Tuesday, 11 November 2014

Basta un grazie. Uno soltanto.


Ci sono persone che grazie alle proprie capacità raggiungono una notorietà tale che, col passare del tempo, si sentono perseguitate.
Anzi sarebbe più semplice dire che ci sono delle persone così oberate di lavoro, occupate e richiamate a destra e a sinistra – Figaro qua! Figaro là! - da arrivare al punto di sentirsi perseguitate anche quando qualcuno rivolge loro la propria attenzione con l'unico fine di dare una dimostrazione di ammirazione, benevolenza, gratitudine quando traggono beneficio dal loro lavoro e chissà quale altro sentimento che escluda una qualsiasi volontà di infastidire, dare noia, addirittura molestare.

Queste persone particolarmente dotate possono, senza accorgersene, rispondere ai loro “ammiratori” con la brutalità e la secchezza di tono di un padre che si senta tirato insistentemente per i calzoni dal figlio.
La differenza è che nel caso di una relazione padre-figlio, quest’ultimo cerca di attirare l’attenzione del primo, vuole sentirsi apprezzato, amato, vuol dare dimostrazione delle proprie capacità per suscitare ammirazione e soddisfare una qualche presunta aspettativa.
Nel caso a cui faccio riferimento, invece, esiste solo la volontà di trasmetterla, l’ammirazione; di trasmettere il bene. Per quanto strano possa sembrare.

Credo che alcuni scrittori facciano parte di una categoria di persone straordinariamente dotate, e succede che ci siano fans sfegatati di scrittori, così come ce ne sono di cantanti pop, ma che spesso gli scrittori non siano abituati a gestire il bene dei propri lettori, anzi che molti fra loro – fra gli scrittori – sarebbero pronti a impossessarsi del pensiero nietzscheiano secondo cui “i lettori peggiori” (il che lascia già intendere che tutti i lettori sono a prescindere dei cattivi lettori) “sono come i soldati durante i saccheggi, per cui prendono ciò di cui hanno bisogno e scompigliano il resto”.

Questi scrittori sono arrivati a considerare ingrata parte della società, quella stessa che acquista i loro libri da cui impara e a cui si appassiona, quasi che solo loro possano essere capaci di dimostrare gratitudine nei confronti dei finissimi insegnanti a cui devono la propria formazione culturale e nei confronti dei quali si sentono debitori di tante cose. Insultano in privato i loro lettori, ma non per questo hanno pretese nei loro confronti. Solo, non li vogliono dattorno.

Sono gli stessi scrittori che dicono perfino di comprendere il pessimismo profondo nell’approcciarsi alla natura – “caduta e corrotta” - dell' uomo, e quindi la sua ingratitudine, “ovvia meschinità dell' individuo”.

Ecco che non deve stranire se a volte un sentimento di stima può essere confuso con il suo esatto opposto.
Se ciò accade, forse è perché anche la stima di un lettore - come la sua probabile ingratitudine - può nascere da una sorta di complesso di inferiorità che, però, non è certamente di natura “astiosa” ma benevola, e che con altrettanta certezza è teso a riconoscere l’aiuto ricevuto dalle pagine lette, e a insaputa di chi quelle pagine le ha scritte.

Così la gratitudine è confusa con l’egocentrismo, e il riconoscente con l’usurpatore.

“Bisognerebbe saper sorridere agli altri, senza aspettarsi un sorriso da parte loro e senza lasciarsi costringere a sorridere loro in perpetuo, in una zuccherosa ed ebete smanceria, ma mandandoli pure al diavolo, quando è il caso. Saper essere grati significa non sopravvalutare se stessi, rispettare gli altri - senza esigere nulla da loro - ma non le loro arroganti ingiunzioni”.

Spesso e volentieri basta 1, e solo 1 semplice grazie, e poi bisogna sparire.

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