Monday, 17 September 2012

L'amore tradotto

Ho riflettuto molto dopo aver letto la ferrea quanto sincera critica della dottoressa Valentina Parisi alla mia traduzione di Zamjatin edita da MUP.

In effetti non ho molto da ribattere, se non che le espressioni (cito) di "rara bruttezza" come "'all'improvviso iniziò a far le bolle, a ribollire' detto del volto del generale, là dove nell'originale russo non v'è traccia di ripetizioni della radice etimologica", cui si fa riferimento nell'articolo apparso su Alias ("Lo skaz per colpire gli ufficiali dello zar", dtd 02/09/2012), in realtà sono dei refusi.

Infatti, durante la stesura della traduzione ero indeciso se tradurre il verbo russo originale con quell'espressione raramente brutta quale sarebbe "iniziò a far le bolle" oppure con l'altrettanto orrendo "ribollire"; così le avevo lasciate entrambe ripromettendomi di tornarci su più in là e di decidere definitivamente fra le due al momento del visto si stampi; ma, ahimè, così non è stato unicamente a causa di una mia svista.

C'è da dire anche che "A casa del diavolo" è stato il mio primo "lavoro serio" di traduzione dal russo, benché la prima stesura risalga al 2002 (anno della mia tesi di laurea) e non l'abbia mai abbandonata del tutto, fino ad affrontarla ancora coscienziosamente solo nel 2011, quindi dopo 9 anni.

Ma non sono qui per dar conto del lavoro svolto. Anzi, sono grato per tutte le critiche giunte finora da più parti che mi hanno convinto a riprendere in mano nuovi saggi, ma anche i più vecchi dedicati al lavoro di traduzione e alle sue "regole", gli stessi di cui mi ero nutrito ai tempi de "La Sapienza" e che ormai non solo avevo meccanicamente e chimicamente digerito, ma che ero sul punto di cacciar fuori pericolosamente, trattenendo soltanto quel lontano sapore di divertissement che, forse (come avrebbe temuto Pascal), stava finendo per allontanarmi dalla mia reale condizione umana, facendo che accantonassi finalmente la fatica alla quale l'attività del tradurre solitamente si accompagna.

E stato così che ho riscoperto le analogie fra la traduzione e l'amore, tanto da chiedermi: come si traduce nella realtà il sentimento d'amore che ci portiamo dentro per una persona? Cosa gli accade quando cerchiamo di trasporlo, di cambiarlo in atti concreti e reali sforzandoci di mantenerne il significato originale?

Per esempio, a proposito del tradurre, U. Eco scrive nel suo "Dire quasi la stessa cosa" edito da Bompiani che "Quindi, anche quando - in linea di diritto - si sostenga l'impossibilità della traduzione, in pratica ci si trova sempre di fronte al paradosso di Achille e della tartaruga: in teoria Achille non dovrebbe mai raggiungere la tartaruga, ma di fatto [...] la supera. Forse la teoria aspira a una purezza di cui l'esperienza può fare a meno, ma il problema interessante è quanto e di che cosa l'esperienza possa fare a meno. Di qui l'idea che la traduzione si fondi su alcuni processi di negoziazione, la negoziazione essendo appunto un processo in base al quale, per ottenere qualcosa, si rinuncia a qualcosa d'altro - e alla fine le parti in gioco dovrebbero uscirne con un senso di ragionevole e reciproca soddisfazione alla luce dell'aureo principio per cui non si può avere tutto."

Allora ho pensato che così è anche per l'amore, anche per chi dice che ancora l'amore non l'ha trovato, oppure che non esiste. Forse, chi cerca l'Amore aspira a una purezza di cui non c'è bisogno nella realtà di tutti i giorni e, anzi, anche in questo campo i processi di negoziazione sono indispensabili non solo per la nostra felicità, ma anche per la felicità della persona che vorremmo ricambiasse il nostro amore. No?

Allo stesso modo, Eco ha scritto che secondo lui "[...] per fare osservazioni teoriche sul tradurre, non sia inutile avere avuto esperienza attiva o passiva della traduzione [...] Nel corso delle mie esperienze di autore tradotto, ero continuamente combattuto tra il bisogno che la versione fosse "fedele" a quanto avevo scritto e la scoperta eccitante di come il mio testo potesse [...] trasformarsi nel momento in cui veniva ridetto in altra lingua."

Beh, in proposito posso dire che non ho alcuna esperienza di autore tradotto (immagino che non contino le traduzioni dei miei scritti che a volte curo personalmente per una sorta d'allenamento e che conferirebbero al tutto quel je-ne-sais-quoi di onanistico), ma la cosa non m'impensierisce più di tanto dato che sono la maggior parte i traduttori letterari che non hanno mai edito un'opera propria e, quindi, non sono stati mai tradotti. Però può servire riflettere sul fatto che, invece, nella mia esperienza di amante è questo ciò che spesso ho fatto: pretendere che il mio sentimento tradotto in parole e gesti per l'altro fosse fedele in toto a quanto mi portavo dentro, per poi scoprire che non sempre ciò era possibile, anzi, che per riuscirci avrei potuto, o meglio dovuto trasformarlo.

Ed ecco che, se dopo aver letto la prima volta la conclusione critica della dottoressa Parisi al testo tradotto ("Una maggior inventiva sarebbe stata auspicabile") ho subito pensato "Ma quale maggiore inventiva? È implicito che se è una traduzione non c'è nulla da inventare!", adesso mi ricredo, faccio autocritica e mi chiedo se ciò significhi che devo far di meglio anche in amore, darmi più da fare, inventarmi qualcosa per far giungere il mio amore all'altro.
Per quanto siamo armati delle migliori intenzioni nel tradurre il nostro amore, non è detto che il prodotto finale sia sempre soddisfacente.

Forse anche l'amore (da che mondo e mondo spontaneo e incondizionato) ha bisogno di un esercizio costante.

(continua...)

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