuna. Anche chi non aveva i mezzi si arrischiava e dava il via all'avventura in una nuova città più ricca.
Oggi che la crisi economica impera anche al sud, assisto al fenomeno per cui molti meridionali decidono di tornare al sud, a casa. Già tre amici hanno lasciato Milano per ritornare in Calabria, o in Campania, o in Puglia. Pare che non valga più la pena di tentare una fortuna che non si trova più da nessuna parte, tantomeno all'estero (la prima tappa di chi decideva di partire nel corso degli ultimi anni era la Spagna).
Allo stesso modo, sento di molti giovani meridionali che hanno da poco finito gli studi e che hanno abbandonato in partenza l'idea di trasferirsi altrove.

Due giorni fa andavo al lavoro e, all'uscita della metropolitana, ho incontrato un ragazzo che mi capita spesso d'incrociare sul treno. Infatti alla fine si sa, la popolazione dei pendolari è uniforme come il paesaggio metropolitano che li circonda. Non solo incontri ogni giorno le stesse persone alla stessa ora, ma nel mio caso ho notato che le stesse persone tendono a salire ogni giorno sulla stessa carrozza. Io per esempio salgo sempre sull’ultima. Insomma io e il raazzo in questione non abbiamo mai parlato fino ad allora perché io ero sempre col libro incollato al naso, lui sempre con la testa ciondoloni nella sua divisa da guardia giurata con tanto di pistola.

Ma una volta sulle scale mobili, per puro caso l'uno davanti all'altro, dopo che ho conservato nella borsa il libro e lui si era ormai svegliato del tutto, ci siamo scambiati un'occhiata e mi è venuto naturale salutarlo:
"Com'è? Ferie finite?"
"Ferie?" mi ha chiesto caricando la "F" con un chiaro accento meridionale "E chi le ha fatte? Io non vedo l’ora di tornarmene giù! Faccio un lavoro che non piace e quasi ringrazio il cielo che adesso mi lasciano a casa. E chi me la fa fare? Io voglio farmi una famiglia!”
Già, chi gliela fa fare?
Mia nonna che ho ricordato più volte su questo blog era solita dire che "Adduvi c’è ra fatiga, dà c’è ra casa".
È ancora così oggi che di lavoro non se ne trova da nessuna parte?
Io vivo a Milano ormai da 8 anni eppure non mi sento milanese nemmeno un po’, ma mi guardo bene dal denigrare una città che mi offre tutto. Però mi domando se è ancora valido ciò che pensavo fino a poco tempo fa, ossia che davvero tutte le persone che si sono trasferite qui dalla provincia, come in qualsiasi altra grande città, sarebbero rimaste volentieri nei loro paeselli se non fosse stato che fuori hanno trovato un lavoro.
Domenica scorsa ho avuto a pranzo una giovane coppia della provincia di Lecco con prole al seguito. Mi ha colpito un’affermazione di lei:
«Però che bello qui! – “qui” starebbe per Corvetto, dove vivo e dove è famoso il detto “Corvetto: un pugno per la vita!”Sto rivalutando Milano».
Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che, probabilmente, se questi amici avessero trovato lavoro a Milano oggi non avrebbero la bellissima famiglia che si ritrovano (e che un po’ invidio loro).
La rande città sembra in contrasto con una vita famigliare serena, a meno che non hai un botto di soldi, oppure ti accontenti di crescere i tuoi figli in un tugurio.
La maggior parte delle persone che conosco e facenti parte del ceto medio che vivono in città sono single, o non hanno figli e, naturalmente, fosse anche solo per riempire una giornata vuota non fanno altro che parlare degli eventi che la città offre (me compreso), come ad esempio il Vogue Fashion Night Out che avrà inizio dal prossimo 6 settembre.
Ho pensato ancora ad altri amici e conoscenti che hanno scelto di rimanere al paese e le loro motivazioni: chi è figlio unico e non se la sente di abbandonare i genitori anziani; chi vuole provare di tutto a fare ripartire l’economia del posto in cui è nato, dare insomma il proprio contributo per cambiare le cose, etc… Insomma, tutte motivazioni che mi paiono più valide della settimana della moda, della discoteca gay più famosa, oppure del grattacielo più alto d’Italia e de La Rinascente.
Direi che sono queste le scelte mature.
E alla luce di tutto ciò, ecco che mi domando se è vero che la crisi ci riporta ai vecchi valori persi da tempo immemore e se alla fine, oggi come oggi, la scelta del posto in cui viviamo può essere davvero indice di maturità o, vice versa, una manifestazione d’infantilismo, della voglia di non costruire nulla e tirare avanti a campare facendo il minimo indispensabile per guadagnare quel tanto che ci permette di sentirci fighi fra i fighi.
Oppure è tutto il contrario e come Corrado, il protagonista di "Una casa in collina" di Pavese, chi sceglie di stare in provincia vive questo periodo difficile con indifferenza e apatia e e cerca rifugio presso il nido materno, in un luogo tranquillo, per quanto possibile al riparo dalle preoccupazioni di una vita lontano?
Chi si domanda davvero: che ci faccio qui? 

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